Lepore ha già chiuso il processo per Fakir
Il sindaco di Bologna Matteo Lepore, a margine della presentazione delle iniziative e cerimonie per la commemorazione della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto (Ansa)

Che per un uomo delle istituzioni sia opportuno, davanti a fatti tragici, schierarsi dalla parte delle vittime è cosa scontata. Nessuno che abbia a cuore la propria immagine pubblica direbbe mai, apertamente, di preferire a queste ultime i «carnefici». Come dimostra sempre più frequentemente la realtà, però, la vera difficoltà sta nello stabilire, con certezza, chi siano gli oppressi e chi gli oppressori.

Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, è convinto di esserci già riuscito, almeno per quanto riguarda la vicenda di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne marocchino deceduto dieci giorni fa in uno dei quartieri difficili del capoluogo emiliano, durante una operazione di polizia.

Ieri, nella sua prima uscita pubblica da «sindaco sotto scorta per le minacce subite», Lepore non solo ha ribadito da che parte bisogna stare (con la famiglia di Fakir e non certo con gli agenti feriti e con i cittadini danneggiati), ma – giusto per dare un’altra spallata all’equilibrio istituzionale – ha apertamente accomunato il caso Fakir alla strage di Bologna.

«Il nostro compito è essere accanto alle vittime e chiedere che ci siano tutti gli approfondimenti necessari», ma «non in 46 anni (come quelli trascorsi dalla strage alla stazione del 2 agosto 1980, ndr) perché una famiglia ha diritto di avere verità e giustizia in tempi umani», ha sottolineato il sindaco confermando, senza dubbi, la linea politica che, nei giorni scorsi, ha portato tra le sue conseguenze episodi di guerriglia urbana contro la polizia.

«Capisco che per alcuni ci sono cittadini che hanno un valore diverso da altri, ma non per noi, non per l’amministrazione comunale di Bologna che considera bolognesi dal primo giorno tutte le persone che nascono e vivono in questo territorio», ha aggiunto alzando il livello dello scontro, salvo poi augurarsi, «che d’ora in poi la tensione su quanto accaduto si abbassi».

«Quest’anno, stare accanto alle famiglie delle vittime è ancora più importante perché la città è stata ferita dalla tragedia di Fakir e ha bisogno di stringersi nella richiesta di verità e giustizia», gli ha fatto eco il segretario del Pd di Bologna, Enrico Di Stasi, trasformando l’appuntamento del 2 agosto nell’ennesimo potenziale giorno ad alta tensione.

Probabilmente 46 anni non saranno necessari per comprendere cosa è successo nelle strade del rione Pilastro di Bologna, nel pomeriggio di domenica 19 luglio.

Eppure, anche se questo può dispiacere a chi vorrebbe la verità in tasca, quella della morte di Fakir è una vicenda parecchio complessa e con un finale ancora tutto da scrivere. All’analisi dei risultati autoptici e alle testimonianze dei protagonisti andranno aggiunti gli elementi che stanno emergendo dai video che hanno ripreso la scena da più punti: l’inquadratura dall’alto (divenuta ormai nota) e le immagini della bodycam di uno dei due agenti intervenuti, mostrate in anteprima ieri sera dalla trasmissione Filo rosso, andata in onda su Rai 3.

Il filmato mostra chiaramente una ferita sulla nuca di Fakir presente fin dai primi istanti della manovra di contenimento che potrebbe rappresentare la causa del sangue ritrovato, dopo il decesso, sotto il volto dell’uomo, reso evidente da un fotogramma di un altro video.

Un dettaglio che farebbe vacillare le certezze di chi aveva dato per scontato l’uso della violenza da parte degli agenti. Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Fakir, che nei giorni scorsi commentando la presenza di sangue nei polmoni dell’uomo (emersa da indiscrezioni sull’autopsia) aveva dichiarato «tutto quel sangue l’ha inalato perché lo hanno battuto», ieri è intervenuto duramente chiedendo di «identificare» chi «ha rivelato pubblicamente, le immagini» delle bodycam «coperte da segreto investigativo» sostenendo che una tale «rivelazione costituisce reato».

A difesa della complessità della vicenda si schierano, invece, i rappresentanti delle principali Società Scientifiche dell’Emergenza-Urgenza e dell’Area Critica (Aies, Aniarti, Cosmeu, Gft, Hems, Irc, Siaarti, Siems e Simeu), respingendo la tesi secondo cui «la presenza immediata di un medico avrebbe certamente evitato la tragedia», circolata in questi giorni. «Tale affermazione non può essere considerata una conclusione scientificamente fondata. Stabilire se un evento fosse evitabile richiede infatti l’analisi completa della documentazione clinica, delle registrazioni della Centrale Operativa, degli esiti autoptici e dell’intera sequenza temporale degli eventi». Dunque «anticipare tali conclusioni significa sostituire le opinioni alle evidenze», spiegano con una nota.

Ieri pomeriggio il fratello, la sorella e la nipote di Abderrahim Fakir si sono recati in Procura a Bologna. I familiari del quarantaduenne marocchino – che dopo il tragico evento si sono rivelati particolarmente efficaci nel sostenere, microfoni alla mano, il forte impatto mediatico che li ha travolti – sono stati sentiti come persone informate sui fatti nell’ambito del fascicolo 45 bis aperto dal procuratore capo Paolo Guido e dai pm che seguono il caso.

E mentre l’eurodeputata di Azione, Elisabetta Gualmini, insieme al senatore Marco Lombardo hanno «ribadito al questore la piena disponibilità in quanto parlamentari a una collaborazione inter istituzionale» Lepore è tornata sul tema della scorta. Forse in risposta alla stilettata arrivata dal Sim Carabinieri che gli suggeriva di utilizzare agenti della polizia municipale per la protezione, il sindaco di Bologna ha specificato: «Ci tengo a chiarire che io non ho chiesto il la scorta, è un obbligo che mi è stato presentato da parte del prefetto. Ora sono nelle mani dello Stato e mi fido dello Stato».

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