carc violenza
(Ansa)

Ci sono parole che conservano intatta la loro forza: una di queste è «imporre». Perché un governo normalmente si elegge, si fa cadere o si sostituisce. Quando invece qualcuno scrive che bisogna «imporre un governo», vale la pena continuare a leggere. Soprattutto se proviene dall’Agenzia di stampa Staffetta rossa del partito dei Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, che sognano ancora di poter guidare una rivoluzione proletaria.

Ieri bastava aprire il loro sito web per capire da che parte fischiasse il vento. In cima alla pagina campeggiava un articolo pubblicato lunedì: «Cacciare il governo della repressione e dell’eversione e imporre un governo che attui la Costituzione». Il bersaglio è naturalmente Giorgia Meloni. Ma fermarsi al proclama contro l’esecutivo significherebbe perdere la parte più interessante dello scritto. Nelle righe che seguono, infatti, prende forma un ragionamento più ampio. Il punto di partenza è la contrapposizione tra la Costituzione e quella che Staffetta rossa definisce «legalità borghese». L’articolo, infarcito di retorica anni Settanta con passaggi sulla «classe dominante» e sulle «masse popolari sottomesse», arriva a sostenere che violare le leggi, in determinate circostanze, sarebbe «giusto oltre che necessario». La ricostruzione, insomma, attribuisce al movimento il diritto politico di collocare alcune azioni al di sopra della legalità, nascondendosi dietro la Costituzione. Che diventa, così, contemporaneamente bandiera, fonte di legittimazione e criterio attraverso il quale stabilire quali leggi meritino obbedienza. Poi si passa alle piazze. Bologna e la Val di Susa vengono indicate come la «risposta migliore» a una non meglio specificata «rappresaglia» messa in campo dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. L’indicazione è quella di non «indietreggiare», di «avanzare compatti» e, soprattutto, di evitare che il movimento venga diviso tra «buoni» e «cattivi». Il contesto rende la scelta delle parole non marginale. Staffetta rossa non rivendica esplicitamente i singoli episodi di violenza, ma fa una scelta politica precisa: proprio mentre indica quelle mobilitazioni come esempio, rifiuta la distinzione tra le diverse anime del movimento sulla base dei comportamenti tenuti in piazza. E quella che presenta come «repressione» non viene considerata un ostacolo, ma come un’opportunità. Procedimenti penali, multe e misure cautelari, secondo Staffetta rossa, devono servire a «estendere l’organizzazione, rafforzare la mobilitazione e far crescere il movimento». A leggerlo tutto di seguito, il percorso è meno confuso di quanto possa apparire: la protesta produce repressione, la repressione deve alimentare altra mobilitazione, la mobilitazione rafforza l’organizzazione e l’organizzazione deve trasformarsi, alla fine, in potere politico. Staffetta rossa non propone semplicemente di mandare a casa la Meloni per sostituirla con uno dei leader dell’attuale opposizione. Non auspica neppure una nuova stagione di larghe intese. L’obiettivo è costruire le condizioni per «imporre un proprio governo».

Si chiama governo di «Blocco popolare». Per un istante il riferimento alla necessità di sostituire l’attuale maggioranza con una diversa soluzione politica ricorda il piano Garofani, scoperto qualche mese fa proprio dalla Verità. Ma soggetti, linguaggio e progetto politico sono completamente diversi. Ma chi parla attraverso Staffetta rossa? Una prima risposta è contenuta nelle pubblicazioni degli stessi Carc. Nel 2021 l’agenzia viene presentata sul sito del partito come l’agenzia di stampa dei Carc. E la sua funzione viene descritta con una formula interessante: «Organo d’opinione, orientamento e agitazione». In fondo a quella comunicazione compare in qualità di responsabile Marco Coppola. Passano tre anni e la qualifica diventa ancora più chiara. Il 10 maggio 2024 un articolo dedicato allo sciopero dei giornalisti porta in calce la firma del «direttore» Marco Coppola. Ma sarebbe sbagliato considerare Coppola semplicemente come l’uomo che si occupa della propaganda dei Carc. Nel luglio 2025 il sito del partito pubblica un’intervista nella quale Coppola viene presentato come «commissario della Federazione campana» dei Carc. E qui si innesta un’altra storia. È contenuta in 23 pagine che portano l’intestazione della Procura della Repubblica di Napoli. Gruppo di lavoro sul terrorismo. Il 17 aprile scorso il sostituto procuratore Maurizio De Marco firma un decreto di perquisizione. Tra gli indagati compare anche Coppola. Le ipotesi di reato indicate nel provvedimento comprendono gli articoli 270-bis (associazione eversiva) e 414 (apologia del terrorismo) del codice penale. Con richiami agghiaccianti: «Brigate Rosse» e «Nuove Brigate Rosse». Lo snodo su Coppola, contenuto nella documentazione giudiziaria, lo indica come l’uomo che si dedica ai simpatizzanti più giovani: «Si cura di formare […] disciplina e obbedienza al partito». Avrebbe partecipato anche alla formazione di una fantomatica «Brigata Simon Bolivar» che, in quel momento, a leggere la documentazione investigativa, era in fase di costituzione e raccattava attivisti. Ma Coppola, a leggere le carte giudiziarie, avrebbe avuto anche «un ruolo di rilievo nel processo decisionale, a livello nazionale», nei Carc. Con «frequenti viaggi a Milano», dove ha sede la Direzione nazionale del partito. Proprio quella che vorrebbe «imporre» il nuovo governo, quello del Blocco popolare.

Intanto, sul fronte No Tav, ieri due ventenni tedeschi, fermati dalla Digos a Susa dopo gli scontri di sabato e prima che potessero raggiungere il confine, sono stati indicati dagli investigatori come parte del blocco nero che ha devastato soprattutto il cantiere di Chiomonte. Arrestati in flagranza differita, devono rispondere di devastazione e lesioni personali in concorso e sono indagati anche per resistenza a pubblico ufficiale. La Procura di Torino ha chiesto per entrambi la custodia cautelare in carcere per le «sussistenti esigenze cautelari che ne rendono necessaria l’applicazione». I due, detenuti alle Vallette, non hanno risposto alle domande del gip e hanno negato ogni addebito con dichiarazioni spontanee. La difesa ne ha chiesto la scarcerazione. Nei loro zaini sono stati trovati abiti neri, guanti e maschere antigas. La «repressione» sarebbe questa.

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