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2021-06-05
La verità sulle terapie intensive: attivate meno di una su quattro
Ci hanno imposto i lockdown per evitare che gli ospedali finissero sotto pressione, ma non hanno speso i soldi stanziati per aumentare i posti letto nelle terapie intensive e semi intensive. In un anno, il potenziamento delle strutture necessarie a stabilizzare le funzioni vitali dei pazienti gravi non ha coperto nemmeno il 26% del fabbisogno indicato. La fotografia sconvolgente, della non riorganizzazione della rete ospedaliera così da garantire la sopravvivenza a più malati in insufficienza respiratoria, ci arriva dal ministero della Salute. Proprio Roberto Speranza, un anno fa, prometteva: «Aumenteremo del 115% i posti letto e nelle terapie intensive, assumeremo medici e infermieri».
Ci hanno chiuso in casa, hanno collassato l'economia perché se ci ammalavamo di coronavirus non volevano curarci a domicilio e i reparti erano saturi, eppure dopo dodici mesi siamo ancora in emergenza posti letto. Se dovessero arrivare nuove ondate di contagi o altre pandemie, gli ospedali italiani non sarebbero in grado di reggere. Il report della Corte dei conti ricorda che i fondi, che potevano essere utilizzati nell'anno 2020 per fronteggiare l'emergenza Covid, erano in totale pari a 3,6 miliardi di euro (di cui circa 700 milioni per le terapie intensive). Con il decreto Rilancio vennero stanziati 1.413,1 milioni di euro gestiti dall'allora commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, e destinati ad «aumentare la dotazione strutturale sul territorio nazionale di almeno 3.500 posti letto di terapia intensiva, portando tutte le Regioni ad una dotazione di 0,14 posti letto per 1.000 abitanti; di riqualificare 4.225 posti letto di area semi intensiva, con relativa dotazione impiantistica idonea a supportare le apparecchiature di ausilio alla ventilazione, mediante adeguamento e ristrutturazione di unità di area medica, prevedendo che tali postazioni siano fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure».
A fine aprile 2021, i nuovi posti letto in terapia intensiva funzionanti risultavano invece 922 sui 3.591 programmati: appena il 25,7%. La Campania doveva averne attivi 499, non va oltre a 158; la Lombardia si è fermata a 47 delle 585 dotazioni aggiuntive previste e se la Provincia autonoma di Bolzano ha speso tutti i fondi a disposizione completando i 40 nuovi posti richiesti, Valle d'Aosta e Basilicata non hanno aggiunto nessuna dotazione. Ancora peggio la situazione per gli interventi in area semi intensiva, dove su 4.238 posti letto che dovevano essere aggiunti sull'intero territorio nazionale, ne risultano attivati appena 1.081 (il 25,5%). Maglia nera ancora per Valle d'Aosta e Basilicata, ma anche per Molise, Liguria e Friuli Venezia Giulia che non hanno speso soldi e lascito i reparti così come erano.
Eppure ci hanno continuato a dire che il numero limitato di letti e macchinari, a fronte dell'aumento dei malati di Covid che richiedono il ricovero in terapia intensiva, stava mettendo a dura prova il sistema sanitario del Paese. E che il supporto delle funzioni vitali può avvenire anche all'interno delle cosiddette terapie subintensive, tramite macchinari meno invasivi come maschere per la ventilazione e caschi respiratori. Impiegati in maniera precoce, aiutano gli alveoli polmonari a lavorare meglio e alleggeriscono la pressione sui reparti di terapia intensiva, quindi è altrettanto vitale avere aree predisposte con simili tecnologie.
Se pochissimo è stato speso per ampliare questi presidi di sicurezza, nell'adeguamento dei pronto soccorso le Regioni hanno davvero mostrato una vergognosa trascuratezza. Su 474 interventi programmati, appena 65 sono andati a buon fine (il 13,7%). Hanno utilizzato i fondi soprattutto Veneto, Liguria, Abruzzo e Puglia, per il resto d'Italia si va da zero a tre, quattro adeguamenti al massimo. Così, purtroppo non stupisce che nemmeno l'acquisto di nuove ambulanze sia stato tra le priorità, considerato che l'ampliamento dei mezzi supera di poco il 19% del fabbisogno indicato.
Ma soffermiamoci sull'altra promessa del ministro della Salute, sempre di un anno fa: «Assumeremo medici e infermieri». Sempre i giudici contabili fanno sapere che dall'inizio della emergenza sanitaria «sono state reclutate 83.180 unità di personale. Si tratta per il 25,7% di medici (21.414) e per il 38,5% di infermieri (31.990). Il restante personale (29.776 unità) è costituito da operatori sociosanitari ed altre professionalità necessarie per fronteggiare l'emergenza sanitaria». A fine maggio, il numero era già sceso a 76.000 per la cessazione dei vari rapporti di lavoro. Dei 21.414 medici coinvolti, il 23,5 % è rappresentato da specializzandi e oltre il 26% sono invece medici abilitati ma non specializzati, con rapporti di collaborazione o incarichi a tempo determinato con le aziende sanitarie. Va meglio per gli infermieri, il 27,4% su 31.990 ha instaurato un rapporto di lavoro continuato nel tempo. Siamo comunque ancora ben lontani dall'offrire contratti dignitosi ai professionisti della salute, e non solo nell'emergenza Covid.
È congelato oltre il 66% delle risorse. Crollata la spesa per curare i malati
«Dei 1.268 milioni attribuiti alle Regioni per il potenziamento dell'assistenza territoriale, oltre il 66% è stato accantonato», scrivono i giudici della Corte di conti. Fatta eccezione per le Regioni centrali che sembrano aver congelato solo il 40% delle somme, in quelle del Nord e del Sud Italia la «quota rinviata» supera rispettivamente il 70 e il 76,5%. Questo significa che buona parte degli stanziamenti messi a disposizione sono ancora in sospeso. In caso di non utilizzo nell'esercizio, dovevano essere impiegati per le attività previste nel 2021. A fronte delle risorse assegnate, 3,6 miliardi di euro per fronteggiare l'emergenza Covid, a fine 2020 erano state ammessi a finanziamento 22 interventi per 6,5 milioni di euro riguardanti iniziative solo in Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.
Un dato preoccupante, soprattutto considerando quanto è andato perduto in oltre un anno di pandemia. Si sono infatti ridotte le spese per farmaci e per l'assistenza riabilitativa, calate rispettivamente del 3,6 e del 4,6%. «Si tratta di variazioni da ricondurre al rallentamento e, in alcuni periodi, al blocco delle attività di assistenza rese necessarie dalla pandemia e dalle misure per il distanziamento sociale (lockdown)», precisa il rapporto 2021 del supremo organo che controlla la gestione della spesa pubblica. Ricorda che continuano a essere segnalate situazioni di «inefficiente utilizzo delle risorse ospedaliere» e che gli indicatori legati al tasso di ospedalizzazione degli over 75, elevato soprattutto nelle Regioni del Centro Nord, così come quelli relativi all'assistenza, domiciliare o presso strutture residenziali, di anziani e disabili dimostrano il perdurare di una «inadeguatezza della rete territoriale» che rende di fatto gli ospedali «il principale (e a volte l'unico) punto di riferimento per l'assistenza in gran parte del Paese».
Criticità che si sono accentuate nel 2020 per la pandemia rendendo ancora più lunghe le liste di attesa per le visite specialistiche e gli interventi programmati, ritardando le vaccinazioni di bambini e adolescenti e gli screening oncologici. La riduzione delle prestazioni ambulatoriali è stata di 144,5 milioni, soprattutto per quanto riguarda esami di laboratorio, visite e diagnostica. Lo scorso anno, i ricoveri dei minori sono calati del 17% rispetto al 2019, del 42,6% i ricoveri urgenti. Gli interventi cardiochirurgici maggiori, l'applicazione di pacemaker e di altri impianti hanno registrato una flessione del 20% e chi aveva bisogno di chirurgia oncologica non ha potuto essere operato (- 13%). Sono calati del 30% i ricoveri per il tumore della mammella e del 20% quelli per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastro intestinale. C'è stata una riduzione di circa il 30% dei ricoveri pre e post-parto, dovuta probabilmente alla volontà di ridurre al minimo ricoveri di osservazione, mentre i ricoveri neonatali si sono ridotti del 20% tranne i trattamenti per le affezioni maggiori che si sono sostanzialmente mantenuti costanti. Dell'8 % si sono ridotti anche i trapianti d'organi. «In termini di sicurezza e qualità delle cure, resta eccessivo in tutto il Paese il ricorso ai parti cesarei, anche in strutture con un limitato numero di parti l'anno, e non è stata raggiunta in tutte le Regioni l'obiettivo di interventi tempestivi per alcune patologie, in cui gli esiti dell'operazione dipendono in modo cruciale dalla brevità dei tempi intercorrenti dal ricovero», bacchettano i giudici.
Eppure lo scorso anno, nella risposta sanitaria all'emergenza le spese relative a consulenze o lavoro interinale ed ex articolo 55 sono cresciute di oltre 386 milioni di euro. I giudici contabili precisano che «poco meno di un quinto della maggiore spesa è riferibile all'Emilia Romagna, che vede aumentare il ricorso a consulenze e lavoro interinale di oltre l'80% […], più limitato l'incremento dovuto a consulenze da privato, 125 milioni di euro», di cui 44 milioni sempre riconducibili alla Regione amministrata da Stefano Bonaccini.
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Stanziando 3,6 miliardi per il Covid, Roberto Speranza promise: «Aumenteremo i posti letto del 115%». Però le Regioni ne hanno allestiti 922 sui 3.591 programmati. Carenze anche sui pronto soccorso (in porto 65 progetti su 474) e le assunzioni: troppi i contratti precari.I territori non hanno impiegato la gran parte dei fondi. In Emilia boom delle consulenze.Lo speciale comprende due articoli.Ci hanno imposto i lockdown per evitare che gli ospedali finissero sotto pressione, ma non hanno speso i soldi stanziati per aumentare i posti letto nelle terapie intensive e semi intensive. In un anno, il potenziamento delle strutture necessarie a stabilizzare le funzioni vitali dei pazienti gravi non ha coperto nemmeno il 26% del fabbisogno indicato. La fotografia sconvolgente, della non riorganizzazione della rete ospedaliera così da garantire la sopravvivenza a più malati in insufficienza respiratoria, ci arriva dal ministero della Salute. Proprio Roberto Speranza, un anno fa, prometteva: «Aumenteremo del 115% i posti letto e nelle terapie intensive, assumeremo medici e infermieri». Ci hanno chiuso in casa, hanno collassato l'economia perché se ci ammalavamo di coronavirus non volevano curarci a domicilio e i reparti erano saturi, eppure dopo dodici mesi siamo ancora in emergenza posti letto. Se dovessero arrivare nuove ondate di contagi o altre pandemie, gli ospedali italiani non sarebbero in grado di reggere. Il report della Corte dei conti ricorda che i fondi, che potevano essere utilizzati nell'anno 2020 per fronteggiare l'emergenza Covid, erano in totale pari a 3,6 miliardi di euro (di cui circa 700 milioni per le terapie intensive). Con il decreto Rilancio vennero stanziati 1.413,1 milioni di euro gestiti dall'allora commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, e destinati ad «aumentare la dotazione strutturale sul territorio nazionale di almeno 3.500 posti letto di terapia intensiva, portando tutte le Regioni ad una dotazione di 0,14 posti letto per 1.000 abitanti; di riqualificare 4.225 posti letto di area semi intensiva, con relativa dotazione impiantistica idonea a supportare le apparecchiature di ausilio alla ventilazione, mediante adeguamento e ristrutturazione di unità di area medica, prevedendo che tali postazioni siano fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure». A fine aprile 2021, i nuovi posti letto in terapia intensiva funzionanti risultavano invece 922 sui 3.591 programmati: appena il 25,7%. La Campania doveva averne attivi 499, non va oltre a 158; la Lombardia si è fermata a 47 delle 585 dotazioni aggiuntive previste e se la Provincia autonoma di Bolzano ha speso tutti i fondi a disposizione completando i 40 nuovi posti richiesti, Valle d'Aosta e Basilicata non hanno aggiunto nessuna dotazione. Ancora peggio la situazione per gli interventi in area semi intensiva, dove su 4.238 posti letto che dovevano essere aggiunti sull'intero territorio nazionale, ne risultano attivati appena 1.081 (il 25,5%). Maglia nera ancora per Valle d'Aosta e Basilicata, ma anche per Molise, Liguria e Friuli Venezia Giulia che non hanno speso soldi e lascito i reparti così come erano. Eppure ci hanno continuato a dire che il numero limitato di letti e macchinari, a fronte dell'aumento dei malati di Covid che richiedono il ricovero in terapia intensiva, stava mettendo a dura prova il sistema sanitario del Paese. E che il supporto delle funzioni vitali può avvenire anche all'interno delle cosiddette terapie subintensive, tramite macchinari meno invasivi come maschere per la ventilazione e caschi respiratori. Impiegati in maniera precoce, aiutano gli alveoli polmonari a lavorare meglio e alleggeriscono la pressione sui reparti di terapia intensiva, quindi è altrettanto vitale avere aree predisposte con simili tecnologie. Se pochissimo è stato speso per ampliare questi presidi di sicurezza, nell'adeguamento dei pronto soccorso le Regioni hanno davvero mostrato una vergognosa trascuratezza. Su 474 interventi programmati, appena 65 sono andati a buon fine (il 13,7%). Hanno utilizzato i fondi soprattutto Veneto, Liguria, Abruzzo e Puglia, per il resto d'Italia si va da zero a tre, quattro adeguamenti al massimo. Così, purtroppo non stupisce che nemmeno l'acquisto di nuove ambulanze sia stato tra le priorità, considerato che l'ampliamento dei mezzi supera di poco il 19% del fabbisogno indicato.Ma soffermiamoci sull'altra promessa del ministro della Salute, sempre di un anno fa: «Assumeremo medici e infermieri». Sempre i giudici contabili fanno sapere che dall'inizio della emergenza sanitaria «sono state reclutate 83.180 unità di personale. Si tratta per il 25,7% di medici (21.414) e per il 38,5% di infermieri (31.990). Il restante personale (29.776 unità) è costituito da operatori sociosanitari ed altre professionalità necessarie per fronteggiare l'emergenza sanitaria». A fine maggio, il numero era già sceso a 76.000 per la cessazione dei vari rapporti di lavoro. Dei 21.414 medici coinvolti, il 23,5 % è rappresentato da specializzandi e oltre il 26% sono invece medici abilitati ma non specializzati, con rapporti di collaborazione o incarichi a tempo determinato con le aziende sanitarie. Va meglio per gli infermieri, il 27,4% su 31.990 ha instaurato un rapporto di lavoro continuato nel tempo. Siamo comunque ancora ben lontani dall'offrire contratti dignitosi ai professionisti della salute, e non solo nell'emergenza Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verita-terapie-intensive-italia-2653241382.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-congelato-oltre-il-66-delle-risorse-crollata-la-spesa-per-curare-i-malati" data-post-id="2653241382" data-published-at="1622845998" data-use-pagination="False"> È congelato oltre il 66% delle risorse. Crollata la spesa per curare i malati «Dei 1.268 milioni attribuiti alle Regioni per il potenziamento dell'assistenza territoriale, oltre il 66% è stato accantonato», scrivono i giudici della Corte di conti. Fatta eccezione per le Regioni centrali che sembrano aver congelato solo il 40% delle somme, in quelle del Nord e del Sud Italia la «quota rinviata» supera rispettivamente il 70 e il 76,5%. Questo significa che buona parte degli stanziamenti messi a disposizione sono ancora in sospeso. In caso di non utilizzo nell'esercizio, dovevano essere impiegati per le attività previste nel 2021. A fronte delle risorse assegnate, 3,6 miliardi di euro per fronteggiare l'emergenza Covid, a fine 2020 erano state ammessi a finanziamento 22 interventi per 6,5 milioni di euro riguardanti iniziative solo in Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.Un dato preoccupante, soprattutto considerando quanto è andato perduto in oltre un anno di pandemia. Si sono infatti ridotte le spese per farmaci e per l'assistenza riabilitativa, calate rispettivamente del 3,6 e del 4,6%. «Si tratta di variazioni da ricondurre al rallentamento e, in alcuni periodi, al blocco delle attività di assistenza rese necessarie dalla pandemia e dalle misure per il distanziamento sociale (lockdown)», precisa il rapporto 2021 del supremo organo che controlla la gestione della spesa pubblica. Ricorda che continuano a essere segnalate situazioni di «inefficiente utilizzo delle risorse ospedaliere» e che gli indicatori legati al tasso di ospedalizzazione degli over 75, elevato soprattutto nelle Regioni del Centro Nord, così come quelli relativi all'assistenza, domiciliare o presso strutture residenziali, di anziani e disabili dimostrano il perdurare di una «inadeguatezza della rete territoriale» che rende di fatto gli ospedali «il principale (e a volte l'unico) punto di riferimento per l'assistenza in gran parte del Paese».Criticità che si sono accentuate nel 2020 per la pandemia rendendo ancora più lunghe le liste di attesa per le visite specialistiche e gli interventi programmati, ritardando le vaccinazioni di bambini e adolescenti e gli screening oncologici. La riduzione delle prestazioni ambulatoriali è stata di 144,5 milioni, soprattutto per quanto riguarda esami di laboratorio, visite e diagnostica. Lo scorso anno, i ricoveri dei minori sono calati del 17% rispetto al 2019, del 42,6% i ricoveri urgenti. Gli interventi cardiochirurgici maggiori, l'applicazione di pacemaker e di altri impianti hanno registrato una flessione del 20% e chi aveva bisogno di chirurgia oncologica non ha potuto essere operato (- 13%). Sono calati del 30% i ricoveri per il tumore della mammella e del 20% quelli per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastro intestinale. C'è stata una riduzione di circa il 30% dei ricoveri pre e post-parto, dovuta probabilmente alla volontà di ridurre al minimo ricoveri di osservazione, mentre i ricoveri neonatali si sono ridotti del 20% tranne i trattamenti per le affezioni maggiori che si sono sostanzialmente mantenuti costanti. Dell'8 % si sono ridotti anche i trapianti d'organi. «In termini di sicurezza e qualità delle cure, resta eccessivo in tutto il Paese il ricorso ai parti cesarei, anche in strutture con un limitato numero di parti l'anno, e non è stata raggiunta in tutte le Regioni l'obiettivo di interventi tempestivi per alcune patologie, in cui gli esiti dell'operazione dipendono in modo cruciale dalla brevità dei tempi intercorrenti dal ricovero», bacchettano i giudici.Eppure lo scorso anno, nella risposta sanitaria all'emergenza le spese relative a consulenze o lavoro interinale ed ex articolo 55 sono cresciute di oltre 386 milioni di euro. I giudici contabili precisano che «poco meno di un quinto della maggiore spesa è riferibile all'Emilia Romagna, che vede aumentare il ricorso a consulenze e lavoro interinale di oltre l'80% […], più limitato l'incremento dovuto a consulenze da privato, 125 milioni di euro», di cui 44 milioni sempre riconducibili alla Regione amministrata da Stefano Bonaccini.
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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