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2021-06-05
La verità sulle terapie intensive: attivate meno di una su quattro
Ci hanno imposto i lockdown per evitare che gli ospedali finissero sotto pressione, ma non hanno speso i soldi stanziati per aumentare i posti letto nelle terapie intensive e semi intensive. In un anno, il potenziamento delle strutture necessarie a stabilizzare le funzioni vitali dei pazienti gravi non ha coperto nemmeno il 26% del fabbisogno indicato. La fotografia sconvolgente, della non riorganizzazione della rete ospedaliera così da garantire la sopravvivenza a più malati in insufficienza respiratoria, ci arriva dal ministero della Salute. Proprio Roberto Speranza, un anno fa, prometteva: «Aumenteremo del 115% i posti letto e nelle terapie intensive, assumeremo medici e infermieri».
Ci hanno chiuso in casa, hanno collassato l'economia perché se ci ammalavamo di coronavirus non volevano curarci a domicilio e i reparti erano saturi, eppure dopo dodici mesi siamo ancora in emergenza posti letto. Se dovessero arrivare nuove ondate di contagi o altre pandemie, gli ospedali italiani non sarebbero in grado di reggere. Il report della Corte dei conti ricorda che i fondi, che potevano essere utilizzati nell'anno 2020 per fronteggiare l'emergenza Covid, erano in totale pari a 3,6 miliardi di euro (di cui circa 700 milioni per le terapie intensive). Con il decreto Rilancio vennero stanziati 1.413,1 milioni di euro gestiti dall'allora commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, e destinati ad «aumentare la dotazione strutturale sul territorio nazionale di almeno 3.500 posti letto di terapia intensiva, portando tutte le Regioni ad una dotazione di 0,14 posti letto per 1.000 abitanti; di riqualificare 4.225 posti letto di area semi intensiva, con relativa dotazione impiantistica idonea a supportare le apparecchiature di ausilio alla ventilazione, mediante adeguamento e ristrutturazione di unità di area medica, prevedendo che tali postazioni siano fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure».
A fine aprile 2021, i nuovi posti letto in terapia intensiva funzionanti risultavano invece 922 sui 3.591 programmati: appena il 25,7%. La Campania doveva averne attivi 499, non va oltre a 158; la Lombardia si è fermata a 47 delle 585 dotazioni aggiuntive previste e se la Provincia autonoma di Bolzano ha speso tutti i fondi a disposizione completando i 40 nuovi posti richiesti, Valle d'Aosta e Basilicata non hanno aggiunto nessuna dotazione. Ancora peggio la situazione per gli interventi in area semi intensiva, dove su 4.238 posti letto che dovevano essere aggiunti sull'intero territorio nazionale, ne risultano attivati appena 1.081 (il 25,5%). Maglia nera ancora per Valle d'Aosta e Basilicata, ma anche per Molise, Liguria e Friuli Venezia Giulia che non hanno speso soldi e lascito i reparti così come erano.
Eppure ci hanno continuato a dire che il numero limitato di letti e macchinari, a fronte dell'aumento dei malati di Covid che richiedono il ricovero in terapia intensiva, stava mettendo a dura prova il sistema sanitario del Paese. E che il supporto delle funzioni vitali può avvenire anche all'interno delle cosiddette terapie subintensive, tramite macchinari meno invasivi come maschere per la ventilazione e caschi respiratori. Impiegati in maniera precoce, aiutano gli alveoli polmonari a lavorare meglio e alleggeriscono la pressione sui reparti di terapia intensiva, quindi è altrettanto vitale avere aree predisposte con simili tecnologie.
Se pochissimo è stato speso per ampliare questi presidi di sicurezza, nell'adeguamento dei pronto soccorso le Regioni hanno davvero mostrato una vergognosa trascuratezza. Su 474 interventi programmati, appena 65 sono andati a buon fine (il 13,7%). Hanno utilizzato i fondi soprattutto Veneto, Liguria, Abruzzo e Puglia, per il resto d'Italia si va da zero a tre, quattro adeguamenti al massimo. Così, purtroppo non stupisce che nemmeno l'acquisto di nuove ambulanze sia stato tra le priorità, considerato che l'ampliamento dei mezzi supera di poco il 19% del fabbisogno indicato.
Ma soffermiamoci sull'altra promessa del ministro della Salute, sempre di un anno fa: «Assumeremo medici e infermieri». Sempre i giudici contabili fanno sapere che dall'inizio della emergenza sanitaria «sono state reclutate 83.180 unità di personale. Si tratta per il 25,7% di medici (21.414) e per il 38,5% di infermieri (31.990). Il restante personale (29.776 unità) è costituito da operatori sociosanitari ed altre professionalità necessarie per fronteggiare l'emergenza sanitaria». A fine maggio, il numero era già sceso a 76.000 per la cessazione dei vari rapporti di lavoro. Dei 21.414 medici coinvolti, il 23,5 % è rappresentato da specializzandi e oltre il 26% sono invece medici abilitati ma non specializzati, con rapporti di collaborazione o incarichi a tempo determinato con le aziende sanitarie. Va meglio per gli infermieri, il 27,4% su 31.990 ha instaurato un rapporto di lavoro continuato nel tempo. Siamo comunque ancora ben lontani dall'offrire contratti dignitosi ai professionisti della salute, e non solo nell'emergenza Covid.
È congelato oltre il 66% delle risorse. Crollata la spesa per curare i malati
«Dei 1.268 milioni attribuiti alle Regioni per il potenziamento dell'assistenza territoriale, oltre il 66% è stato accantonato», scrivono i giudici della Corte di conti. Fatta eccezione per le Regioni centrali che sembrano aver congelato solo il 40% delle somme, in quelle del Nord e del Sud Italia la «quota rinviata» supera rispettivamente il 70 e il 76,5%. Questo significa che buona parte degli stanziamenti messi a disposizione sono ancora in sospeso. In caso di non utilizzo nell'esercizio, dovevano essere impiegati per le attività previste nel 2021. A fronte delle risorse assegnate, 3,6 miliardi di euro per fronteggiare l'emergenza Covid, a fine 2020 erano state ammessi a finanziamento 22 interventi per 6,5 milioni di euro riguardanti iniziative solo in Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.
Un dato preoccupante, soprattutto considerando quanto è andato perduto in oltre un anno di pandemia. Si sono infatti ridotte le spese per farmaci e per l'assistenza riabilitativa, calate rispettivamente del 3,6 e del 4,6%. «Si tratta di variazioni da ricondurre al rallentamento e, in alcuni periodi, al blocco delle attività di assistenza rese necessarie dalla pandemia e dalle misure per il distanziamento sociale (lockdown)», precisa il rapporto 2021 del supremo organo che controlla la gestione della spesa pubblica. Ricorda che continuano a essere segnalate situazioni di «inefficiente utilizzo delle risorse ospedaliere» e che gli indicatori legati al tasso di ospedalizzazione degli over 75, elevato soprattutto nelle Regioni del Centro Nord, così come quelli relativi all'assistenza, domiciliare o presso strutture residenziali, di anziani e disabili dimostrano il perdurare di una «inadeguatezza della rete territoriale» che rende di fatto gli ospedali «il principale (e a volte l'unico) punto di riferimento per l'assistenza in gran parte del Paese».
Criticità che si sono accentuate nel 2020 per la pandemia rendendo ancora più lunghe le liste di attesa per le visite specialistiche e gli interventi programmati, ritardando le vaccinazioni di bambini e adolescenti e gli screening oncologici. La riduzione delle prestazioni ambulatoriali è stata di 144,5 milioni, soprattutto per quanto riguarda esami di laboratorio, visite e diagnostica. Lo scorso anno, i ricoveri dei minori sono calati del 17% rispetto al 2019, del 42,6% i ricoveri urgenti. Gli interventi cardiochirurgici maggiori, l'applicazione di pacemaker e di altri impianti hanno registrato una flessione del 20% e chi aveva bisogno di chirurgia oncologica non ha potuto essere operato (- 13%). Sono calati del 30% i ricoveri per il tumore della mammella e del 20% quelli per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastro intestinale. C'è stata una riduzione di circa il 30% dei ricoveri pre e post-parto, dovuta probabilmente alla volontà di ridurre al minimo ricoveri di osservazione, mentre i ricoveri neonatali si sono ridotti del 20% tranne i trattamenti per le affezioni maggiori che si sono sostanzialmente mantenuti costanti. Dell'8 % si sono ridotti anche i trapianti d'organi. «In termini di sicurezza e qualità delle cure, resta eccessivo in tutto il Paese il ricorso ai parti cesarei, anche in strutture con un limitato numero di parti l'anno, e non è stata raggiunta in tutte le Regioni l'obiettivo di interventi tempestivi per alcune patologie, in cui gli esiti dell'operazione dipendono in modo cruciale dalla brevità dei tempi intercorrenti dal ricovero», bacchettano i giudici.
Eppure lo scorso anno, nella risposta sanitaria all'emergenza le spese relative a consulenze o lavoro interinale ed ex articolo 55 sono cresciute di oltre 386 milioni di euro. I giudici contabili precisano che «poco meno di un quinto della maggiore spesa è riferibile all'Emilia Romagna, che vede aumentare il ricorso a consulenze e lavoro interinale di oltre l'80% […], più limitato l'incremento dovuto a consulenze da privato, 125 milioni di euro», di cui 44 milioni sempre riconducibili alla Regione amministrata da Stefano Bonaccini.
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Stanziando 3,6 miliardi per il Covid, Roberto Speranza promise: «Aumenteremo i posti letto del 115%». Però le Regioni ne hanno allestiti 922 sui 3.591 programmati. Carenze anche sui pronto soccorso (in porto 65 progetti su 474) e le assunzioni: troppi i contratti precari.I territori non hanno impiegato la gran parte dei fondi. In Emilia boom delle consulenze.Lo speciale comprende due articoli.Ci hanno imposto i lockdown per evitare che gli ospedali finissero sotto pressione, ma non hanno speso i soldi stanziati per aumentare i posti letto nelle terapie intensive e semi intensive. In un anno, il potenziamento delle strutture necessarie a stabilizzare le funzioni vitali dei pazienti gravi non ha coperto nemmeno il 26% del fabbisogno indicato. La fotografia sconvolgente, della non riorganizzazione della rete ospedaliera così da garantire la sopravvivenza a più malati in insufficienza respiratoria, ci arriva dal ministero della Salute. Proprio Roberto Speranza, un anno fa, prometteva: «Aumenteremo del 115% i posti letto e nelle terapie intensive, assumeremo medici e infermieri». Ci hanno chiuso in casa, hanno collassato l'economia perché se ci ammalavamo di coronavirus non volevano curarci a domicilio e i reparti erano saturi, eppure dopo dodici mesi siamo ancora in emergenza posti letto. Se dovessero arrivare nuove ondate di contagi o altre pandemie, gli ospedali italiani non sarebbero in grado di reggere. Il report della Corte dei conti ricorda che i fondi, che potevano essere utilizzati nell'anno 2020 per fronteggiare l'emergenza Covid, erano in totale pari a 3,6 miliardi di euro (di cui circa 700 milioni per le terapie intensive). Con il decreto Rilancio vennero stanziati 1.413,1 milioni di euro gestiti dall'allora commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, e destinati ad «aumentare la dotazione strutturale sul territorio nazionale di almeno 3.500 posti letto di terapia intensiva, portando tutte le Regioni ad una dotazione di 0,14 posti letto per 1.000 abitanti; di riqualificare 4.225 posti letto di area semi intensiva, con relativa dotazione impiantistica idonea a supportare le apparecchiature di ausilio alla ventilazione, mediante adeguamento e ristrutturazione di unità di area medica, prevedendo che tali postazioni siano fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure». A fine aprile 2021, i nuovi posti letto in terapia intensiva funzionanti risultavano invece 922 sui 3.591 programmati: appena il 25,7%. La Campania doveva averne attivi 499, non va oltre a 158; la Lombardia si è fermata a 47 delle 585 dotazioni aggiuntive previste e se la Provincia autonoma di Bolzano ha speso tutti i fondi a disposizione completando i 40 nuovi posti richiesti, Valle d'Aosta e Basilicata non hanno aggiunto nessuna dotazione. Ancora peggio la situazione per gli interventi in area semi intensiva, dove su 4.238 posti letto che dovevano essere aggiunti sull'intero territorio nazionale, ne risultano attivati appena 1.081 (il 25,5%). Maglia nera ancora per Valle d'Aosta e Basilicata, ma anche per Molise, Liguria e Friuli Venezia Giulia che non hanno speso soldi e lascito i reparti così come erano. Eppure ci hanno continuato a dire che il numero limitato di letti e macchinari, a fronte dell'aumento dei malati di Covid che richiedono il ricovero in terapia intensiva, stava mettendo a dura prova il sistema sanitario del Paese. E che il supporto delle funzioni vitali può avvenire anche all'interno delle cosiddette terapie subintensive, tramite macchinari meno invasivi come maschere per la ventilazione e caschi respiratori. Impiegati in maniera precoce, aiutano gli alveoli polmonari a lavorare meglio e alleggeriscono la pressione sui reparti di terapia intensiva, quindi è altrettanto vitale avere aree predisposte con simili tecnologie. Se pochissimo è stato speso per ampliare questi presidi di sicurezza, nell'adeguamento dei pronto soccorso le Regioni hanno davvero mostrato una vergognosa trascuratezza. Su 474 interventi programmati, appena 65 sono andati a buon fine (il 13,7%). Hanno utilizzato i fondi soprattutto Veneto, Liguria, Abruzzo e Puglia, per il resto d'Italia si va da zero a tre, quattro adeguamenti al massimo. Così, purtroppo non stupisce che nemmeno l'acquisto di nuove ambulanze sia stato tra le priorità, considerato che l'ampliamento dei mezzi supera di poco il 19% del fabbisogno indicato.Ma soffermiamoci sull'altra promessa del ministro della Salute, sempre di un anno fa: «Assumeremo medici e infermieri». Sempre i giudici contabili fanno sapere che dall'inizio della emergenza sanitaria «sono state reclutate 83.180 unità di personale. Si tratta per il 25,7% di medici (21.414) e per il 38,5% di infermieri (31.990). Il restante personale (29.776 unità) è costituito da operatori sociosanitari ed altre professionalità necessarie per fronteggiare l'emergenza sanitaria». A fine maggio, il numero era già sceso a 76.000 per la cessazione dei vari rapporti di lavoro. Dei 21.414 medici coinvolti, il 23,5 % è rappresentato da specializzandi e oltre il 26% sono invece medici abilitati ma non specializzati, con rapporti di collaborazione o incarichi a tempo determinato con le aziende sanitarie. Va meglio per gli infermieri, il 27,4% su 31.990 ha instaurato un rapporto di lavoro continuato nel tempo. Siamo comunque ancora ben lontani dall'offrire contratti dignitosi ai professionisti della salute, e non solo nell'emergenza Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verita-terapie-intensive-italia-2653241382.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-congelato-oltre-il-66-delle-risorse-crollata-la-spesa-per-curare-i-malati" data-post-id="2653241382" data-published-at="1622845998" data-use-pagination="False"> È congelato oltre il 66% delle risorse. Crollata la spesa per curare i malati «Dei 1.268 milioni attribuiti alle Regioni per il potenziamento dell'assistenza territoriale, oltre il 66% è stato accantonato», scrivono i giudici della Corte di conti. Fatta eccezione per le Regioni centrali che sembrano aver congelato solo il 40% delle somme, in quelle del Nord e del Sud Italia la «quota rinviata» supera rispettivamente il 70 e il 76,5%. Questo significa che buona parte degli stanziamenti messi a disposizione sono ancora in sospeso. In caso di non utilizzo nell'esercizio, dovevano essere impiegati per le attività previste nel 2021. A fronte delle risorse assegnate, 3,6 miliardi di euro per fronteggiare l'emergenza Covid, a fine 2020 erano state ammessi a finanziamento 22 interventi per 6,5 milioni di euro riguardanti iniziative solo in Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.Un dato preoccupante, soprattutto considerando quanto è andato perduto in oltre un anno di pandemia. Si sono infatti ridotte le spese per farmaci e per l'assistenza riabilitativa, calate rispettivamente del 3,6 e del 4,6%. «Si tratta di variazioni da ricondurre al rallentamento e, in alcuni periodi, al blocco delle attività di assistenza rese necessarie dalla pandemia e dalle misure per il distanziamento sociale (lockdown)», precisa il rapporto 2021 del supremo organo che controlla la gestione della spesa pubblica. Ricorda che continuano a essere segnalate situazioni di «inefficiente utilizzo delle risorse ospedaliere» e che gli indicatori legati al tasso di ospedalizzazione degli over 75, elevato soprattutto nelle Regioni del Centro Nord, così come quelli relativi all'assistenza, domiciliare o presso strutture residenziali, di anziani e disabili dimostrano il perdurare di una «inadeguatezza della rete territoriale» che rende di fatto gli ospedali «il principale (e a volte l'unico) punto di riferimento per l'assistenza in gran parte del Paese».Criticità che si sono accentuate nel 2020 per la pandemia rendendo ancora più lunghe le liste di attesa per le visite specialistiche e gli interventi programmati, ritardando le vaccinazioni di bambini e adolescenti e gli screening oncologici. La riduzione delle prestazioni ambulatoriali è stata di 144,5 milioni, soprattutto per quanto riguarda esami di laboratorio, visite e diagnostica. Lo scorso anno, i ricoveri dei minori sono calati del 17% rispetto al 2019, del 42,6% i ricoveri urgenti. Gli interventi cardiochirurgici maggiori, l'applicazione di pacemaker e di altri impianti hanno registrato una flessione del 20% e chi aveva bisogno di chirurgia oncologica non ha potuto essere operato (- 13%). Sono calati del 30% i ricoveri per il tumore della mammella e del 20% quelli per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastro intestinale. C'è stata una riduzione di circa il 30% dei ricoveri pre e post-parto, dovuta probabilmente alla volontà di ridurre al minimo ricoveri di osservazione, mentre i ricoveri neonatali si sono ridotti del 20% tranne i trattamenti per le affezioni maggiori che si sono sostanzialmente mantenuti costanti. Dell'8 % si sono ridotti anche i trapianti d'organi. «In termini di sicurezza e qualità delle cure, resta eccessivo in tutto il Paese il ricorso ai parti cesarei, anche in strutture con un limitato numero di parti l'anno, e non è stata raggiunta in tutte le Regioni l'obiettivo di interventi tempestivi per alcune patologie, in cui gli esiti dell'operazione dipendono in modo cruciale dalla brevità dei tempi intercorrenti dal ricovero», bacchettano i giudici.Eppure lo scorso anno, nella risposta sanitaria all'emergenza le spese relative a consulenze o lavoro interinale ed ex articolo 55 sono cresciute di oltre 386 milioni di euro. I giudici contabili precisano che «poco meno di un quinto della maggiore spesa è riferibile all'Emilia Romagna, che vede aumentare il ricorso a consulenze e lavoro interinale di oltre l'80% […], più limitato l'incremento dovuto a consulenze da privato, 125 milioni di euro», di cui 44 milioni sempre riconducibili alla Regione amministrata da Stefano Bonaccini.
Pedro Sánchez (Ansa)
Lo testimoniano gli esempi di questi giorni, a partire da quello di José Luis Zapatero, l’icona socialista a cui la sinistra nostrana ha guardato per anni. L’ex premier rappresentava la quarta via, dopo quella di Bill Clinton e pure quella di Tony Blair. Con gli occhioni da Bambi aveva incantato tutti, introducendo nella cattolicissima Spagna le unioni Lgbt e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. Dal franchismo all’attivismo gay: in effetti, il salto in avanti o nel buio era stato forte e in Italia i compagni in crisi di identità, dopo le sconfitte elettorali, erano caduti in deliquio di fronte a tanto coraggio.
Una volta lasciato il governo Zapatero, come altri leader della sinistra, ha però trovato i soldi. Tanti, a giudicare da tutto quello che c’era nella cassaforte del suo ufficio. Orologi, gioielli, contanti: una prima stima parla di tre milioni. Ma a quanto pare si tratta dell’antipasto, perché da una società sull’orlo del crac, che però grazie al governo di Pedro Sánchez, altro socialista, aveva ricevuto contributi pubblici, sono arrivati consistenti bonifici, all’ex premier e pure alla società delle figlie. In totale, si parlerebbe di un vorticoso giro di denaro, con annessa una serie di reati. Avuto sentore dell’inchiesta, Zapatero pare volesse levare l’ancora e fuggire a Caracas, dove anche senza Maduro resistono un po’ di compagni. In sovrappiù, mentre crolla il mito del Bambi duro e puro, la magistratura ha spedito la Guardia civil a perquisire la sede del Psoe, il Partito socialista operaio spagnolo.
Così, tra un rinvio a giudizio della moglie dell’attuale premier, l’arresto dei principali collaboratori e ombre di corruzione che lambiscono il governo, anche l’immagine di Pedro Sánchez, icona della sinistra di casa nostra subentrata a Zapatero, rischia di fare la fine evocata da Nenni: epurato.
Ma i socialisti a cui si ispirano Schlein e compagni non portano solo guai giudiziari e sospetti di corruzione. Per i miti della sinistra c’è anche altro. Ieri il sindaco di New York, il democratico Zohran Mamdani ha annunciato un piano casa per fronteggiare l’emergenza abitativa della Grande mela. Il programma, denominato Block by Block, promette 200.000 nuovi alloggi, ma tra le misure ne spunta una perlomeno discutibile. Mamdani, infatti, annuncia di avere intenzione di espropriare i proprietari di casa che non migliorino le condizioni degli edifici e di trasferirne la proprietà agli inquilini. «Quando necessario, intraprenderemo azioni legali energiche per allontanare i proprietari e i gestori immobiliari negligenti», ha annunciato tra gli applausi. L’appropriazione di un patrimonio privato confligge con il V emendamento della Costituzione americana? Non è cosa che paia preoccuparlo.
Ma il vizio di mettere le mani in tasca al contribuente (come non ricordare Giuliano Amato che di notte prelevò i soldi dai conti correnti degli italiani e Romano Prodi che introdusse l’euro-tassa?) non è solo americano. In Francia, la nuova presidente della Corte dei Conti, Amélie de Montchalin, già ministro dell’Ecologia con la premier socialista Élisabeth Borne, ha avuto un’ideona per ripianare il deficit della sanità transalpina. La proposta prevede che lo Stato prelevi direttamente i soldi dai conti correnti degli assistiti, riscuotendo dunque forzosamente le franchigie per medicinali ed esami che restano a carico dei pazienti. Ovviamente, il prelievo riguarderebbe solo i francesi, per i clandestini e pure per i residenti nei dipartimenti d’Oltremare tipo La Mayotte le cure invece rimarrebbero gratis. O meglio, con i socialisti e Macron, a pagare sarebbe come sempre Pantalone.
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Andrea Delmastro (Ansa)
La richiesta arriva nell’ambito dell’indagine sul riciclaggio del clan Senese. Il centrodestra non pare intenzionato a dare il via libera, anche se Forza Italia ha posto condizioni, il che lascia intendere che potrebbe decidere di votare diversamente. «Prima abbiamo necessità di leggere le carte» si apprende fa fonti parlamentari.
Naturalmente le opposizioni insorgono. «Se così fosse il messaggio politico sarebbe devastante. Parliamo di atti richiesti dall’autorità giudiziaria in un’inchiesta che chiede chiarezza. Giorgia Meloni ha due strade davanti a sé: coprire Delmastro e i suoi rapporti con personaggi in orbita mafiosa, oppure ordinare ai suoi dare l’ok alla richiesta, provare a fare luce e sgomberare il campo dall’idea che lei il suo partito abbiano qualcosa da nascondere», le parole del capogruppo M5S al Senato, Luca Pirondini. E Angelo Bonelli (Avs) rincara: «È un fatto molto grave: invece di aiutare i magistrati a fare chiarezza e arrivare alla verità, la maggioranza alza un muro politico».
«Apprendiamo che il centrodestra sarebbe orientato a respingere la richiesta della Procura di Roma», dice Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, «Meloni non aveva detto che non avrebbe coperto più nessuno? E allora che problema c’è ad acquisire le chat dell’ex sottosegretario e anche quelle del caso Mps?». Infatti quelle di Delmastro non sono le uniche chat che si chiede di acquisire. Anche la Procura di Milano ha fatto una richiesta poco tempo fa: ha chiesto di visionare le chat dell’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala. Il caso è quello della scalata di Mps a Mediobanca, i pm hanno chiesto al Parlamento di autorizzare la visione delle chat di Sala in quanto, secondo quel che riporta lo stesso ex dirigente ministeriale (non indagato), nelle conversazioni sarebbero citati anche nove parlamentari, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini.
La chiave è qui. L’intenzione sembra quella di voler usare due inchieste per sfruttare la possibilità di andare a cercare all’interno delle chat di maggioranza ed esecutivo per vedere di trovare qualcosa da utilizzare contro il governo. Sul caso di Delmastro, ad esempio, perché, avendo le chat di Caroccia, si chiede di visionare quelle dell’ex sottosegretario? Cosa può aver scambiato con queste persone che non si possa leggere dalle chat già acquisite? È chiaro che si cerchi dell’altro. «In base agli elementi a mia conoscenza, in quelle chat sono presenti discorsi e frasi inopportune per il ruolo che all’epoca rivestiva Delmastro ma che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata», ha detto Fabrizio Gallo, difensore di Mauro Caroccia, commentando la richiesta avanzata dalla Procura. Certo è che le richieste delle Procure hanno fornito un grande assist alla sinistra che in questo modo evita di parlare dei guai giudiziari spagnoli gravati sui loro idoli: Pedro Sánchez e José Zapatero.
Il fratello minore di Sánchez dovrà comparire in tribunale dove è chiamato a rispondere delle accuse di traffico di influenze, abuso d’ufficio e malversazione. Guai familiari grossi per Sánchez perché anche la moglie del premier spagnolo, Begoña Gómez, dovrà comparire in tribunale il 9 giugno accusata di aver usato la sua influenza, come consorte del primo ministro, per ottenere sponsor per un corso di laurea da lei diretto. Secondo l’accusa, inoltre, avrebbe utilizzato fondi statali per pagare la sua assistente per l’aiuto in questioni personali. La sinistra italiana non ne parla e ignora anche il fatto che nel fine settimana a Madrid sono scese in piazza 40.000 persone per manifestare «contro il governo corrotto di Sánchez». Scandali che si allargano anche agli altri socialisti. Anche l’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero sta mettendo in difficoltà il governo (di cui è un forte alleato) perché è stato accusato di traffico di influenze illecite e altri reati di corruzione.
Uno scandalo enorme in Spagna, mentre in Italia, a sinistra, invece di prendere distante, si pensa alle chat di governo nella speranza di trovare qualcosa a cui appendersi per fare opposizione.
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