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2023-05-17
Il Vaticano persevera sull’abusivismo e benedice gli alloggi del cardinal Bolletta
Konrad Krajewski (Ansa)
«Percorsi istituenti di una possibile società a venire». Con questa involontaria minaccia si chiude un reportage pubblicato sabato dall’Osservatore Romano e dedicato al palazzo occupato dell’Esquilino, diventato famoso a maggio del 2019 per via del Cardinal Bolletta, al secolo Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, che riallacciò personalmente la corrente staccata per una morosità che si trascinava da ben sei anni. Il quotidiano della Santa sede si è lanciato in un elogio delle mille attività che si tengono in via di Santa Croce in Gerusalemme, scegliendo di ignorare la cornice di legalità decisamente precaria, con una generosità che ha sorpreso anche il collettivo che gestisce le case occupate. La comune di “Spin Time Labs” ha esultato via Facebook per la paginata di complimenti vaticani e l’ha contestualizzata come «un atto di coraggio e una presa di posizione» nei confronti di Giorgia Meloni, dopo la visita del premier a Bergoglio. Manco la Meloni fosse il capofila della lotta contro i poveri e gli emarginati, a favore della lobby del mattone.
Nell’ex palazzone di Inpdap e Inps, dismesso nel 2010 e di proprietà dal 2004 del Fondo immobili pubblici, vivono 420 persone di 27 etnie diverse. Dentro, sono attive 24 diverse organizzazioni di volontariato e l’occupazione è stata gestita da Action, “movimento per il diritto dell’abitare”, come lo definisce l’Osservatore Romano, sorvolando sull’esercizio molto libero di tale diritto. Per rendere l’occupazione abusiva un’opera meritoria e irrinunciabile, nel palazzo ci sono, come racconta l’articolo, «laboratori di formazione di ogni genere, un’osteria, un barbiere, una falegnameria, spazi per bambini, uno sportello Asl, un centro d’ascolto per migranti, uno spazio multifunzionale che ospita un’orchestra sinfonica e rassegne di teatro e danza, un punto di distribuzione di generi alimentari per interni ed esterni, la redazione di una rivista di studenti e persino un museo». Il luogo è stato per anni oggetto di tentativi di sgombero, ma da un po’ tutto tace e poi ormai c’è il Vaticano che veglia su tutto quanto e non solo sulle bollette da pagare.
A guidare la cronista dell’Osservatore è suor Adriana, vocazione adulta e matrimonio annullato, che vive nel palazzo e anima personalmente mille attività. Ma che ci fa una religiosa in un palazzo occupato, le chiede la giornalista. E lei, serafica: «Annunciare il Vangelo là dove c’è povertà, disagio, malattia, solitudine è la missione della Chiesa. L’ascolto, lo stare insieme uno accanto all’altro sono le cose più importanti per sentirsi fratelli e sorelle». Non fa una piega. La suora, giustamente, fa la suora. Sono altri, come vedremo, che in questa storia non fanno il loro mestiere. E suor Adriana ricorda anche le difficoltà dei primi tempi: «Le persone erano barricate dentro perché c’era sempre il rischio di uno sgombero. La polizia è venuta tante volte, ma non è mai riuscita a entrare. “Tutti giù” era il grido d’allarme. I bambini erano terrorizzati, urlavano e piangevano. Abbiamo avuto molta paura». Poi, purtroppo, la religiosa si avventura nella filosofia spicciola: «Io capisco che viviamo nell’illegalità ma, mi chiedo, chi è illegale, le persone costrette a vivere così o chi permette che avvenga tutto questo?».
L’inchiesta dell’Osservatore Romano si affida anche alle parole di Lorenzo Romito, architetto, artista e cofondatore di Stalker, «un soggetto politico che si occupa di realtà di margine e di luoghi abbandonati in trasformazione». Romito spiega che questo mix di attività e culture, «di spazi e di relazioni, fanno sì che queste occupazioni non siano ghetti chiusi su sé stessi ma veri e propri laboratori di nuove forme dell’abitare, dell’ospitalità e della gestione dei beni comuni». Un modello di gestione dei beni comuni, che in realtà sarebbero privati, che piace molto al foglio vaticano.
La benedizione a mezzo stampa ha ovviamente deliziato gli organizzatori delle attività nel palazzo occupato. Lunedì, sulla pagina Facebook di Spin Time Labs, è stato rilanciato l’articolo ed è comparso un post vagamente politico. «Non diamo scontata questa pagina di giornale a noi dedicata, anzi la riteniamo, all’indomani della visita della premier Giorgia Meloni al Santo Padre Papa Francesco, un atto di coraggio e una presa di posizione», si legge nella nota. Poche righe che creano una misteriosa contrapposizione tra la Meloni, Bergoglio e gli emarginati. Poi, un moto di orgoglio: «Siamo gli ultimi della terra, ma non per questo non voce in causa, e sappiamo che il nostro “Palazzo” a Roma si distingue da tutti gli altri palazzi, quelli del potere reale, dove le decisioni si prendono sul serio».
Ecco, a proposito di palazzi del potere reale, due mesi fa il sindaco Roberto Gualtieri ha dato via all’iter per acquistare l’immobile occupato dell’Esquilino, «in considerazione della sua specificità sotto il piano abitativo, aggregativo e culturale». Sì, funziona proprio così: dopo anni di occupazione abusiva, conti non pagati e protezione vaticana, passa il Campidoglio e con i soldi dei cittadini regolarizza tutto per meriti speciali. Le opposizioni sono sul piede di guerra e daranno battaglia, ma intanto, vista da Oltretevere, si profila un emblematico caso di carità con i soldi degli altri.
Il governo prepara la stretta sulla sottrazione illegale delle case
Si muove qualcosa, a livello parlamentare, sul fronte del contrasto alle occupazioni abusive delle case. Un fenomeno che negli ultimi tempi, come è noto, è diventato una vera e propria emergenza per l’incolumità e la sicurezza economica di milioni di italiani. Sono sempre più frequenti i casi di proprietari di immobili privati o assegnatari di alloggi popolari che, dopo essersi allontanati per i più disparati motivi dalla propria abitazione, al ritorno devono amaramente constatare che in questa si sono introdotti degli abusivi – molto spesso immigrati clandestini – e che incredibilmente non dispongono degli strumenti legislativi per riprendere velocemente possesso della casa. Alla Camera dei deputati, in commissione Giustizia, sta muovendo i primi passi il cammino della proposta di legge che dovrebbe sanare questo paradosso, aumentando in primis le pene per chi occupa e in secundis dotando le forze dell'ordine di strumenti efficaci per intervenire, cacciando gli abusivi e riportando i legittimi padroni entro le mura dell'abitazione. Nelle prossime settimane il compito del relatore Davide Bellomo (Lega) sarà quello di mettere a punto un testo base, sintesi di tutti i pdl presentati finora sulla materia e non sarà un’impresa facile poiché le proposte della sinistra (in particolare una presentata dal dem Matteo Orfini) vanno in tutt’altra direzione, fornendo anche la possibilità agli abusivi (sulla scorta di quanto fatto dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri) di prendere la residenza e allacciare utenze. Le proposte del centrodestra (in particolare quelle di Edmondo Cirielli, Tommaso Foti e Patrizia Marrocco) puntano sull’introduzione di una nuova fattispecie di reato e sull’aumento delle pene per chi occupa, oltre che sulla facilitazione degli sgomberi nell’immediatezza dell’occupazione da parte delle forze dell’ordine. Ieri, in vista della redazione del testo base, è stata giornata di audizioni per i soggetti interessati dalla legge, a partire da Confedilizia, per la quale ha parlato il vicepresidente Vincenzo Nasini. Quest’ultimo ha espresso «soddisfazione per la scelta del Parlamento di affrontare con alcune proposte di legge il tema dell’occupazione arbitraria di immobili», aggiungendo che «si tratta di una questione importante e grave, che vede da troppi anni negati diritti che sono teoricamente garantiti dall'ordinamento». Per Nasini, però, l'aumento delle pene non basta perché è necessario «anche intervenire sui meccanismi operativi, problema che alcune delle proposte di legge opportunamente affrontano». Inoltre, Confedilizia ha apprezzato la decisione del governo di eliminare, con l’ultima Legge di Bilancio, l’Imu sugli immobili abusivamente occupati. Sempre sul fronte immobiliare, anche ieri è stata giornata di polemiche politiche rispetto alla questione del caro affitti, a sua volta collegata alla protesta organizzata degli studenti con le tende. Il governo ha infatti deciso di ritirare l'emendamento che sblocca 660 milioni di euro per l'housing universitario, inizialmente inserito nel decreto Pa. Il dietrofront, però, non riguarda la misura bensì il veicolo: verrà infatti dirottato su un altro decreto di argomento più omogeneo, attualmente in esame in commissione alla Camera. Ciò non ha egualmente impedito che si innescasse una polemica tra maggioranza e opposizione, la quale ha accusato con più esponenti il governo di aver «preso in giro gli studenti» e di aver fatto uno «spot elettorale». Per l’esecutivo hanno replicato il ministro per gli Affari Ue Raffaele Fitto (proponente dell’emendamento in questione e il ministro per i Rapporti col Parlamento Luca Ciriani. Quest’ultimo ha spiegato che l’emendamento è stato ripresentato «ieri sera (lunedì, ndr) alle Commissioni prima e quinta della Camera». «Si tratta di una mera questione tecnica – ha concluso - senza nessun risvolto politico».
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Dopo gli allacci illegali di Konrad Krajewski, l’Osservatore Romano spinge il Comune a pagare per il palazzo dell’Esquilino occupato. Spostato su un altro decreto l’emendamento che stanzia 660 milioni contro il caro affitti.Lo speciale contiene due articoli. «Percorsi istituenti di una possibile società a venire». Con questa involontaria minaccia si chiude un reportage pubblicato sabato dall’Osservatore Romano e dedicato al palazzo occupato dell’Esquilino, diventato famoso a maggio del 2019 per via del Cardinal Bolletta, al secolo Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, che riallacciò personalmente la corrente staccata per una morosità che si trascinava da ben sei anni. Il quotidiano della Santa sede si è lanciato in un elogio delle mille attività che si tengono in via di Santa Croce in Gerusalemme, scegliendo di ignorare la cornice di legalità decisamente precaria, con una generosità che ha sorpreso anche il collettivo che gestisce le case occupate. La comune di “Spin Time Labs” ha esultato via Facebook per la paginata di complimenti vaticani e l’ha contestualizzata come «un atto di coraggio e una presa di posizione» nei confronti di Giorgia Meloni, dopo la visita del premier a Bergoglio. Manco la Meloni fosse il capofila della lotta contro i poveri e gli emarginati, a favore della lobby del mattone. Nell’ex palazzone di Inpdap e Inps, dismesso nel 2010 e di proprietà dal 2004 del Fondo immobili pubblici, vivono 420 persone di 27 etnie diverse. Dentro, sono attive 24 diverse organizzazioni di volontariato e l’occupazione è stata gestita da Action, “movimento per il diritto dell’abitare”, come lo definisce l’Osservatore Romano, sorvolando sull’esercizio molto libero di tale diritto. Per rendere l’occupazione abusiva un’opera meritoria e irrinunciabile, nel palazzo ci sono, come racconta l’articolo, «laboratori di formazione di ogni genere, un’osteria, un barbiere, una falegnameria, spazi per bambini, uno sportello Asl, un centro d’ascolto per migranti, uno spazio multifunzionale che ospita un’orchestra sinfonica e rassegne di teatro e danza, un punto di distribuzione di generi alimentari per interni ed esterni, la redazione di una rivista di studenti e persino un museo». Il luogo è stato per anni oggetto di tentativi di sgombero, ma da un po’ tutto tace e poi ormai c’è il Vaticano che veglia su tutto quanto e non solo sulle bollette da pagare. A guidare la cronista dell’Osservatore è suor Adriana, vocazione adulta e matrimonio annullato, che vive nel palazzo e anima personalmente mille attività. Ma che ci fa una religiosa in un palazzo occupato, le chiede la giornalista. E lei, serafica: «Annunciare il Vangelo là dove c’è povertà, disagio, malattia, solitudine è la missione della Chiesa. L’ascolto, lo stare insieme uno accanto all’altro sono le cose più importanti per sentirsi fratelli e sorelle». Non fa una piega. La suora, giustamente, fa la suora. Sono altri, come vedremo, che in questa storia non fanno il loro mestiere. E suor Adriana ricorda anche le difficoltà dei primi tempi: «Le persone erano barricate dentro perché c’era sempre il rischio di uno sgombero. La polizia è venuta tante volte, ma non è mai riuscita a entrare. “Tutti giù” era il grido d’allarme. I bambini erano terrorizzati, urlavano e piangevano. Abbiamo avuto molta paura». Poi, purtroppo, la religiosa si avventura nella filosofia spicciola: «Io capisco che viviamo nell’illegalità ma, mi chiedo, chi è illegale, le persone costrette a vivere così o chi permette che avvenga tutto questo?». L’inchiesta dell’Osservatore Romano si affida anche alle parole di Lorenzo Romito, architetto, artista e cofondatore di Stalker, «un soggetto politico che si occupa di realtà di margine e di luoghi abbandonati in trasformazione». Romito spiega che questo mix di attività e culture, «di spazi e di relazioni, fanno sì che queste occupazioni non siano ghetti chiusi su sé stessi ma veri e propri laboratori di nuove forme dell’abitare, dell’ospitalità e della gestione dei beni comuni». Un modello di gestione dei beni comuni, che in realtà sarebbero privati, che piace molto al foglio vaticano. La benedizione a mezzo stampa ha ovviamente deliziato gli organizzatori delle attività nel palazzo occupato. Lunedì, sulla pagina Facebook di Spin Time Labs, è stato rilanciato l’articolo ed è comparso un post vagamente politico. «Non diamo scontata questa pagina di giornale a noi dedicata, anzi la riteniamo, all’indomani della visita della premier Giorgia Meloni al Santo Padre Papa Francesco, un atto di coraggio e una presa di posizione», si legge nella nota. Poche righe che creano una misteriosa contrapposizione tra la Meloni, Bergoglio e gli emarginati. Poi, un moto di orgoglio: «Siamo gli ultimi della terra, ma non per questo non voce in causa, e sappiamo che il nostro “Palazzo” a Roma si distingue da tutti gli altri palazzi, quelli del potere reale, dove le decisioni si prendono sul serio». Ecco, a proposito di palazzi del potere reale, due mesi fa il sindaco Roberto Gualtieri ha dato via all’iter per acquistare l’immobile occupato dell’Esquilino, «in considerazione della sua specificità sotto il piano abitativo, aggregativo e culturale». Sì, funziona proprio così: dopo anni di occupazione abusiva, conti non pagati e protezione vaticana, passa il Campidoglio e con i soldi dei cittadini regolarizza tutto per meriti speciali. Le opposizioni sono sul piede di guerra e daranno battaglia, ma intanto, vista da Oltretevere, si profila un emblematico caso di carità con i soldi degli altri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaticano-persevera-sullabusivismo-2660278694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-prepara-la-stretta-sulla-sottrazione-illegale-delle-case" data-post-id="2660278694" data-published-at="1684280390" data-use-pagination="False"> Il governo prepara la stretta sulla sottrazione illegale delle case Si muove qualcosa, a livello parlamentare, sul fronte del contrasto alle occupazioni abusive delle case. Un fenomeno che negli ultimi tempi, come è noto, è diventato una vera e propria emergenza per l’incolumità e la sicurezza economica di milioni di italiani. Sono sempre più frequenti i casi di proprietari di immobili privati o assegnatari di alloggi popolari che, dopo essersi allontanati per i più disparati motivi dalla propria abitazione, al ritorno devono amaramente constatare che in questa si sono introdotti degli abusivi – molto spesso immigrati clandestini – e che incredibilmente non dispongono degli strumenti legislativi per riprendere velocemente possesso della casa. Alla Camera dei deputati, in commissione Giustizia, sta muovendo i primi passi il cammino della proposta di legge che dovrebbe sanare questo paradosso, aumentando in primis le pene per chi occupa e in secundis dotando le forze dell'ordine di strumenti efficaci per intervenire, cacciando gli abusivi e riportando i legittimi padroni entro le mura dell'abitazione. Nelle prossime settimane il compito del relatore Davide Bellomo (Lega) sarà quello di mettere a punto un testo base, sintesi di tutti i pdl presentati finora sulla materia e non sarà un’impresa facile poiché le proposte della sinistra (in particolare una presentata dal dem Matteo Orfini) vanno in tutt’altra direzione, fornendo anche la possibilità agli abusivi (sulla scorta di quanto fatto dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri) di prendere la residenza e allacciare utenze. Le proposte del centrodestra (in particolare quelle di Edmondo Cirielli, Tommaso Foti e Patrizia Marrocco) puntano sull’introduzione di una nuova fattispecie di reato e sull’aumento delle pene per chi occupa, oltre che sulla facilitazione degli sgomberi nell’immediatezza dell’occupazione da parte delle forze dell’ordine. Ieri, in vista della redazione del testo base, è stata giornata di audizioni per i soggetti interessati dalla legge, a partire da Confedilizia, per la quale ha parlato il vicepresidente Vincenzo Nasini. Quest’ultimo ha espresso «soddisfazione per la scelta del Parlamento di affrontare con alcune proposte di legge il tema dell’occupazione arbitraria di immobili», aggiungendo che «si tratta di una questione importante e grave, che vede da troppi anni negati diritti che sono teoricamente garantiti dall'ordinamento». Per Nasini, però, l'aumento delle pene non basta perché è necessario «anche intervenire sui meccanismi operativi, problema che alcune delle proposte di legge opportunamente affrontano». Inoltre, Confedilizia ha apprezzato la decisione del governo di eliminare, con l’ultima Legge di Bilancio, l’Imu sugli immobili abusivamente occupati. Sempre sul fronte immobiliare, anche ieri è stata giornata di polemiche politiche rispetto alla questione del caro affitti, a sua volta collegata alla protesta organizzata degli studenti con le tende. Il governo ha infatti deciso di ritirare l'emendamento che sblocca 660 milioni di euro per l'housing universitario, inizialmente inserito nel decreto Pa. Il dietrofront, però, non riguarda la misura bensì il veicolo: verrà infatti dirottato su un altro decreto di argomento più omogeneo, attualmente in esame in commissione alla Camera. Ciò non ha egualmente impedito che si innescasse una polemica tra maggioranza e opposizione, la quale ha accusato con più esponenti il governo di aver «preso in giro gli studenti» e di aver fatto uno «spot elettorale». Per l’esecutivo hanno replicato il ministro per gli Affari Ue Raffaele Fitto (proponente dell’emendamento in questione e il ministro per i Rapporti col Parlamento Luca Ciriani. Quest’ultimo ha spiegato che l’emendamento è stato ripresentato «ieri sera (lunedì, ndr) alle Commissioni prima e quinta della Camera». «Si tratta di una mera questione tecnica – ha concluso - senza nessun risvolto politico».
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La richiesta di maggiore flessibilità, tramite lo scostamento di bilancio, per gestire la crisi energetica, è stata nuovamente messa sul tavolo europeo. Dopo la risposta negativa arrivata durante il vertice di Cipro, in cui il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era speso affinché passasse la linea di scorporare dal calcolo del disavanzo le maggiori spese per l’energia, ieri all’Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari europei, Giancarlo Giorgetti ha rinnovato la richiesta di flessibilità.
Il ministro dell’Economia ha delineato i punti critici dello scenario globale, ovvero «peggioramento delle prospettive di crescita e significativi rischi al ribasso, inflazione in aumento e in prospettiva una stretta monetaria. Pertanto «lo choc energetico causato dalla crisi iraniana richiede una risposta rapida, coordinata e proporzionata da parte dell’Ue». In sostanza, secondo Giorgetti , «la politica “attendere e vedere” è finita, ora è tempo di agire».
Nel suo intervento all’Eurogruppo ha sollecitato l’attivazione di «una clausola di salvaguardia generale a livello Ue per ottenere maggiore spazio di bilancio». E ha sottolineato che «se non si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale». L’intervento sarebbe mirato a comprarti industriali sui quali la crisi ha impattato di più, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico». Questo significa «estendere all’energia le deroghe al Patto di Stabilità già attive per la difesa».
Un consenso generale a una clausola di salvaguardia generale che coinvolga tutta la Ue non pare possibile, poiché, come ribadito più volte dalla Commissione, non vi sono le condizioni per poterla usare dato che la Ue o l’area euro non si trovano in recessione. La seconda è stata utilizzata per la spesa per la difesa, ma l’Italia non l’ha ancora richiesta ancora. Il ricorso «coordinato» alla clausola nazionale (per le spese contro il caro energia) «rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale. Il suo utilizzo sarebbe temporaneo, di portata limitata e mirato ai settori più esposti, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione per il quadro Ue sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico».
Per Giorgetti «le misure dovrebbero rimanere incentrate sull’attenuazione dell’impatto sui settori più colpiti, in particolare agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica, attraverso un sostegno proporzionato e temporaneo».
Ma c’è anche una terza opzione: estendere la clausola per la difesa alle spese per il caro energia «invocando le questioni di sicurezza nazionale già previste nel Temporary framework approvato la settimana scorsa dalla Commissione Ue». Giorgetti ha indicato l’interesse a discutere «misure selettive per l’incremento delle entrate»: l’Italia sostiene l’introduzione a livello Ue di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come suggerito insieme a Germania, Portogallo, Austria e Spagna, in una lettera inviata alla Commissione.
Il ministro si è mosso con passi felpati ma decisi. Non una parola di troppo che possa essere interpretata dai mercati come uno strappo rispetto alla linea più volte rimarcata da Bruxelles di non consentire spazi di flessibilità rispetto a quelli già previsti.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, in mattinata era stato più tranciante: «È una questione di sopravvivenza». Se Bruxelles impedisce lo scostamento di bilancio, «sono convinto che il governo porterà all’approvazione del Parlamento, la possibilità di spendere soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei per aiutare gli italiani che hanno bisogno». Poi ha ricordato lo sciopero degli autotrasportatori previsto dal 25 al 29 maggio. «Avere per una settimana i camion fermi, vuol dire avere i negozi vuoti, e vuol dire avere l’Italia nel caos. Per cui o Bruxelles mi permette di aiutare questi lavoratori o immagino, lo faremo lo stesso». All’Eurogruppo di ieri sono emerse voci di preoccupazione. Il Portogallo ha detto che è «importante» disporre di «un po' di flessibilità» per poter aiutare i settori «più colpiti» dallo choc energetico. Per il Belgio non ci sono le condizioni per una sospensione del Patto di stabilità. Sulla stessa linea l’Olanda: «Fare più debito non è la soluzione alla crisi dei prezzi dell’energia». La Spagna ha portato la proposta di usare la clausola nazionale che ha permesso ai Paesi Ue di scorporare dal Patto di stabilità le spese per la difesa.
Ursula «spreca» 20 miliardi per l’IA
Automotive, satelliti o intelligenza artificiale, lo schema delle strategie fallimentari dell’Europa si basa su una serie di fattori in comune che spaventano più dei flop stessi. Si parte con un ritardo abissale nel cogliere dove stiano andando l’industria e le nuove tecnologie (basti pensare al gap competitivo rispetto a Starlink), si continua con una corsa sfrenata per metterci in un modo o nell’altro una pezza e si arriva allo spreco di risorse e alla crisi di filiere (emblematica quella dell’automotive) che si traduce immancabilmente in un taglio di posti di lavoro.
L’ultimo esempio è quello dell’IA, dove però il danno è forse ancora rimediabile. O è almeno quanto sperano gli eurodeputati e gli analisti che secondo la ricostruzione di Politico stanno provando a mettere un argine alla furia masochista di Ursula von der Leyen.
Nel disperato tentativo di entrare nella partita che si stanno giocando senza esclusione di colpi Stati Uniti e Cina, il presidente della Commissione vuol costruire delle enormi strutture di analisi dei dati per addestrare modelli di Intelligenza artificiale altrettanto «importanti». L’obiettivo è creare quattro a cinque gigafactory, ciascuna dotata di 100.000 unità di elaborazione grafica (Gpu) per addestrare l’intelligenza artificiale del Vecchio continente. Per raggiungere lo scopo, l’Ue ha stanziato un fondo di 20 miliardi puntando a triplicare la capacità dei data center europei entro il 2030-2032.
C’è qualche problema. Innanzitutto i tempi. A parte l’enorme ritardo già accumulato, infatti, il bando per la presentazione dei progetti è stato rinviato due volte e l’ultimo arco temporale preso in considerazione parla della primavera. Sarà vero?
Quindi, la vera domanda dalla quale sarebbe dovuto partire l’intero progetto: per chi lavorerebbero le mega «fabbriche» che Bruxelles sta così dispendiosamente finanziando? A oggi in Europa mancano campioni nazionali che possano sfruttare l’energia prodotta dalle potenziali nuove centrali. «Non è affatto chiaro quale sia il pubblico di riferimento delle gigafactory», ha evidenziato in un’intervista Nicoleta Kyosovska, assistente di ricerca presso il Centro di studi di politica europea, un think tank con sede a Bruxelles, e coautrice di un rapporto sulle gigafactory dal titolo: Santuari dell’innovazione o cattedrali nel deserto?, «non abbiamo molte aziende che si occupano di Intelligenza artificiale, anzi forse abbiamo solo Mistral».
Mistral AI è una startup francese fondata nell’aprile del 2023 da tre ricercatori: Arthur Mensch, Guillaume Lample, e Timothée Lacroix. Dopo gli studi alla École Polytechnique e le esperienze in Google DeepMind e Meta, i nostri si sono posti l’obiettivo di democratizzare l’intelligenza artificiale attraverso modelli, prodotti e soluzioni open-source. Chapeau. Ma da qui a immaginarli come un’alternativa credibile ai modelli americani come ChatGpt (OpenAI) e Anthropic, che stanno investendo miliardi su miliardi nello sviluppo dei nuovi modelli di IA, ce ne passa.
«Nessuno è stato in grado di spiegarmi», ha evidenziato Sergey Lagodinsky, europarlamentare tedesco dei Verdi, «quale sia il piano aziendale che stanno realizzando per queste gigafactory».
Tant’è che paradossalmente, le nuove fabbriche europee potrebbero finire per accrescere la dipendenza del Vecchio continente dalla tecnologia Usa con l’americana Nvidia che è leader mondiale nella fornitura dei chip Gpu di cui sopra.
Il dubbio è venuto a un gruppo di 18 parlamentari Ue che ha interrogato sul tema la Commissione. Senza ricevere, neanche a dirlo, risposte.
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Giorgia Meloni con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al vertice Epc di Erevan (Getty Images)
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
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Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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