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2021-06-05
La verità sulle terapie intensive: attivate meno di una su quattro
Ci hanno imposto i lockdown per evitare che gli ospedali finissero sotto pressione, ma non hanno speso i soldi stanziati per aumentare i posti letto nelle terapie intensive e semi intensive. In un anno, il potenziamento delle strutture necessarie a stabilizzare le funzioni vitali dei pazienti gravi non ha coperto nemmeno il 26% del fabbisogno indicato. La fotografia sconvolgente, della non riorganizzazione della rete ospedaliera così da garantire la sopravvivenza a più malati in insufficienza respiratoria, ci arriva dal ministero della Salute. Proprio Roberto Speranza, un anno fa, prometteva: «Aumenteremo del 115% i posti letto e nelle terapie intensive, assumeremo medici e infermieri».
Ci hanno chiuso in casa, hanno collassato l'economia perché se ci ammalavamo di coronavirus non volevano curarci a domicilio e i reparti erano saturi, eppure dopo dodici mesi siamo ancora in emergenza posti letto. Se dovessero arrivare nuove ondate di contagi o altre pandemie, gli ospedali italiani non sarebbero in grado di reggere. Il report della Corte dei conti ricorda che i fondi, che potevano essere utilizzati nell'anno 2020 per fronteggiare l'emergenza Covid, erano in totale pari a 3,6 miliardi di euro (di cui circa 700 milioni per le terapie intensive). Con il decreto Rilancio vennero stanziati 1.413,1 milioni di euro gestiti dall'allora commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, e destinati ad «aumentare la dotazione strutturale sul territorio nazionale di almeno 3.500 posti letto di terapia intensiva, portando tutte le Regioni ad una dotazione di 0,14 posti letto per 1.000 abitanti; di riqualificare 4.225 posti letto di area semi intensiva, con relativa dotazione impiantistica idonea a supportare le apparecchiature di ausilio alla ventilazione, mediante adeguamento e ristrutturazione di unità di area medica, prevedendo che tali postazioni siano fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure».
A fine aprile 2021, i nuovi posti letto in terapia intensiva funzionanti risultavano invece 922 sui 3.591 programmati: appena il 25,7%. La Campania doveva averne attivi 499, non va oltre a 158; la Lombardia si è fermata a 47 delle 585 dotazioni aggiuntive previste e se la Provincia autonoma di Bolzano ha speso tutti i fondi a disposizione completando i 40 nuovi posti richiesti, Valle d'Aosta e Basilicata non hanno aggiunto nessuna dotazione. Ancora peggio la situazione per gli interventi in area semi intensiva, dove su 4.238 posti letto che dovevano essere aggiunti sull'intero territorio nazionale, ne risultano attivati appena 1.081 (il 25,5%). Maglia nera ancora per Valle d'Aosta e Basilicata, ma anche per Molise, Liguria e Friuli Venezia Giulia che non hanno speso soldi e lascito i reparti così come erano.
Eppure ci hanno continuato a dire che il numero limitato di letti e macchinari, a fronte dell'aumento dei malati di Covid che richiedono il ricovero in terapia intensiva, stava mettendo a dura prova il sistema sanitario del Paese. E che il supporto delle funzioni vitali può avvenire anche all'interno delle cosiddette terapie subintensive, tramite macchinari meno invasivi come maschere per la ventilazione e caschi respiratori. Impiegati in maniera precoce, aiutano gli alveoli polmonari a lavorare meglio e alleggeriscono la pressione sui reparti di terapia intensiva, quindi è altrettanto vitale avere aree predisposte con simili tecnologie.
Se pochissimo è stato speso per ampliare questi presidi di sicurezza, nell'adeguamento dei pronto soccorso le Regioni hanno davvero mostrato una vergognosa trascuratezza. Su 474 interventi programmati, appena 65 sono andati a buon fine (il 13,7%). Hanno utilizzato i fondi soprattutto Veneto, Liguria, Abruzzo e Puglia, per il resto d'Italia si va da zero a tre, quattro adeguamenti al massimo. Così, purtroppo non stupisce che nemmeno l'acquisto di nuove ambulanze sia stato tra le priorità, considerato che l'ampliamento dei mezzi supera di poco il 19% del fabbisogno indicato.
Ma soffermiamoci sull'altra promessa del ministro della Salute, sempre di un anno fa: «Assumeremo medici e infermieri». Sempre i giudici contabili fanno sapere che dall'inizio della emergenza sanitaria «sono state reclutate 83.180 unità di personale. Si tratta per il 25,7% di medici (21.414) e per il 38,5% di infermieri (31.990). Il restante personale (29.776 unità) è costituito da operatori sociosanitari ed altre professionalità necessarie per fronteggiare l'emergenza sanitaria». A fine maggio, il numero era già sceso a 76.000 per la cessazione dei vari rapporti di lavoro. Dei 21.414 medici coinvolti, il 23,5 % è rappresentato da specializzandi e oltre il 26% sono invece medici abilitati ma non specializzati, con rapporti di collaborazione o incarichi a tempo determinato con le aziende sanitarie. Va meglio per gli infermieri, il 27,4% su 31.990 ha instaurato un rapporto di lavoro continuato nel tempo. Siamo comunque ancora ben lontani dall'offrire contratti dignitosi ai professionisti della salute, e non solo nell'emergenza Covid.
È congelato oltre il 66% delle risorse. Crollata la spesa per curare i malati
«Dei 1.268 milioni attribuiti alle Regioni per il potenziamento dell'assistenza territoriale, oltre il 66% è stato accantonato», scrivono i giudici della Corte di conti. Fatta eccezione per le Regioni centrali che sembrano aver congelato solo il 40% delle somme, in quelle del Nord e del Sud Italia la «quota rinviata» supera rispettivamente il 70 e il 76,5%. Questo significa che buona parte degli stanziamenti messi a disposizione sono ancora in sospeso. In caso di non utilizzo nell'esercizio, dovevano essere impiegati per le attività previste nel 2021. A fronte delle risorse assegnate, 3,6 miliardi di euro per fronteggiare l'emergenza Covid, a fine 2020 erano state ammessi a finanziamento 22 interventi per 6,5 milioni di euro riguardanti iniziative solo in Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.
Un dato preoccupante, soprattutto considerando quanto è andato perduto in oltre un anno di pandemia. Si sono infatti ridotte le spese per farmaci e per l'assistenza riabilitativa, calate rispettivamente del 3,6 e del 4,6%. «Si tratta di variazioni da ricondurre al rallentamento e, in alcuni periodi, al blocco delle attività di assistenza rese necessarie dalla pandemia e dalle misure per il distanziamento sociale (lockdown)», precisa il rapporto 2021 del supremo organo che controlla la gestione della spesa pubblica. Ricorda che continuano a essere segnalate situazioni di «inefficiente utilizzo delle risorse ospedaliere» e che gli indicatori legati al tasso di ospedalizzazione degli over 75, elevato soprattutto nelle Regioni del Centro Nord, così come quelli relativi all'assistenza, domiciliare o presso strutture residenziali, di anziani e disabili dimostrano il perdurare di una «inadeguatezza della rete territoriale» che rende di fatto gli ospedali «il principale (e a volte l'unico) punto di riferimento per l'assistenza in gran parte del Paese».
Criticità che si sono accentuate nel 2020 per la pandemia rendendo ancora più lunghe le liste di attesa per le visite specialistiche e gli interventi programmati, ritardando le vaccinazioni di bambini e adolescenti e gli screening oncologici. La riduzione delle prestazioni ambulatoriali è stata di 144,5 milioni, soprattutto per quanto riguarda esami di laboratorio, visite e diagnostica. Lo scorso anno, i ricoveri dei minori sono calati del 17% rispetto al 2019, del 42,6% i ricoveri urgenti. Gli interventi cardiochirurgici maggiori, l'applicazione di pacemaker e di altri impianti hanno registrato una flessione del 20% e chi aveva bisogno di chirurgia oncologica non ha potuto essere operato (- 13%). Sono calati del 30% i ricoveri per il tumore della mammella e del 20% quelli per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastro intestinale. C'è stata una riduzione di circa il 30% dei ricoveri pre e post-parto, dovuta probabilmente alla volontà di ridurre al minimo ricoveri di osservazione, mentre i ricoveri neonatali si sono ridotti del 20% tranne i trattamenti per le affezioni maggiori che si sono sostanzialmente mantenuti costanti. Dell'8 % si sono ridotti anche i trapianti d'organi. «In termini di sicurezza e qualità delle cure, resta eccessivo in tutto il Paese il ricorso ai parti cesarei, anche in strutture con un limitato numero di parti l'anno, e non è stata raggiunta in tutte le Regioni l'obiettivo di interventi tempestivi per alcune patologie, in cui gli esiti dell'operazione dipendono in modo cruciale dalla brevità dei tempi intercorrenti dal ricovero», bacchettano i giudici.
Eppure lo scorso anno, nella risposta sanitaria all'emergenza le spese relative a consulenze o lavoro interinale ed ex articolo 55 sono cresciute di oltre 386 milioni di euro. I giudici contabili precisano che «poco meno di un quinto della maggiore spesa è riferibile all'Emilia Romagna, che vede aumentare il ricorso a consulenze e lavoro interinale di oltre l'80% […], più limitato l'incremento dovuto a consulenze da privato, 125 milioni di euro», di cui 44 milioni sempre riconducibili alla Regione amministrata da Stefano Bonaccini.
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Stanziando 3,6 miliardi per il Covid, Roberto Speranza promise: «Aumenteremo i posti letto del 115%». Però le Regioni ne hanno allestiti 922 sui 3.591 programmati. Carenze anche sui pronto soccorso (in porto 65 progetti su 474) e le assunzioni: troppi i contratti precari.I territori non hanno impiegato la gran parte dei fondi. In Emilia boom delle consulenze.Lo speciale comprende due articoli.Ci hanno imposto i lockdown per evitare che gli ospedali finissero sotto pressione, ma non hanno speso i soldi stanziati per aumentare i posti letto nelle terapie intensive e semi intensive. In un anno, il potenziamento delle strutture necessarie a stabilizzare le funzioni vitali dei pazienti gravi non ha coperto nemmeno il 26% del fabbisogno indicato. La fotografia sconvolgente, della non riorganizzazione della rete ospedaliera così da garantire la sopravvivenza a più malati in insufficienza respiratoria, ci arriva dal ministero della Salute. Proprio Roberto Speranza, un anno fa, prometteva: «Aumenteremo del 115% i posti letto e nelle terapie intensive, assumeremo medici e infermieri». Ci hanno chiuso in casa, hanno collassato l'economia perché se ci ammalavamo di coronavirus non volevano curarci a domicilio e i reparti erano saturi, eppure dopo dodici mesi siamo ancora in emergenza posti letto. Se dovessero arrivare nuove ondate di contagi o altre pandemie, gli ospedali italiani non sarebbero in grado di reggere. Il report della Corte dei conti ricorda che i fondi, che potevano essere utilizzati nell'anno 2020 per fronteggiare l'emergenza Covid, erano in totale pari a 3,6 miliardi di euro (di cui circa 700 milioni per le terapie intensive). Con il decreto Rilancio vennero stanziati 1.413,1 milioni di euro gestiti dall'allora commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, e destinati ad «aumentare la dotazione strutturale sul territorio nazionale di almeno 3.500 posti letto di terapia intensiva, portando tutte le Regioni ad una dotazione di 0,14 posti letto per 1.000 abitanti; di riqualificare 4.225 posti letto di area semi intensiva, con relativa dotazione impiantistica idonea a supportare le apparecchiature di ausilio alla ventilazione, mediante adeguamento e ristrutturazione di unità di area medica, prevedendo che tali postazioni siano fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure». A fine aprile 2021, i nuovi posti letto in terapia intensiva funzionanti risultavano invece 922 sui 3.591 programmati: appena il 25,7%. La Campania doveva averne attivi 499, non va oltre a 158; la Lombardia si è fermata a 47 delle 585 dotazioni aggiuntive previste e se la Provincia autonoma di Bolzano ha speso tutti i fondi a disposizione completando i 40 nuovi posti richiesti, Valle d'Aosta e Basilicata non hanno aggiunto nessuna dotazione. Ancora peggio la situazione per gli interventi in area semi intensiva, dove su 4.238 posti letto che dovevano essere aggiunti sull'intero territorio nazionale, ne risultano attivati appena 1.081 (il 25,5%). Maglia nera ancora per Valle d'Aosta e Basilicata, ma anche per Molise, Liguria e Friuli Venezia Giulia che non hanno speso soldi e lascito i reparti così come erano. Eppure ci hanno continuato a dire che il numero limitato di letti e macchinari, a fronte dell'aumento dei malati di Covid che richiedono il ricovero in terapia intensiva, stava mettendo a dura prova il sistema sanitario del Paese. E che il supporto delle funzioni vitali può avvenire anche all'interno delle cosiddette terapie subintensive, tramite macchinari meno invasivi come maschere per la ventilazione e caschi respiratori. Impiegati in maniera precoce, aiutano gli alveoli polmonari a lavorare meglio e alleggeriscono la pressione sui reparti di terapia intensiva, quindi è altrettanto vitale avere aree predisposte con simili tecnologie. Se pochissimo è stato speso per ampliare questi presidi di sicurezza, nell'adeguamento dei pronto soccorso le Regioni hanno davvero mostrato una vergognosa trascuratezza. Su 474 interventi programmati, appena 65 sono andati a buon fine (il 13,7%). Hanno utilizzato i fondi soprattutto Veneto, Liguria, Abruzzo e Puglia, per il resto d'Italia si va da zero a tre, quattro adeguamenti al massimo. Così, purtroppo non stupisce che nemmeno l'acquisto di nuove ambulanze sia stato tra le priorità, considerato che l'ampliamento dei mezzi supera di poco il 19% del fabbisogno indicato.Ma soffermiamoci sull'altra promessa del ministro della Salute, sempre di un anno fa: «Assumeremo medici e infermieri». Sempre i giudici contabili fanno sapere che dall'inizio della emergenza sanitaria «sono state reclutate 83.180 unità di personale. Si tratta per il 25,7% di medici (21.414) e per il 38,5% di infermieri (31.990). Il restante personale (29.776 unità) è costituito da operatori sociosanitari ed altre professionalità necessarie per fronteggiare l'emergenza sanitaria». A fine maggio, il numero era già sceso a 76.000 per la cessazione dei vari rapporti di lavoro. Dei 21.414 medici coinvolti, il 23,5 % è rappresentato da specializzandi e oltre il 26% sono invece medici abilitati ma non specializzati, con rapporti di collaborazione o incarichi a tempo determinato con le aziende sanitarie. Va meglio per gli infermieri, il 27,4% su 31.990 ha instaurato un rapporto di lavoro continuato nel tempo. Siamo comunque ancora ben lontani dall'offrire contratti dignitosi ai professionisti della salute, e non solo nell'emergenza Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verita-terapie-intensive-italia-2653241382.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-congelato-oltre-il-66-delle-risorse-crollata-la-spesa-per-curare-i-malati" data-post-id="2653241382" data-published-at="1622845998" data-use-pagination="False"> È congelato oltre il 66% delle risorse. Crollata la spesa per curare i malati «Dei 1.268 milioni attribuiti alle Regioni per il potenziamento dell'assistenza territoriale, oltre il 66% è stato accantonato», scrivono i giudici della Corte di conti. Fatta eccezione per le Regioni centrali che sembrano aver congelato solo il 40% delle somme, in quelle del Nord e del Sud Italia la «quota rinviata» supera rispettivamente il 70 e il 76,5%. Questo significa che buona parte degli stanziamenti messi a disposizione sono ancora in sospeso. In caso di non utilizzo nell'esercizio, dovevano essere impiegati per le attività previste nel 2021. A fronte delle risorse assegnate, 3,6 miliardi di euro per fronteggiare l'emergenza Covid, a fine 2020 erano state ammessi a finanziamento 22 interventi per 6,5 milioni di euro riguardanti iniziative solo in Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.Un dato preoccupante, soprattutto considerando quanto è andato perduto in oltre un anno di pandemia. Si sono infatti ridotte le spese per farmaci e per l'assistenza riabilitativa, calate rispettivamente del 3,6 e del 4,6%. «Si tratta di variazioni da ricondurre al rallentamento e, in alcuni periodi, al blocco delle attività di assistenza rese necessarie dalla pandemia e dalle misure per il distanziamento sociale (lockdown)», precisa il rapporto 2021 del supremo organo che controlla la gestione della spesa pubblica. Ricorda che continuano a essere segnalate situazioni di «inefficiente utilizzo delle risorse ospedaliere» e che gli indicatori legati al tasso di ospedalizzazione degli over 75, elevato soprattutto nelle Regioni del Centro Nord, così come quelli relativi all'assistenza, domiciliare o presso strutture residenziali, di anziani e disabili dimostrano il perdurare di una «inadeguatezza della rete territoriale» che rende di fatto gli ospedali «il principale (e a volte l'unico) punto di riferimento per l'assistenza in gran parte del Paese».Criticità che si sono accentuate nel 2020 per la pandemia rendendo ancora più lunghe le liste di attesa per le visite specialistiche e gli interventi programmati, ritardando le vaccinazioni di bambini e adolescenti e gli screening oncologici. La riduzione delle prestazioni ambulatoriali è stata di 144,5 milioni, soprattutto per quanto riguarda esami di laboratorio, visite e diagnostica. Lo scorso anno, i ricoveri dei minori sono calati del 17% rispetto al 2019, del 42,6% i ricoveri urgenti. Gli interventi cardiochirurgici maggiori, l'applicazione di pacemaker e di altri impianti hanno registrato una flessione del 20% e chi aveva bisogno di chirurgia oncologica non ha potuto essere operato (- 13%). Sono calati del 30% i ricoveri per il tumore della mammella e del 20% quelli per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastro intestinale. C'è stata una riduzione di circa il 30% dei ricoveri pre e post-parto, dovuta probabilmente alla volontà di ridurre al minimo ricoveri di osservazione, mentre i ricoveri neonatali si sono ridotti del 20% tranne i trattamenti per le affezioni maggiori che si sono sostanzialmente mantenuti costanti. Dell'8 % si sono ridotti anche i trapianti d'organi. «In termini di sicurezza e qualità delle cure, resta eccessivo in tutto il Paese il ricorso ai parti cesarei, anche in strutture con un limitato numero di parti l'anno, e non è stata raggiunta in tutte le Regioni l'obiettivo di interventi tempestivi per alcune patologie, in cui gli esiti dell'operazione dipendono in modo cruciale dalla brevità dei tempi intercorrenti dal ricovero», bacchettano i giudici.Eppure lo scorso anno, nella risposta sanitaria all'emergenza le spese relative a consulenze o lavoro interinale ed ex articolo 55 sono cresciute di oltre 386 milioni di euro. I giudici contabili precisano che «poco meno di un quinto della maggiore spesa è riferibile all'Emilia Romagna, che vede aumentare il ricorso a consulenze e lavoro interinale di oltre l'80% […], più limitato l'incremento dovuto a consulenze da privato, 125 milioni di euro», di cui 44 milioni sempre riconducibili alla Regione amministrata da Stefano Bonaccini.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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