C’è una parola che nella lunga ricostruzione del Comune di Bologna non compare mai: preavviso. Vengono evocati comunicati stampa, contatti, probabilmente per le vie brevi, ai referenti della Prefettura e della Questura, interlocuzioni telefoniche, tavoli tecnici e riunioni del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.
Ma non si precisa se qualcuno abbia compilato e trasmesso il modulo previsto dall’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza. Non è una differenza lessicale. Il cortocircuito istituzionale innescato l’altro giorno dal presidio indetto dal sindaco Matteo Lepore in piazza Nettuno per la morte di Abderrahim Fakir è finito sotto la lente del Viminale. Che ha aperto un’istruttoria.
Prefettura e Questura, in sostanza, hanno appreso che si sarebbe tenuta la manifestazione da un comunicato stampa del Comune, già diffuso agli organi d’informazione, e inoltrato per le vie brevi sui telefoni di alcuni funzionari. La forma, però, quando si tratta di sicurezza è anche sostanza. L’iter corretto prevedeva l’invio al questore del preavviso formale di una pubblica manifestazione, con l’indicazione di chi la promuove, del luogo in cui si svolge, della durata e del numero di partecipanti previsti. Ed è in questo snodo preciso che la vicenda di piazza Nettuno si fa ancora più delicata. Nel comunicato delle 20.16 di domenica è il sindaco Matteo Lepore a chiamare a raccolta i cittadini: «Vi invito a ritrovarci domani in piazza Nettuno alle 19». Per quello che Palazzo d’Accursio ha anche successivamente definito ripetutamente «il presidio istituzionale promosso dal Comune». Il luogo, l’orario e la finalità dell’appuntamento erano stati comunicati alla città attraverso i canali dell’amministrazione comunale. Il promotore politico e istituzionale, dunque, emerge con chiarezza dal materiale diffuso proprio dal Comune. Che dopo il pasticcio, nel tentativo di mettere una toppa, ieri ha diffuso una sorta di nota dal taglio difensivo, fornendo una cronologia. Alle 20.16 di domenica viene diffuso il comunicato. «Poco dopo» dal «Gabinetto del sindaco» sarebbero partiti due messaggi a non meglio descritti «referenti della Prefettura e della Questura», ai quali sarebbe stato girato «il comunicato». Tanto sarebbe bastato, ad avviso del Comune, per «informare preventivamente». Un passaggio paradossale, se si pensa che nell’area del sito web istituzionale del Comune di Bologna dedicata a chi vuole occupare suolo pubblico per manifestazioni e iniziative viene indicato il regolare iter da seguire, con tanto di «comunicazione alla Questura», si legge sul sito, «almeno cinque giorni prima». E c’è perfino il link dal quale è possibile scaricare il modulo che proprio il Comune avrebbe dovuto compilare e inviare per finalizzare la comunicazione.
La mattina seguente, secondo il Comune, si sarebbero «svolte» due «interlocuzioni telefoniche di approfondimento». Alle 12.30 si è riunito il Tavolo tecnico in Questura, al quale ha partecipato la polizia locale. Alle 18 è convocato il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Un’ora dopo, alle 19, deve cominciare il presidio. Il preavviso di almeno tre giorni previsto dalla legge non viene tenuto in considerazione. Ma per il Comune l’ambiguo iter avrebbe seguito quanto «previsto dal Testo unico degli enti locali». Pur essendo, la raccolta di leggi di riferimento, quella per la pubblica sicurezza (che prevede in questi casi sanzioni fino a 10.000 euro). E comunque non avrebbe rispettato i termini neppure un’iniziativa convocata la sera precedente per il giorno successivo. Questo non significa automaticamente che il presidio dovesse essere vietato. L’articolo 18 del Tulps consente al questore, in caso di omesso avviso o per ragioni di ordine pubblico, di impedire la manifestazione, oppure di prescriverne il tempo e il luogo. Si tratta di un potere, non di un automatismo. E il Comune sottolinea che nessuno avrebbe chiesto formalmente l’annullamento dell’iniziativa. L’assenza di un divieto, infatti, non sana necessariamente l’eventuale omissione compiuta dal promotore. Il fatto che la Questura, appresa l’esistenza dell’appuntamento, abbia organizzato i servizi di ordine pubblico non equivale alla presentazione nei termini del preavviso. E il fatto che il presidio si sia svolto pacificamente non cancella l’obbligo previsto per chi lo ha promosso.
C’è poi un ulteriore passaggio. La nota di ieri marca una certa distanza tra «l’iniziativa istituzionale» e quella «dei collettivi antagonisti (che si è svolta in piazza Roosvelt, ndr)». Piazza del Nettuno, però, è a poche decine di metri proprio da Prefettura e Questura, gli uffici che, in quelle ore, erano chiamati a gestire una delle situazioni di ordine pubblico più delicate degli ultimi mesi. Dopo la morte di Fakir, il rischio di tensioni era considerato concreto. E i due palazzi istituzionali valutati come sensibili. Tanto che anche martedì l’area continuava a essere protetta da camionette e servizi d’ordine. In questo contesto, la scelta di convocare proprio lì il presidio assume un peso particolare. E, infatti, assodato che l’evento si sarebbe tenuto, è stato convocato in tutta fretta il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Alle 18. Per una manifestazione che sarebbe cominciata solo un’ora dopo. Una sorta di contrappasso rispetto alle polemiche che Lepore il censore aveva innescato due anni fa dopo gli scontri tra antagonisti e forze dell’ordine per una manifestazione della Rete dei Patrioti e di CasaPound che il sindaco non approvava e che, a suo avviso, era stata autorizzata per vie romane. Ma, quella volta, almeno, con preavviso.
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