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2024-07-28
Utero in affitto. La propaganda dei Vip
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Chi vuol rendere l’utero in affitto reato universale, come aspira a fare la maggioranza di governo in Italia, deve fare i conti con almeno due temibili avversari. Il primo è un business planetario, che se da un lato vale già svariati miliardi, dall’altro entro il 2032 dovrebbe arrivare a valerne 130, secondo una stima della società di consulenza e indagini di mercato Global Market Insight. Il secondo ostacolo di chi vuol limitare la maternità surrogata è la martellante propaganda con cui, da decenni, si tenta di far passare la mercificazione del grembo materno e la compravendita di neonati come gesto apprezzabile, perfino altruistico, stigmatizzando invece quelle forze politiche che osano opporsi alla trascrizione all’anagrafe di figli così ottenuti all’estero.
Come ogni propaganda, quella pro utero in affitto si basa su diverse strategie; le principali sono cinque. La prima è quella linguistica. I fautori di questa pratica, infatti, evitano di chiamarla col suo nome, preferendo all’espressione utero in affitto - ritenuta rude, quasi il problema fossero le parole e non l’oscena realtà che descrivono - quella di maternità surrogata o, meglio ancora, di «gestazione per altri», che nell’acronimo gpa comprime perfettamente il dramma di un figlio strappato dal seno materno dietro compenso. Si tratta di uno stratagemma già collaudato su altri temi etici, dall’aborto procurato ridotto a ivg alla fecondazione extracorporea chiamata fivet, per cui di sicura riuscita. Tanto che oggi, nei talk show televisivi, chi parla di utero in affitto viene zittito direttamente dai conduttori…
Un secondo trucco per propagandare la pratica in parola è la sua normalizzazione, che avviene da molti anni nelle serie tv. «L’utero in affitto», ha notato il giornalista Stelio Fergola nel libro La cultura della morte (La Vela), «è propagandato con energia dalle serie americane. Non che non se ne parli in ogni dove, ma quando ricorre viene proposto senza tanti complimenti in un’ottica permissiva». Gli esempi sono tanti. In Friends, ricorda sempre Fergola, Phoebe, una delle protagoniste, decide di portare in grembo l’ovulo fecondato del fratello e dell’anziana consorte, mentre in Everwood una donna, Nina, vende il proprio utero per consentire a una signora di 55 anni di avere un figlio. Nello scritto del 1944 Gli inglesi George Orwell, uno che di propaganda se ne intendeva, deplorava il fatto che «nell’Inghilterra degli ultimi 30 anni tutto è sembrato troppo naturale […] tanto che l’aborto, teoricamente illegale» pareva «nient’altro che un peccatuccio». Ebbene, il raccontare l’utero in affitto in film e serie tv come normale o «nient’altro che un peccatuccio» svolge una funzione di normalizzazione.
Il terzo livello propagandistico, assai legato al precedente, di cui gode l’utero in affitto è quello di passare per una cosa «da vip», quindi cui idealmente tendere. In effetti, l’elenco di volti noti che in questi anni sono ricorsi alla maternità surrogata è notevole: Elton John, Ricky Martin, Cristiano Ronaldo, Nicole Kidman, Robert De Niro, Paris Hilton, Sara Jessica Parker, Kim Kardashian, Tyra Banks, Cameron Diaz, Naomi Campbell, Tom Daley. Un insieme di personalità impressionante, che assicura alla surrogazione di maternità pubblicità immensa e lascia intendere che opporvisi sia da retrogradi, da bacchettoni rimasti ancorati al passato.
Un quarto trucco per propagandare l’utero in affitto è quello di affrontare l’argomento, sì, senza però scendere nei dettagli, perché potrebbe essere controproducente. Se ne sono accorti tre ricercatori spagnoli - Raffaello Ventura, Xosé Ramón Rodríguez-Polo e Carles Roca Cuberes - i quali hanno realizzato questo esperimento: hanno creato quattro gruppi di discussione, composti da sei-dieci persone ciascuno, a partire da un campione di 17 donne e 16 uomini di età giovane e adulta, e hanno sottoposto a tutti un servizio sulla maternità surrogata non di qualche emittente estremista, ma del programma iberico di notizie col più vasto seguito di pubblico.
Ebbene, i tre studiosi, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista Journal of Homosexuality, hanno registrato che, da com’era stato presentato il tema dell’utero in affitto in quel servizio - che era semplicemente giornalistico e raccontava delle coppie gay che vanno all’estero perché interessate ad avere figli -, il rischio è quello «sostenere un atteggiamento di ripudio nei confronti della maternità surrogata, con un sentimento avverso che si estende anche alle coppie omosessuali che desiderano diventare genitori».
Secondo Ventura e colleghi, ciò è dovuto al fatto che quel servizio parlava anche delle donne indiane, che diventano mamme surrogate perché spinte dalla povertà. Per questo i fautori dell’utero in affitto, che preferiscono chiamare gpa, spesso premettono di essere contrari allo sfruttamento della donna e di appoggiare solo la surrogazione di maternità altruistica. Piccolo problema: questa pratica, nei fatti, non esiste. E non esiste neppure dove la legge la prevede da decenni tipo Regno Unito, Paese in cui, denunciano femministe come Julie Bindel, «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione».
Il quinto e ultimo modo per sdoganare l’utero in affitto è quello non solo di non raccontare bene la pratica, ma di porre l’accento sul desiderio di genitorialità degli aspiranti genitori - senza far capire che trattasi di pretesa, più che di desiderio - e sul tema dei diritti; facendo questo, bisogna stare molto attenti a non porre troppa attenzione ai bambini, che vanno inquadrati solo in quanto motivo di gioia della coppia che si li è accaparrati. Sulla loro origine, sul fatto che siano stati scelti da un catalogo, quindi profumatamente pagati e ritirati - perché «conformi» (è capitato che figli «imperfetti» siano stati abbandonati dalle «amorevoli» coppie) -, il silenzio deve essere totale. Altrimenti come possono gli italiani, per lo più contrari all’utero in affitto, cambiare idea?
«Sarà reato anche per chi va all’estero. Un bimbo non è un bene cedibile»
«Noi con questa norma intendiamo tutelare la donna da una parte, affinché non diventi un mero strumento per la riproduzione, e dall’altra parte proteggiamo il bambino dal divenire un bene cedibile per contratto, privato del diritto di conoscere la sua identità biologica», spiega alla Verità la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, relatrice del disegno di legge che introduce il reato universale di maternità surrogata. Lo scorso 3 luglio la proposta, già licenziata dalla Camera, ha incassato il via libera dalla Commissione Giustizia del Senato. Il testo - che interviene sulla legge 40 del 2004, che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con una sanzione da 600.000 euro a 1 milione «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» - punta a estendere la perseguibilità del reato anche al cittadino italiano che faccia ricorso alla gestazione per altri all’estero. Il disegno di legge ora è pronto per l’Aula, dove probabilmente approderà a settembre con lo stesso testo approvato dalla Camera nel 2023. È infatti stato bocciato l’emendamento della Lega, poi trasformato in ordine del giorno, che prevedeva una ulteriore stretta, innalzando la reclusione fino a 10 anni e la multa fino a 2 milioni.
Senatrice, si ritiene soddisfatta del testo che arriverà in Aula?
«Sì, sicuramente, anche perché è assolutamente in linea con le sentenze emesse sul tema. La gestazione per altri è già un reato nel nostro ordinamento, previsto dalla legge n.40 del 2004 ma con questa proposta abbiamo seguito anche quello che è stato poi stabilito dalla Corte Costituzionale, con le sentenze del 2017, 2021 e 2022 dove si afferma che la maternità surrogata offende in modo intollerabile la dignità della donna, e dalla sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite con cui la maternità surrogata viene disapprovata, sia che sia praticata a titolo oneroso che gratuito».
Nessuna distinzione, quindi.
«Esatto, non c’è differenza. In Commissione, quando abbiamo fatto le audizioni, abbiamo discusso spesso di questa distinzione che da alcuni era ritenuta rilevante. In realtà il bene che la norma intende tutelare è la dignità umana quindi per noi non rileva che la maternità surrogata sia praticata a titolo oneroso o gratuito e ciò indipendentemente da chi vi faccia ricorso, coppie omosessuali o etero. Se accettiamo la surrogata gratuita, accettiamo in ogni caso che la donna diventi una macchina da riproduzione, ridotta a un mero contenitore di una vita che poi è destinata a qualcun altro. Separare la gestante dal figlio appena partorito è inoltre un atto violento che offende non solo le donne, ma tutti quanti. Non è un discorso uomo-donna, è un discorso di umanità».
La punibilità della condotta, compiuta anche all’estero, riguarda solo i cittadini italiani?
«Sì. A questo proposito, possiamo parlare di reato universale “ibrido”, perché in questo caso noi sanzioniamo la condotta del cittadino italiano, anche quando si sia svolta fuori dal territorio italiano».
Così però non si limita un po’ la portata della norma?
«Checché ne dicano le opposizioni, nell’elaborare questa proposta siamo andati col “fioretto”, perché ci rendiamo conto che si tratta di un ambito molto delicato».
Perciò le sanzioni non sono state inasprite, come chiedeva la Lega?
«Intorno alla scelta di ricorrere alla surrogata può esserci anche molta sofferenza. Non abbiamo voluto infierire. Abbiamo accolto un ordine del giorno presentato dalla Lega e anche un ordine del giorno presentato dal senatore Gasparri che prevede l’obbligo per i pubblici ufficiali, in sede di registrazione dell’atto di nascita, di chiedere in caso di bambini nati all’estero se si sia ricorso all’utero in affitto».
E nel caso una coppia, sia etero sia omosessuale, venga scoperta e quindi condannata per aver fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero, cosa succede al bambino?
«Questo è un aspetto che è stato oggetto di grandissima discussione in commissione Giustizia. La Cassazione ci ha indicato la strada, sicuramente perfettibile, dell’adozione in casi particolari. È una buona soluzione perché è una decisione sottoposta al vaglio del giudice».
È quindi escluso il carcere?
«A noi interessa tutelare il figlio. Dal rapporto di filiazione derivano anche e soprattutto degli obblighi, come per esempio l’obbligo al mantenimento. Per noi questa norma è di fondamentale importanza e di sicuro ci saranno ulteriori interventi per rendere più semplici le pratiche di adozione, sempre ovviamente fatte tutte le verifiche del caso».
L’opposizione ha comunque eretto le barricate, Partito democratico e Avs sono contrari in toto alla legge, mentre il M5s apriva alla volontarietà e gratuità della gpa.
«Ci viene rimproverato di voler fare delle norme “etiche”, ma non è così. Il diritto penale per sua natura sanziona dei comportamenti considerati di disvalore. Ed è esattamente ciò che intendiamo fare. Certo, la norma esisteva già, la surrogata è già illegale. Ma finora è stata aggirata recandosi all'estero, tendenzialmente Paesi poveri, dove le donne che affittano l’utero sono in condizioni sfavorevoli e vengono sfruttate».
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Per normalizzare un business che nel 2032 toccherà i 130 miliardi ci si serve di serie tv e volti noti. Ma pure di astuzie linguistiche, ad esempio coprendo la brutalità della pratica con la sigla «gpa».La senatrice di Fdi Susanna Donatella Campione, relatrice del ddl che punisce la maternità surrogata: «Pure quella gratuita viola la dignità della persona»Lo speciale contiene due articoli Chi vuol rendere l’utero in affitto reato universale, come aspira a fare la maggioranza di governo in Italia, deve fare i conti con almeno due temibili avversari. Il primo è un business planetario, che se da un lato vale già svariati miliardi, dall’altro entro il 2032 dovrebbe arrivare a valerne 130, secondo una stima della società di consulenza e indagini di mercato Global Market Insight. Il secondo ostacolo di chi vuol limitare la maternità surrogata è la martellante propaganda con cui, da decenni, si tenta di far passare la mercificazione del grembo materno e la compravendita di neonati come gesto apprezzabile, perfino altruistico, stigmatizzando invece quelle forze politiche che osano opporsi alla trascrizione all’anagrafe di figli così ottenuti all’estero.Come ogni propaganda, quella pro utero in affitto si basa su diverse strategie; le principali sono cinque. La prima è quella linguistica. I fautori di questa pratica, infatti, evitano di chiamarla col suo nome, preferendo all’espressione utero in affitto - ritenuta rude, quasi il problema fossero le parole e non l’oscena realtà che descrivono - quella di maternità surrogata o, meglio ancora, di «gestazione per altri», che nell’acronimo gpa comprime perfettamente il dramma di un figlio strappato dal seno materno dietro compenso. Si tratta di uno stratagemma già collaudato su altri temi etici, dall’aborto procurato ridotto a ivg alla fecondazione extracorporea chiamata fivet, per cui di sicura riuscita. Tanto che oggi, nei talk show televisivi, chi parla di utero in affitto viene zittito direttamente dai conduttori…Un secondo trucco per propagandare la pratica in parola è la sua normalizzazione, che avviene da molti anni nelle serie tv. «L’utero in affitto», ha notato il giornalista Stelio Fergola nel libro La cultura della morte (La Vela), «è propagandato con energia dalle serie americane. Non che non se ne parli in ogni dove, ma quando ricorre viene proposto senza tanti complimenti in un’ottica permissiva». Gli esempi sono tanti. In Friends, ricorda sempre Fergola, Phoebe, una delle protagoniste, decide di portare in grembo l’ovulo fecondato del fratello e dell’anziana consorte, mentre in Everwood una donna, Nina, vende il proprio utero per consentire a una signora di 55 anni di avere un figlio. Nello scritto del 1944 Gli inglesi George Orwell, uno che di propaganda se ne intendeva, deplorava il fatto che «nell’Inghilterra degli ultimi 30 anni tutto è sembrato troppo naturale […] tanto che l’aborto, teoricamente illegale» pareva «nient’altro che un peccatuccio». Ebbene, il raccontare l’utero in affitto in film e serie tv come normale o «nient’altro che un peccatuccio» svolge una funzione di normalizzazione. Il terzo livello propagandistico, assai legato al precedente, di cui gode l’utero in affitto è quello di passare per una cosa «da vip», quindi cui idealmente tendere. In effetti, l’elenco di volti noti che in questi anni sono ricorsi alla maternità surrogata è notevole: Elton John, Ricky Martin, Cristiano Ronaldo, Nicole Kidman, Robert De Niro, Paris Hilton, Sara Jessica Parker, Kim Kardashian, Tyra Banks, Cameron Diaz, Naomi Campbell, Tom Daley. Un insieme di personalità impressionante, che assicura alla surrogazione di maternità pubblicità immensa e lascia intendere che opporvisi sia da retrogradi, da bacchettoni rimasti ancorati al passato. Un quarto trucco per propagandare l’utero in affitto è quello di affrontare l’argomento, sì, senza però scendere nei dettagli, perché potrebbe essere controproducente. Se ne sono accorti tre ricercatori spagnoli - Raffaello Ventura, Xosé Ramón Rodríguez-Polo e Carles Roca Cuberes - i quali hanno realizzato questo esperimento: hanno creato quattro gruppi di discussione, composti da sei-dieci persone ciascuno, a partire da un campione di 17 donne e 16 uomini di età giovane e adulta, e hanno sottoposto a tutti un servizio sulla maternità surrogata non di qualche emittente estremista, ma del programma iberico di notizie col più vasto seguito di pubblico.Ebbene, i tre studiosi, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista Journal of Homosexuality, hanno registrato che, da com’era stato presentato il tema dell’utero in affitto in quel servizio - che era semplicemente giornalistico e raccontava delle coppie gay che vanno all’estero perché interessate ad avere figli -, il rischio è quello «sostenere un atteggiamento di ripudio nei confronti della maternità surrogata, con un sentimento avverso che si estende anche alle coppie omosessuali che desiderano diventare genitori». Secondo Ventura e colleghi, ciò è dovuto al fatto che quel servizio parlava anche delle donne indiane, che diventano mamme surrogate perché spinte dalla povertà. Per questo i fautori dell’utero in affitto, che preferiscono chiamare gpa, spesso premettono di essere contrari allo sfruttamento della donna e di appoggiare solo la surrogazione di maternità altruistica. Piccolo problema: questa pratica, nei fatti, non esiste. E non esiste neppure dove la legge la prevede da decenni tipo Regno Unito, Paese in cui, denunciano femministe come Julie Bindel, «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione». Il quinto e ultimo modo per sdoganare l’utero in affitto è quello non solo di non raccontare bene la pratica, ma di porre l’accento sul desiderio di genitorialità degli aspiranti genitori - senza far capire che trattasi di pretesa, più che di desiderio - e sul tema dei diritti; facendo questo, bisogna stare molto attenti a non porre troppa attenzione ai bambini, che vanno inquadrati solo in quanto motivo di gioia della coppia che si li è accaparrati. Sulla loro origine, sul fatto che siano stati scelti da un catalogo, quindi profumatamente pagati e ritirati - perché «conformi» (è capitato che figli «imperfetti» siano stati abbandonati dalle «amorevoli» coppie) -, il silenzio deve essere totale. Altrimenti come possono gli italiani, per lo più contrari all’utero in affitto, cambiare idea?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/utero-in-affitto-la-propaganda-dei-vip-2668827925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sara-reato-anche-per-chi-va-allestero-un-bimbo-non-e-un-bene-cedibile" data-post-id="2668827925" data-published-at="1722155396" data-use-pagination="False"> «Sarà reato anche per chi va all’estero. Un bimbo non è un bene cedibile» «Noi con questa norma intendiamo tutelare la donna da una parte, affinché non diventi un mero strumento per la riproduzione, e dall’altra parte proteggiamo il bambino dal divenire un bene cedibile per contratto, privato del diritto di conoscere la sua identità biologica», spiega alla Verità la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, relatrice del disegno di legge che introduce il reato universale di maternità surrogata. Lo scorso 3 luglio la proposta, già licenziata dalla Camera, ha incassato il via libera dalla Commissione Giustizia del Senato. Il testo - che interviene sulla legge 40 del 2004, che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con una sanzione da 600.000 euro a 1 milione «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» - punta a estendere la perseguibilità del reato anche al cittadino italiano che faccia ricorso alla gestazione per altri all’estero. Il disegno di legge ora è pronto per l’Aula, dove probabilmente approderà a settembre con lo stesso testo approvato dalla Camera nel 2023. È infatti stato bocciato l’emendamento della Lega, poi trasformato in ordine del giorno, che prevedeva una ulteriore stretta, innalzando la reclusione fino a 10 anni e la multa fino a 2 milioni. Senatrice, si ritiene soddisfatta del testo che arriverà in Aula? «Sì, sicuramente, anche perché è assolutamente in linea con le sentenze emesse sul tema. La gestazione per altri è già un reato nel nostro ordinamento, previsto dalla legge n.40 del 2004 ma con questa proposta abbiamo seguito anche quello che è stato poi stabilito dalla Corte Costituzionale, con le sentenze del 2017, 2021 e 2022 dove si afferma che la maternità surrogata offende in modo intollerabile la dignità della donna, e dalla sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite con cui la maternità surrogata viene disapprovata, sia che sia praticata a titolo oneroso che gratuito». Nessuna distinzione, quindi. «Esatto, non c’è differenza. In Commissione, quando abbiamo fatto le audizioni, abbiamo discusso spesso di questa distinzione che da alcuni era ritenuta rilevante. In realtà il bene che la norma intende tutelare è la dignità umana quindi per noi non rileva che la maternità surrogata sia praticata a titolo oneroso o gratuito e ciò indipendentemente da chi vi faccia ricorso, coppie omosessuali o etero. Se accettiamo la surrogata gratuita, accettiamo in ogni caso che la donna diventi una macchina da riproduzione, ridotta a un mero contenitore di una vita che poi è destinata a qualcun altro. Separare la gestante dal figlio appena partorito è inoltre un atto violento che offende non solo le donne, ma tutti quanti. Non è un discorso uomo-donna, è un discorso di umanità». La punibilità della condotta, compiuta anche all’estero, riguarda solo i cittadini italiani? «Sì. A questo proposito, possiamo parlare di reato universale “ibrido”, perché in questo caso noi sanzioniamo la condotta del cittadino italiano, anche quando si sia svolta fuori dal territorio italiano». Così però non si limita un po’ la portata della norma? «Checché ne dicano le opposizioni, nell’elaborare questa proposta siamo andati col “fioretto”, perché ci rendiamo conto che si tratta di un ambito molto delicato». Perciò le sanzioni non sono state inasprite, come chiedeva la Lega? «Intorno alla scelta di ricorrere alla surrogata può esserci anche molta sofferenza. Non abbiamo voluto infierire. Abbiamo accolto un ordine del giorno presentato dalla Lega e anche un ordine del giorno presentato dal senatore Gasparri che prevede l’obbligo per i pubblici ufficiali, in sede di registrazione dell’atto di nascita, di chiedere in caso di bambini nati all’estero se si sia ricorso all’utero in affitto». E nel caso una coppia, sia etero sia omosessuale, venga scoperta e quindi condannata per aver fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero, cosa succede al bambino? «Questo è un aspetto che è stato oggetto di grandissima discussione in commissione Giustizia. La Cassazione ci ha indicato la strada, sicuramente perfettibile, dell’adozione in casi particolari. È una buona soluzione perché è una decisione sottoposta al vaglio del giudice». È quindi escluso il carcere? «A noi interessa tutelare il figlio. Dal rapporto di filiazione derivano anche e soprattutto degli obblighi, come per esempio l’obbligo al mantenimento. Per noi questa norma è di fondamentale importanza e di sicuro ci saranno ulteriori interventi per rendere più semplici le pratiche di adozione, sempre ovviamente fatte tutte le verifiche del caso». L’opposizione ha comunque eretto le barricate, Partito democratico e Avs sono contrari in toto alla legge, mentre il M5s apriva alla volontarietà e gratuità della gpa. «Ci viene rimproverato di voler fare delle norme “etiche”, ma non è così. Il diritto penale per sua natura sanziona dei comportamenti considerati di disvalore. Ed è esattamente ciò che intendiamo fare. Certo, la norma esisteva già, la surrogata è già illegale. Ma finora è stata aggirata recandosi all'estero, tendenzialmente Paesi poveri, dove le donne che affittano l’utero sono in condizioni sfavorevoli e vengono sfruttate».
Can Yaman (Ansa)
Secondo quanto riferito dalla Procura di Istanbul, citata da Turkish Minute, le perquisizioni, a cui hanno preso parte circa 100 agenti della sezione antidroga della polizia di Istanbul, con il supporto della gendarmeria, hanno interessato il noto Bebek hotel sul Bosforo e 9 locali notturni, tra cui il Klein Phonix, uno dei locali più alla moda della capitale turca; sarebbero stati effettuati sequestri di cocaina, marijuana, pasticche, residui di sostanze liquide ritenute stupefacenti, un bilancino e munizioni.
Proprio al Bebek hotel secondo Cnn Turk, citata dalla testata online Hurriyet, gli inquirenti sospettavano l’esistenza di una «stanza segreta» nella quale potrebbero essere state realizzate delle registrazioni. Stanza che, a quanto pare, sarebbe stata trovata durante la perquisizione. La stampa locale, che parla di un possibile «livello superiore» dell’indagine, ora si chiede quale fosse la vera funzione di questa presunta stanza, e chi la utilizzasse, avanzando anche il sospetto di possibili video girati per essere successivamente usati a scopo di ricatto. Dietro al fermo del trentaseienne attore, protagonista di fiction e serie tv, ci sarebbe una soffiata.
Secondo quanto riportato da Hurriyet, durante il blitz qualcuno avrebbe segnalato alle forze dell’ordine che Yaman, presente all’interno di uno dei locali controllati (il nome dell’attore non era tra quelli sui mandati), sembra un night club, aveva fatto uso di droga. Durante la successiva perquisizione a Yaman sarebbe stata trovata addosso della sostanza stupefacente. L’attore, che dopo il fermo è stato condotto presso l’Istituto di medicina legale per gli esami del sangue necessari a verificare l’eventuale consumo di droga, è poi stato rilasciato nel tardo pomeriggio di ieri. Tra i sette fermati dalla polizia turca nell’ambito delle indagini, che riguardano, a vario titolo, le accuse di «possesso di droghe o stimolanti per uso personale», «agevolazione dell’uso di droghe» e «incoraggiamento di una persona alla prostituzione, facilitazione di tale pratica o mediazione o fornitura di un luogo per la prostituzione», oltre a Yaman e alla collega attrice Selen Gorguzel, ci sarebbero anche Ayse Saglam e Ceren Alper, oltre a proprietari di locali, gestori e Youtuber. Al momento non è noto se per le altre persone coinvolte è stato disposto l’arresto o il rilascio come per Yaman. L’indagine, in corso da mesi, è condotta dall’ufficio del procuratore capo di Istanbul attraverso le unità per reati finanziari, narcotraffico e contrabbando e prosegue a ondate: comprende 26 indagati destinatari di ordini di detenzione, ha già portato complessivamente all’incarcerazione di circa 36 persone, nonché a sequestri di beni e alla chiusura temporanea di alcuni locali.
Alcuni indagati risultano latitanti all’estero. L’indagine nella cui rete è finito il protagonista della serie Early Bird era diventata di pubblico dominio lo scorso 5 gennaio con l’arresto di 23 persone a Istanbul, Smirne, ma anche nelle località marittime di Mugla e Denizli. Tra questi l’attore Dogukan Gungor, l’influencer Burak Altindag, la modella e influencer Ceyda Ersoy.
Lo stesso giorno era finito in carcere anche il produttore Muzaffer Yildirim. Quest’ultimo sì, accusato di offrire party privati con tolleranza verso l’uso di droghe. L’uomo è anche il proprietario del Bebek hotel.
Nato a Istanbul nel 1989, Yaman ha un legame profondo con l’Italia fin dalla sua formazione. Il popolare attore si è infatti diplomato al liceo italiano di Istanbul. Un percorso di studi che ha facilitato la parte italiana della sua carriera. Figlio di un avvocato e di una professoressa di lettere, inizialmente segue le orme paterne laureandosi in Giurisprudenza e iniziando per un breve periodo la carriera legale. Ma a 24 anni sceglie la strada della recitazione. La sua carriera decolla nel 2017 con la serie Bitter Sweet - Ingredienti d’amore, ma è con DayDreamer - Le ali del sogno (2018-2019), al fianco di Demet Ozdemir, che la sua popolarità esplode a livello globale, trasformandolo in un sex symbol e facendogli guadagnare il titolo di «Uomo dell’anno» da GQ nel 2019.
Sbarcato in Italia, diventa un volto familiare al grande pubblico. Anche grazie al fidanzamento con la conduttrice di Dazn Diletta Leotta, durata circa un anno, che lo aveva fatto salire agli onori delle cronache rosa. Nel 2021 recita in un celebre spot per la pasta De Cecco diretto da Ferzan Ozpetek, al fianco di Claudia Gerini. La consacrazione nel nostro Paese arriva tra il 2022 e il 2024, quando è co-protagonista con Francesca Chillemi della serie di successo di Canale 5 Viola come il mare, nel ruolo dell’ispettore Francesco Demir.
Il 2025 ha segnato la sua definitiva affermazione con il ruolo da protagonista nella miniserie Il Turco e, soprattutto, nell’ambizioso remake Rai di Sandokan dove ha raccolto la tutt’altro che facile eredità di Kabir Bedi. Una carriera fatta di sole luci, fino alla vicenda delle ultime ore, che a prescindere dalle conseguenze legali (il suo ruolo appare francamente marginale), potrebbe però incidere sulla sua immagine.
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Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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