True
2024-07-28
Utero in affitto. La propaganda dei Vip
iStock
Chi vuol rendere l’utero in affitto reato universale, come aspira a fare la maggioranza di governo in Italia, deve fare i conti con almeno due temibili avversari. Il primo è un business planetario, che se da un lato vale già svariati miliardi, dall’altro entro il 2032 dovrebbe arrivare a valerne 130, secondo una stima della società di consulenza e indagini di mercato Global Market Insight. Il secondo ostacolo di chi vuol limitare la maternità surrogata è la martellante propaganda con cui, da decenni, si tenta di far passare la mercificazione del grembo materno e la compravendita di neonati come gesto apprezzabile, perfino altruistico, stigmatizzando invece quelle forze politiche che osano opporsi alla trascrizione all’anagrafe di figli così ottenuti all’estero.
Come ogni propaganda, quella pro utero in affitto si basa su diverse strategie; le principali sono cinque. La prima è quella linguistica. I fautori di questa pratica, infatti, evitano di chiamarla col suo nome, preferendo all’espressione utero in affitto - ritenuta rude, quasi il problema fossero le parole e non l’oscena realtà che descrivono - quella di maternità surrogata o, meglio ancora, di «gestazione per altri», che nell’acronimo gpa comprime perfettamente il dramma di un figlio strappato dal seno materno dietro compenso. Si tratta di uno stratagemma già collaudato su altri temi etici, dall’aborto procurato ridotto a ivg alla fecondazione extracorporea chiamata fivet, per cui di sicura riuscita. Tanto che oggi, nei talk show televisivi, chi parla di utero in affitto viene zittito direttamente dai conduttori…
Un secondo trucco per propagandare la pratica in parola è la sua normalizzazione, che avviene da molti anni nelle serie tv. «L’utero in affitto», ha notato il giornalista Stelio Fergola nel libro La cultura della morte (La Vela), «è propagandato con energia dalle serie americane. Non che non se ne parli in ogni dove, ma quando ricorre viene proposto senza tanti complimenti in un’ottica permissiva». Gli esempi sono tanti. In Friends, ricorda sempre Fergola, Phoebe, una delle protagoniste, decide di portare in grembo l’ovulo fecondato del fratello e dell’anziana consorte, mentre in Everwood una donna, Nina, vende il proprio utero per consentire a una signora di 55 anni di avere un figlio. Nello scritto del 1944 Gli inglesi George Orwell, uno che di propaganda se ne intendeva, deplorava il fatto che «nell’Inghilterra degli ultimi 30 anni tutto è sembrato troppo naturale […] tanto che l’aborto, teoricamente illegale» pareva «nient’altro che un peccatuccio». Ebbene, il raccontare l’utero in affitto in film e serie tv come normale o «nient’altro che un peccatuccio» svolge una funzione di normalizzazione.
Il terzo livello propagandistico, assai legato al precedente, di cui gode l’utero in affitto è quello di passare per una cosa «da vip», quindi cui idealmente tendere. In effetti, l’elenco di volti noti che in questi anni sono ricorsi alla maternità surrogata è notevole: Elton John, Ricky Martin, Cristiano Ronaldo, Nicole Kidman, Robert De Niro, Paris Hilton, Sara Jessica Parker, Kim Kardashian, Tyra Banks, Cameron Diaz, Naomi Campbell, Tom Daley. Un insieme di personalità impressionante, che assicura alla surrogazione di maternità pubblicità immensa e lascia intendere che opporvisi sia da retrogradi, da bacchettoni rimasti ancorati al passato.
Un quarto trucco per propagandare l’utero in affitto è quello di affrontare l’argomento, sì, senza però scendere nei dettagli, perché potrebbe essere controproducente. Se ne sono accorti tre ricercatori spagnoli - Raffaello Ventura, Xosé Ramón Rodríguez-Polo e Carles Roca Cuberes - i quali hanno realizzato questo esperimento: hanno creato quattro gruppi di discussione, composti da sei-dieci persone ciascuno, a partire da un campione di 17 donne e 16 uomini di età giovane e adulta, e hanno sottoposto a tutti un servizio sulla maternità surrogata non di qualche emittente estremista, ma del programma iberico di notizie col più vasto seguito di pubblico.
Ebbene, i tre studiosi, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista Journal of Homosexuality, hanno registrato che, da com’era stato presentato il tema dell’utero in affitto in quel servizio - che era semplicemente giornalistico e raccontava delle coppie gay che vanno all’estero perché interessate ad avere figli -, il rischio è quello «sostenere un atteggiamento di ripudio nei confronti della maternità surrogata, con un sentimento avverso che si estende anche alle coppie omosessuali che desiderano diventare genitori».
Secondo Ventura e colleghi, ciò è dovuto al fatto che quel servizio parlava anche delle donne indiane, che diventano mamme surrogate perché spinte dalla povertà. Per questo i fautori dell’utero in affitto, che preferiscono chiamare gpa, spesso premettono di essere contrari allo sfruttamento della donna e di appoggiare solo la surrogazione di maternità altruistica. Piccolo problema: questa pratica, nei fatti, non esiste. E non esiste neppure dove la legge la prevede da decenni tipo Regno Unito, Paese in cui, denunciano femministe come Julie Bindel, «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione».
Il quinto e ultimo modo per sdoganare l’utero in affitto è quello non solo di non raccontare bene la pratica, ma di porre l’accento sul desiderio di genitorialità degli aspiranti genitori - senza far capire che trattasi di pretesa, più che di desiderio - e sul tema dei diritti; facendo questo, bisogna stare molto attenti a non porre troppa attenzione ai bambini, che vanno inquadrati solo in quanto motivo di gioia della coppia che si li è accaparrati. Sulla loro origine, sul fatto che siano stati scelti da un catalogo, quindi profumatamente pagati e ritirati - perché «conformi» (è capitato che figli «imperfetti» siano stati abbandonati dalle «amorevoli» coppie) -, il silenzio deve essere totale. Altrimenti come possono gli italiani, per lo più contrari all’utero in affitto, cambiare idea?
«Sarà reato anche per chi va all’estero. Un bimbo non è un bene cedibile»
«Noi con questa norma intendiamo tutelare la donna da una parte, affinché non diventi un mero strumento per la riproduzione, e dall’altra parte proteggiamo il bambino dal divenire un bene cedibile per contratto, privato del diritto di conoscere la sua identità biologica», spiega alla Verità la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, relatrice del disegno di legge che introduce il reato universale di maternità surrogata. Lo scorso 3 luglio la proposta, già licenziata dalla Camera, ha incassato il via libera dalla Commissione Giustizia del Senato. Il testo - che interviene sulla legge 40 del 2004, che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con una sanzione da 600.000 euro a 1 milione «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» - punta a estendere la perseguibilità del reato anche al cittadino italiano che faccia ricorso alla gestazione per altri all’estero. Il disegno di legge ora è pronto per l’Aula, dove probabilmente approderà a settembre con lo stesso testo approvato dalla Camera nel 2023. È infatti stato bocciato l’emendamento della Lega, poi trasformato in ordine del giorno, che prevedeva una ulteriore stretta, innalzando la reclusione fino a 10 anni e la multa fino a 2 milioni.
Senatrice, si ritiene soddisfatta del testo che arriverà in Aula?
«Sì, sicuramente, anche perché è assolutamente in linea con le sentenze emesse sul tema. La gestazione per altri è già un reato nel nostro ordinamento, previsto dalla legge n.40 del 2004 ma con questa proposta abbiamo seguito anche quello che è stato poi stabilito dalla Corte Costituzionale, con le sentenze del 2017, 2021 e 2022 dove si afferma che la maternità surrogata offende in modo intollerabile la dignità della donna, e dalla sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite con cui la maternità surrogata viene disapprovata, sia che sia praticata a titolo oneroso che gratuito».
Nessuna distinzione, quindi.
«Esatto, non c’è differenza. In Commissione, quando abbiamo fatto le audizioni, abbiamo discusso spesso di questa distinzione che da alcuni era ritenuta rilevante. In realtà il bene che la norma intende tutelare è la dignità umana quindi per noi non rileva che la maternità surrogata sia praticata a titolo oneroso o gratuito e ciò indipendentemente da chi vi faccia ricorso, coppie omosessuali o etero. Se accettiamo la surrogata gratuita, accettiamo in ogni caso che la donna diventi una macchina da riproduzione, ridotta a un mero contenitore di una vita che poi è destinata a qualcun altro. Separare la gestante dal figlio appena partorito è inoltre un atto violento che offende non solo le donne, ma tutti quanti. Non è un discorso uomo-donna, è un discorso di umanità».
La punibilità della condotta, compiuta anche all’estero, riguarda solo i cittadini italiani?
«Sì. A questo proposito, possiamo parlare di reato universale “ibrido”, perché in questo caso noi sanzioniamo la condotta del cittadino italiano, anche quando si sia svolta fuori dal territorio italiano».
Così però non si limita un po’ la portata della norma?
«Checché ne dicano le opposizioni, nell’elaborare questa proposta siamo andati col “fioretto”, perché ci rendiamo conto che si tratta di un ambito molto delicato».
Perciò le sanzioni non sono state inasprite, come chiedeva la Lega?
«Intorno alla scelta di ricorrere alla surrogata può esserci anche molta sofferenza. Non abbiamo voluto infierire. Abbiamo accolto un ordine del giorno presentato dalla Lega e anche un ordine del giorno presentato dal senatore Gasparri che prevede l’obbligo per i pubblici ufficiali, in sede di registrazione dell’atto di nascita, di chiedere in caso di bambini nati all’estero se si sia ricorso all’utero in affitto».
E nel caso una coppia, sia etero sia omosessuale, venga scoperta e quindi condannata per aver fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero, cosa succede al bambino?
«Questo è un aspetto che è stato oggetto di grandissima discussione in commissione Giustizia. La Cassazione ci ha indicato la strada, sicuramente perfettibile, dell’adozione in casi particolari. È una buona soluzione perché è una decisione sottoposta al vaglio del giudice».
È quindi escluso il carcere?
«A noi interessa tutelare il figlio. Dal rapporto di filiazione derivano anche e soprattutto degli obblighi, come per esempio l’obbligo al mantenimento. Per noi questa norma è di fondamentale importanza e di sicuro ci saranno ulteriori interventi per rendere più semplici le pratiche di adozione, sempre ovviamente fatte tutte le verifiche del caso».
L’opposizione ha comunque eretto le barricate, Partito democratico e Avs sono contrari in toto alla legge, mentre il M5s apriva alla volontarietà e gratuità della gpa.
«Ci viene rimproverato di voler fare delle norme “etiche”, ma non è così. Il diritto penale per sua natura sanziona dei comportamenti considerati di disvalore. Ed è esattamente ciò che intendiamo fare. Certo, la norma esisteva già, la surrogata è già illegale. Ma finora è stata aggirata recandosi all'estero, tendenzialmente Paesi poveri, dove le donne che affittano l’utero sono in condizioni sfavorevoli e vengono sfruttate».
Continua a leggereRiduci
Per normalizzare un business che nel 2032 toccherà i 130 miliardi ci si serve di serie tv e volti noti. Ma pure di astuzie linguistiche, ad esempio coprendo la brutalità della pratica con la sigla «gpa».La senatrice di Fdi Susanna Donatella Campione, relatrice del ddl che punisce la maternità surrogata: «Pure quella gratuita viola la dignità della persona»Lo speciale contiene due articoli Chi vuol rendere l’utero in affitto reato universale, come aspira a fare la maggioranza di governo in Italia, deve fare i conti con almeno due temibili avversari. Il primo è un business planetario, che se da un lato vale già svariati miliardi, dall’altro entro il 2032 dovrebbe arrivare a valerne 130, secondo una stima della società di consulenza e indagini di mercato Global Market Insight. Il secondo ostacolo di chi vuol limitare la maternità surrogata è la martellante propaganda con cui, da decenni, si tenta di far passare la mercificazione del grembo materno e la compravendita di neonati come gesto apprezzabile, perfino altruistico, stigmatizzando invece quelle forze politiche che osano opporsi alla trascrizione all’anagrafe di figli così ottenuti all’estero.Come ogni propaganda, quella pro utero in affitto si basa su diverse strategie; le principali sono cinque. La prima è quella linguistica. I fautori di questa pratica, infatti, evitano di chiamarla col suo nome, preferendo all’espressione utero in affitto - ritenuta rude, quasi il problema fossero le parole e non l’oscena realtà che descrivono - quella di maternità surrogata o, meglio ancora, di «gestazione per altri», che nell’acronimo gpa comprime perfettamente il dramma di un figlio strappato dal seno materno dietro compenso. Si tratta di uno stratagemma già collaudato su altri temi etici, dall’aborto procurato ridotto a ivg alla fecondazione extracorporea chiamata fivet, per cui di sicura riuscita. Tanto che oggi, nei talk show televisivi, chi parla di utero in affitto viene zittito direttamente dai conduttori…Un secondo trucco per propagandare la pratica in parola è la sua normalizzazione, che avviene da molti anni nelle serie tv. «L’utero in affitto», ha notato il giornalista Stelio Fergola nel libro La cultura della morte (La Vela), «è propagandato con energia dalle serie americane. Non che non se ne parli in ogni dove, ma quando ricorre viene proposto senza tanti complimenti in un’ottica permissiva». Gli esempi sono tanti. In Friends, ricorda sempre Fergola, Phoebe, una delle protagoniste, decide di portare in grembo l’ovulo fecondato del fratello e dell’anziana consorte, mentre in Everwood una donna, Nina, vende il proprio utero per consentire a una signora di 55 anni di avere un figlio. Nello scritto del 1944 Gli inglesi George Orwell, uno che di propaganda se ne intendeva, deplorava il fatto che «nell’Inghilterra degli ultimi 30 anni tutto è sembrato troppo naturale […] tanto che l’aborto, teoricamente illegale» pareva «nient’altro che un peccatuccio». Ebbene, il raccontare l’utero in affitto in film e serie tv come normale o «nient’altro che un peccatuccio» svolge una funzione di normalizzazione. Il terzo livello propagandistico, assai legato al precedente, di cui gode l’utero in affitto è quello di passare per una cosa «da vip», quindi cui idealmente tendere. In effetti, l’elenco di volti noti che in questi anni sono ricorsi alla maternità surrogata è notevole: Elton John, Ricky Martin, Cristiano Ronaldo, Nicole Kidman, Robert De Niro, Paris Hilton, Sara Jessica Parker, Kim Kardashian, Tyra Banks, Cameron Diaz, Naomi Campbell, Tom Daley. Un insieme di personalità impressionante, che assicura alla surrogazione di maternità pubblicità immensa e lascia intendere che opporvisi sia da retrogradi, da bacchettoni rimasti ancorati al passato. Un quarto trucco per propagandare l’utero in affitto è quello di affrontare l’argomento, sì, senza però scendere nei dettagli, perché potrebbe essere controproducente. Se ne sono accorti tre ricercatori spagnoli - Raffaello Ventura, Xosé Ramón Rodríguez-Polo e Carles Roca Cuberes - i quali hanno realizzato questo esperimento: hanno creato quattro gruppi di discussione, composti da sei-dieci persone ciascuno, a partire da un campione di 17 donne e 16 uomini di età giovane e adulta, e hanno sottoposto a tutti un servizio sulla maternità surrogata non di qualche emittente estremista, ma del programma iberico di notizie col più vasto seguito di pubblico.Ebbene, i tre studiosi, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista Journal of Homosexuality, hanno registrato che, da com’era stato presentato il tema dell’utero in affitto in quel servizio - che era semplicemente giornalistico e raccontava delle coppie gay che vanno all’estero perché interessate ad avere figli -, il rischio è quello «sostenere un atteggiamento di ripudio nei confronti della maternità surrogata, con un sentimento avverso che si estende anche alle coppie omosessuali che desiderano diventare genitori». Secondo Ventura e colleghi, ciò è dovuto al fatto che quel servizio parlava anche delle donne indiane, che diventano mamme surrogate perché spinte dalla povertà. Per questo i fautori dell’utero in affitto, che preferiscono chiamare gpa, spesso premettono di essere contrari allo sfruttamento della donna e di appoggiare solo la surrogazione di maternità altruistica. Piccolo problema: questa pratica, nei fatti, non esiste. E non esiste neppure dove la legge la prevede da decenni tipo Regno Unito, Paese in cui, denunciano femministe come Julie Bindel, «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione». Il quinto e ultimo modo per sdoganare l’utero in affitto è quello non solo di non raccontare bene la pratica, ma di porre l’accento sul desiderio di genitorialità degli aspiranti genitori - senza far capire che trattasi di pretesa, più che di desiderio - e sul tema dei diritti; facendo questo, bisogna stare molto attenti a non porre troppa attenzione ai bambini, che vanno inquadrati solo in quanto motivo di gioia della coppia che si li è accaparrati. Sulla loro origine, sul fatto che siano stati scelti da un catalogo, quindi profumatamente pagati e ritirati - perché «conformi» (è capitato che figli «imperfetti» siano stati abbandonati dalle «amorevoli» coppie) -, il silenzio deve essere totale. Altrimenti come possono gli italiani, per lo più contrari all’utero in affitto, cambiare idea?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/utero-in-affitto-la-propaganda-dei-vip-2668827925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sara-reato-anche-per-chi-va-allestero-un-bimbo-non-e-un-bene-cedibile" data-post-id="2668827925" data-published-at="1722155396" data-use-pagination="False"> «Sarà reato anche per chi va all’estero. Un bimbo non è un bene cedibile» «Noi con questa norma intendiamo tutelare la donna da una parte, affinché non diventi un mero strumento per la riproduzione, e dall’altra parte proteggiamo il bambino dal divenire un bene cedibile per contratto, privato del diritto di conoscere la sua identità biologica», spiega alla Verità la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, relatrice del disegno di legge che introduce il reato universale di maternità surrogata. Lo scorso 3 luglio la proposta, già licenziata dalla Camera, ha incassato il via libera dalla Commissione Giustizia del Senato. Il testo - che interviene sulla legge 40 del 2004, che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con una sanzione da 600.000 euro a 1 milione «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» - punta a estendere la perseguibilità del reato anche al cittadino italiano che faccia ricorso alla gestazione per altri all’estero. Il disegno di legge ora è pronto per l’Aula, dove probabilmente approderà a settembre con lo stesso testo approvato dalla Camera nel 2023. È infatti stato bocciato l’emendamento della Lega, poi trasformato in ordine del giorno, che prevedeva una ulteriore stretta, innalzando la reclusione fino a 10 anni e la multa fino a 2 milioni. Senatrice, si ritiene soddisfatta del testo che arriverà in Aula? «Sì, sicuramente, anche perché è assolutamente in linea con le sentenze emesse sul tema. La gestazione per altri è già un reato nel nostro ordinamento, previsto dalla legge n.40 del 2004 ma con questa proposta abbiamo seguito anche quello che è stato poi stabilito dalla Corte Costituzionale, con le sentenze del 2017, 2021 e 2022 dove si afferma che la maternità surrogata offende in modo intollerabile la dignità della donna, e dalla sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite con cui la maternità surrogata viene disapprovata, sia che sia praticata a titolo oneroso che gratuito». Nessuna distinzione, quindi. «Esatto, non c’è differenza. In Commissione, quando abbiamo fatto le audizioni, abbiamo discusso spesso di questa distinzione che da alcuni era ritenuta rilevante. In realtà il bene che la norma intende tutelare è la dignità umana quindi per noi non rileva che la maternità surrogata sia praticata a titolo oneroso o gratuito e ciò indipendentemente da chi vi faccia ricorso, coppie omosessuali o etero. Se accettiamo la surrogata gratuita, accettiamo in ogni caso che la donna diventi una macchina da riproduzione, ridotta a un mero contenitore di una vita che poi è destinata a qualcun altro. Separare la gestante dal figlio appena partorito è inoltre un atto violento che offende non solo le donne, ma tutti quanti. Non è un discorso uomo-donna, è un discorso di umanità». La punibilità della condotta, compiuta anche all’estero, riguarda solo i cittadini italiani? «Sì. A questo proposito, possiamo parlare di reato universale “ibrido”, perché in questo caso noi sanzioniamo la condotta del cittadino italiano, anche quando si sia svolta fuori dal territorio italiano». Così però non si limita un po’ la portata della norma? «Checché ne dicano le opposizioni, nell’elaborare questa proposta siamo andati col “fioretto”, perché ci rendiamo conto che si tratta di un ambito molto delicato». Perciò le sanzioni non sono state inasprite, come chiedeva la Lega? «Intorno alla scelta di ricorrere alla surrogata può esserci anche molta sofferenza. Non abbiamo voluto infierire. Abbiamo accolto un ordine del giorno presentato dalla Lega e anche un ordine del giorno presentato dal senatore Gasparri che prevede l’obbligo per i pubblici ufficiali, in sede di registrazione dell’atto di nascita, di chiedere in caso di bambini nati all’estero se si sia ricorso all’utero in affitto». E nel caso una coppia, sia etero sia omosessuale, venga scoperta e quindi condannata per aver fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero, cosa succede al bambino? «Questo è un aspetto che è stato oggetto di grandissima discussione in commissione Giustizia. La Cassazione ci ha indicato la strada, sicuramente perfettibile, dell’adozione in casi particolari. È una buona soluzione perché è una decisione sottoposta al vaglio del giudice». È quindi escluso il carcere? «A noi interessa tutelare il figlio. Dal rapporto di filiazione derivano anche e soprattutto degli obblighi, come per esempio l’obbligo al mantenimento. Per noi questa norma è di fondamentale importanza e di sicuro ci saranno ulteriori interventi per rendere più semplici le pratiche di adozione, sempre ovviamente fatte tutte le verifiche del caso». L’opposizione ha comunque eretto le barricate, Partito democratico e Avs sono contrari in toto alla legge, mentre il M5s apriva alla volontarietà e gratuità della gpa. «Ci viene rimproverato di voler fare delle norme “etiche”, ma non è così. Il diritto penale per sua natura sanziona dei comportamenti considerati di disvalore. Ed è esattamente ciò che intendiamo fare. Certo, la norma esisteva già, la surrogata è già illegale. Ma finora è stata aggirata recandosi all'estero, tendenzialmente Paesi poveri, dove le donne che affittano l’utero sono in condizioni sfavorevoli e vengono sfruttate».
Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
Continua a leggereRiduci
Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
Continua a leggereRiduci
Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
Continua a leggereRiduci
«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».