«La Meloni non può andare sul Colle». E questi si chiamano Partito democratico
Elly Schlein (Ansa)

Se Christopher Nolan conoscesse il Pd, avrebbe già il soggetto per il sequel dell’Odissea. Dopo qualche giorno di silenzio, e dopo aver accantonato, in seguito al flop di Napoli, la seconda manifestazione del centrosinistra prevista a Padova, Elly Schlein torna a parlare, ma trattasi di fuffa propagandistica condita da supercazzole.

Nulla di personale, ci mancherebbe, verso la segretaria dem, che legittimamente coltiva il sogno di sfidare Giorgia Meloni alle prossime politiche come candidata premier del centrosinistra: il problema è che altrettanto legittimamente mezzo Pd e tutto il resto della coalizione sono certi che, in questo caso, sarebbe sconfitta certa. Le posizioni della Schlein infatti non convincono buona parte del suo partito e la quasi totalità degli elettori del M5s. Senza contare le divisioni programmatiche che lacerano le opposizioni, e non solo sulla politica estera.

I cervelloni del cerchio tragico di Elly, quindi, le hanno suggerito di puntare tutto sulla tematica dell’incubo-Meloni al Quirinale, trasformandolo in un nuovo totem modello-referendum, e lei si adegua: «Siccome hanno perso il referendum costituzionale», dice la Schlein a L’Aria che Tira su La7, «perché 15 milioni di cittadini hanno detto no alla riforma del governo, hanno deciso di abbandonare il premierato come riforma per non fare un altro referendum costituzionale. Ma per questa ossessione che hanno del potere, cercando di realizzare il premierato attraverso questa pessima legge elettorale che avrebbe un premio di maggioranza talmente abnorme che consentirebbe quasi da solo a chi vince di eleggere il presidente». La Schlein esclude categoricamente la possibilità che a vincere, con la nuova legge elettorale, possa essere il centrosinistra: un errore di comunicazione da matita blu. Ma andiamo avanti: «Il Quirinale», sottolinea Elly, «è una grande ossessione della destra per una cosa sola: il potere. Prima di La Russa aveva parlato anche Giorgia Meloni chiarendo lo stesso obiettivo. La Meloni al Colle? La figura del Capo dello Stato è un garante della Costituzione super partes. Come si può immaginare in quel ruolo una persona che in questo momento è a capo del governo e che guida una forza politica? È evidente che non è questa la soluzione».

In sintesi, per Elly Schlein una persona votata come premier dalla maggioranza degli elettori e a capo del primo partito italiano, sarebbe inadatta a ricoprire il ruolo di presidente della Repubblica. Il ragionamento non fa una piega: nel Pd, ma da sempre, chi ha i voti va tenuto lontano dai posti che contano, che sono riservati ai fedelissimi. Intanto, per il programma del centrosinistra se ne parla a settembre, del resto che fretta c’è: «Noi da settembre», annuncia la Schlein, «con tutta l’alleanza progressista affineremo un programma. Però ci tengo a precisare che non partiamo da zero: sono tre anni che facciamo proposte unitarie in Parlamento nel Paese. Ho chiesto ai miei alleati che si faccia un percorso partecipato, che stia in mezzo alle persone, che si nutra delle competenze della società civile del terzo settore del mondo produttivo e non che si prepari chiusi nelle nostre stanze, ma in mezzo alle persone perché c’è voglia di cambiamento, voglia anche di costruire una visione per il futuro che riaccenda una speranza nei nostri giovani».

Ma quando si tratterà di affrontare il capitolo «politica estera», sulla quale il M5s e il Pd hanno posizioni diverse, a partire dalla questione dell’invio di armi all’Ucraina, come se la caveranno i progressisti? «Sulla politica estera», minimizza la Schlein, «ci siamo già trovati d’accordo, abbiamo presentato insieme una risoluzione in cui chiedevamo di non entrare nel Board of peace. Sono testardamente unitaria perché ce lo chiede la nostra gente». In sostanza va tutto a meraviglia perché su una questione, una sola, tra l’altro non esattamente cruciale, Pd e M5s si sono trovati d’accordo. Un po’ di «ciccia» la si ritrova invece negli attacchi della segretaria del Pd al governo su temi concreti.

Antonio Tajani nel pomeriggio di ieri pubblica un video nel quale promette: «Noi vogliamo ridurre le tasse in Italia. Lo slogan sarà: meno tasse, meno tasse, meno tasse. A cosa penso? Abbattere le tasse sulle tredicesime, ridurre l’Irpef dal 35 al 33% allargando la base fino a 60.000 euro e, per esempio, abolire il bollo sulle auto o sulle moto. Idee e proposte che cercheremo di coprire anche con investimenti dei privati nei grandi progetti dello Stato. Ci riusciremo? Io sono convinto di sì». «Anche Antonio Tajani», risponde la Schlein, «ci regala il suo bel video di propaganda quotidiana e, udite udite, promette meno tasse per tutti! Se la questione non fosse seria, ci sarebbe da ridere. Tocca ricordargli che lui non è un passante, e non è nemmeno all’opposizione: è vicepresidente del Consiglio, insieme a Giorgia Meloni e a Matteo Salvini governa questo paese da quattro anni. E in questi quattro anni le tasse non solo sono aumentate, ma hanno raggiunto il record di pressione fiscale degli ultimi dodici, al 43,1%. Quando si prenderanno la responsabilità di non aver fatto niente per migliorare la vita degli italiani sarà sempre troppo tardi. Se vogliono fare una cosa utile», aggiunge Elly, «sterilizzino il fiscal drag come propongono le opposizioni, perché altrimenti quei pochi aumenti di stipendio che ha visto il ceto medio, che non arrivano nemmeno a pareggiare l’inflazione, ti fanno solo pagare più tasse e non ti arrivano in tasca».

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