La prima Vespa in commercio, la «98» del 1946 (Piaggio Group)
Un viaggio a puntate attraverso gli 80 anni della Vespa, tra guerra, ricostruzione e mito industriale italiano. Il 23 aprile 1946 la Piaggio depositava il brevetto del modello. L’idea nasceva nel 1944, durante lo sfollamento degli stabilimenti a Biella, quando l’ingegnere Renzo Spolti realizzò il prototipo «Paperino», ispirandosi agli scooter dei parà americani. Sarà poi Corradino D’Ascanio a rielaborarne il progetto, fino a definirne la forma definitiva dello scooter più famoso del mondo.
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Lo stabilimento Piaggio di Pontedera (Pisa) era diventato un obiettivo strategico per i bombardieri anglo-americani, perché lì era cominciata la produzione dell’unico bombardiere quadrimotore italiano, il P-108. Il 21 gennaio 1944, poco dopo che la fabbrica fu occupata dai tedeschi, i B-24 del 449th Bomb Group rasero al suolo lo stabilimento del marchio fondato nel 1884 a Genova.
Enrico Piaggio, allora alla guida dell’azienda, decise il trasferimento della produzione superstite a Biella, dove le maestranze e i macchinari trovarono ospitalità presso lo storico cotonificio Poma. Qui fu trasferito l’ingegnere milanese Renzo Spolti, che venne incaricato da Piaggio di «pensare al futuro», considerando la fine delle commesse per l’aviazione militare a guerra finita.
In contatto con il conte biellese Carlo Felice Trossi di Pian Villar, ex corridore automobilistico e appassionato di motori, Spolti pensò a uno scooter per tutte le tasche, semplice e maneggevole. Sembra che l’ispirazione fosse venuta da uno scooter usato dai paracadutisti americani anche in Italia, il Cushman «Model 53», di cui il conte possedeva un esemplare. Trossi possedeva anche un miniscooter italiano prodotto negli anni '40 in pochi esemplari, il «Volugrafo» della Simat di Torino, da cui derivò la primitiva idea del futuro scooter Piaggio. A Biella nacque il prototipo della Vespa, il Piaggio Mp-5. Completamente carenato, lo scooter era caratterizzato dal motore centrale Sachs da 98cc che Spolti, anticipando di molto i tempi, pensò di accoppiare ad un cambio automatico. Furono gli operai a ribattezzarlo «Paperino» per le sue forme che ricordavano il volatile acquatico.
Il progetto tuttavia non piacque ad Enrico Piaggio, che nel 1945 coinvolse l’ingegnere Corradino D’Ascanio. Le motivazioni del patron erano valide. L’Mp-5 presentava un tunnel centrale di alloggiamento del propulsore che rendeva difficoltoso l’accesso e l’avviamento era previsto solo a spinta. Con lungimiranza, Piaggio pensò alla clientela femminile che non avrebbe gradito tali difetti in termini di praticità, in previsione di una prima motorizzazione popolare dell’Italia.
D’Ascanio modificò radicalmente il progetto del 1944 eliminando il tunnel che non piaceva a Piaggio e alloggiando il motore alla destra della ruota posteriore. La soluzione, pur sacrificando la stabilità del mezzo, permise un accesso ottimale e la possibilità di ricavare spazio per le gambe e per uno scudo protettivo. L’Mp-6 del 1945, dotato di cambio manuale e avviamento a pedale, era di fatto il prototipo della Vespa. Il nome che accompagnerà lo scooter più famoso del mondo venne dallo stesso Enrico Piaggio che, alla vista dell’Mp-6, esclamò: «Sembra una vespa!» per la forma che ricordava l’insetto dalla vita stretta e dall’addome bombato.
Dopo gli ultimi ritocchi al prototipo, la prima Vespa, poi nominata «98» dalla cilindrata del motore, era pronta per la produzione. Ma i danni della guerra rallentarono la fabbricazione per la mancanza di presse, tanto che i primi esemplari furono realizzati artigianalmente battendo la lamiera manualmente (chiamati poi «Serie Zero»). Solo con l’aiuto dell’Alfa Romeo fu possibile per Piaggio ricevere i primi lotti di telai stampati. La Vespa fu presentata in anteprima alla Mostra della meccanica e metallurgia che si svolse a Torino dal 24 marzo al 7 aprile 1946. Il brevetto fu registrato alcuni giorni più tardi, il 23 aprile. Una data che segnò l’inizio di un mito, che tuttavia stentò a decollare inizialmente a causa della gravissima crisi economica che colpì l’Italia appena finita la guerra. La possibilità del pagamento rateale venne incontro alla Piaggio, avvicinando le tasche degli italiani al sogno della rinascita a motore. Un problema fu la produzione della «98», per la cronica scarsità di materie prime, che creò lunghe liste di attesa. Il prezzo era importante per le possibilità dei lavoratori italiani del 1946, 55.000 lire per la «normale» (senza cromature e con sella in pegamoide, la famosa finta pelle in nitrocellulosa) e 61.000 per la «lusso» con sellino in pelle e manubrio cromato. Ma il sogno a due ruote fu più forte del carovita. Tra il 1946 e il 1947 furono circa 15.000 le «98» vendute, anche all’estero (in Sud America e Svizzera). Nel 1948 un nuovo modello da 125cc entrò in produzione. Migliorata nelle sospensioni e nell’efficienza di un motore più affidabile nel raffreddamento, la nuova Vespa guadagnerà nei primi mesi altre migliorie come il cavalletto centrale al posto del piccolo laterale della «98» perdendo il delicato e costoso cambio «a bacchetta» per il sistema a cavi «Teleflex», adottato nel 1949. Capace di sfiorare i 70 km/h, la «125» poteva superare in prima marcia pendenze fino al 22%.
Lo stampaggio delle lamiere fu ancora a carico di Alfa Romeo e Nuovo Pignone di Firenze, ma gli effetti del Piano Marshall cominciarono a dare sollievo anche alla Piaggio che, a partire dal 1950, acquistò nuove presse per stampare i telai a Pontedera. Il rumore dei macchinari sostituì quello delle bombe che 6 anni prima avevano raso al suolo la storica azienda aeronautica. Le ali lasciavano così il posto a due piccole ruote, che avrebbero messo l’Italia ancora in movimento.
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Nel riquadro, Daniela Chieffo (IStock)
La psicologa Daniela Chieffo: «I bambini del bosco sono stati sradicati. E la deprivazione ambientale causa traumi gravi. Decisioni così pesanti spetterebbero a un collegio multidisciplinare. I genitori si sono messi in discussione ma non se n’è tenuto conto».
Daniela Chieffo è direttrice dell’unità operativa di psicologia clinica presso l’università Cattolica-Fondazione Policlinico Agostino Gemelli. Esperta stimata, ieri ha partecipato all’evento a sostegno della famiglia nel bosco organizzato alla Camera da Michela Vittoria Brambilla.
Ed è inevitabile iniziare la conversazione chiedendole quali traumi abbiano riportato in questi mesi i tre figli di Nathan e Catherine Trevallion. «Questi bambini sono stati allontanati dai genitori e sono stati di fatto sradicati da un ambiente di vita a contatto con la natura per essere trasferiti in una condizione ambientale molto diversa», dice la dottoressa. «In questo modo è avvenuta una frattura molto brusca, quindi c’è stato un trauma ambientale oltre che relazionale. Di solito si pensa sempre che i bambini si adattino, perché apparentemente dimostrano di avere delle risorse e di mantenere serenità. Ma quella serenità nasconde anche una memoria traumatica importante. In questo caso abbiamo dei traumi che riguardano un vissuto di perdita legato sia alla famiglia sia all’ambiente».
Insomma, oltre alla separazione dai genitori anche quella dall’ambiente in cui hanno vissuto per anni è un trauma per i tre bambini Trevallion.
«Questi bambini ricevevano degli stimoli neurosensoriali ambientali, educativi e pure nutritivi di un certo tipo. Poi sono stati posti in un’altra realtà molto diversa rispetto a quella a cui erano abituati».
Una realtà che, sia concesso dirlo, non sembra poi migliore rispetto a quella che hanno lasciato. A quanto pare fanno poche ore di lezione, non hanno grande socialità perché in casa protetta ci sono ragazzi di età diverse... In compenso possono vedere i cartoni animati e mangiare dolci e cibi processati.
«Questo è un tema molto importante. I bambini in questo momento vivono in una realtà che non è stimolante come quella che hanno lasciato. Possiamo parlare di deprivazione ambientale. Le istituzioni devono garantire delle alternative valide, anche in linea con quello che potremmo chiamare il mito familiare».
Il mito familiare sarebbe il legame con la natura?
«Sì. Ci sono perfino delle scuole che prevedono questo contatto. Ebbene io credo che i bambini, nel momento in cui vengono allontanati e posti in un altro ambiente, debbano avere in qualche modo un rifornimento».
Cioè dovrebbero in qualche maniera rimanere in linea con la visione in cui sono cresciuti.
«Certo, assolutamente sì. Pure il cibo con cui oggi si stanno alimentando è un cibo molto dissonante da quello a cui sono stati abituati. Il cibo non è solo apporto calorico e proteico, ma qualcosa di più. Il cibo a cui loro sono stati abituati l’hanno perduto per acquisire uno stile alimentare diverso, che potrebbe essere anche tossico per certi aspetti. Non c’è continuità su questo tema, come sui temi educativi, con quello che hanno vissuto in precedenza».
Secondo lei ora sarebbe importante riunire la famiglia anche per non danneggiare ulteriormente questi bambini?
«In quest’epoca abbiamo tutti gli strumenti e i professionisti in grado di aiutare questa famiglia. Questa è una famiglia che ha dimostrato una forte sintonizzazione affettiva ed emotiva tra i genitori e i bambini. I bambini sono risultati sani dal punto di vista cognitivo e emotivo, e riavvicinarli in qualche modo potrebbe garantire un aiuto, una promozione alla salute di questi bambini. Io credo che sia fondamentale una cooperazione, una forma di dialogo tra la famiglia e le istituzioni».
Dialogo che però per ora è stato piuttosto carente. Eppure dovrebbero essere soprattutto le istituzioni a promuoverlo.
«Assolutamente sì. L’istituzione deve in qualche modo creare una forma di sintonizzazione con questi genitori, sempre avendo in mente i bambini e i loro diritti».
A volte si notano atteggiamenti contraddittori da parte delle istituzioni. Abbiamo casi come questo in cui i bambini vengono tolti a genitori non abusanti. E altri casi in cui invece i bambini vengono lasciati con dei genitori che arrivano addirittura a ucciderli. Da cosa dipende questa disparità secondo lei?
«Noi vediamo tanti bambini e ragazzi che sviluppano una psicopatologia perché vivono in ambienti tossici, e mi chiedo come mai appunto ci siano delle situazioni che non vengono attenzionate o altre che vengono attenzionate troppo. Alcuni casi rimangono al buio, altri sono illuminati con degli abbaglianti. Per questo credo che sia importante riflettere sull’idea di un collegio tecnico multidisciplinare, un insieme di persone che lavorino in concerto su queste situazioni. E poi bisogna lavorare sui servizi sociali che a volte sono carenti. È fondamentale che chi lavora con i bambini abbia competenze adeguate, addirittura una sorta di patentino, per capire quale sia davvero il bambino in pericolo».
Se ho capito bene lei parla di un patentino per gli assistenti sociali e di un gruppo di esperti che valuti i vari casi prima che si proceda agli allontanamenti.
«Sì, bisogna avere un team esperto in questo campo che possa coordinare un percorso preventivo. Parliamo della casa nel bosco ma siamo pieni di famiglie che possono avere in mente progetti diciamo così non adeguati, non per mancanza di amore o di generosità ma per altre ragioni».
E secondo lei si potrebbero prevenire allontanamenti o lavorare su potenziali rischi se le famiglie incontrassero prima questo gruppo di esperti? Questo si sarebbe potuto fare anche con i Trevallion. Si sarebbe potuto modulare un percorso senza arrivare all’allontanamento dei figli.
«Sì, anche perché quei genitori in qualche modo si sono messi in discussione... E poi le dirò di più. Si è parlato tanto della mamma Catherine, si è detto che nella casa famiglia aveva un atteggiamento un po’ ostile... Ma quando una mamma ha paura che i figli le possano essere sottratti, cosa può provare? Le manca l’aria solo al pensiero di sapere che un figlio potrebbe anche perderlo. Il timore di perdere un figlio ti mette in una condizione di incertezza, anche di rabbia. Perché la rabbia parte da una paura profonda».
Un’ultima domanda, a proposito di madri. Abbiamo visto la terribile storia di una donna di Catanzaro che si è gettata dal balcone assieme ai figli. Che cosa può spingere una donna a fare una cosa del genere?
«Gesti così sono legati alla liberazione da una sofferenza diventata cronica, da cui rappresentano una tragica via di uscita. È quasi un gesto di libertà, per alcune donne paradossalmente è quasi una scelta di salvezza quella di sacrificare i propri figli di fronte alla paura che non possa esserci una soluzione al dolore».
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2026-04-23
Dimmi La Verità | Fabio Amendolara: «Napoli, soldi e sesso in cambio di certificati per stranieri»
Ecco #DimmiLaVerità del 23 aprile 2026. Il nostro Fabio Amendolara ci rivela I dettagli dell'inchiesta su soldi e sesso in cambio di certificati per extracomunitari a Napoli.
Silvia Salis (Getty Images)
La nuova icona della sinistra è troppo impegnata a farsi immortalare con Dj di grido in mezzo ai giovani per pensare che nella sua città il 65% dei senza dimora non ha una struttura dove stare.
Pochi mesi fa, per la prima volta in Italia, è stato realizzato un censimento nazionale delle persone senza fissa dimora in 14 grandi città. L’indagine, condotta dall’Istat insieme alla Federazione Italiana Organismi per le persone senza dimora, ha utilizzato il metodo «Point in Time»: una fotografia istantanea già diffusa in molti Paesi europei e negli Stati Uniti per misurare la povertà estrema.
Squadre di volontari hanno percorso a piedi quartieri, sottopassaggi e stazioni, muniti di strumenti digitali e dell’esperienza di chi conosce da vicino la vita di strada. Il risultato è stato un dato preciso: 10.037 persone senza dimora. Di queste, 5.563 dormivano, nelle fredde sere di gennaio 2026 in cui è stata effettuata la rilevazione, in una delle 217 strutture di accoglienza notturna. Le restanti 4.474 - quasi la metà - si trovavano all’aperto, negli spazi urbani. Il 35% dormiva direttamente su marciapiedi o piazze, senza alcun riparo; un altro 32% sotto portici, ponti o in sottopassaggi. Quasi uno su dieci trovava rifugio in stazioni o terminal di trasporto, mentre una piccola quota dormiva in tende o automobili. Roma e Milano detengono, prevedibilmente, i numeri assoluti più elevati. Ma il dato più significativo riguarda Genova, dove la percentuale di persone costrette a dormire all’aperto raggiunge il 65,9%: quasi due terzi dei senza dimora non trovano posto in una struttura.
Un dato che evidenzia una distanza profonda, siderale, tra la realtà e l’immagine pubblica che la Sindaca vuole proiettare di sé.
Proprio in questi giorni si parla molto di Silvia Salis, sindaca di Genova, indicata come possibile candidata del cosiddetto campo largo a livello nazionale. Lei stessa, in un’intervista a Bloomberg, ha lasciato intendere una certa disponibilità. Intanto circolano sondaggi e analisi che ne sottolineano il peso politico, prospettando un possibile vantaggio per il centrosinistra. Il tutto orchestrato da una attenta regia che vede come spin doctor Marco Agnoletti, già visto all’opera con la Leopolda di Renzi.
La sua crescita mediatica appare sostenuta da un’efficace strategia comunicativa. Si è parlato, ad esempio, della sua presenza – defilata ma studiata – accanto alla consolle della DJ Charlotte de Witte: non protagonista, ma comunque visibile, in una posizione che trasmetteva al tempo stesso partecipazione e controllo. Un’immagine interpretata come un abile equilibrio tra dimensione istituzionale e spontaneità, tra ruolo pubblico e quotidianità. Un’operazione comunicativa efficace, con l’intento di accorciare simbolicamente la distanza tra politica e cittadini sotto i decibel della musica elettronica. Ma resta aperta una distanza che non sembra capace di colmare quella tra narrazione e realtà amministrativa.
Genova è una città complessa, con un territorio difficile, infrastrutture datate e servizi trascurati da anni. Chi governa non trova certo una situazione semplice. Tuttavia, queste difficoltà non possono diventare un alibi. Il quadro generale appare preoccupante. Sul piano socio-sanitario, strutture come l’Ospedale Galliera e il San Martino mostrano criticità evidenti: edifici obsoleti, organizzazione poco aggiornata, tempi di attesa lunghi e personale sotto pressione. Anche il sistema dei trasporti è vicino al limite: manca una vera riorganizzazione e i disagi ricadono quotidianamente sui cittadini. Il tessuto produttivo fatica a trovare una direzione. Al di là di alcuni interventi legati al porto – indispensabile per l’economia cittadina – non emerge una visione chiara di sviluppo. Sul tema dell’Ilva di Cornigliano prevalgono dichiarazioni di principio e slogan tipo «salviamo tutto», senza un piano concreto. Nel frattempo, si continuano a finanziare iniziative ideologiche, eventi e consulenze discutibili. Scelte legittime, certo, ma che sollevano una domanda: non sarebbe più urgente intervenire su ciò che è essenziale? Trasporti efficienti, servizi sanitari adeguati, politiche efficaci per chi vive in condizioni di estrema fragilità come ad esempio le persone senza fissa dimora.
Dopo un anno di amministrazione, il bilancio appare segnato da molta comunicazione e poca concretezza. Ciò che sembra mancare, soprattutto, è una visione chiara del futuro della città. Non è nostro compito entrare nel merito delle dinamiche che animano il campo largo, e nemmeno giudicare questo lancio di «peso politico» della Salis nell’arena nazionale, ma ci risulta difficile non condividere le perplessità espresse da una persona come Rosi Bindi sulla credibilità di una candidatura nazionale della sindaca.
In città, intanto, cresce una domanda sempre più insistente: Silvia Salis rappresenta davvero una prospettiva solida o è l’ennesimo bluff partorito dalla Seconda Repubblica? Cioè una costruzione politica destinata a rivelarsi fragile e che una fuga anticipata da Genova rivelerebbe in tutta la sua essenza.
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