2022-05-17
Via dalla Russia, Renault lascia Togliattigrad. Mc Donald’s spegne le insegne

McDonald's e Renault lasciano la Russia
Non si arresta l’esodo dei grandi marchi occidentali da mercato russo . Sono i riflessi dell’invasione dell’Ucraina che, in un solo giorno hanno portato di imprese di primo piano come Mc Donald’s e Renault ad annunciare la cessione di tutte le loro attività a Mosca.
Dal canto suo Unicredit sta facendo lo stesso con la sua filiale e, secondo le indiscrezioni avrebbe ricevuto un'offerta da parte di Interros Capital. Si tratta della banca d’affari controllata da Vladimir Potanin, uno dei pochi oligarchi non sanzionato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea. Secondo il Financial Times, però, la banca italiana avrebbe rifiutato l'offerta. Nessun commento arriva dalle banche coinvolte mentre è stato confermato che Société Generale ha venduto la sua controllata, Rosbank Pjsc, proprio a Interros Capital.
VALORE SIMBOLICO
Tuttavia colpiscono molto di più l’immaginario, vista la notorietà dei marchi la cessione di Mc Donald s e Renault. L’uscita del colosso del fast food assume addirittura un valore simbolico visto che nel 1993 all’inaugurazione del secondo locale (il primo risale al 1975 ma aveva quasi carattere sperimentale) aveva partecipato addirittura il presidente Boris Yeltsin. Quell’inaugurazione era il sogno americano che si accendeva all’ombra del Cremlino. Il segno della svolta dopo la caduta del comunismo.
Poi a mano a mano, McDonald's crebbe fino a contare 847 punti vendita dei quali l'84% di proprietà, il restante in franchising. Trent’anni dopo l’uscita di scena di Mc Donald s segna ancora una volta la svolta. Una maniera per sottolineare la marcia indietro autoritaria in corso a Mosca.
A marzo, in seguito all'invasione ucraina, Mc Donald’s aveva deciso di chiudere temporaneamente i suoi ristoranti con un impatto di 50 milioni di dollari al mese. Erano rimasti le 100 rivendite in franchising. Ora la decisione di ritirare il marchio. La proprietà dell'attività in Russia «non è più sostenibile né coerente con i valori di McDonald's», ha dichiarato il gruppo americano che ha avviato la vendita con l’obiettivo primario di garantire l’occupazione dei 62mila lavoratori.
La società prevede un addebito da 1,2 a 1,4 miliardi di dollari per coprire i costi di trasloco. I ristoranti McDonald's in Ucraina rimangono per ora chiusi, anche se i lavoratori vengono pagati e l'azienda sostiene gli aiuti ai rifugiati in tutta Europa. Il colosso del fast food non è l'unica azienda a decidere di lasciare il mercato russo.
ISTITUTO DI RICERCA
La Renault infatti ha annunciato che venderà a un istituto di ricerca scientifica russo la sua partecipazione del 67,69% in Avtovaz. Si tratta della ex Togliattigrad che produce con il marchio Lada. Inoltre, il gruppo automobilistico francese cederà alla città di Mosca la sua quota totalitaria in Renault Russia. Non sono state rese note le cifre ma , almeno per Avtovaz dovrebbe trattarsi di un ammontare simbolico, pari a un rublo. L'accordo prevede un diritto di opzione per riacquistare la partecipazione entro sei anni, rimborsando gli eventuali investimenti fatti
LUCA DE MEO
Il ceo d del gruppo francese Luca de Meo, ha definito la decisione "difficile, ma necessaria. Stiamo facendo una scelta responsabile nei confronti dei nostri 45mila dipendenti in Russia", preservando la performance del gruppo e la sua possibilità di ritornare nel paese in presenza di un contesto geopolitico differente. Renault partecipata al 15% dal governo francese, è la casa automobilistica europea più esposta in Russia e a marzo ha annunciato che avrebbe sospeso la produzione nel paese a causa dello scoppio della guerra.
Il gruppo ha già annunciato di aver accantonato 2,2 miliardi per coprire i costi di abbandonare la Russia. Dal 24 febbraio, giorno di inizio dell'invasione russa in Ucraina, Renault a perso il 27% del suo valore. In occasione dell'annuncio, de Meo ha anche confermato le stime 2022 già espresse a marzo e aprile, con un margine operativo consolidato intorno al 3% e un flusso di cassa "positivo" dal comparto automotive, con una produzione di veicoli inferiore anno su anno di circa 300mila unità.
Ha detto, inoltre, che il gruppo è ancora avanti rispetto agli obiettivi intermedi del piano industriale "Renaulution", annunciato a gennaio 2021. Il piano prevede entro il 2023 un margine operativo del 3% e circa 3 miliardi di euro di free cash flo
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Carla Romana Raineri (Ansa)
L’ex magistrato parla alla «Verità» dopo che la sua posizione nell’inchiesta sugli «spioni» è stata archiviata: «Sono state commesse scorrettezze. Il pubblico ministero De Tommasi ha indagato su di me per oltre due anni, le informative avevano passaggi surreali».
Carla Romana Raineri, già magistrato in servizio con funzioni di presidente della Prima sezione civile della Corte d’appello di Milano, concede questa intervista alla Verità dopo l’archiviazione nella vicenda Equalize. Racconta la sua versione dopo mesi di indagini, esposizione mediatica e sofferenza personale.
Che effetto le ha fatto quanto è accaduto?
«È stata un’esperienza davvero sorprendente quanto inimmaginabile. Ma ero certa della mia estraneità agli addebiti contestati. Purtroppo ci è voluto tempo per giungere alla archiviazione, anche perché la Procura di Milano, che era peraltro funzionalmente incompetente sulla mia posizione, ha trasmesso gli atti a Brescia dopo oltre due anni dall’inizio delle indagini».
Chi desidera ringraziare oggi?
«La mia gratitudine è rivolta, primo fra tutti, al mio difensor, Nicola Menardo dello studio Weigmann. Ma vorrei anche ringraziare pubblicamente il presidente della Corte, dottor Ondei, che mai ha dubitato della mia integrità e mi ha sempre sostenuta con autentico affetto. Come del resto i miei colleghi, gli amici e, non da ultimo, la mia splendida famiglia».
C’è qualche precisazione che vuole fare?
«Una precisazione vorrei farla, per evitare fraintendimenti. Innanzitutto non si è trattato affatto di accertamenti in relazione a una presunta infedeltà coniugale, essendo io separata dal lontano 2008 e avendo sempre mantenuto ottimi rapporti con il mio ex marito. Al contrario, i miei figli e io ci siamo attivati proprio a “sua” protezione, in circostanze molto delicate, avendo in animo di presentare una denuncia-querela in sede penale».
E rispetto a Equalize?
«Premesso che non ho mai richiesto a Equalize accessi abusivi a banche dati protette, come correttamente attestato nel provvedimento di archiviazione, anche le informazioni di natura bancaria che avrebbero dovuto sorreggere la denuncia in sede penale - benché attività tipicamente svolte dalle agenzie investigative autorizzate - non erano state sin dall’origine da me richieste ad Equalize, di cui sconoscevo l’esistenza, e mai hanno avuto un seguito, come parimenti emerge dal provvedimento di archiviazione».
C’è qualche sassolino che vuole togliersi?
«In effetti non posso sottacere che sono state commesse molte scorrettezze, per usare un eufemismo. E ne sono molto rammaricata».
Da dove vuole partire?
«Innanzitutto, la Procura di Milano non aveva alcuna competenza funzionale nei miei confronti. I magistrati milanesi sono soggetti alla giurisdizione di Brescia».
Che cosa contesta al pm Francesco De Tommasi?
«Il pm De Tommasi ha indagato su di me per oltre due anni senza neppure iscrivermi nel registro degli indagati e, soprattutto, senza trasmettere gli atti a Brescia, funzionalmente competente. Le informative di cui è venuta in possesso la stampa contenevano dati a me riferibili che non sono stati minimamente riscontrati dal pm milanese. Alcuni passaggi erano talmente surreali che anche un non addetto ai lavori avrebbe potuto desumerne l’assoluta inverosimiglianza. E avrebbero dovuto consigliare il pm ad astenersi dal depositarle, almeno nella parte che mi concerneva, tanto più che la mia posizione esulava dalla sua competenza».
E poi c’è stato il tema delle intercettazioni.
«Sono stati pubblicati stralci di intercettazioni con tanto di nomi, cognomi, ruoli e professioni, soprattutto di parti terze rispetto al procedimento. Una pratica illegale, oltreché incivile in uno Stato di diritto. E non è di poco momento il fatto che il mio nome sia comparso sui quotidiani in relazione all’indagine milanese, nonostante l’incompetenza funzionale di quella Procura, piuttosto che in ragione delle indagini legittimamente svolte dalla Procura di Brescia, in ordine alle quali si è invece mantenuto il massimo riserbo. Certo che se il procuratore capo di Milano avesse esercitato il potere di vigilanza sull’operato del titolare del fascicolo, essendo ciò nelle sue prerogative e nei suoi doveri, almeno lo scempio mediatico si sarebbe potuto evitare. E così i conseguenti pregiudizi reputazionali a mio danno e a danno dei miei familiari».
Ha reagito a quanto accaduto?
«Certo. Ovviamente con gli strumenti che la legge prevede. Mi sono anzitutto difesa e questo ha comportato un notevole dispendio di energie. Inoltre, il mio ex marito e io abbiamo congiuntamente presentato un esposto nei confronti del pm De Tommasi all’attenzione del procuratore generale presso la Cassazione, del ministro della Giustizia, del Consiglio superiore della magistratura, del Garante della privacy».
Ne conoscete già l’esito?
«Ne attendiamo ancora fiduciosamente gli esiti. Ho, però, appreso, seppure in riferimento a tutt’altra vicenda, che il Consiglio giudiziario di Milano, nel dicembre 2025, ha bocciato la valutazione di professionalità del pm De Tommasi per “assenza di equilibrio”. Anche la stampa ne ha dato evidenza. Sulla pratica dovrà ora pronunciarsi il Csm. Devo dire che, in 44 anni di magistratura, non mi è mai capitato di leggere, o di redigere quale presidente, un giudizio del genere in relazione a un collega».
Su Brescia che giudizio dà?
«Non si pensi che la Procura di Brescia abbia usato un occhio di riguardo nei miei confronti. Brescia ha agito con un tale rigore che mi parso giustificato non tanto in virtù dell’applicazione del sacrosanto principio secondo cui “la legge è uguale per tutti”, quanto piuttosto proprio perché ero un magistrato».
Che cosa è stato fatto?
«Non mi è stato risparmiato nulla. Hanno perquisito la mia abitazione ed il mio ufficio. Hanno sequestrato tutti i miei dispositivi informatici e il mio telefono e passato al setaccio tutta la mia vita».
Lo ha vissuto come eccessivo?
«Molti miei colleghi lo hanno considerato eccessivo rispetto a una vicenda squisitamente privata che nulla aveva a che vedere con l’esercizio delle funzioni. Forse lo è stato, ma va bene così. Lo hanno comunque fatto con discrezione e senza clamore. E dopo 19 mesi di penetranti indagini, dopo aver esaminato scrupolosamente tutte le risultanze e aver letto le difese che ho presentato attraverso il mio avvocato (cosa non sempre scontata), hanno chiesto correttamente e lealmente l’archiviazione in ragione della accertata infondatezza della notizia di reato».
Che cosa riconosce ai pm di Brescia?
«Hanno dimostrato un equilibrio e una compostezza istituzionale ineccepibili, purtroppo totalmente assenti nella condotta della Procura di Milano».
E adesso com’è la sua vita?
«La mia è sempre stata e continua a essere una vita piena e appagante. Ed ora decisamente anche più “leggera” visto che si è finalmente chiuso l’incubo di Equalize. Sono, semplicemente, felice, ma è difficile dimenticare».
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Fabio Panetta (Ansa)
Fabio Panetta: «Prevenire la spirale tra prezzi e salari». A giugno la decisione di Francoforte.
L’inflazione torna a minacciare l’economia europea e, di fronte a uno choc energetico che rischia di propagarsi dai costi dell’energia ai listini, ai salari e alle aspettative dei consumatori, la Banca centrale europea non può restare ferma.
L’unico strumento realmente in grado di contrastare una crescita persistente dei prezzi è dunque quello di un rialzo dei tassi d’interesse. A lanciare l’allarme su un inflazione che torna a galoppare è il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nelle «Considerazioni finali sul 2025», richiamando gli scenari elaborati dalla Bce: «Negli scenari più sfavorevoli, un prolungamento del conflitto e ulteriori danni alle infrastrutture energetiche del Golfo potrebbero sottrarre complessivamente un punto percentuale alla crescita nel biennio 2026-27. L’inflazione potrebbe raggiungere un picco superiore al 6% e, se non contrastata, rimanere a lungo al di sopra dell’obiettivo, via via che lo choc energetico si trasmette a un numero crescente di settori».
Nello scenario di base, l’inflazione dell’area euro salirebbe al 2,6%, per poi rientrare verso l’obiettivo. Ma il rischio è che il rincaro dell’energia non sia temporaneo e finisca per alimentare un aumento più generalizzato dei prezzi. Il segnale è visibile: lo choc energetico «sta già spingendo al rialzo la dinamica dei prezzi al consumo» e, secondo Panetta, potrebbe rendere necessaria «una ricalibrazione dell’orientamento della politica monetaria, per contrastare il rischio di tensioni inflazionistiche persistenti».
In altre parole, se l’inflazione accelera, la Bce deve intervenire sui tassi. Misure di sostegno a famiglie e imprese possono attenuare l’impatto dei rincari, ma non possono spegnere la pressione inflazionistica. Anzi, se non mirate e temporanee, rischiano di sostenere ulteriormente la domanda e rendere più difficile il ritorno dei prezzi sotto controllo.
La scelta sarà delicata, perché l’economia italiana è già debole. La guerra nel Golfo Persico, secondo il governatore, «ha indebolito le prospettive già fragili» e «l’attività economica rimarrà debole nei prossimi mesi; negli scenari più sfavorevoli, potrebbe ristagnare o contrarsi».
Per Panetta, «senza un deciso aumento della produttività, l’economia italiana potrebbe restare ancorata a tassi di crescita strutturalmente modesti», per questo serve orientare le potenzialità del Paese «verso crescita, redditi e prosperità negli anni a venire» e «ridurre stabilmente il peso del debito pubblico». Alzare i tassi, dunque, comporterebbe un costo per famiglie, imprese e credito. Ma il costo di non prendere provvedimenti potrebbe essere ben maggiore: lasciare che l’inflazione si radichi significherebbe dover poi intervenire in modo più duro e doloroso.
Panetta avverte che «le imprese hanno già iniziato a prospettare aumenti dei listini e sono in rialzo le aspettative di inflazione dei consumatori, soprattutto nel breve termine». È proprio in questa fase che la politica monetaria deve agire, prima che i rincari diventino strutturali e si trasferiscano nelle richieste salariali. «Una spirale tra prezzi e salari va prevenuta: una volta avviata, sarebbe dannosa e costosa da eliminare». La Bce «deciderà a giugno» sui tassi d’interesse e «resta essenziale non vincolarsi a un percorso predeterminato», ha detto il numero di Bankitalia. Ma davanti a un’inflazione che torna a salire, la direzione appare obbligata: per difendere il potere d’acquisto e impedire che lo choc energetico diventi una nuova stagione di prezzi fuori controllo, Francoforte deve prepararsi ad alzare i tassi.
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Getty Images
Hantavirus ed Ebola non costituiscono un pericolo per noi, però vengono branditi come prove di una minaccia globale costante. La vice ad di Cepi, l’alleanza per i vaccini foraggiata da Davos, Ue e Gates, su «Avvenire» paventa persino fughe da laboratorio...
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul motivo per cui vengono creati allarmi sanitari farlocchi, grazie ad Avvenire può trovare una spiegazione più che cristallina.
Il quotidiano dei vescovi ha intervistato Aurélia Nguyen, vice ad di Cepi - Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, sulle due ultime minacce virali che hanno riempito e ancora riempiono le cronache: Hantavirus e Ebola. Il primo ha tenuto banco per una decina di giorni, ma si è capito fin da subito che non costituiva un pericolo reale. Nonostante ciò gli stessi giornalisti, commentatori e virostar che impazzavano ai tempi del Covid lo hanno pompato all’inverosimile allo scopo di sostenere che, a causa dell’abbandono dell’Oms da parte degli Usa, la situazione sanitaria sarebbe peggiorata drasticamente mettendo a rischio anche noi. Rispetto ad Hantavirus, ovviamente, Ebola rappresenta una minaccia reale, ma solo nei Paesi africani dove ormai è endemico e dove da anni causa morte e sofferenze. Anche se ci hanno provato, è difficile sostenere che l’attuale e mortifera diffusione in Congo dipenda da Donald Trump o dai sovranisti nemici della scienza. Ed è anche piuttosto complicato sostenere che il virus della foresta rappresenti un fattore di rischio in grado di scuotere l’Occidente. Eppure ancora adesso si leggono fior di titoli allarmistici. Si è parlato con ansia di due persone a Milano con febbre, che non sono risultate positive a Ebola ma che hanno fatto palpitare i media per giorni. Ora si discute di una donna sbarcata a Roma dopo essere venuta in contatto con persone infette. Giusto per chiarire: si tratta di una dottoressa di Medici senza frontiere che è stata portata allo Spallanzani scientemente, per essere curata, non di una paziente X che - magari contagiata - si è serenamente imbarcata su un aereo per arrivare qui. Anche perché risulta un po’ difficile prendere Ebola e avere il tempo e le forze per trasferirsi da un continente all’altro. È dunque sacrosanto parlare di ciò che avviene in Congo, e delle difficoltà che la Repubblica democratica sta attraversando. Ma sostenere che vi siano rischi per la popolazione europea è quantomeno molto discutibile. Nonostante ciò, la tendenza è esattamente questa: sfruttare il virus per creare allarme diretto o indiretto.
E qui giungiamo ad Avvenire. Che intervista Aurélia Nguyen e titola: «Ebola e Hantavirus? Sono due avvertimenti. I rischi di nuove epidemie stanno crescendo». La signora spiega con sussiego: «Viviamo oggi più minacce tra urbanizzazione, crisi climatica e guerre. Dobbiamo essere pronti».
I toni del giornale non sono certo distesi. Sentite qui: «Prima l’Hantavirus su una nave da crociera, poi Ebola in Repubblica democratica del Congo. Il primo è rimasto un focolaio, la seconda è invece stata classificata dall’Oms come Emergenza sanitaria internazionale e ha numeri che salgono ogni giorno: più di 200 sospetti decessi e più di 900 sospetti casi in Rdc. Per il direttore dell’Oms Ghebreyesus è un’epidemia “estremamente grave e difficile da gestire”. I due casi sollevano una domanda: come ci stiamo preparando, a livello globale, per nuove epidemie e pandemie? La questione è attuale perché il rischio di nuovi focolai è destinato ad aumentare nei prossimi anni». Capito? Presto o tardi potrebbe toccare a noi.
Poiché è impossibile sostenere senza farsi deridere che Ebola e ancora di più Hantavirus siano un pericolo concreto anche per noi italiani, si cerca una strada diversa. Cioè si usano le malattie esotiche come spauracchi per suggerire che tutt’attorno a noi si muovano virus letali fuori controllo di fronte ai quali siamo privi di difese perché non ascoltiamo abbastanza l’Oms o non seguiamo a sufficienza i profeti della Scienza in camice bianco.
Ad Avvenire, la signora Nguyen prima elenca tutti i rischi che possono essere causati dalla globalizzazione. Poi, con involontaria ironia, spiega che «viviamo in un tempo in cui un’epidemia potrebbe verificarsi accidentalmente, per esempio per un errore umano in un laboratorio ad alto contenimento. E purtroppo c’è anche un rischio di uso deliberato di virus. Con le tecnologie di oggi e con l’intelligenza artificiale, potrebbero esserci virus modificati per essere più trasmissibili o più letali. In Cepi stiamo lavorando moltissimo proprio per portarci più avanti possibile rispetto a tutti i possibili rischi». Ma pensa: esistono virus che possono fuggire dai laboratori... Il nome Covid dice qualcosa? Non risulta però che la stampa italiana abbia voluto approfondire granché il tema...
Quello che conta, per i nostri media, è alimentare la tensione. Ma il meccanismo si svela appunto facilmente se solo ci si prende la briga di capire che cosa sia davvero Cepi. Trattasi, nei fatti, di una lobby dei vaccini fondata su impulso principale del World Economic Forum, finanziata da varie nazioni, dalla Commissione Ue e dal solito Bill Gates. Guarda caso, Cepi è stato il primo finanziatore di Moderna (con 900.000 dollari nel gennaio 2020) per lo sviluppo del farmaco Covid, e continua a collaborare attivamente con la casa farmaceutica per lo sviluppo di vaccini. Ecco perché ci tiene a parlare del rischio pandemico: perché deve spingere per ottenere finanziamenti pubblici a favore di Big Pharma. E per farlo sfrutta minacce immaginarie come Hantavirus (su cui Moderna ha guadagnato bei soldi soltanto annunciando di essere al lavoro su un vaccino che è lontanissimo dall’essere prodotto) e più concrete ma lontane come Ebola. La prossima volta che leggerete un articolo allarmistico o inquietante su una malattia esotica, saprete perché viene pubblicato.
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