Politica e salotti affascinati dagli estremisti
Il cantiere di Chiomonte in Valle di Susa attaccato da centinaia di no Tav (Ansa)

Ci sono acque limacciose in cui i ruoli si confondono, un ambiente opaco in cui gruppi sociali e interessi apparentemente opposti si sovrappongo e si spingono vicendevolmente.

Sembra in effetti di risentire certe vecchie storie degli anni di piombo, di quelle mirabilmente narrate da Giampaolo Pansa e Giorgio Bocca. Storie di aristocratici e borghesi che si eccitano al suono della parola rivoluzione, e s’incapricciano di questo o quell’estremista, forse proprio perché sanno che la rivoluzione non si farà mai davvero, e a loro non costerà nulla baloccarsi un po’ con l’idea della sovversione e della violenza palingenetica.

Bocca e Pansa – con stili e toni differenti – raccontarono il tristo spettacolo di eleganti dimore milanesi e romane che ospitavano terroristi e pistoleri, di agiati rampolli che si abbandonavano al nichilismo della rivoltella, di professori privilegiati che spedivano sul fronte i ragazzetti, magari a morire, per il gusto di immaginarsi tupamaros con il passamontagna in capo.

In quegli anni, a fianco ai due cavalli di razza del giornalismo, c’era la borghesissima Camilla Cederna, penna efficace e raffinata, che lasciò le pagine del costume per dedicarsi al complottismo sinistrorso.

Tanto che Indro Montanelli dovette demolirla: «Che dopo avere tanto frequentato il mondo delle contesse tu abbia optato per quello degli anarchici», le scrisse, «non mi stupisce: gli anarchici perlomeno odorano d’uomo, anche se forse un po’ troppo. Sul tuo perbenismo di signorina di buona famiglia, il loro afrore, il loro linguaggio, le loro maniere, debbono sortire effetti afrodisiaci».

Indro dovette ricalibrare il tiro, ma non aveva tutti i torti: non per nulla da quei tempi il radical chic è divenuto figura proverbiale, e non si è certo estinto. Nell’Italia di oggi ancora si manifesta, anche se talvolta con modi meno plateali.

E si accompagna ad una figura appena meno triste, cioè il vecchio arnese della lotta dura senza paura, ormai bollito dagli anni ma ancora ubriaco di slogan, di cui l’età ha solo peggiorato l’ottuso fanatismo. Ecco dunque i dichiaratori seriali dell’Anpi che, dopo la tragedia di Bologna, sciacallano: «Chi chiami quando la polizia uccide?» (e viene da rispondere che qui da chiamare ci sarebbe solo la neuro).

Della stessa schiatta sono tutti coloro – e non sono pochi – che in queste ore da sinistra blaterano di infiltrati violenti tra i manifestanti No Tav, segretamente gongolando per gli scontri in Valsusa.

Parliamo di gente patetica, che si infiamma quando vede botte e lacrimogeni perché pensa di trovare un senso alla propria triste esistenza fomentando o giustificando le violenze altrui.

Sapete quale è il bello? È che la più feroce e realistica descrizione di questi barricaderi da tinello non l’ha fornita qualche politico di destra ostile agli antagonisti. No, l’ha data un magistrato, una donna: la procuratrice generale di Torino Lucia Musti.

E non tanti anni fa, ma all’inizio di questo anno giudiziario. Ha spiegato che esiste una classe elevata che guarda i No Tav con «benevola tolleranza», gente che giustifica i violenti e li coccola. Personaggi, ha detto Musti, che «vanno a popolare quella che voglio sintetizzare come “area grigia”, di matrice colta e borghese, che dovrebbe per contro svolgere un’illuminata azione di deterrenza, di educazione al vivere sociale e di rispetto delle regole democratiche, riempire i vuoti, le periferie dell’anima».

Senza mezzi termini, la Musti descrisse il centro sociale Askatasuna come una associazione a delinquere. E mise in ordine le responsabilità degli antagonisti: «Abbiamo assistito», disse, «a un’escalation impressionante di comportamenti violenti rivolti nei confronti delle forze dell’ordine che, all’esito di ogni servizio di ordine pubblico, contano i feriti».

E aggiunse: «Non posso non rilevare che la ripetitività di tali azioni, l’ampliamento e la scelta di molteplici e diversi obbiettivi (blocchiamo tutto), come rappresentazione della volontà di colpire con forme violente, anche con pregiudizio dei diritti altrui e scagliandosi a volte su quella parte di lavoratori preposti alla tutela dei loro stessi obbiettivi, la presenza costante di taluni personaggi ripetutamente denunciati e processati, siano in realtà il segnale che manifestare per diritti propri o altrui sia lo specchietto per le allodole per nascondere una finalità diversa che è proprio quella della turbativa dell’ordine pubblico e dell’intento dell’utilizzo delle piazze quale strumento di lotta al di fuori del contesto democratico e in violazione della legalità».

La procuratrice concluse descrivendo le intemerate antagoniste come «un agire organizzato in cui si finisce per minimizzare il grave disvalore, non solo giuridico ma sociale, delle condotte violente commesse in occasioni di pur legittime manifestazioni di protesta e che invece finiscono con delegittimare chi protesta pacificamente».

Sembra che oggi queste parole siano state completamente dimenticate. Eppure sono state pronunciate alla fine di gennaio, pochi mesi fa. Da una procuratrice, una giudice donna. E a noi risultava che i giudici, per la sinistra, fossero una sorta di feticcio, o almeno così avevano capito durante la campagna referendaria. E allora perché la sinistra di quella giudice non tiene conto? Perché i progressisti continuano a minimizzare le violenze o a giustificarle o a delirare di infiltrati e complotti?

Forse perché quella borghesia complice di cui la Musti ha fatto il ritratto si compone proprio di elettori liberal, e magari ne fanno parte pure alcuni illustri esponenti politici. Il punto è che la sinistra, nemmeno quella sedicente moderata che condanna a parole le violenze, non può rompere con i No Tav.

Se non altro perché almeno due componenti del cosiddetto campo largo stanno apertamente con i contestatori. Vale per Avs e soprattutto per i 5 stelle. Andrea Russi, capogruppo pentastellato in consiglio comunale a Torino, si è esibito in queste ore in magnifici contorsionismi: «Rivendichiamo una battaglia politica e popolare», dice schierandosi con gli antagonisti, salvo aggiungere: «Condanniamo le violenze».

Anche Chiara Appendino, nome pesante del Movimento, è schierata con i No Tav. È questa la «zona grigia», la palude politica che consente agli estremisti di prosperare. La procuratrice torinese Musti è stata più chiara di quanto mai lo saranno i vertici dem. Ha detto la triste verità. Ma a sinistra lo dimenticano: l’afrore che si respira in Valsusa su certi progressisti ha ancora effetti afrodisiaci.

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