Gli orfani della patrimoniale si buttano sulla monnezza. Si può sorridere, ma fino a un certo punto, rispetto all’ultima tendenza tassatrice della sinistra, che ha fatto capire in modo più o meno esplicito che una volta al governo non avrebbe grandi remore nell’introdurre un nuovo balzello contro i Paperoni o pseudo tali. Trovandosi però all’opposizione, ai democratici non restano che le leve degli enti locali (Comuni e Regioni), così gli amministratori rossi, per giunta di area riformista, hanno iniziato una gara senza quartiere a chi aumenta di più le aliquote sulla spazzatura: la Tari, appunto.
I primi incrementi dell’ultima serie sono partiti da Roma. E l’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha avuto il coraggio di spacciarli per un successo. Nelle scorse settimane è stato approvato un aumento di poco superiore al 5%. Che la giunta di centrosinistra rivendica. Motivo? L’aggravio sarebbe potuto essere maggiore e solo il lavoro certosino di recupero crediti dell’Ama (la municipalizzata dei servizi) ha evitato il peggio. In buona sostanza, la società controllata dal Comune ha individuato un bel po’ di utenze «fantasma» ed evasori evitando la maxi stangata ai cittadini. Per la serie: romani, pagate di più e ringraziate.
Non la pensa come Gualtieri, Natale Di Cola, il segretario della Cgil capitolina che non può essere tacciato di antipatie per il centrosinistra. «Si sta scegliendo», ha sottolineato il sindacalista, «la strada di far pagare alla cittadinanza l’aumento dei costi, senza tenere conto del reddito, colpendo indistintamente le famiglie con redditi medi e bassi, aggravando ulteriormente la perdita del potere d’acquisto».
E se i romani piangono, non se la passano meglio i genovesi, nonostante l’ascesa mediatica verso la leadership nazionale del loro sindaco, Silvia Salis. L’ex martellista sempre molto attenta alle mosse mediatiche e alla comunicazione si è attirata gli strali di quasi tutte le associazioni produttive (oltre che dei cittadini) incrementando la tassa su rifiuti addirittura del 5,7%. Qui oltre al contenuto, quello che ha colpito è stato il metodo che di democratico ha ben poco. «È con profonda indignazione e sconcerto che le scriventi associazioni datoriali apprendono, esclusivamente a mezzo stampa, dell’ennesimo e pesante incremento della Tari deliberato dal Comune di Genova. La convocazione d’urgenza inviata in estremo ritardo è giunta soltanto a cose fatte […] Per questa ragione, dopo un’attenta ed approfondita riflessione, Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato e Cna hanno deciso unitariamente di non partecipare all’incontro. Non ci prestiamo a fare da comparse per ratificare decisioni già prese altrove. Prendiamo atto che il Comune abbia trovato il tempo di confrontarsi per tempo con le organizzazioni sindacali per concordare le giuste agevolazioni alle fasce deboli».
In buona sostanza, l’impatto sulle famiglie dovrebbe essere contenuto (tra i 17 e 36 euro in più all’anno), mentre per le attività commerciali e le imprese che già pagavano una delle Tari più alte d’Italia si prospetta una nuova stangata.
Per nulla opaco è invece l’attacco all’immobiliare che sta portando avanti il sindaco dem di Firenze, Sara Funaro, al centro di un’inchiesta che parte proprio dalla sinistra per la doppia morale sugli affitti brevi. Mentre infatti deliberava le norme più repressive contro le locazioni turistiche, una società pubblica, la Montedomini, continuava a fare Airb&B proprio nel cuore del capoluogo toscano. In attesa dei risultati della commissione d’inchiesta, il primo cittadino non poteva esimersi dall’incrementare la Tari del 6,71%, al massimo consentito dall’Arera.
Tanto per dare qualche numero e non restare nel vago: mentre nel 2025 gli incassi da Tari arrivavano 129,6 milioni, nel 2026 si conta di recuperarne 135,8. Per sfiorare quota 140 milioni nel 2027. C’è anche un rimescolamento dell’incidenza delle quota legata al numero dei componenti del nucleo familiare (che peserà di più) rispetto a quella collegata alla superficie dell’immobile. Per cui, una famiglia media di quattro persone che vive in una casa da 80 metri quadrati spenderà 24 euro in più all’anno.
E qui ce l’altro paradosso della sinistra tassatrice. Passare dal sogno della patrimoniale contro i ricchi per arrivare alla realtà degli aumenti indiscriminati di una tassa che per come è strutturata per forza di cose finisce per impattare di più sulle famiglie con redditi medi e bassi, aggravando ulteriormente la perdita di potere d’acquisto.
Del resto che la sinistra subisca una sorta di attrazione fatale per le tasse lo dimostra anche la storia di due governatori, spacciati dal campo progressista come tra i migliori esempi di riformismo. Antonio Decaro, il presidente della Regione Puglia, già sindaco di Bari ed europarlamentare, che pronti via ha dovuto annunciare l’aumento dell’addizionale regionale Irpef per saldare il disavanzo sanitario di 349 milioni di euro. Il problema è che Decaro non ha potuto scaricare le colpe su nessuno, visto che ha ereditato il disavanzo dal suo pigmalione, Emiliano.
E Michele De Pascale che guida l’Emilia Romagna dal 2024 e si è scatenato tra aumenti Irpef per i redditi tra i 28 e i 50.000 euro, incrementi del del bollo auto e maggiorazioni Irap.
Anche in questo caso era difficile prendersela con chi l’ha preceduto, Stefano Bonaccini, che negli anni da governatore si era «mangiato» tutte le risorse straordinarie. «Forse avrei fatto così anch’io finché avessi avuto risorse straordinarie da utilizzare», l’ha giustificato De Pascale. Del resto, perché ridursi alle miserie di uno scontro fratricida, che problema c’è, basta alzare un po’ di tasse e il problema è risolto.
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