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2021-06-05
La verità sulle terapie intensive: attivate meno di una su quattro
Ci hanno imposto i lockdown per evitare che gli ospedali finissero sotto pressione, ma non hanno speso i soldi stanziati per aumentare i posti letto nelle terapie intensive e semi intensive. In un anno, il potenziamento delle strutture necessarie a stabilizzare le funzioni vitali dei pazienti gravi non ha coperto nemmeno il 26% del fabbisogno indicato. La fotografia sconvolgente, della non riorganizzazione della rete ospedaliera così da garantire la sopravvivenza a più malati in insufficienza respiratoria, ci arriva dal ministero della Salute. Proprio Roberto Speranza, un anno fa, prometteva: «Aumenteremo del 115% i posti letto e nelle terapie intensive, assumeremo medici e infermieri».
Ci hanno chiuso in casa, hanno collassato l'economia perché se ci ammalavamo di coronavirus non volevano curarci a domicilio e i reparti erano saturi, eppure dopo dodici mesi siamo ancora in emergenza posti letto. Se dovessero arrivare nuove ondate di contagi o altre pandemie, gli ospedali italiani non sarebbero in grado di reggere. Il report della Corte dei conti ricorda che i fondi, che potevano essere utilizzati nell'anno 2020 per fronteggiare l'emergenza Covid, erano in totale pari a 3,6 miliardi di euro (di cui circa 700 milioni per le terapie intensive). Con il decreto Rilancio vennero stanziati 1.413,1 milioni di euro gestiti dall'allora commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, e destinati ad «aumentare la dotazione strutturale sul territorio nazionale di almeno 3.500 posti letto di terapia intensiva, portando tutte le Regioni ad una dotazione di 0,14 posti letto per 1.000 abitanti; di riqualificare 4.225 posti letto di area semi intensiva, con relativa dotazione impiantistica idonea a supportare le apparecchiature di ausilio alla ventilazione, mediante adeguamento e ristrutturazione di unità di area medica, prevedendo che tali postazioni siano fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure».
A fine aprile 2021, i nuovi posti letto in terapia intensiva funzionanti risultavano invece 922 sui 3.591 programmati: appena il 25,7%. La Campania doveva averne attivi 499, non va oltre a 158; la Lombardia si è fermata a 47 delle 585 dotazioni aggiuntive previste e se la Provincia autonoma di Bolzano ha speso tutti i fondi a disposizione completando i 40 nuovi posti richiesti, Valle d'Aosta e Basilicata non hanno aggiunto nessuna dotazione. Ancora peggio la situazione per gli interventi in area semi intensiva, dove su 4.238 posti letto che dovevano essere aggiunti sull'intero territorio nazionale, ne risultano attivati appena 1.081 (il 25,5%). Maglia nera ancora per Valle d'Aosta e Basilicata, ma anche per Molise, Liguria e Friuli Venezia Giulia che non hanno speso soldi e lascito i reparti così come erano.
Eppure ci hanno continuato a dire che il numero limitato di letti e macchinari, a fronte dell'aumento dei malati di Covid che richiedono il ricovero in terapia intensiva, stava mettendo a dura prova il sistema sanitario del Paese. E che il supporto delle funzioni vitali può avvenire anche all'interno delle cosiddette terapie subintensive, tramite macchinari meno invasivi come maschere per la ventilazione e caschi respiratori. Impiegati in maniera precoce, aiutano gli alveoli polmonari a lavorare meglio e alleggeriscono la pressione sui reparti di terapia intensiva, quindi è altrettanto vitale avere aree predisposte con simili tecnologie.
Se pochissimo è stato speso per ampliare questi presidi di sicurezza, nell'adeguamento dei pronto soccorso le Regioni hanno davvero mostrato una vergognosa trascuratezza. Su 474 interventi programmati, appena 65 sono andati a buon fine (il 13,7%). Hanno utilizzato i fondi soprattutto Veneto, Liguria, Abruzzo e Puglia, per il resto d'Italia si va da zero a tre, quattro adeguamenti al massimo. Così, purtroppo non stupisce che nemmeno l'acquisto di nuove ambulanze sia stato tra le priorità, considerato che l'ampliamento dei mezzi supera di poco il 19% del fabbisogno indicato.
Ma soffermiamoci sull'altra promessa del ministro della Salute, sempre di un anno fa: «Assumeremo medici e infermieri». Sempre i giudici contabili fanno sapere che dall'inizio della emergenza sanitaria «sono state reclutate 83.180 unità di personale. Si tratta per il 25,7% di medici (21.414) e per il 38,5% di infermieri (31.990). Il restante personale (29.776 unità) è costituito da operatori sociosanitari ed altre professionalità necessarie per fronteggiare l'emergenza sanitaria». A fine maggio, il numero era già sceso a 76.000 per la cessazione dei vari rapporti di lavoro. Dei 21.414 medici coinvolti, il 23,5 % è rappresentato da specializzandi e oltre il 26% sono invece medici abilitati ma non specializzati, con rapporti di collaborazione o incarichi a tempo determinato con le aziende sanitarie. Va meglio per gli infermieri, il 27,4% su 31.990 ha instaurato un rapporto di lavoro continuato nel tempo. Siamo comunque ancora ben lontani dall'offrire contratti dignitosi ai professionisti della salute, e non solo nell'emergenza Covid.
È congelato oltre il 66% delle risorse. Crollata la spesa per curare i malati
«Dei 1.268 milioni attribuiti alle Regioni per il potenziamento dell'assistenza territoriale, oltre il 66% è stato accantonato», scrivono i giudici della Corte di conti. Fatta eccezione per le Regioni centrali che sembrano aver congelato solo il 40% delle somme, in quelle del Nord e del Sud Italia la «quota rinviata» supera rispettivamente il 70 e il 76,5%. Questo significa che buona parte degli stanziamenti messi a disposizione sono ancora in sospeso. In caso di non utilizzo nell'esercizio, dovevano essere impiegati per le attività previste nel 2021. A fronte delle risorse assegnate, 3,6 miliardi di euro per fronteggiare l'emergenza Covid, a fine 2020 erano state ammessi a finanziamento 22 interventi per 6,5 milioni di euro riguardanti iniziative solo in Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.
Un dato preoccupante, soprattutto considerando quanto è andato perduto in oltre un anno di pandemia. Si sono infatti ridotte le spese per farmaci e per l'assistenza riabilitativa, calate rispettivamente del 3,6 e del 4,6%. «Si tratta di variazioni da ricondurre al rallentamento e, in alcuni periodi, al blocco delle attività di assistenza rese necessarie dalla pandemia e dalle misure per il distanziamento sociale (lockdown)», precisa il rapporto 2021 del supremo organo che controlla la gestione della spesa pubblica. Ricorda che continuano a essere segnalate situazioni di «inefficiente utilizzo delle risorse ospedaliere» e che gli indicatori legati al tasso di ospedalizzazione degli over 75, elevato soprattutto nelle Regioni del Centro Nord, così come quelli relativi all'assistenza, domiciliare o presso strutture residenziali, di anziani e disabili dimostrano il perdurare di una «inadeguatezza della rete territoriale» che rende di fatto gli ospedali «il principale (e a volte l'unico) punto di riferimento per l'assistenza in gran parte del Paese».
Criticità che si sono accentuate nel 2020 per la pandemia rendendo ancora più lunghe le liste di attesa per le visite specialistiche e gli interventi programmati, ritardando le vaccinazioni di bambini e adolescenti e gli screening oncologici. La riduzione delle prestazioni ambulatoriali è stata di 144,5 milioni, soprattutto per quanto riguarda esami di laboratorio, visite e diagnostica. Lo scorso anno, i ricoveri dei minori sono calati del 17% rispetto al 2019, del 42,6% i ricoveri urgenti. Gli interventi cardiochirurgici maggiori, l'applicazione di pacemaker e di altri impianti hanno registrato una flessione del 20% e chi aveva bisogno di chirurgia oncologica non ha potuto essere operato (- 13%). Sono calati del 30% i ricoveri per il tumore della mammella e del 20% quelli per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastro intestinale. C'è stata una riduzione di circa il 30% dei ricoveri pre e post-parto, dovuta probabilmente alla volontà di ridurre al minimo ricoveri di osservazione, mentre i ricoveri neonatali si sono ridotti del 20% tranne i trattamenti per le affezioni maggiori che si sono sostanzialmente mantenuti costanti. Dell'8 % si sono ridotti anche i trapianti d'organi. «In termini di sicurezza e qualità delle cure, resta eccessivo in tutto il Paese il ricorso ai parti cesarei, anche in strutture con un limitato numero di parti l'anno, e non è stata raggiunta in tutte le Regioni l'obiettivo di interventi tempestivi per alcune patologie, in cui gli esiti dell'operazione dipendono in modo cruciale dalla brevità dei tempi intercorrenti dal ricovero», bacchettano i giudici.
Eppure lo scorso anno, nella risposta sanitaria all'emergenza le spese relative a consulenze o lavoro interinale ed ex articolo 55 sono cresciute di oltre 386 milioni di euro. I giudici contabili precisano che «poco meno di un quinto della maggiore spesa è riferibile all'Emilia Romagna, che vede aumentare il ricorso a consulenze e lavoro interinale di oltre l'80% […], più limitato l'incremento dovuto a consulenze da privato, 125 milioni di euro», di cui 44 milioni sempre riconducibili alla Regione amministrata da Stefano Bonaccini.
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Stanziando 3,6 miliardi per il Covid, Roberto Speranza promise: «Aumenteremo i posti letto del 115%». Però le Regioni ne hanno allestiti 922 sui 3.591 programmati. Carenze anche sui pronto soccorso (in porto 65 progetti su 474) e le assunzioni: troppi i contratti precari.I territori non hanno impiegato la gran parte dei fondi. In Emilia boom delle consulenze.Lo speciale comprende due articoli.Ci hanno imposto i lockdown per evitare che gli ospedali finissero sotto pressione, ma non hanno speso i soldi stanziati per aumentare i posti letto nelle terapie intensive e semi intensive. In un anno, il potenziamento delle strutture necessarie a stabilizzare le funzioni vitali dei pazienti gravi non ha coperto nemmeno il 26% del fabbisogno indicato. La fotografia sconvolgente, della non riorganizzazione della rete ospedaliera così da garantire la sopravvivenza a più malati in insufficienza respiratoria, ci arriva dal ministero della Salute. Proprio Roberto Speranza, un anno fa, prometteva: «Aumenteremo del 115% i posti letto e nelle terapie intensive, assumeremo medici e infermieri». Ci hanno chiuso in casa, hanno collassato l'economia perché se ci ammalavamo di coronavirus non volevano curarci a domicilio e i reparti erano saturi, eppure dopo dodici mesi siamo ancora in emergenza posti letto. Se dovessero arrivare nuove ondate di contagi o altre pandemie, gli ospedali italiani non sarebbero in grado di reggere. Il report della Corte dei conti ricorda che i fondi, che potevano essere utilizzati nell'anno 2020 per fronteggiare l'emergenza Covid, erano in totale pari a 3,6 miliardi di euro (di cui circa 700 milioni per le terapie intensive). Con il decreto Rilancio vennero stanziati 1.413,1 milioni di euro gestiti dall'allora commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, e destinati ad «aumentare la dotazione strutturale sul territorio nazionale di almeno 3.500 posti letto di terapia intensiva, portando tutte le Regioni ad una dotazione di 0,14 posti letto per 1.000 abitanti; di riqualificare 4.225 posti letto di area semi intensiva, con relativa dotazione impiantistica idonea a supportare le apparecchiature di ausilio alla ventilazione, mediante adeguamento e ristrutturazione di unità di area medica, prevedendo che tali postazioni siano fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure». A fine aprile 2021, i nuovi posti letto in terapia intensiva funzionanti risultavano invece 922 sui 3.591 programmati: appena il 25,7%. La Campania doveva averne attivi 499, non va oltre a 158; la Lombardia si è fermata a 47 delle 585 dotazioni aggiuntive previste e se la Provincia autonoma di Bolzano ha speso tutti i fondi a disposizione completando i 40 nuovi posti richiesti, Valle d'Aosta e Basilicata non hanno aggiunto nessuna dotazione. Ancora peggio la situazione per gli interventi in area semi intensiva, dove su 4.238 posti letto che dovevano essere aggiunti sull'intero territorio nazionale, ne risultano attivati appena 1.081 (il 25,5%). Maglia nera ancora per Valle d'Aosta e Basilicata, ma anche per Molise, Liguria e Friuli Venezia Giulia che non hanno speso soldi e lascito i reparti così come erano. Eppure ci hanno continuato a dire che il numero limitato di letti e macchinari, a fronte dell'aumento dei malati di Covid che richiedono il ricovero in terapia intensiva, stava mettendo a dura prova il sistema sanitario del Paese. E che il supporto delle funzioni vitali può avvenire anche all'interno delle cosiddette terapie subintensive, tramite macchinari meno invasivi come maschere per la ventilazione e caschi respiratori. Impiegati in maniera precoce, aiutano gli alveoli polmonari a lavorare meglio e alleggeriscono la pressione sui reparti di terapia intensiva, quindi è altrettanto vitale avere aree predisposte con simili tecnologie. Se pochissimo è stato speso per ampliare questi presidi di sicurezza, nell'adeguamento dei pronto soccorso le Regioni hanno davvero mostrato una vergognosa trascuratezza. Su 474 interventi programmati, appena 65 sono andati a buon fine (il 13,7%). Hanno utilizzato i fondi soprattutto Veneto, Liguria, Abruzzo e Puglia, per il resto d'Italia si va da zero a tre, quattro adeguamenti al massimo. Così, purtroppo non stupisce che nemmeno l'acquisto di nuove ambulanze sia stato tra le priorità, considerato che l'ampliamento dei mezzi supera di poco il 19% del fabbisogno indicato.Ma soffermiamoci sull'altra promessa del ministro della Salute, sempre di un anno fa: «Assumeremo medici e infermieri». Sempre i giudici contabili fanno sapere che dall'inizio della emergenza sanitaria «sono state reclutate 83.180 unità di personale. Si tratta per il 25,7% di medici (21.414) e per il 38,5% di infermieri (31.990). Il restante personale (29.776 unità) è costituito da operatori sociosanitari ed altre professionalità necessarie per fronteggiare l'emergenza sanitaria». A fine maggio, il numero era già sceso a 76.000 per la cessazione dei vari rapporti di lavoro. Dei 21.414 medici coinvolti, il 23,5 % è rappresentato da specializzandi e oltre il 26% sono invece medici abilitati ma non specializzati, con rapporti di collaborazione o incarichi a tempo determinato con le aziende sanitarie. Va meglio per gli infermieri, il 27,4% su 31.990 ha instaurato un rapporto di lavoro continuato nel tempo. Siamo comunque ancora ben lontani dall'offrire contratti dignitosi ai professionisti della salute, e non solo nell'emergenza Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verita-terapie-intensive-italia-2653241382.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-congelato-oltre-il-66-delle-risorse-crollata-la-spesa-per-curare-i-malati" data-post-id="2653241382" data-published-at="1622845998" data-use-pagination="False"> È congelato oltre il 66% delle risorse. Crollata la spesa per curare i malati «Dei 1.268 milioni attribuiti alle Regioni per il potenziamento dell'assistenza territoriale, oltre il 66% è stato accantonato», scrivono i giudici della Corte di conti. Fatta eccezione per le Regioni centrali che sembrano aver congelato solo il 40% delle somme, in quelle del Nord e del Sud Italia la «quota rinviata» supera rispettivamente il 70 e il 76,5%. Questo significa che buona parte degli stanziamenti messi a disposizione sono ancora in sospeso. In caso di non utilizzo nell'esercizio, dovevano essere impiegati per le attività previste nel 2021. A fronte delle risorse assegnate, 3,6 miliardi di euro per fronteggiare l'emergenza Covid, a fine 2020 erano state ammessi a finanziamento 22 interventi per 6,5 milioni di euro riguardanti iniziative solo in Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.Un dato preoccupante, soprattutto considerando quanto è andato perduto in oltre un anno di pandemia. Si sono infatti ridotte le spese per farmaci e per l'assistenza riabilitativa, calate rispettivamente del 3,6 e del 4,6%. «Si tratta di variazioni da ricondurre al rallentamento e, in alcuni periodi, al blocco delle attività di assistenza rese necessarie dalla pandemia e dalle misure per il distanziamento sociale (lockdown)», precisa il rapporto 2021 del supremo organo che controlla la gestione della spesa pubblica. Ricorda che continuano a essere segnalate situazioni di «inefficiente utilizzo delle risorse ospedaliere» e che gli indicatori legati al tasso di ospedalizzazione degli over 75, elevato soprattutto nelle Regioni del Centro Nord, così come quelli relativi all'assistenza, domiciliare o presso strutture residenziali, di anziani e disabili dimostrano il perdurare di una «inadeguatezza della rete territoriale» che rende di fatto gli ospedali «il principale (e a volte l'unico) punto di riferimento per l'assistenza in gran parte del Paese».Criticità che si sono accentuate nel 2020 per la pandemia rendendo ancora più lunghe le liste di attesa per le visite specialistiche e gli interventi programmati, ritardando le vaccinazioni di bambini e adolescenti e gli screening oncologici. La riduzione delle prestazioni ambulatoriali è stata di 144,5 milioni, soprattutto per quanto riguarda esami di laboratorio, visite e diagnostica. Lo scorso anno, i ricoveri dei minori sono calati del 17% rispetto al 2019, del 42,6% i ricoveri urgenti. Gli interventi cardiochirurgici maggiori, l'applicazione di pacemaker e di altri impianti hanno registrato una flessione del 20% e chi aveva bisogno di chirurgia oncologica non ha potuto essere operato (- 13%). Sono calati del 30% i ricoveri per il tumore della mammella e del 20% quelli per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastro intestinale. C'è stata una riduzione di circa il 30% dei ricoveri pre e post-parto, dovuta probabilmente alla volontà di ridurre al minimo ricoveri di osservazione, mentre i ricoveri neonatali si sono ridotti del 20% tranne i trattamenti per le affezioni maggiori che si sono sostanzialmente mantenuti costanti. Dell'8 % si sono ridotti anche i trapianti d'organi. «In termini di sicurezza e qualità delle cure, resta eccessivo in tutto il Paese il ricorso ai parti cesarei, anche in strutture con un limitato numero di parti l'anno, e non è stata raggiunta in tutte le Regioni l'obiettivo di interventi tempestivi per alcune patologie, in cui gli esiti dell'operazione dipendono in modo cruciale dalla brevità dei tempi intercorrenti dal ricovero», bacchettano i giudici.Eppure lo scorso anno, nella risposta sanitaria all'emergenza le spese relative a consulenze o lavoro interinale ed ex articolo 55 sono cresciute di oltre 386 milioni di euro. I giudici contabili precisano che «poco meno di un quinto della maggiore spesa è riferibile all'Emilia Romagna, che vede aumentare il ricorso a consulenze e lavoro interinale di oltre l'80% […], più limitato l'incremento dovuto a consulenze da privato, 125 milioni di euro», di cui 44 milioni sempre riconducibili alla Regione amministrata da Stefano Bonaccini.
John Elkann (Ansa)
Tale normativa, che sarà presentata il 25 febbraio a Bruxelles dal Commissario europeo per l’Industria Stéphane Séjourné, costituirà una barriera protezionistica, imponendo dei requisiti minimi di produzione europea nelle auto immatricolate in Europa. Lo scopo dovrebbe essere quello di mantenere vivo quello che resta della manifattura industriale europea nel settore automobilistico, contrastando lo strapotere cinese nel settore.
L’idea insomma è di lanciare un «Buy Europe» simile al «Buy America» di Joe Biden, una forma protezionistica mascherata (nemmeno troppo). Dopo essersi deindustrializzata cavalcando la globalizzazione, ora l’Ue dunque si accorge che qualcosa è andato storto. Beninteso, senza mai prendersi la minima responsabilità politica.
Non si conoscono ancora i reali contenuti della normativa, dunque proprio per questo le due maggiori case europee si portano avanti e dettano la linea.
Ma non solo. Blume e Filosa chiedono soprattutto incentivi finanziari per mantenere la produzione in Europa e un bonus sulle emissioni di CO2 delle flotte, che vada ad evitare le multe previste dalla normativa attuale nel caso di scarse vendite di auto elettriche.
Secondo la lettera, le auto elettriche dovrebbero avere quattro criteri di origine made in Europe, in quote da stabilire: 1) produzione di veicoli, compresa la fabbricazione e l’assemblaggio, nonché la ricerca e lo sviluppo; 2) il gruppo propulsore elettrico; 3) le celle della batteria; 4) alcuni componenti elettronici importanti.
Ogni veicolo che soddisfa i criteri «Made in Europe» dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o preferenza negli appalti pubblici. I due ad si dicono preoccupati per la tenuta dell’Europa come polo industriale, ma temono soprattutto di essere spazzati via dalla concorrenza cinese. «Stiamo investendo miliardi nella produzione europea di celle per batterie», scrivono i due dirigenti, e «dobbiamo controllare e produrre noi stessi questa tecnologia fondamentale». Ma, prosegue la lettera, «i nostri clienti europei si aspettano giustamente che offriamo veicoli elettrici il più possibile convenienti. Questo è un prerequisito fondamentale per il successo dell’elettromobilità. Tuttavia, più basso è il prezzo di un’auto, maggiore è la pressione a importare le batterie più economiche disponibili». Tradotto: i cinesi hanno costi più bassi e le case europee sono fuori mercato.
Il conflitto tra le pressioni sui costi e la dipendenza dai paesi terzi può essere risolto con una strategia Made in Europe, cioè imponendo dei criteri minimi di fabbricazione in Europa. «Gli obiettivi per tutte queste categorie devono essere ambiziosi ma realistici», dicono Vw e Stellantis, avvisando l’Ue di non chiedere l’impossibile.
Poi arriva il pezzo forte della lettera: «Ogni veicolo che soddisfa i criteri Made in Europe dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o appalti pubblici». Infine, Blume e Filosa chiedono che vengano concessi dei bonus sulle emissioni per ogni auto elettrica Made in Europe, in modo che questi possano compensare le emissioni della restante flotta con motori tradizionali.
Fino a poco tempo fa, le due case automobilistiche erano scettiche sull’idea di proteggere la produzione europea con il Made in Europe, e non hanno cambiato idea. Ma visto che l’Ue introdurrà quei criteri, le due case automobilistiche cercano di orientare le decisioni e soprattutto si mettono in prima fila per ottenere sussidi. Poiché alla fine è di questo che si tratta.
Al di là dei tecnicismi, il passaggio chiave della lettera è questo: «Il denaro dei contribuenti europei dovrebbe essere utilizzato specificamente per promuovere la produzione europea e attrarre investimenti nell’Ue». Certo la lettera non si nasconde dietro le metafore e va dritta al sodo, chiedendo appunto il denaro dei contribuenti europei. Se mettiamo questa frase insieme a «avere diritto a vantaggi come premi d’acquisto o appalti pubblici» e «bonus sulle emissioni» il quadro delle richieste è completo.
Pochi giorni fa Stella Li, che guida Byd, il marchio cinese primo costruttore mondiale di auto elettriche, ha detto che la sua azienda non fa solo auto: «Lavoriamo su intelligenza artificiale, guida autonoma, robotica. Abbiamo un ecosistema completo e siamo anche tra i grandi player nello storage di batterie». Parole che danno ragione, postuma, a Sergio Marchionne, che anni fa disse che i maggiori concorrenti dei costruttori di auto sarebbero stati i nuovi entranti e i giganti tecnologici, a partire dal software per la guida autonoma. Peccato non avere dato ascolto al manager già allora, quando avvertiva che ogni auto 500 elettrica venduta rappresentava una perdita. Oggi John Elkann manda una lettera con cui chiede, ancora una volta, sussidi pubblici. Ma di garanzie che il denaro dei contribuenti non sarà, per l’ennesima volta, gettato al vento, nella lettera non c’è traccia.
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Dopo la storia e la descrizione delle sedi della «prima cerimonia diffusa della storia» (lo stadio milanese di San Siro e Cortina d’Ampezzo), il documento entra nei dettagli (come i lettori possono verificare consultando l’allegato). Il «concept creativo» è quello dell’Armonia e il direttore creativo è Marco Balich, già ideatore di 16 cerimonie d’apertura olimpiche. Nel file è svelato l’allestimento scenico e sono citati tutti i numeri della cerimonia.Quindi è descritto lo spettacolo, scena per scena.Si esalteranno la bellezza e la fantasia italiane. L’attrice Matilde De Angelis in versione direttrice d’orchestra guiderà un medley musicale che raggruppa brani dei grandi della musica classica italiana (Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioachino Rossini, Antonio Vivaldi) e anche il pop di Raffaella Carrà. In un caleidoscopio di luci spunterà Mariah Carey che intonerà Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e Nothing is impossible. Quindi verrà trasmesso il video (registrato) dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram storico guidato dall’ex campione del Mondo di moto Gp Valentino Rossi. Un siparietto che è costato il posto di telecronista della serata ad Auro Bulbarelli, punito per avere parlato di «una sorpresa». Un’anticipazione che ha fatto infuriare il Quirinale (che ha protestato direttamente con il Comitato olimpico internazionale) e che è stata ritenuta imperdonabile.
A questo incidente La Verità ha dedicato oggi un articolo esclusivo nell’edizione in edicola. Mattarella del documento viene così descritto: «Una delle figure più autorevoli del Paese» che «rappresenta il garante della Costituzione dell’unità nazionale e dei valori democratici». Quindi c’è un’altra sviolinata: «Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni italiane, distinguendosi per rigore, equilibrio e rispetto delle regole, qualità che ne hanno fatto un punto di riferimento nel panorama istituzionale europeo». A questo punto lo stadio si accenderà con le tinte del Tricolore in un momento dedicato alla moda italiana. Avrà l’onore di portare sul prato la bandiera la modella Vittoria Ceretti. L’inno nazionale, come già ampiamente emerso, sarà cantato da Laura Pausini. Pierfrancesco Favino leggerà, invece, L’Infinito di Giacomo Leopardi, mentre Sabrina Impacciatore sarà protagonista di un video animato sulla storia delle Olimpiadi invernali. Segue la parata degli atleti.
Ci sarà, quindi, un viaggio nel tempo e una parentesi scherzosa sul modo di gesticolare degli italiani, con protagonista l’attrice Brenda Lodigiani. A questo punto, dalla Tribuna d’onore Mattarella dichiarerà aperti i Giochi. Si parlerà di pace e di tregua olimpica e il cantante Ghali leggerà i versi della poesia «Promemoria» di Gianni Rodari che recita: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra». I versi della poesia, contrariamente a quanto polemicamente affermato da Ghali (che ha sostenuto che non gli sarebbe stato consentito di esprimersi in arabo), è previsto che siano recitati «in italiano, inglese, cinese, arabo, francese, spagnolo». A questo punto Charlize Theron, sudafricana ambasciatrice di pace, prenderà la parola «con un messaggio di speranza ispirato a Nelson Mandela che attraversa confini e generazioni». Il programma si chiuderà con l’ingresso della bandiera olimpica, dei suoi «messaggeri di pace» e con l’accensione del braciere olimpico. Tutto bello, retorico e un po’ scontato.
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«Cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare che quei tristi momenti si ripetano». Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nella conferenza stampa al termine del Cdm, riferendosi alle norme introdotte con il decreto sicurezza e al fenomeno delle Brigate rosse.
Nordio ha definito il fenomeno delle Br come «nato per una insufficiente attenzione, anche da parte dello Stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze dell’ordine. Ricordiamo le espressioni “compagni che sbagliano” e “sedicenti Brigate rosse”». La nuova norma introdotta dal decreto sicurezza «non è uno scudo penale, che invece vuol dire impunità: qui l’impunità non c’è per nessuno, quindi è una parola impropria», ha aggiunto in merito al nuovo provvedimento contenuto nel decreto, che istituisce un registro separato per i reati commessi con «causa di giustificazione».