La «variabile Trump» aleggia su Strasburgo. Non è un mistero che Giorgia Meloni stia cercando di costruire una nuova maggioranza europea, che sia in grado di escludere il Pse dalla prossima Commissione Ue. Certo, stando ai sondaggi di Politico, non si tratta di un obiettivo facile da raggiungere. Tuttavia non è neppure impossibile.
A fronte di una maggioranza assoluta di 361 seggi, la somma virtualmente attribuita a Ecr, Ppe e Id ammonta a quota 310, mentre almeno sulla carta una riedizione della «maggioranza Ursula» – che vede insieme Ppe, Pse e Renew Europe – sarebbe attualmente a quota 393. Eppure non è tutto oro quel che luccica. Innanzitutto, il partito di Viktor Orbán, Fidesz, è al momento tra i non iscritti e non è affatto improbabile che, prima o poi, possa entrare nell’Ecr, rafforzando un’eventuale nuova maggioranza europea: il mese scorso, l’ex premier polacco ed esponente di Diritto e giustizia, Mateusz Morawiecki, si è detto favorevole all’ingresso del premier ungherese nel partito dei conservatori europei. In secondo luogo, a fine marzo, il sito Euractiv riportava che Renew Europe sarebbe attraversata da significative «divisioni interne». In terzo luogo, anche Id ha nei fatti teso un ramoscello d’ulivo a Ecr e Ppe, espellendo recentemente l’Afd. Tutto questo, mentre, nelle ultime settimane, i rapporti tra la Meloni e Marine Le Pen sembrano assai migliorati. Infine, alcuni settori del Ppe si sono spostati su posizioni più conservatrici e non vedono di buon occhio il rilancio della solita alleanza con i Socialisti.
Ma il progetto europeo dell’inquilina di Palazzo Chigi non passa soltanto attraverso le alleanze all’Europarlamento. È infatti decisamente presente una componente geopolitica della questione. Per capirlo, basta dare un occhio alla recente visita che Emmanuel Macron ha effettuato in Germania per incontrare il presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier. «Le relazioni franco-tedesche sono indispensabili e importanti per l’Europa», ha detto il leader francese nell’occasione, per poi mettere in guardia da una «forma di fascinazione per l’autoritarismo che sta crescendo». Ecco, in queste parole di Macron si scorge il nocciolo della questione. Presentando le prossime elezioni come uno scontro tra forze democratiche e populisti autoritari, il presidente francese cerca di spostare l’attenzione dal suo vero obiettivo: quello, cioè, di una riproposizione della «maggioranza Ursula» (magari anche senza la Von der Leyen). Del resto, un simile scenario si rivelerebbe (nuovamente) funzionale agli interessi dell’asse franco-tedesco. Innanzitutto, Macron spera di far sì che la Francia riesca a mettere le mani sulla poltrona di Commissario alla difesa europea, che sarà istituita nella prossima commissione. In secondo luogo, Parigi e Berlino continueranno a rafforzare i loro legami con Pechino: Olaf Scholz si è recato in Cina ad aprile, mentre lo stesso Macron ha recentemente ricevuto in Francia Xi Jinping.
È dunque chiaro che l’inquilino dell’Eliseo ha tutto l’interesse a indebolire le relazioni transatlantiche, anche se questo comporta de facto un assist a Russia e Cina: esattamente l’opposto rispetto alla direzione intrapresa dall’iniziativa della Meloni. Innanzitutto l’attuale governo italiano ha consolidato i legami con Washington, confermando il sostegno a Kiev e, soprattutto, non rinnovando il controverso memorandum sulla Nuova via della Seta. In secondo luogo, Diritto e giustizia è uno schieramento storicamente atlantista e critico nei confronti dell’asse franco-tedesco. Non solo, il presidente polacco, Andrzej Duda, che è un esponente di questo partito, ha recentemente incontrato Donald Trump. Quello stesso Trump che, alcune settimane prima, aveva avuto un faccia a faccia anche con Orbán, che è a sua volta in ottimi rapporti con il think tank conservatore americano Heritage Foundation. Ora, i sondaggi stanno dando il candidato repubblicano come estremamente competitivo alle elezioni presidenziali di novembre. Ed ecco che i suoi solidissimi rapporti tanto con Duda quanto con il premier ungherese potrebbero contribuire a favorire l’ingresso di quest’ultimo nell’Ecr. Il progetto della Meloni per una nuova maggioranza europea passa dunque (anche) dalla scommessa di una vittoria elettorale di Trump a novembre.
Va da sé che un’eventuale amministrazione repubblicana guarderebbe come il fumo negli occhi a una riedizione della «maggioranza Ursula» e della classica convergenza tra popolari e socialisti. D’altronde la Commissione Juncker e quella Von der Leyen hanno assegnato il ruolo di Alto rappresentante per gli Affari esteri Ue a due esponenti del Pse, che di certo non hanno seguito una linea atlantista. Federica Mogherini avvicinò Bruxelles a Cuba e, nel 2015, contribuì a mediare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran: un accordo che, a sua volta, Josep Borrell ha tentato di rilanciare.
Non solo. Un’eventuale nuova amministrazione Trump non vedrebbe affatto di buon occhio le continue sbandate filocinesi dell’asse franco-tedesco. Infine, ma non meno importante, i repubblicani sono nemici giurati delle politiche green ideologiche, considerandole soltanto un favore a Pechino: un elemento, questo, che li accomunerebbe a gran parte del centrodestra europeo. Ricordiamo che una prima convergenza tra Ppe, Id ed Ecr si verificò l’anno scorso durante il tentativo di opposizione alla legge Natura.
D’altronde, proprio la questione dell’ambientalismo politicizzato rappresenta una delle principali fonti di tensione tra Ppe e Socialisti: si tratta di un tema che, dunque, favorisce non solo la formazione di una maggioranza europea alternativa all’attuale, ma anche la possibilità di una sua significativa sintonia con il Partito repubblicano americano. Sempre più nervosi, i socialisti (oltre allo stesso Macron) hanno fiutato che per loro inizia a tirare una brutta aria. Lo scenario che possano finire fuori gioco è concreto. E l’attuale debolezza politica di Joe Biden certo non li aiuta.
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