Dunque tutto è bene ciò che finisce come previsto. Michele Mari, scrittore peso massimo di Einaudi, ha vinto il premio Strega come fin dal primo giorno era stato immaginato e pronosticato dagli addetti ai lavori. Ha vinto, come ha fatto notare Repubblica, nonostante le polemiche che lo hanno travolto a proposito della memoria di Michela Murgia.
Per chi non ricordasse la vicenda, ricostruiamo brevemente l’accaduto. Il fattaccio avrebbe avuto luogo settimane prima della premiazione, in occasione di uno dei vari eventi a cui i finalisti del premio partecipano a fini promozionali. Durante un viaggio in pulmino assieme ai colleghi, Mari avrebbe detto, in estrema sintesi, che Michela Murgia era una femminista arrabbiata perché era brutta. Lo avrebbe detto conversando con una scrittrice seduta vicino a lui, rammentando vecchie frizioni con la Murgia. Le terribili parole sessiste sarebbero state però udite dalla finalista Teresa Ciabatti, e nel tempo di un sospiro sono finite sui giornali.
Tutti hanno dedicato paginate al tremendo episodio, i vertici dello Strega hanno emesso rapidamente un comunicato sibillino ma evidentemente risentito per le frasi attribuite a Mari. Il quale ha dovuto a sua volta commentare: «Non ho mai parlato dell’aspetto fisico di Michela Murgia, né mi sarei permesso», ha dichiarato. Sono seguite scuse. La Ciabatti, in una intervista, ha affermato di non avere spifferato nulla ai quotidiani.
Nel frattempo, grandi firme come Michele Serra, Corrado Augias e Aldo Cazzullo sono intervenute a difesa del romanziere per spiegare che non si può e non si deve sbattere in piazza una conversazione privata, e che non si possono attivare a piacimento comportamenti inquisitoriali non appena si ode un ragionamento sgradito. Nel frattempo, sui social la comunità letteraria italiana si è espressa con toni altalenanti. Curiosamente, anche alcuni fra i più strenui difensori dei diritti (scrittrici comprese) hanno preso le difese di Mari, qualcuno è addirittura arrivato a suggerire che ci fosse un complotto per togliergli la meritata vittoria. Conclusione: i vertici dello Strega hanno fatto sapere che, da regolamento, Mari non poteva essere escluso. Le polemiche si sono placate e Mari ha vinto.
Tutto bene dunque? Insomma. Tanto per cominciare tocca dire che probabilmente Mari si è meritato il premio, che pure è largamente sputtanato. Poi bisogna precisare che, se fosse stato escluso o penalizzato, avrebbe subito una clamorosa ingiustizia. Non esistevano prove della sua intemerata contro la Murgia, si trattava di un semplice pettegolezzo. Inoltre, ciò che uno scrittore dice nel privato (e talvolta persino in pubblico) non ha nulla a che fare con la qualità dei suoi romanzi. Non c’era dunque un motivo uno per punire Mari, anche se avesse realmente detto peste e corna della defunta collega. I maleducati sono ovunque, figurarsi se non possono vincere un premio letterario.
L’aspetto più interessante della faccenda, però, non ha a che fare con i regolamenti e le regole di ingaggio della kermesse letteraria. Il nodo vero della questione riguarda semmai la correttezza politica, il modo in cui l’intellighenzia italica interpreta e adatta la morale, il doppio standard con cui si stabilisci chi vada sommerso e chi salvato.
Il premio Strega, per gli editori, è ancora un ottimo affare, dato che le copie vendute del romanzo vincitore normalmente crescono parecchio, pur in un mercato asfittico. Dunque è possibile che alla fine abbia trionfato il peso economico e politico (in senso lato) di Einaudi, da tempo dominatrice della manifestazione. Quanto al dibattito attorno alle parole di Mari, beh, sembra che a prevalere sia stato – come dire – lo spirito di corpo. Per quanto bravo, Mari è soprattutto «uno di noi», e «noi» siamo i buoni, i superiori, quelli antropologicamente diversi e migliori. Per questa élite non valgono le regole a cui devono sottoporsi i comuni mortali. Per loro valgono la presunzione di innocenza, il contesto, le sfumature. A meno che non contraddicano platealmente il pensiero prevalente come ha fatto l’ex venerato maestro Erri De Luca, i migliori non possono essere cancellati per una parola storta. Questo è un destino che si riserva ai destrorsi, ai fascisti, ai non allineati cronici. Chi avesse osato criticare la Murgia – civilmente e mentre era ancora in vita – sarebbe stato bandito pure dal circolo delle bocce, figuriamoci da qualche premio. Non avrebbe nemmeno potuto sognare di essere considerato dal bel mondo che ruota attorno a Repubblica e alle conventicole romane. Per avere accesso a quegli ambienti serve un green pass culturale che non è manifesto e visibile, ma immateriale eppure concretissimo. Ci sono regole non scritte, che non si scrivono proprio per evitare plateali figure di palta come quella rimediata dagli organizzatori della fiera Più libri più liberi che hanno tentato di applicare il patentino antifascista. Hanno osato troppo, per disperazione, e hanno perso. Ma tutti sanno che analoghi patentini, sebbene invisibili, esistono e sono applicati quasi ovunque. Chi possiede il patentino può permettersi praticamente tutto, a patto che resti politicamente utile o almeno inoffensivo. Tutto è bene quel che finisce bene: per i buoni, del resto, non può che finire così. Omnia Munda Mari.
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