La sinistra di lotta riconvoca la piazza dopo il sacco di Bologna: «Resistere»
Ansa

«Tutta la Bologna democratica auspica che sia fatta giustizia e verità sulla morte di Abderrahim Fakir». Con queste parole sindacati, associazioni e «movimenti della società civile» hanno annunciato che scenderanno nuovamente in piazza, rivendicando il diritto alla mobilitazione.

In prossimità dell’anniversario della strage del 2 agosto del 1980 alla stazione, l’unione di una trentina di soggetti ha lanciato un appello «alla mobilitazione», che vede tra i firmatari sindacati, diverse associazioni e comitati di cittadini. Tra le sigle sindacali non sorprende di trovare in prima fila la Cgil e poi le associazioni storiche dell’antifascismo come Anpi (Associazione nazionali partigiani d’Italia), Aned (Associazione nazionale degli ex deportati nei campi nazisti), Anppia (Associazione nazionale dei perseguitati politici italiani antifascisti). Tutte «abituate» a scendere in piazza anche quando nelle manifestazioni emergono forze che sanno trasformare la protesta in guerriglia urbana, come quella che ha gettato nel caos nei giorni scorsi la città di Bologna e ha portato in ospedale oltre 70 poliziotti.

Tra le adesioni ci sono anche le associazioni dei familiari delle vittime, come l’Associazione dei familiari delle vittime della Strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980; l’Associazione dei parenti delle vittime della Strage di Ustica. Ha aderito, inoltre, il mondo del volontariato e dei diritti: Arci, Auser, Legambiente, Libera, Emergency, Federconsumatori, Sunia, Sos Donna, Casa delle donne, Cassero Lgbtqia+ center; Piazza Grande; Il Manifesto in rete. In piazza scenderà pure il mondo della scuola e dell’università: Rete degli Studenti Medi; Udu (Unione degli universitari); Period think tank. La lista dei firmatari è ancora lunga: Associazione Giovanni Bissoni, Associazione per una sanità del servizio pubblico; Cucine popolari; Donne per Nasrin; Famiglie accoglienti Aps; Gruppo di Bologna Emergency; Gruppo Salvagente Bologna; Libertà era restare; Percorsi di Pace Casalecchio; Portico della Pace; Rete sulla stessa barca; Salvaciclisti; Comitato per la difesa della libertà e della democrazia in Iran.

In un comunicato spiegano il perché di un «appello alla mobilitazione»: «Ci apprestiamo a celebrare l’anniversario della strage fascista del 2 agosto 1980, un appuntamento imprescindibile del calendario civile antifascista. Come 46 anni fa, la città di Bologna, medaglia d’oro alla Resistenza e medaglia d’oro al valor civile, sa affermare il suo impegno civile e la sua straordinaria vocazione democratica, riempiendo le piazze. Quando c’è bisogno, Bologna risponde». Il loro auspicio è quello che la città possa tornare a essere «un presidio vero di resistenza democratica e antifascista».

L’invito alla «Bologna democratica» nasce, a loro dire, dalla necessità che «siano fatte verità e giustizia, così come chiede la famiglia di Abderrahim Fakir e tutta la Bologna democratica, rigettando odio e vendetta. Consideriamo del tutto strumentali, al limite dello sciacallaggio, gli attacchi volti all’amministrazione comunale, così come le ricostruzioni diffuse sui social sulla vita di Fakir», il quarantatreenne deceduto a Bologna durante un intervento della polizia.

Ma nel comunicato-appello alla mobilitazione, tutti i firmatari mettono nero su bianco quali sono le loro «rivendicazioni». Ecco che cosa scrivono: «Rivendichiamo il diritto alla mobilitazione democratica, anche attraverso la cancellazione dei decreti Sicurezza. Per chi pensa di poter condizionare lo stato di diritto attraverso fantomatiche istruttorie che hanno il solo obiettivo di limitare la libertà di manifestare e l’azione di istituzioni democratiche, ribadiamo ancora una volta che Bologna resisterà un minuto in più».

A leggere – e rileggere – con attenzione l’invito alla mobilitazione è palese che sindacati, associazioni, movimenti di sinistra e comitati vari chiedono ai cittadini una «resistenza» contro lo Stato («Rivendichiamo il diritto alla mobilitazione democratica anche attraverso la cancellazione dei decreti sicurezza»; «fantomatiche istruttorie»).

Ma ciò che emerge con chiarezza è che nel loro appello non ci sia nessuna condanna delle violenze e della violenza che troppo spesso accompagna le mobilitazioni di piazza. E non si legge neppure alcuna solidarietà e vicinanza ai poliziotti feriti durante gli scontri di lunedì sera, che si sono verificati in contemporanea in più zone vicine tra piazza Roosevelt, via Rizzoli, via Ugo Bassi, via della Zecca e via Venezian, nel centro di Bologna. Il bilancio è stato disastroso: oltre 70 gli agenti feriti, dei quali ben 64 hanno riportato lesioni più gravi con prognosi comprese tra i tre e i 35 giorni. Non solo feriti. La città, in poche ore, è stata letteralmente devastata: sono state imbrattate e danneggiate vetrine di negozi, di alcune banche con i relativi sportelli bancomat e sei cassonetti della spazzatura. Incendiate due automobili, compresa una vettura del Comune di Bologna; decine di biciclette sono state distrutte perché utilizzate per costruire un muro che doveva ostacolare l’intervento della polizia. Ma nell’appello alla mobilitazione non c’è alcun riferimento alla guerriglia urbana di lunedì, nessun riferimento ai poliziotti finiti in ospedale. Si auspica, però, di «riempire le piazze e di «resistere» contro lo Stato «rivendicando il diritto alla mobilitazione».

Il sottosegretario Emanuele Prisco: «È stata l’opposizione a voler legittimare le frange sovversive, a partire dai Carc»

A Bologna come a Milano gruppi di maranza e centri sociali erano insieme ad attaccare le forze dell’ordine. Il rischio che la rete dell’estremismo politico cavalchi la spinta alla violenza di questi gruppi per reclutarli e usarli come vera e propria manovalanza contro le istituzioni è concreto». Emanuele Prisco non sembra sorpreso quando La Verità gli chiede se dietro le mobilitazioni esplose dopo la morte di Abderrahim Fakir esista una saldatura tra area antagonista, mondo pro Pal e frange dell’islamismo radicale.

Il sottosegretario all’Interno invita alla prudenza sulle conclusioni investigative, ma individua un fenomeno che, a suo giudizio, merita attenzione. Le tensioni riesplose a Bologna, sostiene, non rappresentano un episodio isolato. Sarebbero il sintomo di una convergenza che il governo osserva con crescente preoccupazione. Con un ulteriore snodo delicato: «Una parte della sinistra continua ad alimentare la delegittimazione delle forze dell’ordine». Il ragionamento parte da via Svevo, ma non si ferma lì. «Come ha ben evidenziato il ministro Matteo Piantedosi», spiega Prisco, «i primi elementi indicano che gli agenti sono intervenuti con grande sensibilità e professionalità di fronte a un quadro estremamente complesso, attivando il contenimento solo quando la situazione stava degenerando».

Per Prisco, il problema nasce nel momento in cui una vicenda ancora affidata all’accertamento della magistratura diventa il detonatore di una campagna politica contro le istituzioni: «Ci sono frange antagoniste che cercano ogni pretesto per attaccare lo Stato, senza che la politica prenda unanimemente le distanze. Anzi mi pare proprio che la sinistra non solo non condanni questo mondo ma, in certi casi, lo blandisca pure». E aggiunge: «Strumentalizzare la morte di una persona per giustificare la violenza di piazza o per attaccare le divise è un atteggiamento squallido e irresponsabile». La risposta del governo, spiega, «si sta rafforzando con strumenti normativi e operativi. Dall’arresto preventivo a quello per i minorenni sorpresi con armi o coltelli, alle pene più severe per i danneggiamenti di gruppo, fino all’imputabilità approvata proprio l’altro giorno in Consiglio dei ministri». E c’è anche la tecnologia: «Il ministro Piantedosi ha confermato l’imminente avvio del bando per la prima dotazione di 5.000 bodycam per le forze dell’ordine». L’obiettivo, spiega, è «documentare l’operato effettivo dei poliziotti con dati oggettivi, tutelando gli agenti da false ricostruzioni, speculazioni e campagne di delegittimazione». Ma le norme, secondo il sottosegretario, «funzionano se accompagnate dalla responsabilità di chi governa i territori».

E, tornando a Bologna, infatti, non arretra di un passo nella polemica con il sindaco Matteo Lepore: «Convocando una piazza in modo estemporaneo e senza il dovuto e preventivo raccordo con la questura ha commesso un errore di gravità inaccettabile». La conclusione è netta: «Chi convoca la piazza si assume la responsabilità di ciò che accade. Il governo ha tracciato una linea chiarissima, la tolleranza verso chi devasta e aggredisce è finita».

Ma se Prisco lascia agli inquirenti il compito di stabilire la fondatezza del patto islamista-antagonista, Sara Kelany compie un passo ulteriore. Per la deputata di Fratelli d’Italia il problema non è soltanto la piazza. È la sua legittimazione politica. È il momento in cui organizzazioni che definisce «sovversive» varcano la soglia delle istituzioni. «Questa è una cosa che diciamo da tempo», rivendica la Kelany e richiama il convegno organizzato nei mesi scorsi alla Camera dal Movimento 5 stelle. Il titolo era: «Per un governo che attui la Costituzione». Insieme a Rifondazione comunista, Bds, Usb, Cub, Si Cobas, centro sociale Spin Time e al predicatore islamico Brahim Baya, c’erano i Carc, acronimo di Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo. Un’organizzazione che si professa ancora come «della sinistra rivoluzionaria» e che continua a richiamarsi alla prospettiva della rivoluzione proletaria. Alla manifestazione di Napoli per Fakir c’erano anche loro. Proprio nella città in cui tre esponenti di vertice dei Carc sono finiti nei guai con la Procura antiterrorismo. Per la Kelany il passaggio per le istituzioni col traghettamento pentastellato rappresenterebbe uno spartiacque: «Se dei soggetti come i Carc, che invitano alla sovversione, che insultano le nostre forze dell’ordine e deridono poliziotti malmenati, vengono poi invitati alla Camera, è evidente che vengono legittimati». La liaison tra le sinistre e questi movimenti, inoltre, secondo la Kelany, «non si manifesta solo e unicamente nelle frange più estreme, purtroppo. Abbiamo visto Anpi, Cobas e altri». Per la deputata «significa scherzare col fuoco». Perché, afferma la Kelany, «queste frange più estreme sono pericolosissime, si macchiano di atti antisemiti e di evidenti atteggiamenti sovversivi». E mentre richiama un volantino dei Carc nel quale si proponeva un «governo di emergenza popolare», si chiede: «Lei può affermare che questo non è un messaggio sovversivo?». L’ultimo passaggio rappresenta la percezione di uno spaccato: «L’adesione dei Carc alla causa pro Pal non è solo un’adesione alla questione palestinese. È l’adesione a un messaggio che l’islam politico sta portando in Occidente per il tramite delle sue propaggini più estremiste e che cerca di penetrare all’interno dei nostri ordinamenti, sovvertendo l’ordine democratico».

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