Siamo sempre lì, alla strategia della tensione. A sinistra i compagni la usano per sostenere che gli scontri di piazza e gli assalti alla polizia non sono contro lo Stato e le istituzioni, ma contro di loro.
Insomma, da Elly Schlein a Matteo Lepore, invece di fare mea culpa per non aver preso le distanze da cattive compagnie, puntano il dito. Gli sfascisti rossi mettono a ferro e fuoco Bologna? Per la sinistra non sono figli suoi, a lungo coccolati concedendo gratis l’occupazione di centri sociali.
No, sono infiltrati, uomini delle forze dell’ordine o, peggio, dei servizi segreti, penetrati all’interno degli spazi di aggregazione e dei movimenti per creare il caos e consentire la repressione da parte delle forze reazionarie.
A Chiomonte centinaia di black bloc assaltano il cantiere della Tav, ingaggiando una guerriglia contro agenti e carabinieri? I compagni sospettano che l’operazione sia stata organizzata dall’abile regia di un grande vecchio, che tira le fila di agenti del doppio gioco, forze oscure che puntano a sabotare la democrazia per spaventare l’elettorato.
È la tesi che per anni ripeterono politici e intellettuali, i quali rifiutarono di guardare in faccia la realtà, ovvero la nascita del partito armato, cresciuto nelle piazze con Lotta continua e Potere operaio e rafforzatosi poi attorno a qualche nostalgico della Resistenza tradita. La protesta sfociò nel terrorismo, una scia di sangue, di cui furono vittime uomini delle forze dell’ordine, magistrati, docenti e giornalisti, che dagli anni Settanta arrivò fino al Duemila. Un fenomeno che la politica, di sinistra, e i radical chic rifiutarono di vedere.
Ieri citavo Giorgio Bocca: per il grande giornalista le Brigate rosse furono a lungo sedicenti, cioè terroristi neri o di Stato camuffati da compagni. Umberto Eco, da semiologo, spiegò che i comunicati delle Br erano chiaramente scritti da un appuntato dei carabinieri. Lo stile, dunque, era quello dei servizi deviati, dei nemici delle forze progressiste. Si voleva fermare l’avanzata del glorioso Partito comunista, impedire che gli italiani scegliessero la democrazia per instaurare un regime autoritario. La tesi è ribadita anche oggi.
Ad Agorà, Maurizio Maggiani, autore del Coraggio del pettirosso e vincitore di premi Strega, Viareggio e Campiello, la scorsa settimana ha spiegato che i centri sociali sono infiltrati da agenti sotto copertura e dunque è evidente che, se durante una manifestazione scoppia una guerriglia come quella vista a Bologna, è perché «qualcuno» vuole alimentare la tensione.
Non molto diversa è la tesi di Elly Schlein. Riferisce il Corriere della Sera che la leader del Partito democratico, nonostante abbia taciuto per due giorni dopo gli scontri di Chiomonte, ha riflettuto molto. «C’è soprattutto un punto che la lascia perplessa: la facilità di infiltrazione dei violenti, anche in manifestazioni con migliaia di persone pacifiche. “Cosa fa l’intelligence?”, si domanda la segretaria del Pd. E ancora: “Com’è possibile che i violenti riescano sempre a infiltrarsi?”».
Già, i violenti. Si finge sempre di non vedere che chi assalta la polizia e mette a ferro e fuoco una città è figlio della sinistra, «compagni che sbagliano», certo, ma che fanno parte dell’album di famiglia.
Come negli anni Settanta, si fatica a riconoscere che i centri sociali, lasciati crescere dalle giunte progressiste, sono spesso covi di antagonisti che sempre più assomigliano a terroristi. Quelli che picchiano, lanciano pietre contro gli agenti, incendiano camionette e divelgono cestini dei rifiuti o pali della segnaletica stradale, per scagliarli contro le forze dell’ordine, non sono infiltrati: sono militanti politici cresciuti a sinistra e quando la stessa sinistra lo ammetterà, prendendone le distanze fino a chiedere la chiusura dei centri sociali e il divieto di manifestazione, sarà meglio per tutti.
Soprattutto per quegli italiani che la sottovalutazione del terrorismo da parte del Pci e dell’area che faceva riferimento ai comunisti la ricordano bene.
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