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2024-02-09
I creatori dei vaccini anti Covid ammettono: «Danni e tossicità»
Lo studente di 17 anni che ha atteso la sua docente nell’atrio dell’istituto professionale Enaip di Varese e l’ha accoltellata alla schiena, come pure il ferimento di un quindicenne in un istituto del Milanese, sono solo alcuni degli ultimi episodi di violenza che vedono protagonisti minorenni. Gennaio è stato un crescendo di aggressività nelle scuole e in luoghi di ritrovo. La cronaca ci ha riferito delle due ragazze di 15 e 17 anni che a Treviso si sono prese a calci e pugni davanti ai loro coetanei, immobili ad osservarle; di sette minori, indagati dalla Procura di Padova per rissa avvenuta e porto illegale di armi; dell’escalation di violenza tra i giovanissimi a Brescia, rivelata in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario; dei pestaggi avvenuti a Piacenza, dove una quindicenne e una tredicenne sono state picchiate dalle compagne di scuola fuori dall’istituto, mentre pochi giorni dopo uno studente delle scuole medie è stato minacciato con un coltello da un coetaneo.
L’elenco è lungo. Il 26,9% degli studenti della provincia di Fermo, nelle Marche, ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo lo scorso anno, da parte di compagni di classe violenti, e con i docenti nella maggior parte dei casi all’oscuro di quanto avveniva a scuola. «Il Covid, le restrizioni e più in generale quel periodo storico hanno fatto scattare qualcosa nei ragazzi, che nel tempo sono divenuti refrattari alla violenza», dichiarava a inizio gennaio Ersilia Spena, sostituto procuratore presso il tribunale per i minori di Firenze. «Dopo il calo del 2020, che conferma l’andamento generale legato all’emergenza pandemica, il 2021 registra un lievissimo incremento del 3,27% rispetto al 2019. Nel 2022 le segnalazioni aumentano ancora (32.522), quasi eguagliando il valore del 2015», metteva in luce lo scorso novembre il rapporto Criminalità minorile in Italia 2010-2022, del dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno. Il report evidenziava «la percezione che la criminalità minorile si stia progressivamente orientando verso crimini violenti».
«Purtroppo sì, stiamo assistendo a un continuo crescendo di violenza e aggressività fra i giovani, in parte sicuramente riconducibile agli effetti del trascorso lockdown», confermava lo scorso mese Anna Marta Maria Bertoni, professore associato di psicologia sociale presso l’Università Cattolica di Milano. Le lunghe chiusure in casa, con i ragazzi costretti a rinunciare alla socialità e a seguire la didattica a distanza, sicuramente stanno presentando il conto. Senza con questo giustificare violenza e aggressioni, c’è un forte malessere tra i giovanissimi che non viene compreso dalle famiglie e dalla società, che si limitano a registrare le derive peggiori.
«Covid, lockdown, Dad hanno rappresentato un trauma collettivo, una ferita psicologica e sono state situazioni altamente stressogene, perdurate a lungo», spiega Alessandro De Carlo, docente di psicologia all’Università di Messina, professore all’ateneo di Padova e fondatore di Sygmund, piattaforma di supporto online. «Dello stress si guardano solo gli effetti psicologici quali ansia, attacchi di panico, depressione; o fisiologici, come sintomi cardiovascolari o gastrointestinali, ma le conseguenze sono anche sul piano comportamentale con cambiamenti in peggio. Aumentano gli episodi di aggressività, che può diventare violenza», chiarisce l’esperto. Dopo lo stress prolungato, c’è stata l’incertezza di altre varianti, di nuove chiusure «alle quali si sono sommate le notizie catastrofiche sulle guerre, sul cambiamento climatico vero o falso che sia. I giovanissimi sono stati sovraesposti ad elementi ansiogeni», aggiunge De Carlo. Sottolinea anche il ruolo che svolgono i social: «Gli algoritmi puntano a stimolare emotività, per assicurarsi il ritorno degli utenti, quindi gli adolescenti trovano messaggi “buonisti”, di integrazione totale, o di una violenza inimmaginabile».
«C’è molta ansia, molta incertezza. Lo si può definire un dolore psichico, cresciuto durante l’emergenza sanitaria dove pure ai giovani veniva chiesto di essere adeguati, di accettare le restrizioni. Ma questo è avvenuto con grande fatica. Per le fasce psicologicamente più deboli, il conto si sta presentando anche con maggiore aggressività e violenza», conferma Micol Salsi, psicologa e psicoterapeuta a Parma. Vede i ragazzi in analisi e, nei corsi di formazione professionale di cui si occupa, «c’è un disagio di cui prima o poi qualcuno dovrà farsi carico», afferma preoccupata. «La famiglia molte volte non comprende, o essa stessa è in difficoltà per il trauma sperimentato durante la pandemia, quando si sono interrotte attività, relazioni sociali, quindi non è pronta ad affrontare il disagio dei figli. Non riesce a intervenire, per evitare che certi sintomi diventino gravi. E bisogna vedere quanto la scuola riesce a cogliere la complessità post Covid».
Il report della direzione centrale della polizia criminale evidenziava nelle conclusioni: «Una scuola inclusiva dovrebbe offrire spazi in cui i ragazzi si sentano liberi di discutere delle loro preoccupazioni cercando risposte attraverso il confronto». Anche questo è andato perduto durante la gestione dell’emergenza Covid.
Intanto Speranza è fiero dei suoi disastri
Criticare la gestione dell’emergenza pandemica e parlare di rischi ed effetti avversi dei vaccini anti Covid non è più un tabù. Tranne che in Italia.
Il mese scorso, sul Nature Reviews Drug Discoveryè stato pubblicato uno studio in cui alcuni scienziati di Moderna, tra i colossi produttori dei vaccini, sottolineavano le potenziali pericolosità dei preparati, citandone gli effetti avversi, e ammettendo la necessità di ridurre i rischi di tossicità associati alla tecnologia mRna. Un bel passo avanti, se si pensa che per aver criticato gli stessi vaccini, il premio Nobel per la Medicina si prese del «rincoglionito con problemi di demenza senile» da Matteo Bassetti.
Sempre rigorosamente fuori dall’Italia, nei mesi scorsi sono arrivati diversi mea culpa per le decisioni prese per arginare il virus e persino delle scuse rivolte ai cittadini: dall’Agenzia governativa per la sicurezza sanitaria britannica e dal premier Rishi Sunak, al ministro della Salute tedesco Karl Lauterbach, da prestigiose riviste scientifiche, fino al Wall Street Journal, la gestione pandemica e la violazione delle più elementari libertà sono state definite un errore. Inutile e dannoso.
Solo in Italia una discussione onesta e priva di muri ideologici resta impensabile. Anche l’ammissione degli sbagli commessi è ancora utopia: l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, che nei governi di Giuseppe Conte e Mario Draghi implementò il disastroso «modello Italia», rivendica anzi tutte le decisioni prese. E imposte.
Non solo. Malgrado nel suo libro appena ripubblicato, Perché guariremo, lamenti l’assenza di «una discussione seria sul significato e le lezioni degli anni terribili della pandemia», la commissione d’inchiesta parlamentare continua a essere bollata come un tribunale politico utile al governo per ingraziarsi i no vax. Stessa linea dell’ex premier Conte, il quale almeno ha ammesso di «aver improvvisato» quando scoppiò l’emergenza, ma che ha definito l’organo parlamentare «una vigliaccheria».
Eppure gli aspetti da chiarire sarebbero tanti: dalla sottovalutazione iniziale del virus, con la mancata chiusura tempestiva dei confini e gli aerei pieni di dispositivi medici diretti in Cina, alle mancate zone rosse, dal piano pandemico non aggiornato all’inutilità dei lockdown, fino al capitolo vaccini e green pass. Non servono d’altronde indagini ufficiali per appurare l’esistenza del danno a livello economico, sociale e psicologico inflitto al Paese e ai cittadini, causato dall’obbligo di vaccinarsi, pena l’esclusione dalla vita pubblica e persino dal lavoro. Invece, qualsiasi riflessione sugli errori compiuti e le discriminazioni messe in atto (e applaudite da quasi tutti gli organi d’informazione) è ridotto a una strizzata d’occhio a un manipolo di no vax squilibrati e complottisti, che pure esistono, ma sono esigua minoranza rispetto a chi da un giorno all’altro ha dovuto porgere il braccio per continuare a ricevere uno stipendio o salire su un autobus. Nemmeno l’esistenza di effetti avversi, anche gravi e letali, è valsa un passo indietro dell’ex ministro. Il quale, sempre nel suo libro, non ha mancato di minimizzare il fenomeno e puntare il dito contro i (pochi) media che hanno sollevato perplessità durante il suo mandato, bollati come «spregiudicati che provano a vendere copie di giornali, libri e libelli al pubblico no vax e no green pass».
Perché chiunque in questi anni non abbia sposato il dogma su diktat e vaccini, è stato etichettato velocemente come un negazionista del Covid. Ora però sarebbe tempo di fare i conti con i negazionisti della realtà: Speranza e i suoi discepoli.
Gli scienziati di Moderna rivelano: «Vaccini a rischio tossicità»
Si stenta quasi a credere che l’ultima review sulla tossicità dei vaccini mRna sia stata firmata nientemeno che da quattro farmacologi, tre dei quali ex dipendenti di una delle aziende farmaceutiche che li ha prodotti, Moderna. Il documento, dall’inequivocabile titolo «Strategie per ridurre i rischi di tossicità di farmaci e vaccini a mRna» è stato pubblicato dalla rivista Nature Review Drug Discovery ed elenca, in sintesi, le criticità della tecnologia usata per combattere il Covid. Sollevando implicitamente una notevole preoccupazione per la sicurezza degli attuali vaccini mRna, la revisione, senza aggiungere nulla di nuovo rispetto alle preoccupazioni espresse in questi tre anni da scienziati di ogni angolo del mondo, lancia l’allarme sui «potenziali rischi per la sicurezza associati a questa prima generazione di vaccini mRNA», in commercio dal 2021.
La review di Dimitrios Bitounis, Eric Jacquinet, Maximillian A. Rogers e Mansoor M. Amiji si sofferma, in particolare, su tutte quelle (non) evidenze scientifiche di cui gli scienziati interpellati dalla Verità parlano da anni. «Le componenti strutturali delle nanoparticelle lipidiche, i metodi di produzione, il processo di somministrazione e le proteine prodotte da mRna complessi presentano tutti problemi di tossicità», si legge nel documento, che non si sofferma tuttavia su altre criticità riscontrate in questi anni, come la genotossicità, la coagulopatia e l’impatto sulla funzione del sistema immunitario. «Tutti i nuovi vaccini mRna - si legge nella review - rappresentano problemi di tossicità che non possono più essere ignorati. Come si possono rendere più sicuri?». Una domanda cui hanno cercato di rispondere proprio gli scienziati di Moderna che hanno sottoscritto la revisione: tutti gli autori, tranne uno, hanno lavorato presso l’azienda farmaceutica venuta alla ribalta proprio con i vaccini anti Covid. Dimitrios Bitounis oggi lavora con il gigante farmaceutico francese Sanofi, ma ha partecipato alla stesura della review mentre era ricercatore post-dottorato della Northeastern University con una borsa di studio sponsorizzata da Moderna; Eric Jacquinet è stato direttore senior presso Moderna fino a gennaio, oggi è vicepresidente presso SalioGen Therapeutics; Maximillian Rogers era direttore associato in Moderna e adesso lavora con Intellia Therapeutics. La rivista che ha pubblicato la review è del gruppo Springer Nature, di proprietà dell’Holtzbrinck Publishing Group consociato con il World Economic Forum (Wef).
«Da veterano - ha commentato Robert Malone, considerato l’inventore della tecnologia mRna - è per me inconcepibile che questi autori non abbiano dovuto sottoscrivere, lasciando Moderna, clausole restrittive di non divulgazione con l’azienda e quindi è molto probabile che Moderna abbia pre-approvato questa revisione». Malone offre due letture: «Nel migliore dei casi, Moderna vuole che siano riassunte e rappresentate le informazioni sui rischi e sulla tossicità mRna per migliorare la sua reputazione», scrive Malone. «Un’interpretazione meno generosa - continua - è che questo articolo sia una raffinata strategia di propaganda, comunemente definita limited hangout, tecnica che consiste nel concentrarsi su informazioni meno rilevanti e implica la rivelazione deliberata di alcune informazioni per cercare di confondere e nasconderne altre.
Non è ancora chiaro cosa ci sia dietro l’uscita di una pubblicazione che, di fatto, evidenzia preoccupazioni sulla tossicità dei vaccini esplicitamente espresse da chi ha lavorato proprio su quei preparati, oltre che abbastanza evidenti dai dati del Vaers (Vaccine Adverse Event Reporting System, il sistema di farmacovigilanza americano). Resta però il fatto che Pfizer-BioNTech e Moderna continuano a operare sotto lo scudo del Public readiness and emergency preparedness (Prep) Act, nonostante l’emergenza Covid sia finita da tempo e, con le varianti da Omicron in poi, il virus sia diventato più lieve. Non solo: comportandosi come se ci fosse ancora un’emergenza legata al Covid, i Centers for disease control (Cdc), la Food and drug administration (Fda) e le agenzie di salute pubblica americana continuano a raccomandare il vaccino anti Covid a chiunque abbia più di sei mesi, nonostante i preparati mRna, per la fascia d’età compresa tra i sei mesi e gli 11 anni, non abbiano mai ottenuto l’autorizzazione definitiva, rimanendo allo stadio di autorizzazione all’uso di emergenza (Eua). Secondo Malone, la vera finalità dello studio è incoraggiare nuovi investimenti sulla tecnologia mRna e «spendere un sacco di soldi sorvolando sulle criticità di base che ancora devono essere risolte».
Un indizio interessante lo ha dato proprio l’unico autore della revisione non legato a Moderna, il professor Amiji. Lo scienziato, distinguished professor e direttore del dipartimento di scienze farmaceutiche e ingegneria chimica presso la Northeastern University, ha voluto specificare che le criticità non riguardano i vaccini anti Covid - «l’approvazione della Fda supporta la premessa che questi siano sicuri ed efficaci», ha detto - e ha sviato l’attenzione sui futuri vaccini: «Se dobbiamo considerare l’mRna in altri contesti come i vaccini contro il cancro- ha dichiarato Amiji - la questione della sicurezza dovrà essere attentamente valutata». Scurdammoc’o passato, insomma, per l’orgia vaccinale anti Covid, ma attenzione a non ripetere gli stessi errori con il vaccino anti cancro, già annunciato trionfalmente da Ursula von der Leyen nell’ambito del lancio del nuovo Beating cancer plan dell’Unione europea: la nuova frontiera del business mRna è questa.
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I dati del Viminale mostrano il rialzo dei reati minorili dopo la pandemia. Gli psicologi: «Le chiusure furono un trauma collettivo, con conseguenze anche sull’aggressività».Mentre si inizia a discutere sulle criticità dei sieri e all’estero governi e media hanno fatto mea culpa, il nostro ex ministro Roberto Speranza e compagnia rivendicano ogni errore. Negando la realtà.La ricerca di tre ex farmacologi del colosso: «I preparati a mRna sono potenzialmente nocivi». E sottolinea la necessità di ridurne i pericoli. La conferma che a miliardi di persone sono stati iniettati prodotti non sicuri.Lo speciale contiene tre articoli.Lo studente di 17 anni che ha atteso la sua docente nell’atrio dell’istituto professionale Enaip di Varese e l’ha accoltellata alla schiena, come pure il ferimento di un quindicenne in un istituto del Milanese, sono solo alcuni degli ultimi episodi di violenza che vedono protagonisti minorenni. Gennaio è stato un crescendo di aggressività nelle scuole e in luoghi di ritrovo. La cronaca ci ha riferito delle due ragazze di 15 e 17 anni che a Treviso si sono prese a calci e pugni davanti ai loro coetanei, immobili ad osservarle; di sette minori, indagati dalla Procura di Padova per rissa avvenuta e porto illegale di armi; dell’escalation di violenza tra i giovanissimi a Brescia, rivelata in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario; dei pestaggi avvenuti a Piacenza, dove una quindicenne e una tredicenne sono state picchiate dalle compagne di scuola fuori dall’istituto, mentre pochi giorni dopo uno studente delle scuole medie è stato minacciato con un coltello da un coetaneo. L’elenco è lungo. Il 26,9% degli studenti della provincia di Fermo, nelle Marche, ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo lo scorso anno, da parte di compagni di classe violenti, e con i docenti nella maggior parte dei casi all’oscuro di quanto avveniva a scuola. «Il Covid, le restrizioni e più in generale quel periodo storico hanno fatto scattare qualcosa nei ragazzi, che nel tempo sono divenuti refrattari alla violenza», dichiarava a inizio gennaio Ersilia Spena, sostituto procuratore presso il tribunale per i minori di Firenze. «Dopo il calo del 2020, che conferma l’andamento generale legato all’emergenza pandemica, il 2021 registra un lievissimo incremento del 3,27% rispetto al 2019. Nel 2022 le segnalazioni aumentano ancora (32.522), quasi eguagliando il valore del 2015», metteva in luce lo scorso novembre il rapporto Criminalità minorile in Italia 2010-2022, del dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno. Il report evidenziava «la percezione che la criminalità minorile si stia progressivamente orientando verso crimini violenti».«Purtroppo sì, stiamo assistendo a un continuo crescendo di violenza e aggressività fra i giovani, in parte sicuramente riconducibile agli effetti del trascorso lockdown», confermava lo scorso mese Anna Marta Maria Bertoni, professore associato di psicologia sociale presso l’Università Cattolica di Milano. Le lunghe chiusure in casa, con i ragazzi costretti a rinunciare alla socialità e a seguire la didattica a distanza, sicuramente stanno presentando il conto. Senza con questo giustificare violenza e aggressioni, c’è un forte malessere tra i giovanissimi che non viene compreso dalle famiglie e dalla società, che si limitano a registrare le derive peggiori. «Covid, lockdown, Dad hanno rappresentato un trauma collettivo, una ferita psicologica e sono state situazioni altamente stressogene, perdurate a lungo», spiega Alessandro De Carlo, docente di psicologia all’Università di Messina, professore all’ateneo di Padova e fondatore di Sygmund, piattaforma di supporto online. «Dello stress si guardano solo gli effetti psicologici quali ansia, attacchi di panico, depressione; o fisiologici, come sintomi cardiovascolari o gastrointestinali, ma le conseguenze sono anche sul piano comportamentale con cambiamenti in peggio. Aumentano gli episodi di aggressività, che può diventare violenza», chiarisce l’esperto. Dopo lo stress prolungato, c’è stata l’incertezza di altre varianti, di nuove chiusure «alle quali si sono sommate le notizie catastrofiche sulle guerre, sul cambiamento climatico vero o falso che sia. I giovanissimi sono stati sovraesposti ad elementi ansiogeni», aggiunge De Carlo. Sottolinea anche il ruolo che svolgono i social: «Gli algoritmi puntano a stimolare emotività, per assicurarsi il ritorno degli utenti, quindi gli adolescenti trovano messaggi “buonisti”, di integrazione totale, o di una violenza inimmaginabile». «C’è molta ansia, molta incertezza. Lo si può definire un dolore psichico, cresciuto durante l’emergenza sanitaria dove pure ai giovani veniva chiesto di essere adeguati, di accettare le restrizioni. Ma questo è avvenuto con grande fatica. Per le fasce psicologicamente più deboli, il conto si sta presentando anche con maggiore aggressività e violenza», conferma Micol Salsi, psicologa e psicoterapeuta a Parma. Vede i ragazzi in analisi e, nei corsi di formazione professionale di cui si occupa, «c’è un disagio di cui prima o poi qualcuno dovrà farsi carico», afferma preoccupata. «La famiglia molte volte non comprende, o essa stessa è in difficoltà per il trauma sperimentato durante la pandemia, quando si sono interrotte attività, relazioni sociali, quindi non è pronta ad affrontare il disagio dei figli. Non riesce a intervenire, per evitare che certi sintomi diventino gravi. E bisogna vedere quanto la scuola riesce a cogliere la complessità post Covid». Il report della direzione centrale della polizia criminale evidenziava nelle conclusioni: «Una scuola inclusiva dovrebbe offrire spazi in cui i ragazzi si sentano liberi di discutere delle loro preoccupazioni cercando risposte attraverso il confronto». 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Un bel passo avanti, se si pensa che per aver criticato gli stessi vaccini, il premio Nobel per la Medicina si prese del «rincoglionito con problemi di demenza senile» da Matteo Bassetti. Sempre rigorosamente fuori dall’Italia, nei mesi scorsi sono arrivati diversi mea culpa per le decisioni prese per arginare il virus e persino delle scuse rivolte ai cittadini: dall’Agenzia governativa per la sicurezza sanitaria britannica e dal premier Rishi Sunak, al ministro della Salute tedesco Karl Lauterbach, da prestigiose riviste scientifiche, fino al Wall Street Journal, la gestione pandemica e la violazione delle più elementari libertà sono state definite un errore. Inutile e dannoso. Solo in Italia una discussione onesta e priva di muri ideologici resta impensabile. Anche l’ammissione degli sbagli commessi è ancora utopia: l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, che nei governi di Giuseppe Conte e Mario Draghi implementò il disastroso «modello Italia», rivendica anzi tutte le decisioni prese. E imposte. Non solo. Malgrado nel suo libro appena ripubblicato, Perché guariremo, lamenti l’assenza di «una discussione seria sul significato e le lezioni degli anni terribili della pandemia», la commissione d’inchiesta parlamentare continua a essere bollata come un tribunale politico utile al governo per ingraziarsi i no vax. Stessa linea dell’ex premier Conte, il quale almeno ha ammesso di «aver improvvisato» quando scoppiò l’emergenza, ma che ha definito l’organo parlamentare «una vigliaccheria». Eppure gli aspetti da chiarire sarebbero tanti: dalla sottovalutazione iniziale del virus, con la mancata chiusura tempestiva dei confini e gli aerei pieni di dispositivi medici diretti in Cina, alle mancate zone rosse, dal piano pandemico non aggiornato all’inutilità dei lockdown, fino al capitolo vaccini e green pass. Non servono d’altronde indagini ufficiali per appurare l’esistenza del danno a livello economico, sociale e psicologico inflitto al Paese e ai cittadini, causato dall’obbligo di vaccinarsi, pena l’esclusione dalla vita pubblica e persino dal lavoro. Invece, qualsiasi riflessione sugli errori compiuti e le discriminazioni messe in atto (e applaudite da quasi tutti gli organi d’informazione) è ridotto a una strizzata d’occhio a un manipolo di no vax squilibrati e complottisti, che pure esistono, ma sono esigua minoranza rispetto a chi da un giorno all’altro ha dovuto porgere il braccio per continuare a ricevere uno stipendio o salire su un autobus. Nemmeno l’esistenza di effetti avversi, anche gravi e letali, è valsa un passo indietro dell’ex ministro. Il quale, sempre nel suo libro, non ha mancato di minimizzare il fenomeno e puntare il dito contro i (pochi) media che hanno sollevato perplessità durante il suo mandato, bollati come «spregiudicati che provano a vendere copie di giornali, libri e libelli al pubblico no vax e no green pass». Perché chiunque in questi anni non abbia sposato il dogma su diktat e vaccini, è stato etichettato velocemente come un negazionista del Covid. Ora però sarebbe tempo di fare i conti con i negazionisti della realtà: Speranza e i suoi discepoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccini-covid-danni-2667222585.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gli-scienziati-di-moderna-rivelano-vaccini-a-rischio-tossicita" data-post-id="2667222585" data-published-at="1707461853" data-use-pagination="False"> Gli scienziati di Moderna rivelano: «Vaccini a rischio tossicità» Si stenta quasi a credere che l’ultima review sulla tossicità dei vaccini mRna sia stata firmata nientemeno che da quattro farmacologi, tre dei quali ex dipendenti di una delle aziende farmaceutiche che li ha prodotti, Moderna. Il documento, dall’inequivocabile titolo «Strategie per ridurre i rischi di tossicità di farmaci e vaccini a mRna» è stato pubblicato dalla rivista Nature Review Drug Discovery ed elenca, in sintesi, le criticità della tecnologia usata per combattere il Covid. Sollevando implicitamente una notevole preoccupazione per la sicurezza degli attuali vaccini mRna, la revisione, senza aggiungere nulla di nuovo rispetto alle preoccupazioni espresse in questi tre anni da scienziati di ogni angolo del mondo, lancia l’allarme sui «potenziali rischi per la sicurezza associati a questa prima generazione di vaccini mRNA», in commercio dal 2021. La review di Dimitrios Bitounis, Eric Jacquinet, Maximillian A. Rogers e Mansoor M. Amiji si sofferma, in particolare, su tutte quelle (non) evidenze scientifiche di cui gli scienziati interpellati dalla Verità parlano da anni. «Le componenti strutturali delle nanoparticelle lipidiche, i metodi di produzione, il processo di somministrazione e le proteine prodotte da mRna complessi presentano tutti problemi di tossicità», si legge nel documento, che non si sofferma tuttavia su altre criticità riscontrate in questi anni, come la genotossicità, la coagulopatia e l’impatto sulla funzione del sistema immunitario. «Tutti i nuovi vaccini mRna - si legge nella review - rappresentano problemi di tossicità che non possono più essere ignorati. Come si possono rendere più sicuri?». Una domanda cui hanno cercato di rispondere proprio gli scienziati di Moderna che hanno sottoscritto la revisione: tutti gli autori, tranne uno, hanno lavorato presso l’azienda farmaceutica venuta alla ribalta proprio con i vaccini anti Covid. Dimitrios Bitounis oggi lavora con il gigante farmaceutico francese Sanofi, ma ha partecipato alla stesura della review mentre era ricercatore post-dottorato della Northeastern University con una borsa di studio sponsorizzata da Moderna; Eric Jacquinet è stato direttore senior presso Moderna fino a gennaio, oggi è vicepresidente presso SalioGen Therapeutics; Maximillian Rogers era direttore associato in Moderna e adesso lavora con Intellia Therapeutics. La rivista che ha pubblicato la review è del gruppo Springer Nature, di proprietà dell’Holtzbrinck Publishing Group consociato con il World Economic Forum (Wef). «Da veterano - ha commentato Robert Malone, considerato l’inventore della tecnologia mRna - è per me inconcepibile che questi autori non abbiano dovuto sottoscrivere, lasciando Moderna, clausole restrittive di non divulgazione con l’azienda e quindi è molto probabile che Moderna abbia pre-approvato questa revisione». Malone offre due letture: «Nel migliore dei casi, Moderna vuole che siano riassunte e rappresentate le informazioni sui rischi e sulla tossicità mRna per migliorare la sua reputazione», scrive Malone. «Un’interpretazione meno generosa - continua - è che questo articolo sia una raffinata strategia di propaganda, comunemente definita limited hangout, tecnica che consiste nel concentrarsi su informazioni meno rilevanti e implica la rivelazione deliberata di alcune informazioni per cercare di confondere e nasconderne altre. Non è ancora chiaro cosa ci sia dietro l’uscita di una pubblicazione che, di fatto, evidenzia preoccupazioni sulla tossicità dei vaccini esplicitamente espresse da chi ha lavorato proprio su quei preparati, oltre che abbastanza evidenti dai dati del Vaers (Vaccine Adverse Event Reporting System, il sistema di farmacovigilanza americano). Resta però il fatto che Pfizer-BioNTech e Moderna continuano a operare sotto lo scudo del Public readiness and emergency preparedness (Prep) Act, nonostante l’emergenza Covid sia finita da tempo e, con le varianti da Omicron in poi, il virus sia diventato più lieve. Non solo: comportandosi come se ci fosse ancora un’emergenza legata al Covid, i Centers for disease control (Cdc), la Food and drug administration (Fda) e le agenzie di salute pubblica americana continuano a raccomandare il vaccino anti Covid a chiunque abbia più di sei mesi, nonostante i preparati mRna, per la fascia d’età compresa tra i sei mesi e gli 11 anni, non abbiano mai ottenuto l’autorizzazione definitiva, rimanendo allo stadio di autorizzazione all’uso di emergenza (Eua). Secondo Malone, la vera finalità dello studio è incoraggiare nuovi investimenti sulla tecnologia mRna e «spendere un sacco di soldi sorvolando sulle criticità di base che ancora devono essere risolte». Un indizio interessante lo ha dato proprio l’unico autore della revisione non legato a Moderna, il professor Amiji. Lo scienziato, distinguished professor e direttore del dipartimento di scienze farmaceutiche e ingegneria chimica presso la Northeastern University, ha voluto specificare che le criticità non riguardano i vaccini anti Covid - «l’approvazione della Fda supporta la premessa che questi siano sicuri ed efficaci», ha detto - e ha sviato l’attenzione sui futuri vaccini: «Se dobbiamo considerare l’mRna in altri contesti come i vaccini contro il cancro- ha dichiarato Amiji - la questione della sicurezza dovrà essere attentamente valutata». Scurdammoc’o passato, insomma, per l’orgia vaccinale anti Covid, ma attenzione a non ripetere gli stessi errori con il vaccino anti cancro, già annunciato trionfalmente da Ursula von der Leyen nell’ambito del lancio del nuovo Beating cancer plan dell’Unione europea: la nuova frontiera del business mRna è questa.
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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