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2024-07-28
Utero in affitto. La propaganda dei Vip
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Chi vuol rendere l’utero in affitto reato universale, come aspira a fare la maggioranza di governo in Italia, deve fare i conti con almeno due temibili avversari. Il primo è un business planetario, che se da un lato vale già svariati miliardi, dall’altro entro il 2032 dovrebbe arrivare a valerne 130, secondo una stima della società di consulenza e indagini di mercato Global Market Insight. Il secondo ostacolo di chi vuol limitare la maternità surrogata è la martellante propaganda con cui, da decenni, si tenta di far passare la mercificazione del grembo materno e la compravendita di neonati come gesto apprezzabile, perfino altruistico, stigmatizzando invece quelle forze politiche che osano opporsi alla trascrizione all’anagrafe di figli così ottenuti all’estero.
Come ogni propaganda, quella pro utero in affitto si basa su diverse strategie; le principali sono cinque. La prima è quella linguistica. I fautori di questa pratica, infatti, evitano di chiamarla col suo nome, preferendo all’espressione utero in affitto - ritenuta rude, quasi il problema fossero le parole e non l’oscena realtà che descrivono - quella di maternità surrogata o, meglio ancora, di «gestazione per altri», che nell’acronimo gpa comprime perfettamente il dramma di un figlio strappato dal seno materno dietro compenso. Si tratta di uno stratagemma già collaudato su altri temi etici, dall’aborto procurato ridotto a ivg alla fecondazione extracorporea chiamata fivet, per cui di sicura riuscita. Tanto che oggi, nei talk show televisivi, chi parla di utero in affitto viene zittito direttamente dai conduttori…
Un secondo trucco per propagandare la pratica in parola è la sua normalizzazione, che avviene da molti anni nelle serie tv. «L’utero in affitto», ha notato il giornalista Stelio Fergola nel libro La cultura della morte (La Vela), «è propagandato con energia dalle serie americane. Non che non se ne parli in ogni dove, ma quando ricorre viene proposto senza tanti complimenti in un’ottica permissiva». Gli esempi sono tanti. In Friends, ricorda sempre Fergola, Phoebe, una delle protagoniste, decide di portare in grembo l’ovulo fecondato del fratello e dell’anziana consorte, mentre in Everwood una donna, Nina, vende il proprio utero per consentire a una signora di 55 anni di avere un figlio. Nello scritto del 1944 Gli inglesi George Orwell, uno che di propaganda se ne intendeva, deplorava il fatto che «nell’Inghilterra degli ultimi 30 anni tutto è sembrato troppo naturale […] tanto che l’aborto, teoricamente illegale» pareva «nient’altro che un peccatuccio». Ebbene, il raccontare l’utero in affitto in film e serie tv come normale o «nient’altro che un peccatuccio» svolge una funzione di normalizzazione.
Il terzo livello propagandistico, assai legato al precedente, di cui gode l’utero in affitto è quello di passare per una cosa «da vip», quindi cui idealmente tendere. In effetti, l’elenco di volti noti che in questi anni sono ricorsi alla maternità surrogata è notevole: Elton John, Ricky Martin, Cristiano Ronaldo, Nicole Kidman, Robert De Niro, Paris Hilton, Sara Jessica Parker, Kim Kardashian, Tyra Banks, Cameron Diaz, Naomi Campbell, Tom Daley. Un insieme di personalità impressionante, che assicura alla surrogazione di maternità pubblicità immensa e lascia intendere che opporvisi sia da retrogradi, da bacchettoni rimasti ancorati al passato.
Un quarto trucco per propagandare l’utero in affitto è quello di affrontare l’argomento, sì, senza però scendere nei dettagli, perché potrebbe essere controproducente. Se ne sono accorti tre ricercatori spagnoli - Raffaello Ventura, Xosé Ramón Rodríguez-Polo e Carles Roca Cuberes - i quali hanno realizzato questo esperimento: hanno creato quattro gruppi di discussione, composti da sei-dieci persone ciascuno, a partire da un campione di 17 donne e 16 uomini di età giovane e adulta, e hanno sottoposto a tutti un servizio sulla maternità surrogata non di qualche emittente estremista, ma del programma iberico di notizie col più vasto seguito di pubblico.
Ebbene, i tre studiosi, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista Journal of Homosexuality, hanno registrato che, da com’era stato presentato il tema dell’utero in affitto in quel servizio - che era semplicemente giornalistico e raccontava delle coppie gay che vanno all’estero perché interessate ad avere figli -, il rischio è quello «sostenere un atteggiamento di ripudio nei confronti della maternità surrogata, con un sentimento avverso che si estende anche alle coppie omosessuali che desiderano diventare genitori».
Secondo Ventura e colleghi, ciò è dovuto al fatto che quel servizio parlava anche delle donne indiane, che diventano mamme surrogate perché spinte dalla povertà. Per questo i fautori dell’utero in affitto, che preferiscono chiamare gpa, spesso premettono di essere contrari allo sfruttamento della donna e di appoggiare solo la surrogazione di maternità altruistica. Piccolo problema: questa pratica, nei fatti, non esiste. E non esiste neppure dove la legge la prevede da decenni tipo Regno Unito, Paese in cui, denunciano femministe come Julie Bindel, «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione».
Il quinto e ultimo modo per sdoganare l’utero in affitto è quello non solo di non raccontare bene la pratica, ma di porre l’accento sul desiderio di genitorialità degli aspiranti genitori - senza far capire che trattasi di pretesa, più che di desiderio - e sul tema dei diritti; facendo questo, bisogna stare molto attenti a non porre troppa attenzione ai bambini, che vanno inquadrati solo in quanto motivo di gioia della coppia che si li è accaparrati. Sulla loro origine, sul fatto che siano stati scelti da un catalogo, quindi profumatamente pagati e ritirati - perché «conformi» (è capitato che figli «imperfetti» siano stati abbandonati dalle «amorevoli» coppie) -, il silenzio deve essere totale. Altrimenti come possono gli italiani, per lo più contrari all’utero in affitto, cambiare idea?
«Sarà reato anche per chi va all’estero. Un bimbo non è un bene cedibile»
«Noi con questa norma intendiamo tutelare la donna da una parte, affinché non diventi un mero strumento per la riproduzione, e dall’altra parte proteggiamo il bambino dal divenire un bene cedibile per contratto, privato del diritto di conoscere la sua identità biologica», spiega alla Verità la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, relatrice del disegno di legge che introduce il reato universale di maternità surrogata. Lo scorso 3 luglio la proposta, già licenziata dalla Camera, ha incassato il via libera dalla Commissione Giustizia del Senato. Il testo - che interviene sulla legge 40 del 2004, che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con una sanzione da 600.000 euro a 1 milione «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» - punta a estendere la perseguibilità del reato anche al cittadino italiano che faccia ricorso alla gestazione per altri all’estero. Il disegno di legge ora è pronto per l’Aula, dove probabilmente approderà a settembre con lo stesso testo approvato dalla Camera nel 2023. È infatti stato bocciato l’emendamento della Lega, poi trasformato in ordine del giorno, che prevedeva una ulteriore stretta, innalzando la reclusione fino a 10 anni e la multa fino a 2 milioni.
Senatrice, si ritiene soddisfatta del testo che arriverà in Aula?
«Sì, sicuramente, anche perché è assolutamente in linea con le sentenze emesse sul tema. La gestazione per altri è già un reato nel nostro ordinamento, previsto dalla legge n.40 del 2004 ma con questa proposta abbiamo seguito anche quello che è stato poi stabilito dalla Corte Costituzionale, con le sentenze del 2017, 2021 e 2022 dove si afferma che la maternità surrogata offende in modo intollerabile la dignità della donna, e dalla sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite con cui la maternità surrogata viene disapprovata, sia che sia praticata a titolo oneroso che gratuito».
Nessuna distinzione, quindi.
«Esatto, non c’è differenza. In Commissione, quando abbiamo fatto le audizioni, abbiamo discusso spesso di questa distinzione che da alcuni era ritenuta rilevante. In realtà il bene che la norma intende tutelare è la dignità umana quindi per noi non rileva che la maternità surrogata sia praticata a titolo oneroso o gratuito e ciò indipendentemente da chi vi faccia ricorso, coppie omosessuali o etero. Se accettiamo la surrogata gratuita, accettiamo in ogni caso che la donna diventi una macchina da riproduzione, ridotta a un mero contenitore di una vita che poi è destinata a qualcun altro. Separare la gestante dal figlio appena partorito è inoltre un atto violento che offende non solo le donne, ma tutti quanti. Non è un discorso uomo-donna, è un discorso di umanità».
La punibilità della condotta, compiuta anche all’estero, riguarda solo i cittadini italiani?
«Sì. A questo proposito, possiamo parlare di reato universale “ibrido”, perché in questo caso noi sanzioniamo la condotta del cittadino italiano, anche quando si sia svolta fuori dal territorio italiano».
Così però non si limita un po’ la portata della norma?
«Checché ne dicano le opposizioni, nell’elaborare questa proposta siamo andati col “fioretto”, perché ci rendiamo conto che si tratta di un ambito molto delicato».
Perciò le sanzioni non sono state inasprite, come chiedeva la Lega?
«Intorno alla scelta di ricorrere alla surrogata può esserci anche molta sofferenza. Non abbiamo voluto infierire. Abbiamo accolto un ordine del giorno presentato dalla Lega e anche un ordine del giorno presentato dal senatore Gasparri che prevede l’obbligo per i pubblici ufficiali, in sede di registrazione dell’atto di nascita, di chiedere in caso di bambini nati all’estero se si sia ricorso all’utero in affitto».
E nel caso una coppia, sia etero sia omosessuale, venga scoperta e quindi condannata per aver fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero, cosa succede al bambino?
«Questo è un aspetto che è stato oggetto di grandissima discussione in commissione Giustizia. La Cassazione ci ha indicato la strada, sicuramente perfettibile, dell’adozione in casi particolari. È una buona soluzione perché è una decisione sottoposta al vaglio del giudice».
È quindi escluso il carcere?
«A noi interessa tutelare il figlio. Dal rapporto di filiazione derivano anche e soprattutto degli obblighi, come per esempio l’obbligo al mantenimento. Per noi questa norma è di fondamentale importanza e di sicuro ci saranno ulteriori interventi per rendere più semplici le pratiche di adozione, sempre ovviamente fatte tutte le verifiche del caso».
L’opposizione ha comunque eretto le barricate, Partito democratico e Avs sono contrari in toto alla legge, mentre il M5s apriva alla volontarietà e gratuità della gpa.
«Ci viene rimproverato di voler fare delle norme “etiche”, ma non è così. Il diritto penale per sua natura sanziona dei comportamenti considerati di disvalore. Ed è esattamente ciò che intendiamo fare. Certo, la norma esisteva già, la surrogata è già illegale. Ma finora è stata aggirata recandosi all'estero, tendenzialmente Paesi poveri, dove le donne che affittano l’utero sono in condizioni sfavorevoli e vengono sfruttate».
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Per normalizzare un business che nel 2032 toccherà i 130 miliardi ci si serve di serie tv e volti noti. Ma pure di astuzie linguistiche, ad esempio coprendo la brutalità della pratica con la sigla «gpa».La senatrice di Fdi Susanna Donatella Campione, relatrice del ddl che punisce la maternità surrogata: «Pure quella gratuita viola la dignità della persona»Lo speciale contiene due articoli Chi vuol rendere l’utero in affitto reato universale, come aspira a fare la maggioranza di governo in Italia, deve fare i conti con almeno due temibili avversari. Il primo è un business planetario, che se da un lato vale già svariati miliardi, dall’altro entro il 2032 dovrebbe arrivare a valerne 130, secondo una stima della società di consulenza e indagini di mercato Global Market Insight. Il secondo ostacolo di chi vuol limitare la maternità surrogata è la martellante propaganda con cui, da decenni, si tenta di far passare la mercificazione del grembo materno e la compravendita di neonati come gesto apprezzabile, perfino altruistico, stigmatizzando invece quelle forze politiche che osano opporsi alla trascrizione all’anagrafe di figli così ottenuti all’estero.Come ogni propaganda, quella pro utero in affitto si basa su diverse strategie; le principali sono cinque. La prima è quella linguistica. I fautori di questa pratica, infatti, evitano di chiamarla col suo nome, preferendo all’espressione utero in affitto - ritenuta rude, quasi il problema fossero le parole e non l’oscena realtà che descrivono - quella di maternità surrogata o, meglio ancora, di «gestazione per altri», che nell’acronimo gpa comprime perfettamente il dramma di un figlio strappato dal seno materno dietro compenso. Si tratta di uno stratagemma già collaudato su altri temi etici, dall’aborto procurato ridotto a ivg alla fecondazione extracorporea chiamata fivet, per cui di sicura riuscita. Tanto che oggi, nei talk show televisivi, chi parla di utero in affitto viene zittito direttamente dai conduttori…Un secondo trucco per propagandare la pratica in parola è la sua normalizzazione, che avviene da molti anni nelle serie tv. «L’utero in affitto», ha notato il giornalista Stelio Fergola nel libro La cultura della morte (La Vela), «è propagandato con energia dalle serie americane. Non che non se ne parli in ogni dove, ma quando ricorre viene proposto senza tanti complimenti in un’ottica permissiva». Gli esempi sono tanti. In Friends, ricorda sempre Fergola, Phoebe, una delle protagoniste, decide di portare in grembo l’ovulo fecondato del fratello e dell’anziana consorte, mentre in Everwood una donna, Nina, vende il proprio utero per consentire a una signora di 55 anni di avere un figlio. Nello scritto del 1944 Gli inglesi George Orwell, uno che di propaganda se ne intendeva, deplorava il fatto che «nell’Inghilterra degli ultimi 30 anni tutto è sembrato troppo naturale […] tanto che l’aborto, teoricamente illegale» pareva «nient’altro che un peccatuccio». Ebbene, il raccontare l’utero in affitto in film e serie tv come normale o «nient’altro che un peccatuccio» svolge una funzione di normalizzazione. Il terzo livello propagandistico, assai legato al precedente, di cui gode l’utero in affitto è quello di passare per una cosa «da vip», quindi cui idealmente tendere. In effetti, l’elenco di volti noti che in questi anni sono ricorsi alla maternità surrogata è notevole: Elton John, Ricky Martin, Cristiano Ronaldo, Nicole Kidman, Robert De Niro, Paris Hilton, Sara Jessica Parker, Kim Kardashian, Tyra Banks, Cameron Diaz, Naomi Campbell, Tom Daley. Un insieme di personalità impressionante, che assicura alla surrogazione di maternità pubblicità immensa e lascia intendere che opporvisi sia da retrogradi, da bacchettoni rimasti ancorati al passato. Un quarto trucco per propagandare l’utero in affitto è quello di affrontare l’argomento, sì, senza però scendere nei dettagli, perché potrebbe essere controproducente. Se ne sono accorti tre ricercatori spagnoli - Raffaello Ventura, Xosé Ramón Rodríguez-Polo e Carles Roca Cuberes - i quali hanno realizzato questo esperimento: hanno creato quattro gruppi di discussione, composti da sei-dieci persone ciascuno, a partire da un campione di 17 donne e 16 uomini di età giovane e adulta, e hanno sottoposto a tutti un servizio sulla maternità surrogata non di qualche emittente estremista, ma del programma iberico di notizie col più vasto seguito di pubblico.Ebbene, i tre studiosi, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista Journal of Homosexuality, hanno registrato che, da com’era stato presentato il tema dell’utero in affitto in quel servizio - che era semplicemente giornalistico e raccontava delle coppie gay che vanno all’estero perché interessate ad avere figli -, il rischio è quello «sostenere un atteggiamento di ripudio nei confronti della maternità surrogata, con un sentimento avverso che si estende anche alle coppie omosessuali che desiderano diventare genitori». Secondo Ventura e colleghi, ciò è dovuto al fatto che quel servizio parlava anche delle donne indiane, che diventano mamme surrogate perché spinte dalla povertà. Per questo i fautori dell’utero in affitto, che preferiscono chiamare gpa, spesso premettono di essere contrari allo sfruttamento della donna e di appoggiare solo la surrogazione di maternità altruistica. Piccolo problema: questa pratica, nei fatti, non esiste. E non esiste neppure dove la legge la prevede da decenni tipo Regno Unito, Paese in cui, denunciano femministe come Julie Bindel, «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione». Il quinto e ultimo modo per sdoganare l’utero in affitto è quello non solo di non raccontare bene la pratica, ma di porre l’accento sul desiderio di genitorialità degli aspiranti genitori - senza far capire che trattasi di pretesa, più che di desiderio - e sul tema dei diritti; facendo questo, bisogna stare molto attenti a non porre troppa attenzione ai bambini, che vanno inquadrati solo in quanto motivo di gioia della coppia che si li è accaparrati. Sulla loro origine, sul fatto che siano stati scelti da un catalogo, quindi profumatamente pagati e ritirati - perché «conformi» (è capitato che figli «imperfetti» siano stati abbandonati dalle «amorevoli» coppie) -, il silenzio deve essere totale. Altrimenti come possono gli italiani, per lo più contrari all’utero in affitto, cambiare idea?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/utero-in-affitto-la-propaganda-dei-vip-2668827925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sara-reato-anche-per-chi-va-allestero-un-bimbo-non-e-un-bene-cedibile" data-post-id="2668827925" data-published-at="1722155396" data-use-pagination="False"> «Sarà reato anche per chi va all’estero. Un bimbo non è un bene cedibile» «Noi con questa norma intendiamo tutelare la donna da una parte, affinché non diventi un mero strumento per la riproduzione, e dall’altra parte proteggiamo il bambino dal divenire un bene cedibile per contratto, privato del diritto di conoscere la sua identità biologica», spiega alla Verità la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, relatrice del disegno di legge che introduce il reato universale di maternità surrogata. Lo scorso 3 luglio la proposta, già licenziata dalla Camera, ha incassato il via libera dalla Commissione Giustizia del Senato. Il testo - che interviene sulla legge 40 del 2004, che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con una sanzione da 600.000 euro a 1 milione «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» - punta a estendere la perseguibilità del reato anche al cittadino italiano che faccia ricorso alla gestazione per altri all’estero. Il disegno di legge ora è pronto per l’Aula, dove probabilmente approderà a settembre con lo stesso testo approvato dalla Camera nel 2023. È infatti stato bocciato l’emendamento della Lega, poi trasformato in ordine del giorno, che prevedeva una ulteriore stretta, innalzando la reclusione fino a 10 anni e la multa fino a 2 milioni. Senatrice, si ritiene soddisfatta del testo che arriverà in Aula? «Sì, sicuramente, anche perché è assolutamente in linea con le sentenze emesse sul tema. La gestazione per altri è già un reato nel nostro ordinamento, previsto dalla legge n.40 del 2004 ma con questa proposta abbiamo seguito anche quello che è stato poi stabilito dalla Corte Costituzionale, con le sentenze del 2017, 2021 e 2022 dove si afferma che la maternità surrogata offende in modo intollerabile la dignità della donna, e dalla sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite con cui la maternità surrogata viene disapprovata, sia che sia praticata a titolo oneroso che gratuito». Nessuna distinzione, quindi. «Esatto, non c’è differenza. In Commissione, quando abbiamo fatto le audizioni, abbiamo discusso spesso di questa distinzione che da alcuni era ritenuta rilevante. In realtà il bene che la norma intende tutelare è la dignità umana quindi per noi non rileva che la maternità surrogata sia praticata a titolo oneroso o gratuito e ciò indipendentemente da chi vi faccia ricorso, coppie omosessuali o etero. Se accettiamo la surrogata gratuita, accettiamo in ogni caso che la donna diventi una macchina da riproduzione, ridotta a un mero contenitore di una vita che poi è destinata a qualcun altro. Separare la gestante dal figlio appena partorito è inoltre un atto violento che offende non solo le donne, ma tutti quanti. Non è un discorso uomo-donna, è un discorso di umanità». La punibilità della condotta, compiuta anche all’estero, riguarda solo i cittadini italiani? «Sì. A questo proposito, possiamo parlare di reato universale “ibrido”, perché in questo caso noi sanzioniamo la condotta del cittadino italiano, anche quando si sia svolta fuori dal territorio italiano». Così però non si limita un po’ la portata della norma? «Checché ne dicano le opposizioni, nell’elaborare questa proposta siamo andati col “fioretto”, perché ci rendiamo conto che si tratta di un ambito molto delicato». Perciò le sanzioni non sono state inasprite, come chiedeva la Lega? «Intorno alla scelta di ricorrere alla surrogata può esserci anche molta sofferenza. Non abbiamo voluto infierire. Abbiamo accolto un ordine del giorno presentato dalla Lega e anche un ordine del giorno presentato dal senatore Gasparri che prevede l’obbligo per i pubblici ufficiali, in sede di registrazione dell’atto di nascita, di chiedere in caso di bambini nati all’estero se si sia ricorso all’utero in affitto». E nel caso una coppia, sia etero sia omosessuale, venga scoperta e quindi condannata per aver fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero, cosa succede al bambino? «Questo è un aspetto che è stato oggetto di grandissima discussione in commissione Giustizia. La Cassazione ci ha indicato la strada, sicuramente perfettibile, dell’adozione in casi particolari. È una buona soluzione perché è una decisione sottoposta al vaglio del giudice». È quindi escluso il carcere? «A noi interessa tutelare il figlio. Dal rapporto di filiazione derivano anche e soprattutto degli obblighi, come per esempio l’obbligo al mantenimento. Per noi questa norma è di fondamentale importanza e di sicuro ci saranno ulteriori interventi per rendere più semplici le pratiche di adozione, sempre ovviamente fatte tutte le verifiche del caso». L’opposizione ha comunque eretto le barricate, Partito democratico e Avs sono contrari in toto alla legge, mentre il M5s apriva alla volontarietà e gratuità della gpa. «Ci viene rimproverato di voler fare delle norme “etiche”, ma non è così. Il diritto penale per sua natura sanziona dei comportamenti considerati di disvalore. Ed è esattamente ciò che intendiamo fare. Certo, la norma esisteva già, la surrogata è già illegale. Ma finora è stata aggirata recandosi all'estero, tendenzialmente Paesi poveri, dove le donne che affittano l’utero sono in condizioni sfavorevoli e vengono sfruttate».
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E ieri ha portato a casa la sua missione con il voto favorevole della maggioranza (Pd, Avs-Ecolò e Lista Funaro), il no di Italia viva e l’astensione di M5s e Spc (Sinistra progetto comune). Non proprio un bel segnale per il campo largo, anche se grillini e rifondaroli sono all’opposizione.
Fatto sta che da domani anche nelle zone che vanno da Campo di Marte e San Jacopino fino alle aree Bronzino e Pier Vettori, Fonderia e Petrarca (sottozona A3 e A4), gli Airbnb saranno tabù. Per intenderci, le sottozone A3 e A4 corrispondono a 11,21 chilometri quadrati e racchiudono 67.780 abitazioni.
Non uno scherzo. Anche perché da tempo i paletti fiorentini sono i più rigidi del Paese. Oltre a non ammettere nuove autorizzazioni per i cosiddetti contratti turistici, ora anche nei territori più periferici (l’allargamento riguarda più di 500 nuove strade) saranno «inammissibili» cucine inferiori ai 9 metri quadrati, l’impatto acustico dovrà essere limitato entro determinate soglie e a chi dovesse violare le regole saranno comminate sanzioni fino a 10.000 euro.
Insomma, un’altra bella botta per la proprietà privata e per i cittadini che magari hanno ricevuto un piccolo immobile in donazione, hanno sempre pagato le tasse e rispettato le regole, ma ora non sono liberi di metterlo a reddito come meglio credono.
«Non ho gradito i tempi e le modalità con cui è stata frettolosamente portata in aula la delibera», spiega alla Verità il vicepresidente del consiglio comunale, lato Fratelli d’Italia, Alessandro Draghi, «l’emergenza abitativa non può ricadere sui privati. Bloccare le locazioni turistiche nella corona attorno ai viali vuol dire semplicemente trasferire il fenomeno ancor più in periferia».
E la pensano allo stesso modo le oltre 400 persone che si sono riunite ieri in piazza della Signoria per protestare contro la delibera. «Il settore degli affitti brevi», spiegano i promotori del Coordinamento 4 Giugno, «coinvolge ormai migliaia di famiglie fiorentine e rappresenta una componente importante dell’economia cittadina. È sbagliato indicarlo come il principale responsabile del problema abitativo. Esiste certamente un tema casa e un disagio abitativo, che non va sottovalutato. Ma la risposta non può essere quella di limitare la proprietà privata o colpire i piccoli proprietari. Il problema si affronta aumentando l’offerta di alloggi attraverso la rigenerazione urbana, il recupero del patrimonio inutilizzato e l’acquisizione di nuovo patrimonio abitativo da destinare alla locazione a canoni sostenibili». Quindi i dettagli del caso Firenze. «Oggi, il Comune ha oltre 800 alloggi in edilizia residenziale pubblica inutilizzati e di conseguenza non può aggiungere il problema abitativo ai piccoli proprietari privati perché non è credibile oltre che ingiusto. Noi diciamo sì alle regole e ai controlli contro l’abusivismo, ma no a provvedimenti ideologici che rischiano di penalizzare famiglie, lavoratori e piccoli risparmiatori senza produrre benefici concreti sul fronte dell’emergenza abitativa».
Anche perché poi succede che i fondi e le società immobiliari abbiano il via libera alle locazioni brevi di appartamenti di extra lusso, mentre i privati restano a bocca asciutta.
Contraddizione che è diventata palese quando il Tar, qualche giorno fa, ha dato il via libera alla possibilità di fare attività di Airbnb in un mega palazzo vicino al Duomo che conta più di 100 alloggi extra lusso.
Il complesso Bufalini è di proprietà della società di gestione del risparmio Namira, che ha acquistato i circa 18.000 metri quadrati del complesso nel 2024 da Tom Barrack e oggi lo gestisce attraverso il fondo Kalon.
Perché Namira può fare Airbnb e i fiorentini no? Di chi è la colpa? Secondo i giudici del tribunale regionale, la variante di aprile del piano urbanistico comunale dello scorso anno aveva escluso il complesso Bufalini dal blocco previsto per gli Airbnb (in base anche a una convenzione del 2017, che non escludeva la destinazione turistica) e anche se la Funaro ha approvato un regolamento che vieta nuovi affitti brevi nell’area Unesco, «la licenza» resta.
Il sindaco si dice pronto a ricorrere al Consiglio di Stato, ma non risponde ad alcune semplici domande che molti dei suoi cittadini le stanno ponendo.
Esistono altri immobili in centro nella stessa situazione? Sono state concesse ulteriori eccezioni alle rigidissime regole imposte dalla sinistra? Sono ipotizzabili nuove varianti urbanistiche nel centro della città che aprono le porte agli affitti brevi, magari per i soliti alloggi extra lusso in mano ai fondi?
La Funaro non risponde. Ma se emergessero nuovi edifici che per un motivo o per l’altro ottengono l’autorizzazione a fare Airbnb, al danno per i cittadini fiorentini si aggiungerebbe la beffa, e il sindaco perderebbe completamente la faccia.
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Rocco Basilico e Leonardo Maria Del Vecchio (Ansa)
A stipularla Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico sotto la regia della madre, Nicoletta Zampillo ultima moglie di Leonardo Del Vecchio. l’accordo spiana la strada a Leonardo Del Vecchio verso la maggioranza assoluta di Delfin, la cassaforte di famiglia. Vuol dire controllare un impero globale. La holding oggi vale circa 42 miliardi e che custodisce non soltanto il controllo di Essilor Luxottica, ma anche partecipazioni strategiche in Generali, Monte dei Paschi di Siena e Unicredit.
Dentro quelle mura lussemburghesi si concentrano quote, potere, dividendi, influenza e soprattutto la lunga ombra di uno dei più grandi imprenditori italiani del dopoguerra. Ecco perché la tregua assume un significato che va ben oltre il tradizionale romanzo familiare degli eredi. Sul tavolo c’era l’architettura di uno degli snodi più delicati del capitalismo italiano. Per settimane la tensione era salita come la pressione dentro una pentola dimenticata sul fuoco.
Da una parte Leonardo Maria Del Vecchio, quartogenito del fondatore di Luxottica, impegnato a portare a termine il grande riassetto della holding. Dall’altra Rocco Basilico, figlio di Nicoletta Zampillo e del banchiere Paolo Basilico, deciso a contestare il percorso scelto per la redistribuzione delle quote. La battaglia si era rapidamente trasferita nelle aule del Granducato. Basilico aveva impugnato davanti al Tribunale del Lussemburgo le delibere approvate dall’assemblea di Delfin. Nel mirino c’erano due decisioni particolarmente rilevanti: l’aumento dei dividendi e soprattutto l’operazione destinata a consentire a Leonardo Maria di acquistare il 25% della holding detenuto dai fratelli Luca e Paola Del Vecchio.
Una partita gigantesca. Perché quel 25% rappresenta una quota che, ai valori correnti della cassaforte, sfiora gli 11 miliardi. Una di quelle somme che smettono di essere denaro e diventano geografia economica.
L’operazione avrebbe portato Leonardo Maria Del Vecchio al 37,5% di Delfin, consolidando una posizione destinata a renderlo il principale punto di riferimento della governance futura. Un progetto complesso anche dal punto di vista finanziario.
Per sostenere l’acquisto era infatti previsto un finanziamento da circa 10 miliardi una delle operazioni più rilevanti mai viste in una vicenda successoria italiana. Un’architettura che richiedeva stabilità, certezze giuridiche e soprattutto l’assenza di nuvole legali all’orizzonte.
Le contestazioni giudiziarie rischiavano invece di trasformarsi in una fastidiosa sabbia negli ingranaggi.
Nel frattempo si era aggiunto un altro capitolo.
A fine maggio Nicoletta Zampillo aveva inviato una lettera al consiglio di amministrazione di Delfin manifestando la volontà di rimettere in discussione la rinuncia effettuata nel 2022 a metà della quota del 25% a lei destinata dal marito a favore del figlio Rocco.
Un passaggio che aveva contribuito ad aumentare ulteriormente la temperatura.
Gli osservatori finanziari seguivano gli sviluppi come si segue una finale di Champions League. Per una ragione semplice: dietro la disputa familiare c’erano asset che pesano enormemente sugli equilibri economici del Paese. Delfin possiede infatti il 32,4% di Essilor Luxottica, il campione mondiale dell’occhialeria nato dalla fusione che ha cambiato la geografia del settore. Ma non basta. Controlla anche il 17,5% di Monte dei Paschi di Siena, il 10% di Generali e il 2,7% di Unicredit.
Tradotto dal linguaggio delle partecipazioni a quello della realtà: una quota rilevante del risparmio italiano, del credito alle imprese, delle assicurazioni e della finanza nazionale passa direttamente o indirettamente sotto l’ombrello della cassaforte creata da Del Vecchio.
Secondo quanto emerge dalle ricostruzioni delle ultime ore, sia Leonardo Maria Del Vecchio sia Rocco Basilico si sarebbero impegnati a ritirare le rispettive iniziative giudiziarie. Una scelta che consente di sbloccare un'impasse che durava ormai da settimane e che rischiava di allungare ulteriormente i tempi del riassetto.
La tregua arriva a quattro anni dalla scomparsa di Leonardo Del Vecchio.
Quattro anni nei quali l’eredità del fondatore ha continuato a esercitare una forza gravitazionale impressionante. Come accade spesso nelle grandi dinastie imprenditoriali, il patrimonio non è soltanto una questione economica. È anche una questione di leadership, di visione, di equilibrio tra rami familiari e di gestione del potere.
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Ansa
Anzi, ieri è stato ucciso, da una bomba di mortaio, un casco blu del contingente Onu Unifil. È accaduto nell’area di Marjayoun, vicino Dibbine, nell’avamposto «Miguel de Cervantes» di militari spagnoli. La granata ha ucciso un militare di nazionalità serba e ha ferito un militare spagnolo e uno salvadoregno.
Il caduto era il sergente Milovan Jovanovic, che avrebbe compiuto 37 anni domani, essendo nato il 6 giugno 1989 a Kraljevo e lascia una moglie e due figli. Il suo decesso è avvenuto dopo un vano ricovero in elicottero al Centro medico universitario di Beirut. Si conferma una volta di più la precaria posizione dell’Unifil, schierato in Libano dal 1978 e sempre fra due fuochi. Attualmente l’Unifil è sotto il comando del generale italiano Diodato Abagnara e conta 7.478 uomini, fra cui 746 italiani. L’esercito israeliano ha attribuito a Hezbollah la morte del serbo, affermando che «una serie di colpi di mortaio provenienti dalla zona di Qotrani ed effettuati da Hezbollah». Poi l’esercito libanese rilevava: «Le truppe israeliane si sono ritirate da Debbine, nel distretto di Marjeyoun, per facilitare il monitoraggio del cessate il fuoco».
Nella notte era arrivato l’assenso di Beirut a un cessate il fuoco concordato con Israele, con la mediazione dell’amministrazione americana di Donald Trump. Accordo basato sul disarmo di Hezbollah e su «aree pilota» sgomberate dalla presenza israeliana e di Hezbollah e presidiate da truppe libanesi. Alla milizia sciita si chiede il ritiro a Nord del fiume Litani. Il presidente libanese Joseph Aoun ha affermato che «i negoziati sono stati difficili e sono ripresi dopo l’intervento del segretario di Stato americano Marco Rubio». La tregua diverrebbe effettiva «24 ore dall’approvazione definitiva» e sarebbe preparatoria di negoziati dal 22 giugno. Da parte israeliana, il premier Benjamin Netanyahu ha discusso l’accordo con il suo gabinetto di sicurezza nazionale, ma il problema pare lo stesso del precedente cessate il fuoco di ottobre 2024: il rifiuto di Hezbollah di consegnare le armi. Se il ministro della Difesa Israel Katz si dice soddisfatto, il titolare della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, parla di «grave errore» evocando complicità fra governo libanese e sciiti. Naim Qassem, capo di Hezbollah, ha già definito l’accordo «una capitolazione e una sconfitta». Stando a indiscrezioni del giornale israeliano Haaretz, Qassem rifiuterebbe l’accordo su impulso dell’Iran, dato che gli ayatollah non intendono separare la crisi nel Golfo Persico da quella libanese, come invece vorrebbe Trump.
Un funzionario israeliano ha anticipato alla testata Ynet che l’esercito ebraico «rimarrà nelle aree conquistate» fra cui la cresta del castello di Beaufort, e che «proseguiranno le operazioni per smantellare Hezbollah». Afferma che il senso dell’accordo è «spingere lo stato libanese ad affrontare Hezbollah», risolvendo il problema di una milizia che è uno «Stato nello Stato». Proprio ieri il Consiglio dell’Unione europea ha approvato aiuti per 100 milioni di euro destinati «al rafforzamento dell’esercito libanese». In giornata Israele ha compiuto raid con droni e aerei, colpendo Sohmor e altri siti nella valle della Bekaa, come la diga di Qaraoun, oltre a un’automobile sulla strada Kfar Kila e Zefta, facendo sei morti e otto feriti. Hezbollah ha lanciato razzi sui soldati israeliani, oltre a droni che sono stati abbattuti. Gli sciiti hanno però rivendicato la distruzione di un carro armato israeliano al castello di Beufort con un missile.
Ieri, dopo che il direttore del Mossad, David Barnea, ha lasciato l’incarico a Roman Gofman, il Jerulasem Post ha rivelato che l’uccisione, il 27 settembre 2024, dello storico capo di Hezbollah Hassan Nasrallah con un raid aereo sarebbe dovuta a speciali sistemi di puntamento installati nel suo quartier generale da spie del servizio segreto ebraico. Nel frattempo, è aumentato il numero delle vittime del raid israeliano su Gaza: si parla di 11 morti, inclusi dei bambini.
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Donald Trump (Ansa)
Uno scoglio sul tavolo è del resto quello della crisi libanese: non è infatti un mistero che la Repubblica islamica voglia la risoluzione del conflitto tra Israele ed Hezbollah come parte integrante di un eventuale accordo con la Casa Bianca. «La nostra condizione iniziale per accettare un cessate il fuoco nella guerra regionale è stata un cessate il fuoco su tutti i fronti, Libano compreso», hanno affermato, ieri, i pasdaran, per poi aggiungere: «Il nemico deve cessare urgentemente gli attacchi contro il popolo libanese e ritirarsi immediatamente oltre i confini internazionali, evacuando i territori occupati del Libano e riconoscendo l’integrità territoriale del Libano».
Mercoledì, Washington, Beirut e Gerusalemme avevano emesso un comunicato congiunto, concordando un cessate il fuoco «subordinato alla completa cessazione degli attacchi di Hezbollah». Tuttavia, ieri, il leader della stessa Hezbollah, Naim Qassem, ha bollato l’accordo tra Libano e Israele come una «resa». Ha quindi affermato che gli attacchi contro il Nord dello Stato ebraico proseguiranno fin quando continueranno i bombardamenti israeliani sul Paese dei Cedri. Poco dopo, un funzionario di Hezbollah ha confermato il rifiuto della tregua. Bisognerà quindi capire quale impatto avrà questa situazione sul destino della diplomazia tra Stati Uniti e Iran. D’altronde, un altro scoglio riguarda Hormuz. Ieri, il ministero degli Esteri iraniano ha detto che Teheran «non intende riscuotere tasse di passaggio, dazi di transito o pagamenti per i diritti di transito», ma soltanto delle tariffe di servizio. Non è al momento chiaro come reagirà Washington, che si è sempre espressa contro eventuali pedaggi imposti dalla Repubblica islamica nello Stretto.
Nel frattempo, Donald Trump avrebbe deciso di non riprendere le ostilità con Teheran, a meno che la Repubblica islamica non uccida dei soldati americani. Non solo. Oltre a dire che le trattative con il regime khomeinista starebbero andando «molto bene», il presidente statunitense non ha escluso l’eventualità di incontrare la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei: un Khamenei che, secondo Washington, sarebbe coinvolto nei negoziati e che, ieri, ha esortato gli iraniani a «preservare l’unità nazionale». In tutto questo, mercoledì, il presidente americano ha ammesso di aver definito «pazzo» Benjamin Netanyahu durante un litigio telefonico, ma ha anche cercato di gettare acqua sul fuoco. «Abbiamo lavorato molto bene insieme. Bibi mi piace molto. E lavoro molto bene con lui», ha detto. Lunedì, Trump si era notevolmente irritato con il premier israeliano, ritenendo che i raid dello Stato ebraico su Beirut avrebbero compromesso le trattative in corso tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica.
Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta cercando di salvaguardare il processo diplomatico con Teheran, tentando di raffrenare sia Hezbollah che Gerusalemme. Tuttavia, nel mezzo di queste manovre complicate, Trump si sta ritrovando a dover affrontare una grana interna. L’altro ieri, la Camera dei rappresentanti, anche attraverso il voto favorevole di quattro deputati repubblicani dissidenti, ha approvato una risoluzione che esige la conclusione del conflitto in Iran: una circostanza che, neanche a dirlo, ha profondamente irritato il presidente statunitense. «Con una votazione insignificante, la Camera ha votato, con quattro repubblicani corrotti e tutti i democratici, per limitare i miei poteri di guerra, proprio nel bel mezzo delle trattative finali per porre fine alla guerra con la Repubblica islamica dell’Iran. Chi mai farebbe una cosa così antipatriottica?», ha tuonato Trump, ieri, su Truth.
Come riportato da The Hill, non è chiaro se la risoluzione abbia forza di legge e se sia quindi vincolante. Bisognerà inoltre attendere l’eventuale ok del Senato. Ciò detto, dal punto di vista politico, si configura potenzialmente un problema per il presidente americano. Continua infatti ad aumentare la pressione su di lui, affinché chiuda la questione iraniana. Ricordiamo che, sulla base del War powers act, il presidente deve ottenere l’ok del Congresso, qualora le azioni militari da lui ordinate superino i 60 giorni. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha finora sostenuto che le ostilità con Teheran sono terminate a seguito del cessate il fuoco stipulato l’8 aprile e prorogato a tempo indeterminato il 21 dello stesso mese: il che, argomenta la Casa Bianca, renderebbe inutile richiedere e ottenere l’autorizzazione da parte del potere legislativo. Sarà quindi necessario capire in che modo questa questione si intersecherà con le trattative iraniane. E se avrà degli impatti in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
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