Chi convoca un presidio per chiedere verità e giustizia, evidentemente ritiene che fino a ora non ci siano state né l’una né l’altra, altrimenti non ci sarebbe alcun motivo per indire una manifestazione che ha lo scopo di sollecitarle entrambe.
Se poi fai politica da anni, e per di più hai qualche importante incarico istituzionale, non puoi non sapere che lasciare anche solo intravedere gravi misfatti delle forze dell’ordine contribuisce a eccitare gli animi dei facinorosi. Infine, se conosci la gente con cui hai a che fare e che hai convocato in piazza, e ti è noto che molti di loro non vedono l’ora di far andare le mani e non solo, o sei un irresponsabile che aizza la folla oppure sei una persona cinica pronta a sfruttare qualsiasi occasione pur di cercare consenso anche nelle frange più estreme dell’elettorato. Di certo Matteo Lepore, sindaco di Bologna che ha indetto la manifestazione silenziosa in nome di Fakir Abderrahim, non può fare il finto tonto e dire che con gli scontri dell’altra sera lui non c’entra nulla. Se 70 agenti sono rimasti feriti, decine di auto sono state date alle fiamme, in strada sono state erette barricate e numerosi dehors sono stati saccheggiati, la responsabilità non è che sua. Infatti, che senso aveva l’organizzazione di un presidio per chiamare a raccolta migliaia di persone al grido di «Bologna è una città democratica e affronterà questa tragedia»?
Che cosa c’entra la democrazia con un episodio di cronaca che, per quanto grave in quanto stiamo parlando della morte di una persona, non ha nulla a che vedere con la Costituzione, il fascismo e l’antifascismo, come invece vuole far credere Lepore? La polizia è stata chiamata per fermare una persona ritenuta pericolosa per sé e per gli altri. L’uomo era agitato, dava testate alle porte dei box di un condominio, saltava sul cofano di un’auto e minacciava i passanti. Gli agenti intervenuti sul posto hanno cercato di calmare l’individuo, ma sarebbero stati aggrediti e uno dei due componenti della volante, oltre alle botte, si sarebbe guadagnato pure un morso a una gamba. Che dovevano fare i poliziotti?
Farsi suonare di santa ragione senza reagire? Stare alla larga e lasciare che Fakir Abderrahim continuasse a dare testate alle basculanti dei garage e a molestare e minacciare chi gli si parava davanti? Dai racconti pare che gli uomini della volante abbiano applicato le procedure. Capito che l’uomo era fuori di testa, prima hanno usato lo spray al peperoncino, poi lo hanno messo a terra e ammanettato, avendo avuto cura di chiamare un’ambulanza. Molto probabilmente, come capita spesso (è successo anche ieri sotto le finestre della nostra redazione), una volta verificato lo stato di alterazione, dovuto a sostanze o ad altro, il fermato sarebbe stato accompagnato in ospedale, per accertamenti o per un Tso, trattamento sanitario obbligatorio che si pratica per calmare una persona. Purtroppo, qualche cosa è andato storto. Forse a causa delle testate, forse per una crisi respiratoria, oppure per le sostanze assunte o altro ancora: a stabilirlo sarà l’autopsia.
La Procura ha acquisito i filmati delle body cam degli agenti, che hanno registrato tutto l’intervento degli uomini delle forze dell’ordine. E, da quel che risulta, i pm sentiranno i testimoni e raccoglieranno i video girati dai privati. Dunque, che senso ha invocare «verità e giustizia per Fakir»? Lepore non si fida della magistratura e dunque serviva un presidio? Il sindaco non immaginava che convocando migliaia di persone sarebbe finita in rissa? Vuol farci credere che ignorava come fossero finite analoghe manifestazioni a Bologna e in altre città d’Italia? Da Torino a Milano, da Bologna a Roma i cortei per commemorare un ragazzo in fuga dalle forze dell’ordine o per sostenere una qualche causa lontana sono sempre finiti in guerriglia.
Per usare una frase applicata ad altri casi, Lepore non poteva non sapere. E come il sindaco di Bologna, non potevano essere all’oscuro neppure i vertici del Pd e dei 5 stelle, i quali però, di fronte a 70 agenti feriti, non hanno aperto bocca. Dimostrando ancora una volta da che parte stanno: non certo da quella delle forze dell’ordine.
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