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2021-06-05
La verità sulle terapie intensive: attivate meno di una su quattro
Ci hanno imposto i lockdown per evitare che gli ospedali finissero sotto pressione, ma non hanno speso i soldi stanziati per aumentare i posti letto nelle terapie intensive e semi intensive. In un anno, il potenziamento delle strutture necessarie a stabilizzare le funzioni vitali dei pazienti gravi non ha coperto nemmeno il 26% del fabbisogno indicato. La fotografia sconvolgente, della non riorganizzazione della rete ospedaliera così da garantire la sopravvivenza a più malati in insufficienza respiratoria, ci arriva dal ministero della Salute. Proprio Roberto Speranza, un anno fa, prometteva: «Aumenteremo del 115% i posti letto e nelle terapie intensive, assumeremo medici e infermieri».
Ci hanno chiuso in casa, hanno collassato l'economia perché se ci ammalavamo di coronavirus non volevano curarci a domicilio e i reparti erano saturi, eppure dopo dodici mesi siamo ancora in emergenza posti letto. Se dovessero arrivare nuove ondate di contagi o altre pandemie, gli ospedali italiani non sarebbero in grado di reggere. Il report della Corte dei conti ricorda che i fondi, che potevano essere utilizzati nell'anno 2020 per fronteggiare l'emergenza Covid, erano in totale pari a 3,6 miliardi di euro (di cui circa 700 milioni per le terapie intensive). Con il decreto Rilancio vennero stanziati 1.413,1 milioni di euro gestiti dall'allora commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, e destinati ad «aumentare la dotazione strutturale sul territorio nazionale di almeno 3.500 posti letto di terapia intensiva, portando tutte le Regioni ad una dotazione di 0,14 posti letto per 1.000 abitanti; di riqualificare 4.225 posti letto di area semi intensiva, con relativa dotazione impiantistica idonea a supportare le apparecchiature di ausilio alla ventilazione, mediante adeguamento e ristrutturazione di unità di area medica, prevedendo che tali postazioni siano fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure».
A fine aprile 2021, i nuovi posti letto in terapia intensiva funzionanti risultavano invece 922 sui 3.591 programmati: appena il 25,7%. La Campania doveva averne attivi 499, non va oltre a 158; la Lombardia si è fermata a 47 delle 585 dotazioni aggiuntive previste e se la Provincia autonoma di Bolzano ha speso tutti i fondi a disposizione completando i 40 nuovi posti richiesti, Valle d'Aosta e Basilicata non hanno aggiunto nessuna dotazione. Ancora peggio la situazione per gli interventi in area semi intensiva, dove su 4.238 posti letto che dovevano essere aggiunti sull'intero territorio nazionale, ne risultano attivati appena 1.081 (il 25,5%). Maglia nera ancora per Valle d'Aosta e Basilicata, ma anche per Molise, Liguria e Friuli Venezia Giulia che non hanno speso soldi e lascito i reparti così come erano.
Eppure ci hanno continuato a dire che il numero limitato di letti e macchinari, a fronte dell'aumento dei malati di Covid che richiedono il ricovero in terapia intensiva, stava mettendo a dura prova il sistema sanitario del Paese. E che il supporto delle funzioni vitali può avvenire anche all'interno delle cosiddette terapie subintensive, tramite macchinari meno invasivi come maschere per la ventilazione e caschi respiratori. Impiegati in maniera precoce, aiutano gli alveoli polmonari a lavorare meglio e alleggeriscono la pressione sui reparti di terapia intensiva, quindi è altrettanto vitale avere aree predisposte con simili tecnologie.
Se pochissimo è stato speso per ampliare questi presidi di sicurezza, nell'adeguamento dei pronto soccorso le Regioni hanno davvero mostrato una vergognosa trascuratezza. Su 474 interventi programmati, appena 65 sono andati a buon fine (il 13,7%). Hanno utilizzato i fondi soprattutto Veneto, Liguria, Abruzzo e Puglia, per il resto d'Italia si va da zero a tre, quattro adeguamenti al massimo. Così, purtroppo non stupisce che nemmeno l'acquisto di nuove ambulanze sia stato tra le priorità, considerato che l'ampliamento dei mezzi supera di poco il 19% del fabbisogno indicato.
Ma soffermiamoci sull'altra promessa del ministro della Salute, sempre di un anno fa: «Assumeremo medici e infermieri». Sempre i giudici contabili fanno sapere che dall'inizio della emergenza sanitaria «sono state reclutate 83.180 unità di personale. Si tratta per il 25,7% di medici (21.414) e per il 38,5% di infermieri (31.990). Il restante personale (29.776 unità) è costituito da operatori sociosanitari ed altre professionalità necessarie per fronteggiare l'emergenza sanitaria». A fine maggio, il numero era già sceso a 76.000 per la cessazione dei vari rapporti di lavoro. Dei 21.414 medici coinvolti, il 23,5 % è rappresentato da specializzandi e oltre il 26% sono invece medici abilitati ma non specializzati, con rapporti di collaborazione o incarichi a tempo determinato con le aziende sanitarie. Va meglio per gli infermieri, il 27,4% su 31.990 ha instaurato un rapporto di lavoro continuato nel tempo. Siamo comunque ancora ben lontani dall'offrire contratti dignitosi ai professionisti della salute, e non solo nell'emergenza Covid.
È congelato oltre il 66% delle risorse. Crollata la spesa per curare i malati
«Dei 1.268 milioni attribuiti alle Regioni per il potenziamento dell'assistenza territoriale, oltre il 66% è stato accantonato», scrivono i giudici della Corte di conti. Fatta eccezione per le Regioni centrali che sembrano aver congelato solo il 40% delle somme, in quelle del Nord e del Sud Italia la «quota rinviata» supera rispettivamente il 70 e il 76,5%. Questo significa che buona parte degli stanziamenti messi a disposizione sono ancora in sospeso. In caso di non utilizzo nell'esercizio, dovevano essere impiegati per le attività previste nel 2021. A fronte delle risorse assegnate, 3,6 miliardi di euro per fronteggiare l'emergenza Covid, a fine 2020 erano state ammessi a finanziamento 22 interventi per 6,5 milioni di euro riguardanti iniziative solo in Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.
Un dato preoccupante, soprattutto considerando quanto è andato perduto in oltre un anno di pandemia. Si sono infatti ridotte le spese per farmaci e per l'assistenza riabilitativa, calate rispettivamente del 3,6 e del 4,6%. «Si tratta di variazioni da ricondurre al rallentamento e, in alcuni periodi, al blocco delle attività di assistenza rese necessarie dalla pandemia e dalle misure per il distanziamento sociale (lockdown)», precisa il rapporto 2021 del supremo organo che controlla la gestione della spesa pubblica. Ricorda che continuano a essere segnalate situazioni di «inefficiente utilizzo delle risorse ospedaliere» e che gli indicatori legati al tasso di ospedalizzazione degli over 75, elevato soprattutto nelle Regioni del Centro Nord, così come quelli relativi all'assistenza, domiciliare o presso strutture residenziali, di anziani e disabili dimostrano il perdurare di una «inadeguatezza della rete territoriale» che rende di fatto gli ospedali «il principale (e a volte l'unico) punto di riferimento per l'assistenza in gran parte del Paese».
Criticità che si sono accentuate nel 2020 per la pandemia rendendo ancora più lunghe le liste di attesa per le visite specialistiche e gli interventi programmati, ritardando le vaccinazioni di bambini e adolescenti e gli screening oncologici. La riduzione delle prestazioni ambulatoriali è stata di 144,5 milioni, soprattutto per quanto riguarda esami di laboratorio, visite e diagnostica. Lo scorso anno, i ricoveri dei minori sono calati del 17% rispetto al 2019, del 42,6% i ricoveri urgenti. Gli interventi cardiochirurgici maggiori, l'applicazione di pacemaker e di altri impianti hanno registrato una flessione del 20% e chi aveva bisogno di chirurgia oncologica non ha potuto essere operato (- 13%). Sono calati del 30% i ricoveri per il tumore della mammella e del 20% quelli per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastro intestinale. C'è stata una riduzione di circa il 30% dei ricoveri pre e post-parto, dovuta probabilmente alla volontà di ridurre al minimo ricoveri di osservazione, mentre i ricoveri neonatali si sono ridotti del 20% tranne i trattamenti per le affezioni maggiori che si sono sostanzialmente mantenuti costanti. Dell'8 % si sono ridotti anche i trapianti d'organi. «In termini di sicurezza e qualità delle cure, resta eccessivo in tutto il Paese il ricorso ai parti cesarei, anche in strutture con un limitato numero di parti l'anno, e non è stata raggiunta in tutte le Regioni l'obiettivo di interventi tempestivi per alcune patologie, in cui gli esiti dell'operazione dipendono in modo cruciale dalla brevità dei tempi intercorrenti dal ricovero», bacchettano i giudici.
Eppure lo scorso anno, nella risposta sanitaria all'emergenza le spese relative a consulenze o lavoro interinale ed ex articolo 55 sono cresciute di oltre 386 milioni di euro. I giudici contabili precisano che «poco meno di un quinto della maggiore spesa è riferibile all'Emilia Romagna, che vede aumentare il ricorso a consulenze e lavoro interinale di oltre l'80% […], più limitato l'incremento dovuto a consulenze da privato, 125 milioni di euro», di cui 44 milioni sempre riconducibili alla Regione amministrata da Stefano Bonaccini.
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Stanziando 3,6 miliardi per il Covid, Roberto Speranza promise: «Aumenteremo i posti letto del 115%». Però le Regioni ne hanno allestiti 922 sui 3.591 programmati. Carenze anche sui pronto soccorso (in porto 65 progetti su 474) e le assunzioni: troppi i contratti precari.I territori non hanno impiegato la gran parte dei fondi. In Emilia boom delle consulenze.Lo speciale comprende due articoli.Ci hanno imposto i lockdown per evitare che gli ospedali finissero sotto pressione, ma non hanno speso i soldi stanziati per aumentare i posti letto nelle terapie intensive e semi intensive. In un anno, il potenziamento delle strutture necessarie a stabilizzare le funzioni vitali dei pazienti gravi non ha coperto nemmeno il 26% del fabbisogno indicato. La fotografia sconvolgente, della non riorganizzazione della rete ospedaliera così da garantire la sopravvivenza a più malati in insufficienza respiratoria, ci arriva dal ministero della Salute. Proprio Roberto Speranza, un anno fa, prometteva: «Aumenteremo del 115% i posti letto e nelle terapie intensive, assumeremo medici e infermieri». Ci hanno chiuso in casa, hanno collassato l'economia perché se ci ammalavamo di coronavirus non volevano curarci a domicilio e i reparti erano saturi, eppure dopo dodici mesi siamo ancora in emergenza posti letto. Se dovessero arrivare nuove ondate di contagi o altre pandemie, gli ospedali italiani non sarebbero in grado di reggere. Il report della Corte dei conti ricorda che i fondi, che potevano essere utilizzati nell'anno 2020 per fronteggiare l'emergenza Covid, erano in totale pari a 3,6 miliardi di euro (di cui circa 700 milioni per le terapie intensive). Con il decreto Rilancio vennero stanziati 1.413,1 milioni di euro gestiti dall'allora commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, e destinati ad «aumentare la dotazione strutturale sul territorio nazionale di almeno 3.500 posti letto di terapia intensiva, portando tutte le Regioni ad una dotazione di 0,14 posti letto per 1.000 abitanti; di riqualificare 4.225 posti letto di area semi intensiva, con relativa dotazione impiantistica idonea a supportare le apparecchiature di ausilio alla ventilazione, mediante adeguamento e ristrutturazione di unità di area medica, prevedendo che tali postazioni siano fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure». A fine aprile 2021, i nuovi posti letto in terapia intensiva funzionanti risultavano invece 922 sui 3.591 programmati: appena il 25,7%. La Campania doveva averne attivi 499, non va oltre a 158; la Lombardia si è fermata a 47 delle 585 dotazioni aggiuntive previste e se la Provincia autonoma di Bolzano ha speso tutti i fondi a disposizione completando i 40 nuovi posti richiesti, Valle d'Aosta e Basilicata non hanno aggiunto nessuna dotazione. Ancora peggio la situazione per gli interventi in area semi intensiva, dove su 4.238 posti letto che dovevano essere aggiunti sull'intero territorio nazionale, ne risultano attivati appena 1.081 (il 25,5%). Maglia nera ancora per Valle d'Aosta e Basilicata, ma anche per Molise, Liguria e Friuli Venezia Giulia che non hanno speso soldi e lascito i reparti così come erano. Eppure ci hanno continuato a dire che il numero limitato di letti e macchinari, a fronte dell'aumento dei malati di Covid che richiedono il ricovero in terapia intensiva, stava mettendo a dura prova il sistema sanitario del Paese. E che il supporto delle funzioni vitali può avvenire anche all'interno delle cosiddette terapie subintensive, tramite macchinari meno invasivi come maschere per la ventilazione e caschi respiratori. Impiegati in maniera precoce, aiutano gli alveoli polmonari a lavorare meglio e alleggeriscono la pressione sui reparti di terapia intensiva, quindi è altrettanto vitale avere aree predisposte con simili tecnologie. Se pochissimo è stato speso per ampliare questi presidi di sicurezza, nell'adeguamento dei pronto soccorso le Regioni hanno davvero mostrato una vergognosa trascuratezza. Su 474 interventi programmati, appena 65 sono andati a buon fine (il 13,7%). Hanno utilizzato i fondi soprattutto Veneto, Liguria, Abruzzo e Puglia, per il resto d'Italia si va da zero a tre, quattro adeguamenti al massimo. Così, purtroppo non stupisce che nemmeno l'acquisto di nuove ambulanze sia stato tra le priorità, considerato che l'ampliamento dei mezzi supera di poco il 19% del fabbisogno indicato.Ma soffermiamoci sull'altra promessa del ministro della Salute, sempre di un anno fa: «Assumeremo medici e infermieri». Sempre i giudici contabili fanno sapere che dall'inizio della emergenza sanitaria «sono state reclutate 83.180 unità di personale. Si tratta per il 25,7% di medici (21.414) e per il 38,5% di infermieri (31.990). Il restante personale (29.776 unità) è costituito da operatori sociosanitari ed altre professionalità necessarie per fronteggiare l'emergenza sanitaria». A fine maggio, il numero era già sceso a 76.000 per la cessazione dei vari rapporti di lavoro. Dei 21.414 medici coinvolti, il 23,5 % è rappresentato da specializzandi e oltre il 26% sono invece medici abilitati ma non specializzati, con rapporti di collaborazione o incarichi a tempo determinato con le aziende sanitarie. Va meglio per gli infermieri, il 27,4% su 31.990 ha instaurato un rapporto di lavoro continuato nel tempo. Siamo comunque ancora ben lontani dall'offrire contratti dignitosi ai professionisti della salute, e non solo nell'emergenza Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verita-terapie-intensive-italia-2653241382.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-congelato-oltre-il-66-delle-risorse-crollata-la-spesa-per-curare-i-malati" data-post-id="2653241382" data-published-at="1622845998" data-use-pagination="False"> È congelato oltre il 66% delle risorse. Crollata la spesa per curare i malati «Dei 1.268 milioni attribuiti alle Regioni per il potenziamento dell'assistenza territoriale, oltre il 66% è stato accantonato», scrivono i giudici della Corte di conti. Fatta eccezione per le Regioni centrali che sembrano aver congelato solo il 40% delle somme, in quelle del Nord e del Sud Italia la «quota rinviata» supera rispettivamente il 70 e il 76,5%. Questo significa che buona parte degli stanziamenti messi a disposizione sono ancora in sospeso. In caso di non utilizzo nell'esercizio, dovevano essere impiegati per le attività previste nel 2021. A fronte delle risorse assegnate, 3,6 miliardi di euro per fronteggiare l'emergenza Covid, a fine 2020 erano state ammessi a finanziamento 22 interventi per 6,5 milioni di euro riguardanti iniziative solo in Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.Un dato preoccupante, soprattutto considerando quanto è andato perduto in oltre un anno di pandemia. Si sono infatti ridotte le spese per farmaci e per l'assistenza riabilitativa, calate rispettivamente del 3,6 e del 4,6%. «Si tratta di variazioni da ricondurre al rallentamento e, in alcuni periodi, al blocco delle attività di assistenza rese necessarie dalla pandemia e dalle misure per il distanziamento sociale (lockdown)», precisa il rapporto 2021 del supremo organo che controlla la gestione della spesa pubblica. Ricorda che continuano a essere segnalate situazioni di «inefficiente utilizzo delle risorse ospedaliere» e che gli indicatori legati al tasso di ospedalizzazione degli over 75, elevato soprattutto nelle Regioni del Centro Nord, così come quelli relativi all'assistenza, domiciliare o presso strutture residenziali, di anziani e disabili dimostrano il perdurare di una «inadeguatezza della rete territoriale» che rende di fatto gli ospedali «il principale (e a volte l'unico) punto di riferimento per l'assistenza in gran parte del Paese».Criticità che si sono accentuate nel 2020 per la pandemia rendendo ancora più lunghe le liste di attesa per le visite specialistiche e gli interventi programmati, ritardando le vaccinazioni di bambini e adolescenti e gli screening oncologici. La riduzione delle prestazioni ambulatoriali è stata di 144,5 milioni, soprattutto per quanto riguarda esami di laboratorio, visite e diagnostica. Lo scorso anno, i ricoveri dei minori sono calati del 17% rispetto al 2019, del 42,6% i ricoveri urgenti. Gli interventi cardiochirurgici maggiori, l'applicazione di pacemaker e di altri impianti hanno registrato una flessione del 20% e chi aveva bisogno di chirurgia oncologica non ha potuto essere operato (- 13%). Sono calati del 30% i ricoveri per il tumore della mammella e del 20% quelli per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastro intestinale. C'è stata una riduzione di circa il 30% dei ricoveri pre e post-parto, dovuta probabilmente alla volontà di ridurre al minimo ricoveri di osservazione, mentre i ricoveri neonatali si sono ridotti del 20% tranne i trattamenti per le affezioni maggiori che si sono sostanzialmente mantenuti costanti. Dell'8 % si sono ridotti anche i trapianti d'organi. «In termini di sicurezza e qualità delle cure, resta eccessivo in tutto il Paese il ricorso ai parti cesarei, anche in strutture con un limitato numero di parti l'anno, e non è stata raggiunta in tutte le Regioni l'obiettivo di interventi tempestivi per alcune patologie, in cui gli esiti dell'operazione dipendono in modo cruciale dalla brevità dei tempi intercorrenti dal ricovero», bacchettano i giudici.Eppure lo scorso anno, nella risposta sanitaria all'emergenza le spese relative a consulenze o lavoro interinale ed ex articolo 55 sono cresciute di oltre 386 milioni di euro. I giudici contabili precisano che «poco meno di un quinto della maggiore spesa è riferibile all'Emilia Romagna, che vede aumentare il ricorso a consulenze e lavoro interinale di oltre l'80% […], più limitato l'incremento dovuto a consulenze da privato, 125 milioni di euro», di cui 44 milioni sempre riconducibili alla Regione amministrata da Stefano Bonaccini.
Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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L’andamento del turismo italiano in questa prima parte del 2026 è positivo e incoraggiante.
Nel primo trimestre, secondo la fonte amministrativa Alloggiati Web, gli arrivi turistici risultano in aumento del 5,5%, mentre le presenze registrano un incremento del 6,8%. I dati emergono dalle rilevazioni dell’ufficio di statistica del Ministero del Turismo.