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Ilaria Salis (Ansa)

La cifra di 300.900 euro attorno alla quale ruota ormai la vicenda giudiziaria e patrimoniale che contrappone l’europarlamentare Ilaria Salis ai suoi due ex collaboratori, Valentina Dadda e Francois Gelmetti, è appesa a una notifica. E, per ora, anche a uno scontro a distanza. Con un paradosso politico dallo snodo giudiziario: l’icona della sinistra dei diritti col licenziamento facile (sul cui casellario giudiziale figurano vari reati da movimentista radicale, dall’invasione di edifici alla resistenza a pubblico ufficiale) prova a spostare la contesa sull’irregolarità del processo e descrive pubblicamente (ma lo aveva già fatto nelle lettere di licenziamento) gli ex del suo staff come dei fannulloni.

Gli avvocati delle controparti, invece, sembrano già sul palco del Primo maggio rispetto alla sussistenza del cumulo di contestazioni che ha prodotto la fine dei contratti di lavoro. Ma il fascicolo, su un terreno particolarmente scivoloso, lascia ancora aperte delle questioni. La premessa della Salis: «Si tratta di una decisione che contesto integralmente e che ho già impugnato. Il procedimento è attualmente pendente in appello e sono fiduciosa che il successivo grado di giudizio consentirà di accertare correttamente i fatti». Poi arriva al cuore della sua linea: «Vi è un profilo particolarmente grave, ai limiti del surreale. Non ho avuto la possibilità di difendermi nel giudizio di primo grado, svoltosi in mia assenza e a mia insaputa, perché, pur essendo perfettamente note le modalità con cui notificarmi gli atti (sarebbe stato sufficiente inviare una comunicazione alla mia casella di posta elettronica o alla mia Pec), la notifica non mi è mai pervenuta».

Al momento la sentenza di primo grado afferma il contrario, dando atto che il ricorso era stato «ritualmente notificato» e dichiarando la «convenuta», ovvero la Salis, contumace. Il riferimento alla Pec, infatti, non basta da solo a dimostrare l’irregolarità della notificazione. Nel processo civile conta il rispetto delle modalità previste dalla procedura, non il fatto che una parte ritenga che sarebbe stato più semplice utilizzare un recapito diverso. La risposta non arriverà dalle dichiarazioni a mezzo stampa ma dalla relata di notifica. «Per noi parla la sentenza», si sono affrettati a dichiarare i legali dei due lavoratori, gli avvocati Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto. «Confidiamo», hanno affermato, «che la Corte d’Appello confermerà la regolarità della procedura di notifica e che in ogni caso non sussisteva alcuna legittima ragione a sostegno dei recessi intimati».

È una posizione perfettamente comprensibile sul piano mediatico. Meno sul piano processuale. Perché la sentenza non dice che le contestazioni mosse dalla Salis ai collaboratori con slang quasi padronale fossero false. Il giudice non valuta i report indicati come inadeguati, le attività rimaste incompiute, la gestione inefficiente della posta elettronica, il mancato avvio del centro nazionale di contatto con l’elettorato, le iniziative svolte senza autorizzazione. Tutte questioni contenute nelle lettere che hanno portato alla risoluzione dei contratti di collaboratori ritenuti dalla Salis non all’altezza. Ma afferma che l’eurodeputata aveva l’onere di provarle e che, essendo rimasta contumace, quella prova non è stata offerta.

Il giudice quindi liquida il danno assumendo come parametro l’intero compenso che i collaboratori avrebbero dovuto percepire fino al termine dei contratti (nel giugno 2029), arrivando così a riconoscere 147.900 euro a Dadda e 153.000 euro a Gelmetti. Sul contratto di Gelmetti, però, esiste un ulteriore elemento. Il suo accordo di lavoro prevedeva anche la possibilità di recesso con 30 giorni di preavviso. Il giudice ritiene che la Salis, stando al materiale prodotto dalle controparti, abbia esercitato il recesso immediato per giusta causa e, una volta esclusa quest’ultima, riconosce l’intero compenso fino alla scadenza naturale del rapporto. Tant’è che in «subordine» i difensori di Gelmetti chiedevano di riconoscergli almeno i 3.000 euro che il contratto prevedeva «a titolo di indennità sostitutiva del preavviso». Per il momento si va in appello. Ma se la condanna dovesse diventare definitiva, gli ex collaboratori potrebbero procedere con l’esecuzione forzata. Tra gli strumenti previsti esiste anche il pignoramento dei crediti da lavoro. E l’immunità parlamentare europea non rende impignorabile l’indennità dell’eurodeputato. Nei limiti previsti dalla disciplina applicabile, il pignoramento può arrivare fino a un terzo delle somme spettanti. Lo stipendio netto di un parlamentare europeo è oggi di circa 8.772,70 euro al mese. Un terzo corrisponde a circa 2.924 euro. Assumendo come base il solo importo della condanna di primo grado, pari a 300.900 euro, e senza considerare rivalutazione, interessi e ulteriori spese, sarebbero necessari circa 103 mesi, ovvero oltre otto anni e mezzo, per estinguere il debito. Molto più del mandato.

Negli ultimi due anni, poi, la Salis ha percepito 15.000 euro in due tranche per i diritti d’autore di un’opera della quale è autrice. Emolumenti allo stesso modo pignorabili. In questo caso l’ultima parola non la scriveranno i comunicati stampa, ma un ufficiale giudiziario.

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