vittimometro sinistra fakir
Ansa

Vi dice qualcosa il nome di Alessandro Ambrosio? No? Era il capotreno di 34 anni ammazzato a coltellate lo scorso gennaio alla stazione di Bologna. E di Marin Jelenic il nome lo ricordate? No, vero? È il croato di 36 anni, senza fissa dimora, che ha ucciso Ambrosio a coltellate per motivi abietti: probabilmente perché il capotreno aveva fatto il suo mestiere e qualche ora prima gli aveva chiesto il biglietto.

Non risulta che la sinistra bolognese abbia convocato una manifestazione a poche ore dal delitto. Non risulta che ci siano stati cortei dei centri sociali. Né che parlamentari del Pd abbiano emesso comunicati stampa indignati o che assessori della sinistra radicale abbiano evocato celebri casi di cronaca del passato. Per la verità, qualcosa fu fatto: fu proclamato il lutto cittadino, e ci fu un presidio di ferrovieri. Il Pd inviò sul posto esponenti (sia detto con rispetto) non proprio di primissimo piano come il consigliere comunale di Reggio Emilia Antonio Casella, coordinatore nazionale dei circoli trasporti dem. Il quale colse l’occasione per polemizzare con il governo: «Chiediamo a tutte le istituzioni un’assunzione collettiva di responsabilità: va rimesso al centro un principio semplice, ovvero che la sicurezza non è propaganda, è politica pubblica, prevenzione, controlli, investimenti, contrasto alla precarietà e piena dignità del lavoro, di cui il governo è il primo responsabile a doversene fare carico».

Ovviamente salta all’occhio, e non potrebbe essere altrimenti, la differenza rispetto all’atteggiamento tenuto dalla sinistra tutta nei riguardi di Abderrahim Fakir, morto durante un fermo di polizia e immediatamente trasformato in un martire dell’antifascismo e dell’antirazzismo. Particolare curioso: ricordate gli stranieri che contribuirono a fermare Salim El Koudri, l’attentatore di Modena? Finirono su tutti i giornali intervistati come eroi. Non risulta che sia stato riservato lo stesso trattamento al marocchino che teneva Fakir per i piedi mentre la polizia tentava di ammanettarlo, né agli altri stranieri che hanno chiamato le forze dell’ordine quando l’uomo ha dato in escandescenze. Il migrante ottiene encomi e pubblicità soltanto se giova alla causa, se lo si può presentare come vittima o come eroe. Se invece agisce da buon cittadino qualunque scompare. Fakir è il martire anti polizia, il connazionale che lo teneva fermo è un’ombra in sottofondo, perché la sua presenza smonta le balle sul razzismo di Stato.

Con i morti e i feriti funziona uguale: se sono politicamente strumentalizzabili si corre a farne delle icone, altrimenti cala il silenzio. In parte è una modalità comprensibile e diffusa anche a destra. Ma a sinistra di questo doppiopesismo odioso hanno fatto un’arte. Per dire: ricordate il tifoso juventino colpito da un lacrimogeno sparato da un agente? Beh, in quel caso non ci sono state mobilitazioni in mezza Italia. È un ultrà, dunque feccia forse fascista: non giova al discorso progressista.

La casistica potrebbe essere in effetti sterminata, anche perché le ipocrisie sono varie e ben articolate. Se viene ucciso Charlie Kirk, per esempio, i più corrono a spiegare come e perché se lo sia meritato, in quanto chi semina vento raccoglie tempesta. Provate a immaginare che cosa sarebbe accaduto se un politico o un commentatore destrorso avesse detto che Fakir in fondo si è meritato la morte perché commetteva reati e si metteva in situazioni estreme da oltre un ventennio: sarebbe crollato il cielo. Del resto le condanne passate, il contesto e le aggravanti sociali valgono per Mario Roggero, per cui non va mostrata alcuna umana pietà. In compenso si deve essere comprensivi con Salim El Koudri, per cui subito si invoca l’infermità mentale. Bisogna mostrare pietà e rispetto e chiedere giustizia solo per Fakir, e guai a chi fa notare che forse non avrebbe dovuto stare in Italia.

Andiamo avanti? Bene. Si piange e ci si inginocchia per George Floyd. Ma di Henry Nowak, vittima di un Sikh e di una allucinante negligenza razzista della polizia, non si cita neanche il nome. E se lo si cita è per biasimare i perfidi sovranisti che ne fanno un simbolo. Era bianco, maschio, inutile a fini di propaganda, dunque niente magliette per lui, niente inchini, niente commissioni in memoria. Un nero uccide una ragazza bianca nella metro americana? I giornali manco ne parlano, anche se era una profuga ucraina.

Scegliete voi un caso, e troverete il cortocircuito. Kabobo uccide? È vittima della psiche malata e della durezza del sistema che non accoglie. Pamela Mastropietro? Un triste caso di cronaca nera. Un bengalese stermina una famiglia di connazionali e si dà alla macchia protetto dalla comunità? Di nuovo cronaca nera, poi il dimenticatoio. Quentin Deranque linciato in Francia dagli antifa perché difendeva delle attiviste di destra? Era un picchiatore fascista. Saman Abbas? Era vittima di un patriarcato d’importazione, dunque non appetibile come santino femminista. Ci fermiamo qui, perché il giochino è tanto facile quanto triste e disgustoso. La regola generale è: se sei immigrato sei un eroe in quanto vittima. Ma solo se risulti utile per gridare al razzismo e al fascismo. Se ti brucia vivo dentro un furgone un tuo connazionale torni buono al massimo come fugace vittima dell’Italia poco accogliente. Se fai comodo, ti celebrano, se non servi crepa in silenzio. Per la causa, dell’immigrato non si butta via niente.

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