La rinuncia apparente al greenpass antifa non impedisce comunque a Più libri, più liberi di escludere alcune delle case editrici che si erano rifiutate di uniformarsi al regime. Così agisce il potere costituito: presidia, seleziona, autorizza, inibisce, il tutto con i sostegni pubblici – quelli non mancano mai. Allo stesso modo la fonte assoluta del potere in Europa, l’Unione europea ha confermato proprio ieri di aver deciso di togliere i fondi alla Biennale perché Pietrangelo Buttafuoco ha voluto che il padiglione della Russia rimanesse, insieme a quello israeliano e di molti altri Stati dai «profili umanitari» contestati.
Il motivo è l’essersi rifiutati di allinearsi alle sanzioni economiche che la Ue sta comminando ormai da anni alla Russia a sostegno dell’Ucraina. In passato si sono visti due episodi di boicottaggio alla Biennale: dal 1968 al 1993 il Sudafrica fu di fatto estromesso dalla manifestazione con il tocco teatrale dell’«interruzione», nel 1968, del suo padiglione il quale fu chiuso a metà manifestazione per «razzismo». Il secondo caso fu per la Spagna il cui padiglione, tra il 1968 e il 1975, non fu precisamente chiuso ma divenne luogo di contestazioni, manifestazioni, proteste e condanne per il regime franchista con tanto di «padiglioni Spagna alternativi». In questi due casi, ma più in generale in tutto il post Sessantotto, la Sinistra usò la Biennale come oggi sta usando Bologna: per fini politici in linea con gli insegnamenti gramsciani.
Per la Sinistra l’accesso alla sfera pubblica, dai passi carrai ai padiglioni della Biennale, ha sempre costituito un privilegio condizionato da un più o meno esplicito certificato di conformità rilasciato dal Tribunale del Popolo e l’esclusione selettiva del «nemico controrivoluzionario» rappresenta parte integrante e irrinunciabile dell’idea di «spazio pubblico» che caratterizza la visione di chi esercita il potere in una casamatta del potere. Oggi condizionamenti e filtri ideologici giungono anche da strutture sovranazionali e sono presentati come «necessità» se non addirittura come «doveri» da esercitare contro un nemico con il quale si sarebbe indirettamente in guerra. Preferiamo non approfondire dove ci porterebbe la coerente conclusione di questo discorso, ma ci pare interessante notare come l’uso politico della cultura sia uno strumento che nasce con i totalitarismi novecenteschi ma tale rimane anche se a spingerlo è la signora Kaja Kallas e non Andrei Zdanov. Inoltre, se il concetto di «uniformità ideologica» come valore sopravvive in un organo collegiale come la Ue, allora potremmo pensare che il progetto tecnocratico del Globalismo altro non sia oggi che la riproposizione della vecchia minestra novecentesca adattata allo straniamento dell’epoca dei social. Come in passato la Biennale abolì il concorso artistico perché «asservito al profitto», oggi si dovrebbe decidere di escludere la Russia da un contesto strettamente culturale non per motivi culturali ma politici. In pratica si sta facendo l’apologia delle Biennali di Carlo Ripa di Meana, quelle che, dal 1974 al 1978, furono le più solerti guardiane dell’ideologia dettata da Pci e Psi, già allora presidianti la casamatta della cultura e dell’arte.
Ma allora non ci voleva Buttafuoco, ci voleva un funzionario del ministero della Cultura nominato da un governo di sinistra – non sarebbe stato arduo trovarlo – il cui compito sarebbe consistito nel trovare una veste «culturale» per l’esclusione della Russia. Buttafuoco non è questa cosa, è semmai il contrario, è testimonianza di pensiero non conforme, di nicchia, controcorrente e dissonante, non è il funzionario esecutore ma garantisce un’altra cosa che pensavamo alla Destra interessasse più della continuità col Gramscismo: la concezione dell’arte e della cultura come espressione eterna dello Spirito dentro un cammino ininterrotto che si chiama Tradizione.
Lamentarsi delle libere scelte di un uomo libero che coglie, nella sua mansione, un successo mondiale di critica e pubblico è cosa possibile ed anche legittima, ma è di sinistra. È infatti la concezione gramsciana della cultura che prevede una subordinazione di forme e contenuti artistici alle finalità politiche ed è esattamente l’opposto di quanto la cultura di destra, dalla quale Pietrangelo Buttafuoco proviene, esprime. Del resto il fatto che lui sia ancora lì malgrado gli attacchi da varie parti testimonia non solo la volontà di terminare una missione che ai tempi della nomina sembrava impossibile, ma anche la consapevolezza che esiste un mondo, fuori e dentro il governo, che sa benissimo a cosa servono i funzionari di partito, dagli uffici comunali alle fiere editoriali, e ne diffida.
Il valore della cultura, in una visione di destra, non risiede nella sua capacità di certificare virtù ma nella capacità di partecipare ad un ordine che non si esaurisce nel tempo storico e che riconduce l’esistenza al suo fondamento metafisico riconciliando così, in senso tragico, l’uomo con il mondo; al contrario, nella visione di sinistra, arte e cultura non hanno motivo di esistere come «divertimenti borghesi» ma solo in funzione rivoluzionaria e pedagogica. Questo governo nacque tra grandi aspettative, in ambito culturale in particolare, e non è un caso se il rapporto con tali aspettative pare essere l’argomento politico decisivo per il suo presente e il futuro.
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