Esiste un gruppo di 20 Paesi che puntano a togliere poteri a Bruxelles e a trasformare l’Europa?
«Sì, gli Stati europei si muovono singolarmente e l’Unione non è più compatta. Non è chiaro cosa questi governi vogliano fare, sicuramente cercano accordi tra di loro, nelle maglie delle istituzioni europee e, più che a cambiare le regole, mirano ad aggirarle. Come dire, le nazioni pensano a sé stesse e non mi sembra credano ancora nell’Unione europea, come se da questo momento ci fosse l’intenzione di agire da soli. D’altronde la storia dei Volenterosi sull’Unione europea ha aperto una strada, io lo definirei quasi un punto di non ritorno. Perché è vero che c’è stato lo stanziamento collettivo dei 90 miliardi da parte dell’Ue, ma poi? In quel caso si è sfaldata la compattezza dell’Unione. Ora sembra che per ciascuno Stato sia quasi più facile muoversi senza Ue, scardinando l’istituzione».
Le istituzioni europee andrebbero cambiate?
«Sì e se non si riesce a cambiare in fretta l’apparato, si rischia di far saltare l’Unione europea. C’è un attivismo dei singoli Paesi ma non credo che questo sia il modo migliore per arrivare a una soluzione coesa, piuttosto questo atteggiamento porterà a una frammentazione e non a un cambiamento come andrebbe fatto. I Paesi si alleano in squadre, gruppi di governi che così non fanno bene l’uno all’altro. Noi abbiamo bisogno di una politica monetaria perché non abbiamo una vera politica di bilancio. Il Patto di stabilità pone regole che devono essere rispettate dai singoli Paesi. Ma questo viene visto non in un’ottica complessiva europea. Non esiste un fisco europeo e soprattutto si impone la riduzione del decifit a prescindere».
Riuscirà Giorgia Meloni con il documento scritto con il cancelliere Merz a ridisegnare le procedure dell’Unione?
«Fa parte del necessario nuovo attivismo delle nazioni: poiché è tutto paralizzato, ci sono i vari assi, tra cui anche questo. Ma da soli è impossibile ridisegnare le linee complessive. Non vedo un vero accordo sulle questioni essenziali».
Esiste un potenziale motore italo-tedesco quindi?
«Esiste ed è importante per cambiare le regole su concorrenza e aiuti di Stato, per permettere il rafforzamento delle imprese, soprattutto. La regolamentazione antitrust non è più adeguata alla visione mondiale: per esempio, perché vietare la nascita di grandi imprese che potrebbero far concorrenza a quelle di Cina e Usa? Sono regole vecchie, nate per evitare che ci fossero realtà prevaricanti dei singoli Stati nei confronti degli altri. Le regole contro gli aiuti di Stato sono obsolete perché bisogna concorrere con Usa e Cina che hanno grandi aiuti pubblici. Quando non c’era l’Europa le grandi aziende partecipate sono nate anche grazie al capitale pubblico».
La provoco: si stava meglio prima?
«No, dico che l’Unione è nata in un momento in cui non c’era il mercato globale: pensate a un condominio, il problema di Bruxelles è sempre stato quello di fare andare d’accordo gli inquilini. Ma c’è una città che va avanti e si ingrandisce, mentre noi litighiamo e perdiamo occasioni di crescita e miglioramento. Le regole fiscali europee sono fatte soltanto per impedire che le singole politiche fiscali creino problemi agli altri Stati e bloccano la possibilità di avere un mercato europeo forte e competitivo con gli altri continenti. Siamo privi di uno strumento di politica economica forte».
Ma c’è la possibilità che l’Italia in qualche modo possa sostituire la Francia nell’asse con i tedeschi?
«Ci vorrebbe un asse tra i grandi Paesi, servono tutti all’appello. La Germania fino a oggi ha impedito l’introduzione del debito europeo, per esempio. In pratica nessuno vede l’interesse complessivo: se la Germania inizia a correre più dell’Italia, è un vantaggio anche per noi perché si traina l’economia del nostro Paese. L’importante è la non paralisi, altrimenti meglio essere liberi e senza vincoli. L’Europa così non ha senso. Italia e Germania hanno in comune l’industria manifatturiera, in questo campo c’è grande interesse tra i due Paesi. In altri settori c’è più sintonia tra Germania e Francia, penso al settore automobilistico. Ma va bene così, è normale».
Perché gli eurobond sono uno scoglio? Si tratta di un elemento divisivo?
«Gli eurobond sono il punto centrale della questione europea: sono divisivi perché ci sono Paesi come la Germania che hanno paura della mutualizzazione, ovvero della condivisione dei debiti. Ma l’emissione di debito europeo non serve solo a finanziare i grandi programmi di sviluppo: si tratterebbe di titoli sicuri, safe asset globali su cui la finanza mondiale può investire, dando più importanza all’euro. Oggi, per esempio, c’è un problema di minore fiducia nel dollaro. Il bilancio americano è finanziato da tutto il mondo, perché la maggior parte dei risparmi globali vanno lì. Gli eurobond potrebbero attrarre risparmio in modo da diventare concorrenziali con gli Stati Uniti: il debito europeo, in modo massiccio, e non come per il Pnrr in modo frazionato, potrebbe restituire un ordine globale. Nascerebbe una terza gamba, vicina a quelle di Usa e Cina».
Mentre resta un tabù?
«Sì, perché c’è questa idea per cui ci si indebita per coprire spese nazionali: in realtà il debito comune sarebbe la scelta regina per rilanciare l’Europa. Ma purtroppo i Paesi del Nord non lo vedono di buon occhio, dando vita a una spaccatura mediterranea: pensiamo ancora al Pnrr, l’Italia aveva le risorse però non è stata in grado di sfruttarle. Questa è una triste verità per tutti».
Insomma, l’Unione europea così può andare avanti o a forza di cooperazioni rafforzate va a disgregarsi per tornare a formule pre Maastricht?
«Non si può andare avanti così, l’Europa ne esce frammentata e massacrata. Se restiamo con queste regole in ogni caso ci disgregheremmo. Le cooperazioni possono essere dei singoli esperimenti, ma le piccole unioni dentro l’Unione sarebbero limitanti. Finirebbe per esserci un timone di comando di pochi Paesi, perdendo il significato dell’Ue. Non credo che questo possa essere un assetto istituzionale sostenibile».
Ha ragione Trump a indicare in Pechino il problema sistemico? L’Italia che margini di movimento ha?
«Pechino non è un problema sistemico, Trump vuole agire in modo unilaterale nella sua sfera di interessi: ovvero, America First. A questo punto il presidente Usa non è neanche interessato ad andare allo scontro con Pechino perché la Cina è diventata una grande potenza economica. Il problema è la necessità di un nuovo accordo globale, con tutti, inclusi Europa e Cina. Lo sviluppo della Cina diventerebbe un problema in caso di conflitto, ma non lo è a prescindere: pensiamo all’importanza dell’importazione a basso costo. Si deve calcolare anche quanto i prodotti cinesi incidono sulla produzione italiana e rappresentino un valore. Non si può vedere soltanto il problema dal punto di vista del consumatore, c’è anche quello di chi produce. Il margine del movimento deve essere per forza europeo: ma finché c’è la guerra in Ucraina, l’Europa non può “disubbidire” agli Stati Uniti per via dell’ombrello di difesa americano. Solo la fine della guerra consentirà di ristabilire una possibile negoziazione tra Europa e Cina: diciamolo, la pressione americana tarpa lo sviluppo di qualsiasi nostro rapporto con la Cina».
Un anno di dazi: il bilancio è meno catastrofico del previsto? E perchè?
«Non abbiamo ancora avuto gli effetti veri e propri della guerra dei dazi, si tratta di una politica conservativa che danneggia tutti: i dazi sono stati imposti dagli Usa in modo diversificato e quindi è presto per fare un bilancio anche perché c’è una mutazione sulle stesse imposte. Il vero problema è proprio l’incertezza, e ricordiamoci che l’incertezza è la più grande nemica dell’economia. Restiamo a guardare, anche negli Usa l’effetto inflazionistico è limitato ma sicuramente si sono rotte le regole globali liberali, perciò diventa innegabile che un Paese come gli Usa, per motivi economici o punitivi, sta generando disordine. E il disordine non conviene a nessuno».
Rifarebbe il ministro in futuro? Ci fa un bilancio tra ricordi migliori o peggiori?
«Non mi pongo il problema perché non so chi mi chiamerebbe mai oggi, io sono stato a disposizione. Il mio è un bilancio positivo, vi ricordo che ottenni il deficit più basso degli ultimi 20 anni… Lo ritengo un risultato più che buono. Come adesso è positivo che il governo Meloni stia comprimendo il deficit e stabilizzando la finanza pubblica. A parte questo governo che è stabile e durerà, gli ultimi esecutivi sono stati brevi e traballanti. Se proprio devo proprio elencare un aspetto tra i peggiori del mio mandato… quello di aver ho dovuto agire in difesa e non avere avuto il tempo di imporre il mio pensiero. E perché no, il tempo anche di imparare, perché quando ho capito il mestiere di ministro al 100% sono dovuto andare via».