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2021-06-28
Vent’anni di salari fermi. Il fallimento dei sindacati
Si fa presto a dire «pagateli di più». La formuletta magica recitata dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden, in risposta a chi gli chiedeva una soluzione alla difficoltà a reperire lavoratori, risulta tanto semplice quanto di difficile applicazione per la realtà italiana.
Guardando i numeri, ci si rende conto che quello dei nostri salari è un inverno che dura da molti anni, anzi da un paio di decenni. Negli ultimi tempi, a far tornare a galla il problema delle retribuzioni ci ha pensato il coronavirus. Secondo i dati forniti da Eurostat lo scorso aprile, nel 2020 l'Italia ha perso 39,2 miliardi di euro di salari, con un calo del 7,4% rispetto all'anno precedente. La massa salariale è passata dai 525 miliardi del 2019 a 485 miliardi. Un dato di gran lunga peggiore rispetto alla media europea (-1,92%), e a quella dei nostri partner. Nello stesso periodo, infatti, la Francia ha perso 32 miliardi, ma con una massa salariale ben più alta (passata da 930 a 898), pari a una diminuzione del 3,2%. Quasi invariato il dato relativo alla Germania, appena 13 miliardi persi su 1.500 (-0,87%), e addirittura positivo quello dei Paesi Bassi, che hanno visto incrementare la quota del Pil destinata ai salari del 3,3%.
«zero virgola» in serie
Ovviamente, sul dato italiano pesa l'emorragia di posti di lavoro causata dalla pandemia. Secondo gli ultimi dati Istat, nel primo trimestre del 2021 c'è stato un calo di 889.000 occupati rispetto allo stesso periodo del 2020. Solo nel febbraio scorso il divario ha toccato quasi quota un milione (per la precisione 945.000 unità in meno rispetto allo stesso mese dell'anno prima).
Ma il Covid ha solo acuito un fenomeno in essere. Lo stipendio medio annuale reale di un lavoratore italiano del 2019 è rimasto praticamente invariato (+3,1%) rispetto a vent'anni prima, quando è entrata in vigore la moneta unica. Considerando lo stesso periodo, tanto per capirci, la Francia è cresciuta del 21,4%, gli Usa del 20,5%, il Regno Unito del 20,4% e la Germania del 18,4%. Fatti salvi i primi anni del nuovo millennio, quando gli stipendi hanno fatto registrare una debole crescita, il resto è un alternarsi tra cali e, nella migliore delle ipotesi, stagnazione. Con un tratto caratteristico e, per certi versi, inquietante. Nel periodo successivo alla Grande recessione in cui gli altri crescevano a ritmo più o meno sostenuto, l'Italia arrancava mettendo in fila una serie di «zero virgola».
Non deve sorprendere dunque se l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), l'agenzia dell'Onu che si dedica delle tematiche relative all'occupazione, collochi l'Italia all'ultimo posto tra le economie del G20 rispetto alla variazione dei salari medi tra il 2008 e il 2019. Dall'altra parte del grafico, nonostante la crisi, troviamo in ordine crescente Canada, Francia, Stati Uniti, Australia, Germania e Corea del Sud.
unico record: le tasse
Con il passare degli anni, il quadro si è fatto sempre più a tinte fosche. Dal 2000, le ore lavorate per lavoratore sono passate da 1.850 all'anno a 1.558 all'anno, con un calo pari al 15,8% (-7,3% prima della pandemia). Molte più di Germania, Francia e Regno Unito, ma con un livello di produttività decisamente più basso. Per contro, tra il 2010 e il 2019 il numero dei part time involontari (coloro i quali accettano un lavoro a tempo parziale in assenza di un full time) è aumentato del 72%, passando da 1,65 milioni a 2,84 milioni di unità. Un trend decisamente opposto rispetto alla Germania, dove nello stesso periodo questa categoria di lavoratori si è di fatto dimezzata (da 2,03 milioni a 1,03 milioni di unità). Mentre in altri Paesi il picco di part time involontari è stato già raggiunto - come in Francia e in Spagna - nel nostro la tendenza pare non essersi ancora invertita. Secondo un'analisi sviluppata da lavoce.info, a dicembre del 2019, dunque alla vigilia della pandemia, in Italia dal 2008 al 2019 si è verificata una crescita dell'occupazione pari a 516.000 unità, ma le buone notizie finiscono qui. La «torta» del mercato del lavoro ha completamente cambiato composizione: da un lato sono diminuiti i lavoratori a tempo pieno (-679.000 unità) e quelli in part time volontario (-379.000), dall'altra sono aumentati i part time involontari (+1.569.000). Un incremento che ha colpito in maggioranza le donne (+1.039.000) rispetto agli uomini (+530.000).
Una trasformazione che ha avuto inevitabili ricadute sul piano sociale. Il rapporto Ugl-Censis pubblicato in occasione dello scorso 1° maggio rivela che sono 1,5 milioni i lavoratori poveri, quelli cioè che percepiscono una retribuzione media inferiore alla soglia di povertà (oppure in relazione ai carichi di famiglia). Nell'ultimo decennio, il loro numero è aumentato di 690.000 unità (+84%). Più colpiti i lavoratori in proprio (+230%), mentre nel solo anno del Covid l'aumento degli occupati poveri è stato pari a 230.000 unità. C'è poi l'annosa questione del cuneo fiscale. Stando ai dati Ocse, l'Italia ha la quinta tassazione sul lavoro più elevata, molto superiore a Paesi paragonabili per tipo di economia, per esempio Spagna (-10%) e Portogallo (-5%). Più in alto di noi in classifica, comunque, troviamo Germania, Francia e Austria.
Dov'era la sinistra?
Poco intenso, mal pagato e stratassato: è questo, dunque, l'impietoso identikit del lavoro italiano. E così, assistiamo in questi ultimi tempi al paradosso della domanda di lavoro che, complici le riaperture, in effetti c'è, ma non viene soddisfatta appieno. «In questi giorni, sui grandi giornali di regime la voce è unica: gli imprenditori non trovano dipendenti a causa del reddito di cittadinanza, i giovani sono sfaticati e i sussidi statali vanno aboliti», lamenta il portavoce dell'Unione giovani di sinistra Mario Moretti in un lettera inviata pochi giorni fa al Fatto Quotidiano, «la questione che voglio porre è la seguente: se un giovane o un disoccupato preferisce il reddito di cittadinanza a un lavoro senza diritti e con salario da fame, dovremmo colpevolizzarlo perché rivendica condizioni di vita dignitose?». Per poi aggiungere, in pieno stile comizio, che «i vari “datori di lavoro" ripetono ossessivamente che “il lavoro nobilita l'uomo", ma non sanno cosa significhi sopravvivere con 800 euro al mese e turni disumani, cui noi under 35 siamo abituati ormai da anni».
Passi per i giovani come Moretti, ma dov'erano sindacati e politici di sinistra che in questi vent'anni avrebbero dovuto difendere i salari dalla terribile emorragia che li ha colpiti? Troppo facile lamentarsi adesso, oppure puntare il dito contro gli imprenditori, come fa il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni: «I giovani, ma non solo, non possono essere retribuiti con una miseria, e immagino che non siano più disposti ad essere sfruttati per il profitto di qualche imprenditore senza scrupoli».
Forse i «compagni», come ci ricorda il simpatico quadretto di qualche anno fa che ritrae insieme l'ex segretario della Cgil Susanna Camusso e l'allora premier Mario Monti, si sono seduti al tavolo con i potenti a farsi quattro risate alla faccia dei lavoratori.
«Sembra incredibile che non abbiano visto il rischio deflazione»
Osservando il salario di un lavoratore italiano dal 2000 a oggi dobbiamo prendere atto di una stagnazione. Francia, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito (per non parlare di Usa e dei Paesi dell'Est) hanno fatto registrare una crescita a doppia cifra. Luciano Barra Caracciolo, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei nel primo governo Conte, cosa ci rende «diversi» dagli altri?
«La diversità era già nelle cose nella famosa fase di “convergenza" ai parametri di Maastricht e, ovviamente, ha a che vedere con la nostra maggior lontananza dai parametri stessi, in particolare sotto il profilo del rapporto debito pubblico/Pil. Tutta l'impostazione si incentrava su un obiettivo principale: la stabilità dei prezzi, con il target del 2%. Era dunque palese che dal “pronti, via!" a metà anni Novanta e, a fortiori, con l'introduzione della moneta unica, iniziasse una corsa fortemente competitiva tra Stati, e quindi esplicitamente antisolidaristica tra i popoli, a chi abbassava più velocemente il proprio livello di inflazione. E l'unico modo sicuro di ridurre l'inflazione, in quanto relativo a costi di produzione effettivamente controllabili dalle politiche economiche nazionali, è agire sul prezzo del lavoro».
Come?
«Sostanzialmente aumentando disoccupazione e flessibilità dell'occupazione. Ponendo mano a una complessa legislazione attuativa del vincolo esterno che modifica sia -progressivamente ma inesorabilmente - il regime giuridico del lavoro, sia taglia la spesa pubblica e inasprisce le tasse, determinando una pressione legislativa coordinata allo scopo di comprimere la domanda aggregata interna e, da questo, il livello di occupazione».
Che ruolo hanno avuto le riforme del lavoro susseguitesi negli ultimi anni?
«Facilitare la flessibilità, verso il basso, del compenso del lavoro-merce. Ma riformare non sarebbe stato altrettanto efficace se non si fosse accoppiato all'austerità fiscale: la precarietà del lavoro, anche spinta, rende più difficile la deflazione competitiva - la internal devaluation di cui parlò lo stesso Draghi, l'unica possibile in un sistema dove il cambio monetario coi partner non può mutare - se il deficit pubblico sorregge la domanda e l'occupazione interne».
Poi c'è la spending review.
«Il lavorìo di taglio della domanda pubblica (cioè dei servizi e delle funzioni essenziali dello Stato) e di rallentamento della crescita salariale fanno decadere pure la produttività che, secondo una logica oggi dimenticata, dipende principalmente dalla quantità di prodotto effettivamente vendibile. Tagliare la quota salari su Pil e amplificare lavori precari a basso costo non ha aiutato i fatturati sul mercato nazionale. Ovviamente, ha in più disincentivato la propensione agli investimenti privati, proprio mentre venivano ridotti al lumicino quelli pubblici».
Spesso invece si punta il dito sul cuneo fiscale.
«Il costo del lavoro italiano è obiettivamente basso se rapportato alle buste paga: nei comparti manifatturieri fino al 25-30% in meno di quello francese. E il cuneo fiscale - che garantisce l'erogazione delle pensioni, resa sostenibile fin dai tempi della riforma Dini, poiché l'insieme della contribuzione, e del prelievo tributario pieno sui redditi pensionistici, supera di gran lunga ancora oggi l'ammontare delle prestazioni erogate - non è più elevato di quello dei principali Paesi dell'eurozona a cui sarebbe legittimo compararsi. Ciò tra l'altro ha una funzione di tentata “decompressione" della pentola sociale che persino i tedeschi si sono guardati dall'abbandonare».
Dall'ingresso nell'euro la sfilza di avanzi primari ha avuto l'effetto di radere al suolo la domanda interna, un progetto portato a compimento da Mario Monti. In questo contesto erano possibili politiche in grado di incoraggiare la crescita dei salari?
«Certamente no. I salari possono crescere, dentro l'eurozona, solo fino al limite della crescita della produttività reale, cioè della crescita del Pil al netto dell'inflazione. Come possono crescere, rimanendovi dentro, se il nostro Pil, da oltre dieci anni, incontra recessioni da aggiustamento fiscal-deflattivo e stagnazione? È da aggiungere che dal governo Monti in poi si è avuto un salto di qualità nella “uccisione" - e non più mera compressione - della domanda interna».
Oggi i sindacati si stracciano le vesti per la situazione dei salari nel Paese. Qual è stato il loro ruolo nell'ultimo ventennio in questa vicenda?
«L'atteggiamento dei sindacati appare un autentico mistero: fino agli anni Ottanta erano pienamente dotati dei mezzi culturali per capire cosa significasse l'austerità fiscale e la sua strumentalizzazione nel ripristino del lavoro-merce: se non altro, Federico Caffè ancora si rivolgeva con chiarezza agli allora sindacalisti. L'eurozona, a cui non risulta abbiano mai rivolto critiche organiche, è un'area deflazionista di portata mondiale. Non posso credere che adottare un modello mercantilista (cioè di crescita basata solo sulle esportazioni) potesse illudere che occupazione e salari non sarebbero stati sacrificati. Sono principi economici noti dall'età “classica", ottocentesca, dell'economia politica. Anzi, l'avversione sociale a questi principi è quel che ha condotto all'organizzazione sindacale...».
Quali potrebbero essere le azioni future per sostenere la crescita dei salari in Italia?
«Data l'immutabilità, ritenuta tutt'ora non negoziabile, delle regole di governance della moneta unica (e non solo dei limiti all'azione della Bce) e la limitata durata della escape clause dal Patto di stabilità proclamata per la pandemia, francamente non vedo possibili azioni future in tal senso. Al contrario, rebus sic stantibus, avremo un'ulteriore decrescita salariale, forse fino a una equalizzazione a livelli salariali cinesi o “balcanici"».
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Con la pandemia gli italiani hanno perso quasi 40 miliardi di euro di retribuzioni. Ma è dall'alba della moneta unica (2000) che i nostri stipendi ristagnano, mentre in altri Paesi galoppano. Sono ormai 1,5 milioni i lavoratori sotto la soglia di povertà Qualcuno si è scordato di difendere i loro diritti. L'ex titolare degli Affari europei: «Il modello Ue è mercantilista, assurdo illudersi che la manodopera sarebbe stata risparmiata». Lo speciale contiene due articoli. Si fa presto a dire «pagateli di più». La formuletta magica recitata dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden, in risposta a chi gli chiedeva una soluzione alla difficoltà a reperire lavoratori, risulta tanto semplice quanto di difficile applicazione per la realtà italiana. Guardando i numeri, ci si rende conto che quello dei nostri salari è un inverno che dura da molti anni, anzi da un paio di decenni. Negli ultimi tempi, a far tornare a galla il problema delle retribuzioni ci ha pensato il coronavirus. Secondo i dati forniti da Eurostat lo scorso aprile, nel 2020 l'Italia ha perso 39,2 miliardi di euro di salari, con un calo del 7,4% rispetto all'anno precedente. La massa salariale è passata dai 525 miliardi del 2019 a 485 miliardi. Un dato di gran lunga peggiore rispetto alla media europea (-1,92%), e a quella dei nostri partner. Nello stesso periodo, infatti, la Francia ha perso 32 miliardi, ma con una massa salariale ben più alta (passata da 930 a 898), pari a una diminuzione del 3,2%. Quasi invariato il dato relativo alla Germania, appena 13 miliardi persi su 1.500 (-0,87%), e addirittura positivo quello dei Paesi Bassi, che hanno visto incrementare la quota del Pil destinata ai salari del 3,3%. «zero virgola» in serie Ovviamente, sul dato italiano pesa l'emorragia di posti di lavoro causata dalla pandemia. Secondo gli ultimi dati Istat, nel primo trimestre del 2021 c'è stato un calo di 889.000 occupati rispetto allo stesso periodo del 2020. Solo nel febbraio scorso il divario ha toccato quasi quota un milione (per la precisione 945.000 unità in meno rispetto allo stesso mese dell'anno prima). Ma il Covid ha solo acuito un fenomeno in essere. Lo stipendio medio annuale reale di un lavoratore italiano del 2019 è rimasto praticamente invariato (+3,1%) rispetto a vent'anni prima, quando è entrata in vigore la moneta unica. Considerando lo stesso periodo, tanto per capirci, la Francia è cresciuta del 21,4%, gli Usa del 20,5%, il Regno Unito del 20,4% e la Germania del 18,4%. Fatti salvi i primi anni del nuovo millennio, quando gli stipendi hanno fatto registrare una debole crescita, il resto è un alternarsi tra cali e, nella migliore delle ipotesi, stagnazione. Con un tratto caratteristico e, per certi versi, inquietante. Nel periodo successivo alla Grande recessione in cui gli altri crescevano a ritmo più o meno sostenuto, l'Italia arrancava mettendo in fila una serie di «zero virgola». Non deve sorprendere dunque se l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), l'agenzia dell'Onu che si dedica delle tematiche relative all'occupazione, collochi l'Italia all'ultimo posto tra le economie del G20 rispetto alla variazione dei salari medi tra il 2008 e il 2019. Dall'altra parte del grafico, nonostante la crisi, troviamo in ordine crescente Canada, Francia, Stati Uniti, Australia, Germania e Corea del Sud. unico record: le tasse Con il passare degli anni, il quadro si è fatto sempre più a tinte fosche. Dal 2000, le ore lavorate per lavoratore sono passate da 1.850 all'anno a 1.558 all'anno, con un calo pari al 15,8% (-7,3% prima della pandemia). Molte più di Germania, Francia e Regno Unito, ma con un livello di produttività decisamente più basso. Per contro, tra il 2010 e il 2019 il numero dei part time involontari (coloro i quali accettano un lavoro a tempo parziale in assenza di un full time) è aumentato del 72%, passando da 1,65 milioni a 2,84 milioni di unità. Un trend decisamente opposto rispetto alla Germania, dove nello stesso periodo questa categoria di lavoratori si è di fatto dimezzata (da 2,03 milioni a 1,03 milioni di unità). Mentre in altri Paesi il picco di part time involontari è stato già raggiunto - come in Francia e in Spagna - nel nostro la tendenza pare non essersi ancora invertita. Secondo un'analisi sviluppata da lavoce.info, a dicembre del 2019, dunque alla vigilia della pandemia, in Italia dal 2008 al 2019 si è verificata una crescita dell'occupazione pari a 516.000 unità, ma le buone notizie finiscono qui. La «torta» del mercato del lavoro ha completamente cambiato composizione: da un lato sono diminuiti i lavoratori a tempo pieno (-679.000 unità) e quelli in part time volontario (-379.000), dall'altra sono aumentati i part time involontari (+1.569.000). Un incremento che ha colpito in maggioranza le donne (+1.039.000) rispetto agli uomini (+530.000). Una trasformazione che ha avuto inevitabili ricadute sul piano sociale. Il rapporto Ugl-Censis pubblicato in occasione dello scorso 1° maggio rivela che sono 1,5 milioni i lavoratori poveri, quelli cioè che percepiscono una retribuzione media inferiore alla soglia di povertà (oppure in relazione ai carichi di famiglia). Nell'ultimo decennio, il loro numero è aumentato di 690.000 unità (+84%). Più colpiti i lavoratori in proprio (+230%), mentre nel solo anno del Covid l'aumento degli occupati poveri è stato pari a 230.000 unità. C'è poi l'annosa questione del cuneo fiscale. Stando ai dati Ocse, l'Italia ha la quinta tassazione sul lavoro più elevata, molto superiore a Paesi paragonabili per tipo di economia, per esempio Spagna (-10%) e Portogallo (-5%). Più in alto di noi in classifica, comunque, troviamo Germania, Francia e Austria. Dov'era la sinistra? Poco intenso, mal pagato e stratassato: è questo, dunque, l'impietoso identikit del lavoro italiano. E così, assistiamo in questi ultimi tempi al paradosso della domanda di lavoro che, complici le riaperture, in effetti c'è, ma non viene soddisfatta appieno. «In questi giorni, sui grandi giornali di regime la voce è unica: gli imprenditori non trovano dipendenti a causa del reddito di cittadinanza, i giovani sono sfaticati e i sussidi statali vanno aboliti», lamenta il portavoce dell'Unione giovani di sinistra Mario Moretti in un lettera inviata pochi giorni fa al Fatto Quotidiano, «la questione che voglio porre è la seguente: se un giovane o un disoccupato preferisce il reddito di cittadinanza a un lavoro senza diritti e con salario da fame, dovremmo colpevolizzarlo perché rivendica condizioni di vita dignitose?». Per poi aggiungere, in pieno stile comizio, che «i vari “datori di lavoro" ripetono ossessivamente che “il lavoro nobilita l'uomo", ma non sanno cosa significhi sopravvivere con 800 euro al mese e turni disumani, cui noi under 35 siamo abituati ormai da anni». Passi per i giovani come Moretti, ma dov'erano sindacati e politici di sinistra che in questi vent'anni avrebbero dovuto difendere i salari dalla terribile emorragia che li ha colpiti? Troppo facile lamentarsi adesso, oppure puntare il dito contro gli imprenditori, come fa il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni: «I giovani, ma non solo, non possono essere retribuiti con una miseria, e immagino che non siano più disposti ad essere sfruttati per il profitto di qualche imprenditore senza scrupoli». Forse i «compagni», come ci ricorda il simpatico quadretto di qualche anno fa che ritrae insieme l'ex segretario della Cgil Susanna Camusso e l'allora premier Mario Monti, si sono seduti al tavolo con i potenti a farsi quattro risate alla faccia dei lavoratori. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ventanni-di-salari-fermi-il-fallimento-dei-sindacati-2653569066.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sembra-incredibile-che-non-abbiano-visto-il-rischio-deflazione" data-post-id="2653569066" data-published-at="1624828486" data-use-pagination="False"> «Sembra incredibile che non abbiano visto il rischio deflazione» Osservando il salario di un lavoratore italiano dal 2000 a oggi dobbiamo prendere atto di una stagnazione. Francia, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito (per non parlare di Usa e dei Paesi dell'Est) hanno fatto registrare una crescita a doppia cifra. Luciano Barra Caracciolo, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei nel primo governo Conte, cosa ci rende «diversi» dagli altri? «La diversità era già nelle cose nella famosa fase di “convergenza" ai parametri di Maastricht e, ovviamente, ha a che vedere con la nostra maggior lontananza dai parametri stessi, in particolare sotto il profilo del rapporto debito pubblico/Pil. Tutta l'impostazione si incentrava su un obiettivo principale: la stabilità dei prezzi, con il target del 2%. Era dunque palese che dal “pronti, via!" a metà anni Novanta e, a fortiori, con l'introduzione della moneta unica, iniziasse una corsa fortemente competitiva tra Stati, e quindi esplicitamente antisolidaristica tra i popoli, a chi abbassava più velocemente il proprio livello di inflazione. E l'unico modo sicuro di ridurre l'inflazione, in quanto relativo a costi di produzione effettivamente controllabili dalle politiche economiche nazionali, è agire sul prezzo del lavoro». Come? «Sostanzialmente aumentando disoccupazione e flessibilità dell'occupazione. Ponendo mano a una complessa legislazione attuativa del vincolo esterno che modifica sia -progressivamente ma inesorabilmente - il regime giuridico del lavoro, sia taglia la spesa pubblica e inasprisce le tasse, determinando una pressione legislativa coordinata allo scopo di comprimere la domanda aggregata interna e, da questo, il livello di occupazione». Che ruolo hanno avuto le riforme del lavoro susseguitesi negli ultimi anni? «Facilitare la flessibilità, verso il basso, del compenso del lavoro-merce. Ma riformare non sarebbe stato altrettanto efficace se non si fosse accoppiato all'austerità fiscale: la precarietà del lavoro, anche spinta, rende più difficile la deflazione competitiva - la internal devaluation di cui parlò lo stesso Draghi, l'unica possibile in un sistema dove il cambio monetario coi partner non può mutare - se il deficit pubblico sorregge la domanda e l'occupazione interne». Poi c'è la spending review. «Il lavorìo di taglio della domanda pubblica (cioè dei servizi e delle funzioni essenziali dello Stato) e di rallentamento della crescita salariale fanno decadere pure la produttività che, secondo una logica oggi dimenticata, dipende principalmente dalla quantità di prodotto effettivamente vendibile. Tagliare la quota salari su Pil e amplificare lavori precari a basso costo non ha aiutato i fatturati sul mercato nazionale. Ovviamente, ha in più disincentivato la propensione agli investimenti privati, proprio mentre venivano ridotti al lumicino quelli pubblici». Spesso invece si punta il dito sul cuneo fiscale. «Il costo del lavoro italiano è obiettivamente basso se rapportato alle buste paga: nei comparti manifatturieri fino al 25-30% in meno di quello francese. E il cuneo fiscale - che garantisce l'erogazione delle pensioni, resa sostenibile fin dai tempi della riforma Dini, poiché l'insieme della contribuzione, e del prelievo tributario pieno sui redditi pensionistici, supera di gran lunga ancora oggi l'ammontare delle prestazioni erogate - non è più elevato di quello dei principali Paesi dell'eurozona a cui sarebbe legittimo compararsi. Ciò tra l'altro ha una funzione di tentata “decompressione" della pentola sociale che persino i tedeschi si sono guardati dall'abbandonare». Dall'ingresso nell'euro la sfilza di avanzi primari ha avuto l'effetto di radere al suolo la domanda interna, un progetto portato a compimento da Mario Monti. In questo contesto erano possibili politiche in grado di incoraggiare la crescita dei salari? «Certamente no. I salari possono crescere, dentro l'eurozona, solo fino al limite della crescita della produttività reale, cioè della crescita del Pil al netto dell'inflazione. Come possono crescere, rimanendovi dentro, se il nostro Pil, da oltre dieci anni, incontra recessioni da aggiustamento fiscal-deflattivo e stagnazione? È da aggiungere che dal governo Monti in poi si è avuto un salto di qualità nella “uccisione" - e non più mera compressione - della domanda interna». Oggi i sindacati si stracciano le vesti per la situazione dei salari nel Paese. Qual è stato il loro ruolo nell'ultimo ventennio in questa vicenda? «L'atteggiamento dei sindacati appare un autentico mistero: fino agli anni Ottanta erano pienamente dotati dei mezzi culturali per capire cosa significasse l'austerità fiscale e la sua strumentalizzazione nel ripristino del lavoro-merce: se non altro, Federico Caffè ancora si rivolgeva con chiarezza agli allora sindacalisti. L'eurozona, a cui non risulta abbiano mai rivolto critiche organiche, è un'area deflazionista di portata mondiale. Non posso credere che adottare un modello mercantilista (cioè di crescita basata solo sulle esportazioni) potesse illudere che occupazione e salari non sarebbero stati sacrificati. Sono principi economici noti dall'età “classica", ottocentesca, dell'economia politica. Anzi, l'avversione sociale a questi principi è quel che ha condotto all'organizzazione sindacale...». Quali potrebbero essere le azioni future per sostenere la crescita dei salari in Italia? «Data l'immutabilità, ritenuta tutt'ora non negoziabile, delle regole di governance della moneta unica (e non solo dei limiti all'azione della Bce) e la limitata durata della escape clause dal Patto di stabilità proclamata per la pandemia, francamente non vedo possibili azioni future in tal senso. Al contrario, rebus sic stantibus, avremo un'ulteriore decrescita salariale, forse fino a una equalizzazione a livelli salariali cinesi o “balcanici"».
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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