True
2026-04-01
Van Dyck l'europeo, una grande mostra a Genova
True
In un allestimento spettacolare, con tele di grandi dimensioni che evocano autentiche scene teatrali, ricche di colore, personaggi e suggestioni, l’attesissima mostra genovese è davvero un’occasione più unica che rara per conoscere da vicino la parabola artistica e di vita di Van Dyck, grande Maestro fiammingo e « pittore europeo» nel senso letterale del termine, visto che la sua esistenza (iniziata ad Anversa nel 1599 e conclusasi prematuramente a Londra nel 1641) fu un viaggio continuo fra Fiandre, Italia e Inghilterra. Senza contare qualche mese passato a Parigi: miglior allievo di Rubens, Van Dyck fu chiamato alla corte di Re Carlo I d’Inghilterra, lavorò per oltre sei anni a Roma, da li si spostò a Genova (città che amò particolarmente), tornò ad Anversa, si trasferì a Bruxelles, partì per Londra, poi fu di nuovo ad Anversa, di nuovo a Londra, di nuovo ad Anversa, poi a Parigi e poi, pochi mesi prima della sua morte, di nuovo e purtroppo definitivamente a Londra.
Un artista internazionale dunque, capace di interpretare tendenze e desideri di tante e variegate committenze, diverse per gusti, sensibilità e senso estetico. Influenzato dal Classicismo, dal Rinascimento, dagli albori del Barocco italiano ( che «toccò con mano» negli anni del suo soggiorno a Roma), e, ovviamente, dall’arte dei maestri fiamminghi (non dimentichiamoci che fu l ‘allievo migliore di Rubens…), la pittura di Van Dyck , pur capace di composizioni monumentai dalla straordinaria ricchezza cromatica, è una pittura di grande eleganza e raffinatezza, fatta di figure slanciate, volti espressivi, abiti sontuosi e particolari ricercati, tratti distintivi che lo resero il ritrattista più amato e conteso da sovrani, nobili e ricchi borghesi: possedere un suo quadro era un vero e proprio status symbol, per la nobiltà inglese o delle Fiandre, come per la ricchissima nobiltà genovese , che affidò ai superbi tratti del pittore fiammingo il compito di rappresentare e rendere immortale il potere e il prestigio raggiunti. Ma se il ritratto fu il genere che maggiormente gli regalò fama e notorietà, Van Dyck fu anche artista di dipinti mitologici e religiosi ricchi di pathos e sentimento , capaci di sedurre chi li guarda per fascino e bellezza. E basta visitare la mostra genovese per accorgersene…
La Mostra
Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, in un lungo percorso espositivo suddiviso per temi e articolato in ben 12 sale, l’esposizione offre al pubblico la possibilità di ammirare e comparare l‘attività artistica di Van Dyck nelle sue « tre patrie » - Anversa, Genova e Londra – e nella completezza delle sue tematiche artistiche: il ritratto, in primis, ma anche i temi mitologici e quelli religiosi. Una suddivisione davvero interessante e ben pensata, dove le opere sono accostate per soggetti, così da stimolare e facilitare un confronto diretto tra il Van Dyck giovane in patria e il « grande Van Dyck » italiano e inglese; fra una dama di Anversa o di Bruxelles e una dama di Genova o di Londra. Ad aprire la mostra il primo autoritratto noto del pittore, tela di una sorprendente maturità artistica anche se realizzato nel 1614, quando Van Dyck aveva solo quindici anni ; a chiuderla, nella Cappella del Doge, la grande pala della chiesa di San Michele di Pagana, l‘unica pala realizzata nei suoi anni genovesi e una delle due sole pale d'altare create nei sette anni trascorsi in Italia.
Fra le opere più importanti, oltre ai ritratti singoli, di coppia o di famiglia (maestoso e seducente il Ritratto di donna, prestito eccezionale della collezione di Palazzo Odescalchi a Roma), a spiccare sono il Matrimonio mistico di Santa Caterina del Prado di Madrid, il San Sebastiano della Scottish National Gallery di Edimburgo e l' Ecce Homo, preziosa opera inedita proveniente da una collezione privata europea. Di particolare interesse anche la quarta sala, «la sala del fare», che ospita opere eseguite su diversi supporti e con diverse tecniche (olii su tavola e su carta, disegni, gesso su carta), conducendo il visitatore all’interno del processo creativo dell’artista; mentre le opere della sala precedente spiegano il compicato rapporto con Rubens, il maestro dal quale Van Dyck prese presto le distanze prediligendo al linguaggio più colorato e chiassoso del suo mentore una raffinatezza delicata, quasi sussurrata.
Una mostra davvero eccezionale, indispensabile per seguire e capire la vita e il genio di un grande Maestro, interprete della storia economica e politica dell'Europa del suo tempo.
Continua a leggereRiduci
È l’appartamento del Doge di Palazzo Ducale a Genova ad ospitare (sino al 19 luglio 2026) la più grande mostra degli ultimi venticinque anni dedicata ad Anton Van Dyck, il genio pittorico fiammingo che con il capoluogo ligure ebbe sempre un rapporto profondo. Tra ritratti famosi e meno conosciute opere sacre, esposte ben 58 opere, prestiti dai più grandi e autorevoli musei d’Europa.In un allestimento spettacolare, con tele di grandi dimensioni che evocano autentiche scene teatrali, ricche di colore, personaggi e suggestioni, l’attesissima mostra genovese è davvero un’occasione più unica che rara per conoscere da vicino la parabola artistica e di vita di Van Dyck, grande Maestro fiammingo e « pittore europeo» nel senso letterale del termine, visto che la sua esistenza (iniziata ad Anversa nel 1599 e conclusasi prematuramente a Londra nel 1641) fu un viaggio continuo fra Fiandre, Italia e Inghilterra. Senza contare qualche mese passato a Parigi: miglior allievo di Rubens, Van Dyck fu chiamato alla corte di Re Carlo I d’Inghilterra, lavorò per oltre sei anni a Roma, da li si spostò a Genova (città che amò particolarmente), tornò ad Anversa, si trasferì a Bruxelles, partì per Londra, poi fu di nuovo ad Anversa, di nuovo a Londra, di nuovo ad Anversa, poi a Parigi e poi, pochi mesi prima della sua morte, di nuovo e purtroppo definitivamente a Londra. Un artista internazionale dunque, capace di interpretare tendenze e desideri di tante e variegate committenze, diverse per gusti, sensibilità e senso estetico. Influenzato dal Classicismo, dal Rinascimento, dagli albori del Barocco italiano ( che «toccò con mano» negli anni del suo soggiorno a Roma), e, ovviamente, dall’arte dei maestri fiamminghi (non dimentichiamoci che fu l ‘allievo migliore di Rubens…), la pittura di Van Dyck , pur capace di composizioni monumentai dalla straordinaria ricchezza cromatica, è una pittura di grande eleganza e raffinatezza, fatta di figure slanciate, volti espressivi, abiti sontuosi e particolari ricercati, tratti distintivi che lo resero il ritrattista più amato e conteso da sovrani, nobili e ricchi borghesi: possedere un suo quadro era un vero e proprio status symbol, per la nobiltà inglese o delle Fiandre, come per la ricchissima nobiltà genovese , che affidò ai superbi tratti del pittore fiammingo il compito di rappresentare e rendere immortale il potere e il prestigio raggiunti. Ma se il ritratto fu il genere che maggiormente gli regalò fama e notorietà, Van Dyck fu anche artista di dipinti mitologici e religiosi ricchi di pathos e sentimento , capaci di sedurre chi li guarda per fascino e bellezza. E basta visitare la mostra genovese per accorgersene…La MostraCurata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, in un lungo percorso espositivo suddiviso per temi e articolato in ben 12 sale, l’esposizione offre al pubblico la possibilità di ammirare e comparare l‘attività artistica di Van Dyck nelle sue « tre patrie » - Anversa, Genova e Londra – e nella completezza delle sue tematiche artistiche: il ritratto, in primis, ma anche i temi mitologici e quelli religiosi. Una suddivisione davvero interessante e ben pensata, dove le opere sono accostate per soggetti, così da stimolare e facilitare un confronto diretto tra il Van Dyck giovane in patria e il « grande Van Dyck » italiano e inglese; fra una dama di Anversa o di Bruxelles e una dama di Genova o di Londra. Ad aprire la mostra il primo autoritratto noto del pittore, tela di una sorprendente maturità artistica anche se realizzato nel 1614, quando Van Dyck aveva solo quindici anni ; a chiuderla, nella Cappella del Doge, la grande pala della chiesa di San Michele di Pagana, l‘unica pala realizzata nei suoi anni genovesi e una delle due sole pale d'altare create nei sette anni trascorsi in Italia. Fra le opere più importanti, oltre ai ritratti singoli, di coppia o di famiglia (maestoso e seducente il Ritratto di donna, prestito eccezionale della collezione di Palazzo Odescalchi a Roma), a spiccare sono il Matrimonio mistico di Santa Caterina del Prado di Madrid, il San Sebastiano della Scottish National Gallery di Edimburgo e l' Ecce Homo, preziosa opera inedita proveniente da una collezione privata europea. Di particolare interesse anche la quarta sala, «la sala del fare», che ospita opere eseguite su diversi supporti e con diverse tecniche (olii su tavola e su carta, disegni, gesso su carta), conducendo il visitatore all’interno del processo creativo dell’artista; mentre le opere della sala precedente spiegano il compicato rapporto con Rubens, il maestro dal quale Van Dyck prese presto le distanze prediligendo al linguaggio più colorato e chiassoso del suo mentore una raffinatezza delicata, quasi sussurrata.Una mostra davvero eccezionale, indispensabile per seguire e capire la vita e il genio di un grande Maestro, interprete della storia economica e politica dell'Europa del suo tempo.
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
Continua a leggereRiduci
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci
Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
Continua a leggereRiduci