no tav violenza
Durante le proteste dei No Tav, il cantiere di Chiomonte in Valle di Susa è stato attaccato su vari fronti da alcune centinaia di antagonisti che hanno lanciato bombe carta e pietre. (Ansa)

Quando il sangue sarà stato lavato via, e le lacrime asciugate e le ferite rimarginate – quelle che possono rimarginarsi: per altre purtroppo non c’è cura – allora sarà il momento di soppesare le responsabilità. E a quel punto qualche ragionamento ruvido toccherà farlo, pur rispettando il dolore di tutti. Perché quanto abbiamo visto nelle ultime ore non è frutto del caso, non è l’inevitabile prodotto della Storia, ma il risultato dell’applicazione di una visione del mondo, il frutto di politiche sconsiderate e di intrecci malsani portati avanti in nome del potere e della convenienza elettorale.

A Bologna gli antagonisti inferociti sfasciano un pezzo di città e provocano quasi 200.000 euro di danni a carico dei contribuenti, oltre al ferimento di agenti delle forze dell’ordine. Perché succede? Perché un sindaco sconsiderato del Pd indice una manifestazione di protesta dopo una tragedia (la morte di Abderrahim Fakir) di cui non si conoscono a fondo le ragioni. Succede perché la sinistra presunta moderata ha dovuto chiamare alla mobilitazione le folle per non indispettire gli estremisti con cui continua da sempre a coltivare rapporti. Solo che questi estremisti non sono controllabili, e si comportano sempre allo stesso modo: devastano, picchiano, distruggono. Poi, come sempre, i presunti moderati si chiamano fuori, anche se sono stati loro ad accendere la miccia, a coltivare l’ambiguità limacciosa nei rapporti con gli antagonisti, che nel capoluogo emiliano hanno rapporti con le istituzioni e possono serenamente entrare in Consiglio comunale.In Piemonte accade esattamente la stessa cosa, ma su scala più ampia.

A Venaus e Chiomonte si scatena l’orda dei no Tav, lancia pietre e bombe, provoca oltre 100 feriti e devastazioni varie. E siamo daccapo: chi è che consente a costoro di avere agibilità politica? Le istituzioni comunali di Venaus sono storicamente no Tav, e consentono ogni anno lo svolgimento di un festival chiamato Alta felicità, che ha legami dichiarati con gli antagonisti. Non risulta che la sinistra torinese faccia grande opposizione. Anzi, sappiamo bene come tolleri da anni le intemerate dei centri sociali, a partire da Askatasuna, che è stato più volte difeso persino dal vicesindaco di Torino. Certo, come sempre i progressisti di governo, quando capita il disastro, prendono le distanze, fingono di essere avversari dei violenti. Però di uscite pubbliche chiare non ne fanno, tacciono anche i vertici dem romani, solitamente molto loquaci. E soprattutto non riescono a rompere il cordone ombelicale: gli antagonisti portano ancora voti e sostegno, vanno tenuti buoni se non altro per non fare brutta figura con i compagni di un tempo. I risultati li abbiamo sotto gli occhi: ogni volta che se ne presenta l’occasione, i guerriglieri della domenica attaccano e giocano alla rivoluzione. E ai comuni cittadini tocca pagare il conto delle loro brutali scampagnate.

Poi c’è Berlino. Una folla enorme riempie le strade per il Gay pride. Un attentatore si lancia con un furgone sulla sfilata, provoca feriti a frotte e uccide una donna. Copione visto e rivisto. I progressisti europei hanno passato anni a gridare contro la presunta omofobia della destra e contro il ritorno del fascismo. Peccato che il sospetto assassino non sia un pericoloso nazista ma un fanatico islamista, probabilmente tale Abdul Ballout. Divenuto cittadino tedesco ma ovviamente non assimilato, è da anni un fan dell’Isis, era già stato fermato perché stava preparando «un atto di grave violenza contro lo Stato», aveva cercato di andare a combattere con lo Stato islamico in Siria ma era stato riportato in Germania. Insomma, un formidabile prodotto dell’immigrazione di massa che i sinceri democratici tedeschi ed europei favoriscono da decenni. Il disastro berlinese è la dimostrazione di quanto siano fallimentari e distruttive le teorie intersezionaliste propagandate da alcuni illustri teorici che spopolano nelle università di mezzo mondo.

Costoro sostengono che le minoranze oppresse di ogni ordine e grado formeranno un’alleanza contro il capitale e contro il perfido sistema eteropatriarcale. Immigrati, gruppi arcobaleno, antagonisti e sedicenti partigiani dovrebbero combattere assieme come se formassero un nuovo proletariato. Peccato che sia una tremenda illusione. Le minoranze hanno interessi totalmente diversi, e sono prima di tutto in conflitto fra loro. Non sono un soggetto rivoluzionario, semmai gruppi di pressione interessati esclusivamente alla proprie battaglie, e non alla democrazia e all’inclusività. Specialmente se si tratta di radicali islamici o di stranieri che arrivano da nazioni in cui vigono ancora sistemi tribali di governo.

I progressisti, in nome della retorica dell’accoglienza e delle frontiere aperte, postulano l’ingresso di culture diverse e ostili. Ancora una volta, i risultati si vedono: il cortocircuito esplode nel modo peggiore. Non è la prima volta e probabilmente non sarà l’ultima. Di Salim El Koudri e della strage di Modena non si parla più, ma anche lì non c’è da biasimare altri che i tifosi dei confini aperti. Sappiamo bene che accadrà: nessuno a sinistra penserà di rivedere le proprie posizioni. Scaricheranno le responsabilità. Daranno la colpa alla polizia assassina (come ha fatto l’Anpi a Bologna), al razzismo, al disagio sociale e psichico, alla mancata integrazione. Diranno che a uccidere sono i fascisti, sempre loro: fascisti che a volte vestono una divisa e a volte si manifestano sotto forma di attentatori musulmani. Ma la realtà è cristallina, difficile da smentire e porta una sola lezione: il progressismo provoca danni nel breve e soprattutto nel lungo periodo. Questo è il motivo per cui, come diceva quello, nel lungo periodo saremo tutti morti.

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