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2020-02-20
Varoufakis terrorizza i parrucconi dell’Ue
Yanis Varoufakis (Ansa)
Quella che sembrava una domanda di routine fatta da una giornalista lunedì sera durante la conferenza stampa dell'Eurogruppo promette di scatenare uno scontro al calor bianco tra le istituzioni europee e l'ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, e di mettere ancora più in luce la scarsa trasparenza che caratterizza l'Eurogruppo. Organo che, seppur informale, è snodo decisivo delle scelte politiche dell'Eurozona. Venerdì Varoufakis ha consegnato al presidente della Camera Kostas Tassoulas una chiavetta Usb contenente le registrazioni di numerose riunioni dell'Eurogruppo avvenute nei primi mesi del 2015, invitando Tassoulas a divulgarla ai parlamentari e al pubblico. La chiavetta è stata restituita al mittente a stretto giro, definendo il gesto «inaccettabile» e invitando Varoufakis a prendersi le sue responsabilità senza scaricarle sul Parlamento greco. Subito dopo, Varoufakis ha reso noto che avrebbe pubblicato le registrazioni intorno al 10 marzo, tempo necessario per le trascrizioni. Quando lunedì sera la giornalista ha chiesto un commento al presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno, la risposta è stata un secco «no comment». Subito dopo Centeno ha rivolto lo sguardo verso Klaus Regling, capo del Fondo salva Stati (Mes) che non si è fatto pregare e ha aggiunto: «Deploriamo questa violazione della riservatezza, mi auguro che abbia usato nel suo libro già pubblicato tutto ciò che riteneva interessante». Una dichiarazione laconica per liquidare come irrilevante l'uscita di Varoufakis, alla pari del suo volume.
La replica di Varoufakis non si è fatta attendere. In un post pubblicato ieri sul sito del suo movimento politico, ha sferrato un durissimo attacco a Regling e rivelato un episodio che conferma come il tedesco abbia più di qualcosa da nascondere. Infatti, quando il prestigioso regista greco Costa-Gavras annunciò il film tratto dal libro di Varoufakis Adulti nella stanza, ispirato agli eventi del 2015 e documentato con le registrazioni che ora saranno integralmente divulgate, Regling si preoccupò e chiese subito un incontro a pranzo col regista. Lo scopo era di dissuaderlo dal girare il film, sostenendo l'imprecisione con cui il libro riportava i fatti dell'epoca. Costa-Gavras rispose che invece aveva verificato la perfetta rispondenza del contenuto del libro alle registrazioni, che aveva ascoltato, e quindi credeva alla versione di Varoufakis. Regling andò via e Costa-Gavras pagò pure il conto. Varoufakis ha spiegato che Regling ha motivo di preoccuparsi perché i cittadini europei sapranno che il tedesco suggeriva di non pagare le pensioni ai cittadini greci in modo da consentire il pagamento delle rate al Fondo monetario internazionale. Ha aggiunto che quando i cittadini potranno ascoltare le parole di Regling sarà molto difficile per lui avere un lavoro in qualsiasi Paese, compreso il suo, e ha concluso definendolo non solo un «cinico burocrate» ma anche «un incapace» che incappa in errori tecnici elementari. Ma perché rivelarle ora, dopo cinque anni? Varoufakis ha spiegato che credeva di aver chiuso la vicenda delle registrazioni con l'uscita del libro tre anni fa. Ma di recente in Grecia è stata approvata una legge che dispone la vendita di prestiti ipotecari inesigibili a dei fondi che dal 1° maggio sfratteranno le famiglie provocando una nuova ondata di sofferenze al popolo greco. Sia il nuovo governo di centrodestra che gli ex colleghi di Syriza imputano questi provvedimenti draconiani alla inefficace azione di Varoufakis durante le riunioni dell'Eurogruppo del 2015, in cui il greco irritò i colleghi europei, inimicandoseli. Allora, per mettere fine a questa rappresentazione distorta dei fatti, ecco la decisione di divulgare integralmente quanto registrato in quei mesi. In questo modo:
1 Si capirà come l'euroscetticismo sia stato alimentato da un processo decisionale inaccettabile, proprio al centro della Ue.
2 Si avrà conferma, purtroppo, che le posizioni degli euroscettici sono del tutto fondate.
3 Chiunque interessato potrà avere contezza sulle modalità con cui si prendono decisioni cruciali per l'economia mondiale.
4 Poiché non può esserci democrazia senza trasparenza, si offrirà un piccolo contributo ai democratici di tutto il mondo.
Giova ricordare che in quel libro viene riportato un episodio, mai smentito, a proposito del nostro ministro dell'Economia dell'epoca, Pier Carlo Padoan. Quando Varoufakis chiese a Padoan come fosse riuscito a contenere l'ostilità di Wolfgang Schäuble che lo aggrediva in ogni possibile occasione in particolare nell'Eurogruppo, Padoan rispose che aveva conquistato il suo rispetto accogliendo il «suggerimento» di approvare il jobs act, dopo il quale le ostilità improvvisamente cessarono. Ma quelle registrazioni potrebbero costituire la conferma delle numerose perplessità sollevate negli ultimi mesi a proposito delle decisioni assunte dall'Eurogruppo sul Mes e su altri dossier decisivi per il nostro Paese. Se il clima in quel consesso è quello documentato da Varoufakis, con un nucleo forte di Paesi arroccato intorno alla Germania che detta la linea con atteggiamenti ricattatori, quale garanzia ha il nostro Parlamento che sia stato rispettato il mandato conferito ai nostri rappresentanti?
Conte va in Aula ma non parla di Mes. La Lega: «Imputabile per infedeltà»
Seduta infuocata ieri pomeriggio a Montecitorio. Dopo una mattinata relativamente tranquilla in Senato, il premier Giuseppe Conte ha affrontato alla Camera il secondo round di comunicazioni in vista del Consiglio europeo di domani, dedicato ai negoziati sul bilancio a lungo termine dell'Ue per il settennato 2021-2027. E nonostante su uno dei punti considerati più caldi, vale a dire la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, Giuseppi abbia preferito mantenere un omertoso silenzio, ci ha pensato il presidente della commissione Bilancio, Claudio Borghi, a riportare prepotentemente a galla il tema.
Punto di partenza, i fondi destinati dal budget Ue allo strumento di bilancio per la competitività e la convergenza della zona euro (Bicc). Un'arma importante, progettata dai Paesi aderenti alla moneta unica per far fronte a situazioni economiche difficili, e che almeno sulla carta dovrebbe prevedere una funzione di stabilizzazione come un regime comune di riassicurazione contro la disoccupazione o un fondo per periodi di crisi. Ebbene, parlando in Aula, lo stesso premier Conte ha definito la dotazione proposta dal Consiglio «nel complesso modesta», precisando che «l'Italia pertanto insisterà affinché in futuro sia possibile un rifinanziamento che aumenti le risorse complessivamente disponibili e introduca una più robusta funzione di stabilizzazione». Cosa c'entri in questo groviglio di acronimi il Bicc con la riforma del Mes, è presto detto. Lo strumento di bilancio della zona euro rappresenta infatti, insieme alla garanzia comune sui depositi (Edis), uno dei tre cardini del famoso «pacchetto» sbandierato dal nostro premier. O passano tutti e tre i punti, o niente. Questa, almeno a detta di Conte e del ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, sembrava dover essere la posizione ufficiale del nostro Paese ai tavoli del negoziato.
«Questa logica del cetriolo si porta dietro il cetriolo più grosso di tutti, che è il Mes», ha tuonato Borghi dai banchi della Camera, «il Bicc doveva essere parte del pacchetto, e noi dovevamo essere un player fortissimo in queste negoziazioni sul bilancio europeo perché avevamo il coltello dalla parte del manico, legato al fatto di poter decidere o meno se approvare il Mes». Tramontato, o comunque fortemente ridimensionato il Bicc, che fine fa il pacchetto? Senza contare che sull'Edis i lavori sono ancora in corso, e le resistenze da vincere ancora tante. «Tutto quello che sta uscendo come documentazione ufficiale porta alla conferma di quello che noi avevamo già sospettato, vale a dire che non c'era nessun pacchetto, che non c'era nulla», ha poi aggiunto il deputato leghista, «ma che contrariamente a quanto era stato dato come mandato parlamentare, il testo del Mes è chiuso».
Parole che sembrano confermate sia dalle indiscrezioni circolate nelle ultime settimane, sia dagli atti ufficiali. Come già riportato dalla Verità, infatti, nelle conclusioni dell'Eurogruppo di gennaio, il presidente Mario Centeno assicurava sul fatto che «non si tratta più di una questione di sostanza, manca solo la definizione di alcuni aspetti legali, contiamo di chiudere l'accordo a marzo».
«Ormai sembra evidente a tutti, anche a chi faceva finta di non vedere, che qui abbiamo avuto una persona infedele al suo mandato», ha rilanciato durissimo Borghi all'indirizzo del premier. «Chiunque si renda infedele al mandato è passibile di carcerazione non inferiore a 5 anni», quindi «pensateci bene prima di firmare direttamente il Mes: qui l'unica cosa che vogliamo vedere è che il Mes verrà scartato riga per riga», altrimenti «l'infedeltà sarà accertata e la responsabilità sarà tutta sua».
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L'ex ministro di Alexis Tsipras fa tremare Bruxelles. Prima consegna al presidente della Camera greco le registrazioni (segrete) delle riunioni dell'Eurogruppo del 2015 in cui la Germania strapazzava Atene, poi promette di diffonderne le trascrizioni. Giuseppe Conte va in Aula ma non parla di Mes. La Lega: «Imputabile per infedeltà». Nel dibattito sul Consiglio europeo Matteo Borghi attacca: «Pacchetto? Questo è un cetriolo». Lo speciale comprende due articoli. Quella che sembrava una domanda di routine fatta da una giornalista lunedì sera durante la conferenza stampa dell'Eurogruppo promette di scatenare uno scontro al calor bianco tra le istituzioni europee e l'ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, e di mettere ancora più in luce la scarsa trasparenza che caratterizza l'Eurogruppo. Organo che, seppur informale, è snodo decisivo delle scelte politiche dell'Eurozona. Venerdì Varoufakis ha consegnato al presidente della Camera Kostas Tassoulas una chiavetta Usb contenente le registrazioni di numerose riunioni dell'Eurogruppo avvenute nei primi mesi del 2015, invitando Tassoulas a divulgarla ai parlamentari e al pubblico. La chiavetta è stata restituita al mittente a stretto giro, definendo il gesto «inaccettabile» e invitando Varoufakis a prendersi le sue responsabilità senza scaricarle sul Parlamento greco. Subito dopo, Varoufakis ha reso noto che avrebbe pubblicato le registrazioni intorno al 10 marzo, tempo necessario per le trascrizioni. Quando lunedì sera la giornalista ha chiesto un commento al presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno, la risposta è stata un secco «no comment». Subito dopo Centeno ha rivolto lo sguardo verso Klaus Regling, capo del Fondo salva Stati (Mes) che non si è fatto pregare e ha aggiunto: «Deploriamo questa violazione della riservatezza, mi auguro che abbia usato nel suo libro già pubblicato tutto ciò che riteneva interessante». Una dichiarazione laconica per liquidare come irrilevante l'uscita di Varoufakis, alla pari del suo volume. La replica di Varoufakis non si è fatta attendere. In un post pubblicato ieri sul sito del suo movimento politico, ha sferrato un durissimo attacco a Regling e rivelato un episodio che conferma come il tedesco abbia più di qualcosa da nascondere. Infatti, quando il prestigioso regista greco Costa-Gavras annunciò il film tratto dal libro di Varoufakis Adulti nella stanza, ispirato agli eventi del 2015 e documentato con le registrazioni che ora saranno integralmente divulgate, Regling si preoccupò e chiese subito un incontro a pranzo col regista. Lo scopo era di dissuaderlo dal girare il film, sostenendo l'imprecisione con cui il libro riportava i fatti dell'epoca. Costa-Gavras rispose che invece aveva verificato la perfetta rispondenza del contenuto del libro alle registrazioni, che aveva ascoltato, e quindi credeva alla versione di Varoufakis. Regling andò via e Costa-Gavras pagò pure il conto. Varoufakis ha spiegato che Regling ha motivo di preoccuparsi perché i cittadini europei sapranno che il tedesco suggeriva di non pagare le pensioni ai cittadini greci in modo da consentire il pagamento delle rate al Fondo monetario internazionale. Ha aggiunto che quando i cittadini potranno ascoltare le parole di Regling sarà molto difficile per lui avere un lavoro in qualsiasi Paese, compreso il suo, e ha concluso definendolo non solo un «cinico burocrate» ma anche «un incapace» che incappa in errori tecnici elementari. Ma perché rivelarle ora, dopo cinque anni? Varoufakis ha spiegato che credeva di aver chiuso la vicenda delle registrazioni con l'uscita del libro tre anni fa. Ma di recente in Grecia è stata approvata una legge che dispone la vendita di prestiti ipotecari inesigibili a dei fondi che dal 1° maggio sfratteranno le famiglie provocando una nuova ondata di sofferenze al popolo greco. Sia il nuovo governo di centrodestra che gli ex colleghi di Syriza imputano questi provvedimenti draconiani alla inefficace azione di Varoufakis durante le riunioni dell'Eurogruppo del 2015, in cui il greco irritò i colleghi europei, inimicandoseli. Allora, per mettere fine a questa rappresentazione distorta dei fatti, ecco la decisione di divulgare integralmente quanto registrato in quei mesi. In questo modo: 1 Si capirà come l'euroscetticismo sia stato alimentato da un processo decisionale inaccettabile, proprio al centro della Ue. 2 Si avrà conferma, purtroppo, che le posizioni degli euroscettici sono del tutto fondate. 3 Chiunque interessato potrà avere contezza sulle modalità con cui si prendono decisioni cruciali per l'economia mondiale. 4 Poiché non può esserci democrazia senza trasparenza, si offrirà un piccolo contributo ai democratici di tutto il mondo. Giova ricordare che in quel libro viene riportato un episodio, mai smentito, a proposito del nostro ministro dell'Economia dell'epoca, Pier Carlo Padoan. Quando Varoufakis chiese a Padoan come fosse riuscito a contenere l'ostilità di Wolfgang Schäuble che lo aggrediva in ogni possibile occasione in particolare nell'Eurogruppo, Padoan rispose che aveva conquistato il suo rispetto accogliendo il «suggerimento» di approvare il jobs act, dopo il quale le ostilità improvvisamente cessarono. Ma quelle registrazioni potrebbero costituire la conferma delle numerose perplessità sollevate negli ultimi mesi a proposito delle decisioni assunte dall'Eurogruppo sul Mes e su altri dossier decisivi per il nostro Paese. Se il clima in quel consesso è quello documentato da Varoufakis, con un nucleo forte di Paesi arroccato intorno alla Germania che detta la linea con atteggiamenti ricattatori, quale garanzia ha il nostro Parlamento che sia stato rispettato il mandato conferito ai nostri rappresentanti?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/varoufakis-terrorizza-i-parrucconi-dellue-2645194931.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-va-in-aula-ma-non-parla-di-mes-la-lega-imputabile-per-infedelta" data-post-id="2645194931" data-published-at="1773049267" data-use-pagination="False"> Conte va in Aula ma non parla di Mes. La Lega: «Imputabile per infedeltà» Seduta infuocata ieri pomeriggio a Montecitorio. Dopo una mattinata relativamente tranquilla in Senato, il premier Giuseppe Conte ha affrontato alla Camera il secondo round di comunicazioni in vista del Consiglio europeo di domani, dedicato ai negoziati sul bilancio a lungo termine dell'Ue per il settennato 2021-2027. E nonostante su uno dei punti considerati più caldi, vale a dire la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, Giuseppi abbia preferito mantenere un omertoso silenzio, ci ha pensato il presidente della commissione Bilancio, Claudio Borghi, a riportare prepotentemente a galla il tema. Punto di partenza, i fondi destinati dal budget Ue allo strumento di bilancio per la competitività e la convergenza della zona euro (Bicc). Un'arma importante, progettata dai Paesi aderenti alla moneta unica per far fronte a situazioni economiche difficili, e che almeno sulla carta dovrebbe prevedere una funzione di stabilizzazione come un regime comune di riassicurazione contro la disoccupazione o un fondo per periodi di crisi. Ebbene, parlando in Aula, lo stesso premier Conte ha definito la dotazione proposta dal Consiglio «nel complesso modesta», precisando che «l'Italia pertanto insisterà affinché in futuro sia possibile un rifinanziamento che aumenti le risorse complessivamente disponibili e introduca una più robusta funzione di stabilizzazione». Cosa c'entri in questo groviglio di acronimi il Bicc con la riforma del Mes, è presto detto. Lo strumento di bilancio della zona euro rappresenta infatti, insieme alla garanzia comune sui depositi (Edis), uno dei tre cardini del famoso «pacchetto» sbandierato dal nostro premier. O passano tutti e tre i punti, o niente. Questa, almeno a detta di Conte e del ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, sembrava dover essere la posizione ufficiale del nostro Paese ai tavoli del negoziato. «Questa logica del cetriolo si porta dietro il cetriolo più grosso di tutti, che è il Mes», ha tuonato Borghi dai banchi della Camera, «il Bicc doveva essere parte del pacchetto, e noi dovevamo essere un player fortissimo in queste negoziazioni sul bilancio europeo perché avevamo il coltello dalla parte del manico, legato al fatto di poter decidere o meno se approvare il Mes». Tramontato, o comunque fortemente ridimensionato il Bicc, che fine fa il pacchetto? Senza contare che sull'Edis i lavori sono ancora in corso, e le resistenze da vincere ancora tante. «Tutto quello che sta uscendo come documentazione ufficiale porta alla conferma di quello che noi avevamo già sospettato, vale a dire che non c'era nessun pacchetto, che non c'era nulla», ha poi aggiunto il deputato leghista, «ma che contrariamente a quanto era stato dato come mandato parlamentare, il testo del Mes è chiuso». Parole che sembrano confermate sia dalle indiscrezioni circolate nelle ultime settimane, sia dagli atti ufficiali. Come già riportato dalla Verità, infatti, nelle conclusioni dell'Eurogruppo di gennaio, il presidente Mario Centeno assicurava sul fatto che «non si tratta più di una questione di sostanza, manca solo la definizione di alcuni aspetti legali, contiamo di chiudere l'accordo a marzo». «Ormai sembra evidente a tutti, anche a chi faceva finta di non vedere, che qui abbiamo avuto una persona infedele al suo mandato», ha rilanciato durissimo Borghi all'indirizzo del premier. «Chiunque si renda infedele al mandato è passibile di carcerazione non inferiore a 5 anni», quindi «pensateci bene prima di firmare direttamente il Mes: qui l'unica cosa che vogliamo vedere è che il Mes verrà scartato riga per riga», altrimenti «l'infedeltà sarà accertata e la responsabilità sarà tutta sua».
Donald Trump (Ansa)
Non esclude neppure l’uso di truppe di terra, è convinto che la capacità di resistenza delle forze armate di Teheran sia al lumicino e rivendica il diritto di essere consultato sulla scelta della nuova «Guida» dell’Iran.
Ieri c’è stato un botta e risposta (assai timida da parte del britannico) tra Trump e Keir Starmer mentre emerge la totale irrilevanza dell’Europa proprio nella «difesa» di Cipro. Oggi a Larnaca è atteso Macron che sta cercando nuovo protagonismo con la difesa dell’isola bersagliata dagli iraniani. È quasi un’opera buffa considerando che un pezzo dell’isola è occupato dalla Turchia da oltre mezzo secolo, senza che l’Ue, di cui ora Cipro è presidente di turno, sia mai riuscita a comporre la crisi. Forse perché Tayyip Recep Erdogan ha il secondo esercito della Nato. Macron, che ieri ha avuto colloqui con il leader egiziano al-Sisi, il quale gli ha espresso preoccupazioni sia per il mercato dell’energia sia per il timore di un allargamento del conflitto nell’area mediorientale sollecitando un’ iniziativa diplomatica per frenare gli attacchi israelo-americani, prova ad accreditare la Francia come prima (e unica) potenza nucleare europea. Ha inviato Fabien Mandon, il capo di Stato maggiore transalpino, a Beirut, e lui oggi vedrà Nikos Christodoulides suo omologo cipriota, e Kyriakos Mitsotakis, il premier greco, per illustrare la solidarietà militante dei Paesi europei verso Cipro.
C’è una cintura navale di protezione a cui partecipano oltre alla Francia, l’Italia con la fregata Martinengo, la Spagna e l’Olanda, ma i primi ad arrivare sono stati i britannici. E proprio sull’impegno tardivo di Londra si appuntano le maggiori critiche di Trump, apparso addirittura sprezzante verso Starmer, che ieri ha fatto un punto ad ampio spettro sul conflitto iraniano. Parlando alla Cbs, The Donald ha scandito: «Stiamo vincendo a livelli mai visti prima e velocemente: è stato incredibile il lavoro che abbiamo fatto. I missili iraniani esplodono in mille pezzi. Ne sono rimasti pochissimi. I droni saltano in aria. Le fabbriche stanno saltando in aria mentre parliamo. La Marina è andata in fondo al mare. L’Aeronautica è andata. Ogni singolo elemento del loro esercito è andato. La loro leadership è andata. Non c’è niente che non sia andato». Poi, sempre riferendosi al teatro operativo, il presidente americano intervenendo ad Abc News ha ribadito: «Tutto è sul tavolo, non escludo l’invio di truppe sul terreno per recuperare l’uranio arricchito: il loro piano era chiaro, volevano attaccare tutto il Medio Oriente, ma ora sono una tigre di carta».
È però sul versante politico e di relazioni internazionali che Trump è stato molto drastico. Per quel che riguarda l’Iran, a seguito dell’annuncio che gli ayatollah avrebbero scelto la nuova Guida suprema, è stato chiarissimo: «Non durerà a lungo se non avrà la nostra approvazione, siamo anche disposti a lavorare con quelli rimasti del vecchio regime, ma ci vogliamo assicurare di non dover tornare qui ogni dieci anni, quando magari non avrete un presidente come me che è disposto a farlo - ha spiegato ad Abc News - non voglio che tra cinque anni si debba tornare a fare la stessa cosa, o peggio ancora lasciare che abbiano un’arma nucleare».
È seguita la «botta» a Starmer. Trump ha pubblicato su Truth un messaggio inequivocabile: «Il Regno Unito, il nostro un tempo grande alleato, sta finalmente considerando di inviare due portaerei in Medio Oriente. Va bene, primo ministro Starmer, non ne abbiamo più bisogno. Ma ce lo ricorderemo. Non abbiamo bisogno di persone che si uniscono alle guerre dopo che abbiamo già vinto». Così ieri l’inquilino di Downing Street è corso ai ripari e ha telefonato al presidente americano a cui ha espresso il suo cordoglio per la morte di sei marine. Con l’intesa di risentirsi presto Starmer ha messo sul tavolo la possibilità dell’uso delle basi della Raf per la difesa comune in Medio Oriente. Insomma, anche Londra s’adegua a Trump. Chi fa un passo avanti, invece, nel conflitto sono gli Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti israeliane, smentite però da Abu Dhabi, gli Emirati avrebbero bombardato un impianto di desalinizzazione in Iran. Gli emiratini hanno però accompagnato la smentita con la sottolineatura: «Rivendichiamo il diritto a difenderci» anche perché solo ieri sono stati intercettati 17 missili balistici e 117 droni.
L’Iran per il momento ha continuato gli attacchi verso i paesi del Golfo. Il che fa dire, a Benjamin Netanyahu: «Abbiamo un piano specifico con molteplici opzioni per indebolire il regime iraniano e portare un cambiamento». Come detto il lavoro «sporco» tocca a Israele che è intenzionato a finirlo in fretta.
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Celebrazioni a Teheran per Mojtaba Khamenei (Ansa)
La Repubblica islamica dell’Iran sostiene di aver già individuato la figura destinata a succedere alla guida del Paese dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ma ufficialmente, al momento di andare in stampa, il nome del nuovo leader supremo non è stato ancora reso pubblico. Un silenzio che riflette le profonde tensioni politiche e istituzionali che attraversano il sistema di potere iraniano in uno dei momenti più delicati della sua storia recente. A confermare che una decisione sarebbe stata presa è stato un membro dell’Assemblea degli esperti, l’organo religioso incaricato dalla Costituzione di designare la Guida suprema; l’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che all’interno dell’Assemblea sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la Guida» e che sarebbe stato raggiunto «un parere decisivo e unanime». Un altro membro dell’Assemblea, Hojjatoleslam Jafari, rappresentante della provincia di Zanjan, ha espresso l’auspicio che la decisione venga resa nota al più presto. «Il ritardo nell’elezione del terzo leader è amaro e indesiderato per tutti», ha spiegato, invitando tuttavia la popolazione a non perdere fiducia nei rappresentanti religiosi chiamati a prendere una decisione così delicata.
Nel frattempo, un altro religioso dell’Assemblea ha assicurato che il nome di Khamenei come leader dell’Iran «continuerà a esistere», sottolineando come la futura guida della Repubblica islamica dovrà muoversi nel solco politico e ideologico tracciato dal defunto ayatollah. Secondo la Costituzione, spetta all’Assemblea degli esperti - composta da 88 religiosi - scegliere la Guida suprema quando la carica rimane vacante. È quanto accaduto dopo i quasi 37 anni di leadership di Ali Khamenei, morto a seguito di un attacco Usa a Teheran lo scorso 28 febbraio. La successione rappresenta quindi uno dei passaggi più sensibili nella storia politica della Repubblica islamica.
Il dibattito interno è reso ancora più complesso dalla possibile candidatura di Mojtaba Khamenei, figlio della precedente Guida suprema e da tempo indicato come uno dei principali pretendenti alla successione. La sua nomina, osteggiata dal presidente statunitense Donald Trump secondo il quale «sarebbe inaccettabile», garantirebbe continuità con la linea politica del padre e lascerebbe campo libero ai pasdaran, principali sponsor della sua ascesa.
Il prezzo, secondo molti osservatori, lo pagherebbe la popolazione iraniana, che potrebbe trovarsi di fronte a una repressione ancora più dura mentre il conflitto in corso rischierebbe di intensificarsi ulteriormente. Secondo alcune informazioni circolate nelle ultime ore, Mojtaba Khamenei sarebbe inoltre rimasto gravemente ferito nei raid che hanno colpito la città di Qom alla fine di febbraio e si troverebbe attualmente ricoverato in ospedale. Un altro membro dell’Assemblea, l’ayatollah Mohsen Heidari Alekasir, ha dichiarato che il candidato prescelto sarebbe stato individuato anche tenendo conto delle indicazioni lasciate dallo stesso Khamenei prima della morte. Secondo il religioso, il nuovo leader dovrebbe essere una figura «odiata dal nemico», aggiungendo che «persino il Grande Satana» avrebbe già fatto il suo nome. Ovvio il riferimento a Mojtaba Khamenei. All’interno del clero non mancano le pressioni per accelerare la decisione. L’ayatollah ha chiesto di rendere pubblico al più presto il nome del «giurista a pieno titolo» selezionato dall’Assemblea. Rahim Tavakol, altro membro dell’organismo religioso, ha assicurato che l’assemblea ha già svolto il proprio compito e che «presto verrà annunciato il successore» di Khamenei. Tuttavia diversi osservatori ritengono che il ritardo possa essere legato anche a questioni procedurali e di sicurezza. Secondo alcuni giuristi iraniani, la Costituzione prevede che almeno due terzi dei membri dell’Assemblea partecipino fisicamente alla deliberazione. In mancanza di questa condizione, qualsiasi decisione rischierebbe di non avere piena validità legale.
Emergono anche divisioni all’interno dell’establishment. Alcune fonti sostengono che il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, si sarebbe opposto alla nomina di Mojtaba Khamenei, preferendo invece la candidatura del fratello Sadeq Larijani, ex capo della magistratura e figura influente dell’apparato religioso e politico iraniano. Per l’esercito israeliano, invece, non è importante chi verrà nominato: «Continueremo a colpire chiunque tenti di assumere o designare la carica di Guida Suprema» ha affermato l’Idf in una nota.
La guerra «sotterranea» dell’acqua
L’escalation militare in Medio Oriente continua ad allargarsi mentre il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti apre nuovi fronti di tensione in tutta la regione. A Teheran la situazione appare sempre più critica dopo una serie di raid che hanno colpito infrastrutture energetiche della capitale provocando incendi di vaste proporzioni. Il corrispondente della Cnn Frederik Pleitgen ha raccontato dalla città uno scenario che ha definito «apocalittico». Gli attacchi israeliani hanno centrato diversi impianti petroliferi causando roghi che, a distanza di oltre 12 ore, continuavano ancora a bruciare. Colonne di fumo nero si sono alzate sopra la capitale mentre la pioggia, mescolata ai residui di petrolio dispersi nell’aria, è ricaduta sulle strade.
Nel frattempo il comando militare Usa per il Medio Oriente ha diffuso un messaggio diretto alla popolazione iraniana invitando i civili a restare nelle proprie abitazioni: «State a casa. Il regime sta consapevolmente mettendo in pericolo le vite dei civili», si legge nell’avviso diffuso dallo Us central command. Nel comunicato si accusa inoltre Teheran di utilizzare quartieri densamente abitati per operazioni militari, compreso il lancio di droni d’attacco e missili balistici. Washington ha tuttavia precisato di non essere coinvolta negli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane.
Il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, intervistato dalla Cnn, ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono colpire l’industria petrolifera o del gas della Repubblica islamica. Secondo Wright gli obiettivi dei raid riguarderebbero depositi di carburante utilizzati per rifornire le stazioni di benzina della capitale. Il segretario ha riconosciuto l’impatto degli attacchi sulla qualità dell’aria a Teheran, aggiungendo, tuttavia, che «alcuni giorni di qualità dell’aria peggiore non sono nulla rispetto a ciò che il popolo iraniano ha sofferto sotto il regime». La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, intervistata da Fox News, ha spiegato che la strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump resta concentrata su una campagna di bombardamenti aerei. «Il dispiegamento di truppe a terra non rientra nel piano attuale ma il presidente non ha rimosso l’opzione dal tavolo», ha dichiarato.
Le tensioni si estendono anche al Golfo. Le autorità del Bahrein hanno denunciato un attacco con drone attribuito all’Iran contro un impianto di desalinizzazione nei pressi della capitale Manama. In una nota ufficiale il governo ha riferito che l’azione ha colpito obiettivi civili causando danni materiali alla struttura. L’Autorità elettrica e idrica del Paese ha tuttavia assicurato che l’incidente non ha interrotto la distribuzione dell’acqua potabile. Il tema resta particolarmente delicato perché nei Paesi del Golfo la sopravvivenza delle città dipende in larga parte dagli impianti di desalinizzazione.
Proprio gli Emirati Arabi Uniti sono finiti al centro di nuove polemiche diplomatiche. Secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano israeliano Ynet, Abu Dhabi avrebbe valutato la possibilità di colpire un impianto di desalinizzazione in Iran come segnale politico. Negli Emirati cresce però la rabbia per le notizie diffuse dai media israeliani. Secondo quanto riferito da Channel 12, fonti vicine alla leadership emiratina ritengono che rivelazioni pubbliche di questo tipo possano compromettere un delicato equilibrio regionale. Sul piano diplomatico Teheran continua intanto a ribadire la propria determinazione a resistere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervistato dalla Nbc, ha affermato che la cooperazione con la Russia «non è una novità né un segreto» e che l’Iran continuerà a difendere il proprio territorio: «La nostra dignità non è in vendita», ha dichiarato. Resta instabile anche il fronte libanese. Secondo le Forze di difesa israeliane, negli ultimi giorni oltre 200 membri di Hezbollah e di altri gruppi armati sarebbero stati uccisi durante le operazioni militari in Libano. Il ministero della Salute libanese ha riferito che i bombardamenti della scorsa settimana hanno provocato almeno 394 morti, confermando come il conflitto stia assumendo dimensioni sempre più ampie.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 marzo con Carlo Cambi
Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia cerca sempre di dare un aiuto». E Poi: «Giorgia è un’ottima leader ed è una mia amica». Le dichiarazioni che Donald Trump ha rilasciato al Corriere della Sera a sostegno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno provocato moltissime proteste da parte dell’opposizione.«L’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto. Noi ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran con missili, con droni, ma solo a scopo difensivo». La risposta di Meloni a chi accusa l’esecutivo di essere entrato in guerra arriva su Rete 4 in un’intervista rilasciata a Mario Giordano, nella puntata di ieri di Fuori dal coro. «Una decisione che nasce dal bisogno che noi abbiamo di proteggere le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area, oltre che i nostri contingenti militari», ha puntualizzato il premier, spiegando che «noi abbiamo circa 2.000 soldati dislocati in quella regione. Dopodiché quelle sono anche nazioni con le quali noi abbiamo sicuramente ottimi rapporti, ma che sono anche vitali per i nostri interessi energetici». E poi ha ribadito: «Però non intendiamo entrare in guerra e non ci entreremo».
Sulle parole del presidente degli Stati Uniti era già intervenuto anche il ministro degli Interni Antonio Tajani. «Quella del presidente Donald Trump al Corriere della sera è una dichiarazione più politica e non credo che ci sia nulla da chiarire». E poi sulle contestazioni arrivate da Pd, Avs e Movimento 5 stelle ha detto: «Le opposizioni fanno la loro parte, mi pare che adesso in questo momento non ci sia nulla da commentare», ha spiegato. «Tutto quello che si sta facendo si è fatto, si farà, è stato detto in Parlamento, quindi, non c’è null’altro per quanto mi riguarda da aggiungere».
Sulla guerra, Meloni da Giordano ha insistito: «La guerra ovviamente non piace a nessuno e nessuno sottovaluta i rischi e le difficoltà che ne seguono, però neanche l’alternativa è rassicurante. Che è la ragione per cui noi ci siamo spesi moltissimo per arrivare a un accordo sul nucleare iraniano, cioè per avere certezza che l’Iran rinuncia all’atomica, che però sono falliti. E quindi adesso, secondo me, la priorità è capire se ci siano i margini per riprendere quei negoziati. E se ci fossero, ovviamente l’Italia intende lavorare su questo, cioè al ritorno della diplomazia».
Sull’Iran, poi, attacca le opposizioni che accusa di fare «propaganda spicciola» e si chiede «se davvero sia questo il momento». Anche perché «noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
La guerra preoccupa anche per le possibili conseguenze a livello di terrorismo ma Meloni ha rassicurato: «Non ci sono particolari allarmi in questo momento, ma sicuramente noi, a scopo di prevenzione, siamo mobilitatissimi», anche perché, ha spiegato, «il Comitato antiterrorismo e il Comitato nazionale difesa e sicurezza, sono praticamente convocati a oltranza». Guerra, terrorismo e rincaro dei prezzi inevitabile. Questo preoccupa le persone e il premier ha consigliato «prudenza» a chi specula «perché non escludo di aumentare le tasse a quelle aziende che si dovessero rendere responsabili della speculazione e dell’aumento dei prezzi». Sui rincari della benzina ha detto che intende valutare «di attivare le cosiddette accise mobili, un meccanismo che esiste dal 2008 e che noi abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023», perché «se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, questo meccanismo consentirebbe di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise».
Inevitabile un passaggio sul referendum a poco meno di due settimane dal voto: «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». Meloni, infatti, ha ricordato che questi due temi viaggiano su tre livelli: le leggi «messe a disposizione» anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la «magistratura che fa rispettare le leggi». «Se uno dei tre livelli non funziona il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi nei quali il meccanismo si è inceppato», ha spiegato Meloni, citando le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, dove non c’è stato alcun seguito giudiziario e addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti».
Sull’immigrazione ha ricordato «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Infine, un appello per il Sì al referendum del 22 e del 23 marzo: «Non avremo altre occasioni» di riformare la giustizia. «Se vogliamo far camminare questa nazione, dobbiamo avere il coraggio di modernizzarla. Di cambiare quello che non funziona».
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