Ora vedremo se i sostenitori delle teorie sul cambiamento di genere sono disponibili e capaci di sostenere il confronto sul piano scientifico invece di limitarsi a trattare come un criminale chiunque non concordi con le verità immutabili enunciate dagli attivisti trans. Come noto, la Società italiana di pediatria (Sip) ha licenziato nelle scorse settimane una guida intitolata «Oltre lo sguardo», che dovrebbe servire ai pediatri per orientarsi nella gestione dei bambini che dimostrino, appunto, problematiche relative al genere.
Tale guida è stata molto contestata da associazioni come Pro Vita e persino da Marina Terragni, garante dell’infanzia, perché propone contenuti profondamente discutibili e in grandissima parte parziali o addirittura politicamente connotati. Piccolo esempio. La guida presenta il caso di un bambino di tre anni che manifesta il desiderio di vestirsi da femmina e suggerisce che la giusta scelta consista nell’assecondarlo, come se si trattasse di un caso di incongruenza di genere e non di una situazione in fondo comune in quella fascia d’età, probabilmente passeggera.
A rispondere alle critiche della garante è stata nei giorni scorsi Chiara Centenari, presentata dall’Ansa come «responsabile del Gruppo di studio diritti dei bambini della Sip e una delle autrici della guida Lgbtqia». «Quelli utilizzati contro la guida sono argomenti facilmente strumentalizzabili a livello ideologico, ma questi sono temi reali che il pediatra si trova ad affrontare», ha detto. Secondo Centenari, «le critiche non sono state sollevate da alcuna società scientifica o associazione che si occupa di salute. Abbiamo avuto molte manifestazioni di supporto da parte di colleghi che si occupano di età evolutiva, come endocrinologi, psichiatri e psicologi». Curioso: la Centenari parla a nome di una società scientifica, ma è anche socia di Famiglie arcobaleno. Viene da chiedersi dunque se intervenga in qualità di attivista o di esperta. In ogni caso, adesso potrà ritenersi soddisfatta, perché un bel gruppo di studiosi ha prodotto un documento che si propone di «offrire una risposta critica alla guida “Oltre lo sguardo” riconoscendone il fine encomiabile di ridurre stigma e discriminazioni, ma evidenziandone parimenti alcune criticità scientifiche e cliniche».
Gli estensori del documento sono i pediatri Antonio Belluzzi, Giovanni Bonini, Ivana Bringheli e Giovanni Battista Ferrero e lo psicologo Furio Lambruschi. I firmatari sono oltre 300, e molto autorevoli. Ma quel che conta è il testo che hanno prodotto e che è stato inviato alla Sip, in cui offrono analisi puntuale della guida gender. «Gli studi neurobiologici», si legge nel documento, «dimostrano che il dimorfismo sessuale correlato all’assetto dei cromosomi X e Y orienta fin dalle prime fasi della vita embrionale lo sviluppo di organi, apparati, sistema endocrino e delle strutture cerebrali primarie, determinando molte caratteristiche dell’encefalo […]. In questa prospettiva, il sesso non può essere ridotto a una semplice etichetta assegnata alla nascita, poiché rappresenta una componente biologica che interviene lungo tutto il processo di sviluppo».
In particolare, gli esperti smontano il cosiddetto approccio affermativo che permea la guida della Sip, e che da anni ormai è imposto a livello internazionale benché privo di adeguate basi scientifiche, come del resto fanno notare da tempo associazioni come Family Day (che sui temi gender porta avanti un produttivo confronto con le strutture ministeriali). «Alla luce delle evidenze attuali», dicono i firmatari, «non è possibile considerare dimostrata l’efficacia dell’approccio affermativo nel promuovere percorsi di transizione precoce, sociale e poi medica, facendo riferimento esclusivo al modello del minority stress (stress della minoranza) come si evince dalla guida promossa. La letteratura indica infatti che, in molti casi, il disagio psicologico e la psicopatologia precedono o accompagnano l’emergere del disagio di genere».
Viene sbriciolato anche l’argomento più usato dagli attivisti, quello secondo cui i «bambini trans», se non assecondati, sarebbero a elevatissimo rischio suicidio: «La suicidalità non può essere attribuita in modo diretto e univoco alle reazioni delle figure di riferimento, trattandosi di un fenomeno multifattoriale. In questa prospettiva, […] i dati invitano alla cautela nell’interpretare gli esiti psichiatrici dei giovani che richiedono percorsi di riassegnazione di genere, poiché il rischio suicidario appare strettamente intrecciato a comorbilità preesistenti e ad altri fattori di vulnerabilità, inclusi i disturbi neuro evolutivi».
A differenza di ciò che sostiene la guida della Sip, dunque, è per lo meno problematico decretare che i bambini dovrebbero essere totalmente assecondati non appena manifestano una problematica di genere o addirittura avviati sul percorso di transizione, anche soltanto consentendo loro di assumere un nome femminile se maschi o viceversa. «La transizione sociale precoce non è un atto neutrale di semplice accoglienza», leggiamo nel documento, «ma rappresenta un intervento psicologico di forte impatto, con effetti potenzialmente iatrogeni. La letteratura clinica e le sintesi più recenti mostrano che la transizione sociale anticipata può ridurre la probabilità che il disagio di genere si desensibilizzi nel tempo, incanalando il minore verso percorsi di medicalizzazione a lungo termine, inclusi bloccanti puberali e ormoni cross-sex». Tradotto: se un bambino viene trattato come se fosse trans, è possibile che sia avviato lungo una strada dolorosa e senza ritorno.
«L’attenzione alla prevenzione dello stigma verso le persone con orientamento affettivo-sessuale non eterosessuale è doverosa e condivisibile», concludono gli studiosi contestatari, «ma non può tradursi in protocolli che, di fatto, comprimano la libertà clinica del pediatra, scoraggiando l’esplorazione diagnostica, la valutazione delle comorbidità e l’adozione di un approccio differenziato caso per caso. La responsabilità deontologica e legale dei professionisti sanitari, alla luce delle evidenze scientifiche attuali, implica di non assecondare automaticamente ogni auto-definizione identitaria come dato definitivo, soprattutto in età evolutiva, ma di accompagnare il minore in un percorso di comprensione e integrazione della propria realtà psicofisica».
Non siamo di fronte a critiche mosse da militanti politici: qui ci sono centinaia di medici che chiedono con serie motivazioni la revisione della guida della Sip. E ci auguriamo che vengano ascoltati, ed eventualmente smentiti sulla base di evidenze scientifiche e di non diktat ideologici. «Le linee guida Sip contengono posizioni non supportate scientificamente», dice alla Verità il professor Tonino Cantelmi, fra i sostenitori del testo. «Accogliere la persona non significa trasformare l’accoglienza in una conclusione sull’identità. Questo mi sembra un grave errore non supportato da alcun documento scientifico. Inoltre, non stigmatizzare la patologia non significa che ogni sofferenza associata alla disforia di genere dipenda soltanto dall’ambiente, ma rimane fondamentale fare un’adeguata valutazione clinica. Infine», conclude il professore, «si può legittimamente raccontare un linguaggio rispettoso e aggiornato, ma quando il linguaggio esprime scelte culturali e valoriali, non è più scientifico bensì ideologico. Per me il criterio conclusivo è quello di senz’altro integrare, ma non confondere. Esplorare e valutare scientificamente non significa invalidare. Attendere non significa ostacolare, ma forse rispettare i tempi e il percorso di ciascuna persona».
Questo è il problema: gli attivisti non vogliono attendere né rispettare la diversità. Vogliono solo imporre un modello unico, anche se a farne le spese sono bambini di tre anni.
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