Collaboratori licenziati: Ilaria Salis incolpa il messo giudiziario
L'europarlamentare Ilaria Salis partecipa alla manifestazione “Diritto alla casa e alla città pubblica” partita da piazza Tricolore, Milano (Ansa)

Non c’ero, e se c’ero dormivo: Ilaria Salis spiega a Repubblica la sua versione sul triste episodio che l’ha coinvolta.

L’eurodeputata di Avs, ricordiamolo, è stata condannata dalla Sezione Lavoro del Tribunale di Milano a risarcire per 300.000 euro due collaboratori assunti nel 2024 con due contratti in scadenza a luglio 2029, ovvero alla fine del mandato della parlamentare, licenziati solo dopo pochi mesi, a inizio 2025, e senza preavviso. «La sentenza», dice la Salis, «che è di primo grado, non è entrata nel merito, non ha accertato che non ci fosse giusta causa. Tocca al datore di lavoro, in questi casi, presentare le prove. E le prove ci sono, ma io non ho potuto portarle: ero assente perché di quel procedimento e delle udienze non sapevo nulla».

Nulla sapevo: Repubblica chiede come sia possibile, e qui la Salis si scatena: «Nelle cause civili», racconta, «sono le controparti a dover notificare l’avvio del procedimento. Loro hanno scelto di farlo al mio indirizzo di residenza in Italia, ma io spesso sono fuori. Se non ho mai controllato la cassetta della posta? Certo, ma non ho trovato nulla. Quando l’ufficiale giudiziario è passato non ero in casa e dopo quel tentativo non ce ne sono stati altri». Dunque quando lo ha saputo? «Due mesi dopo la sentenza che mi è stata notificata il 4 maggio». Stavolta allora, chiede la cronista, la notifica è arrivata. «L’hanno mandata alla stessa residenza», risponde Ilaria Salis, «ma l’ufficiale giudiziario ha lasciato un avviso e sono andata a ritirarla».

Con il massimo rispetto per l’onorevole Salis, qualcosa qui non quadra. A chiunque di noi è capitato di ricevere una notifica di un atto inviato da un ente pubblico, fosse una contravvenzione, un avviso di riscossione, qualunque cosa. Se non siamo in casa, l’ufficiale giudiziario, il vigile urbano, o semplicemente il postino, lascia un avviso. Del resto, la stessa Salis ammette che, quando l’ufficiale giudiziario per la seconda volta non l’ha trovata in casa, ha lasciato un avviso. Perché non avrebbe dovuto farlo anche la prima volta? Tra l’altro, quando la giornalista di Repubblica le fa notare che i due ex collaboratori dicono che li ha licenziati senza preavviso, lei risponde così: «Tutt’altro. Ho cercato un confronto», racconta Ilaria Salis, «gli ho proposto di trovare una soluzione. Mi hanno risposto che c’erano due strade: continuare così o andare in tribunale». È finita nel secondo modo, aggiunge la cronista, non era meglio un accordo? «Sì», risponde Ilaria Salis, «ma a gennaio 2025 mi hanno detto che non erano possibili conciliazioni, che avrebbero contattato la stampa per rovinare la mia reputazione. Mi sono assicurata che non restassero senza sostentamento e ho chiuso».

Dunque la Salis sapeva benissimo che i due ex collaboratori si sarebbero rivolti alla magistratura, e addirittura che avrebbero contattato la stampa (cosa mai accaduta). Eppure, di fronte a una grana così pesante per un esponente politico e istituzionale, la Salis non si sarebbe più interessata della causa promessa dai due ex collaboratori. Non avrebbe chiesto a un legale di capire cosa stava succedendo, si sarebbe completamente disinteressata della vicenda. Non ha neppure ritenuto opportuno avvertire delle possibili conseguenze politiche e mediatiche di questa querelle i vertici di Avs. Non abbiamo elementi concreti per mettere in dubbio le parole di Ilaria Salis, ma possiamo esprimere tranquillamente le nostre perplessità non solo sull’intera vicenda, ma anche su questa versione affidata a Repubblica.

Intanto, quello che è certo è che l’imbarazzo di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni rispetto a questa storia è inevitabilmente destinato a crescere, man mano che emergono dettagli.

Da non perdere