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2024-07-28
Utero in affitto. La propaganda dei Vip
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Chi vuol rendere l’utero in affitto reato universale, come aspira a fare la maggioranza di governo in Italia, deve fare i conti con almeno due temibili avversari. Il primo è un business planetario, che se da un lato vale già svariati miliardi, dall’altro entro il 2032 dovrebbe arrivare a valerne 130, secondo una stima della società di consulenza e indagini di mercato Global Market Insight. Il secondo ostacolo di chi vuol limitare la maternità surrogata è la martellante propaganda con cui, da decenni, si tenta di far passare la mercificazione del grembo materno e la compravendita di neonati come gesto apprezzabile, perfino altruistico, stigmatizzando invece quelle forze politiche che osano opporsi alla trascrizione all’anagrafe di figli così ottenuti all’estero.
Come ogni propaganda, quella pro utero in affitto si basa su diverse strategie; le principali sono cinque. La prima è quella linguistica. I fautori di questa pratica, infatti, evitano di chiamarla col suo nome, preferendo all’espressione utero in affitto - ritenuta rude, quasi il problema fossero le parole e non l’oscena realtà che descrivono - quella di maternità surrogata o, meglio ancora, di «gestazione per altri», che nell’acronimo gpa comprime perfettamente il dramma di un figlio strappato dal seno materno dietro compenso. Si tratta di uno stratagemma già collaudato su altri temi etici, dall’aborto procurato ridotto a ivg alla fecondazione extracorporea chiamata fivet, per cui di sicura riuscita. Tanto che oggi, nei talk show televisivi, chi parla di utero in affitto viene zittito direttamente dai conduttori…
Un secondo trucco per propagandare la pratica in parola è la sua normalizzazione, che avviene da molti anni nelle serie tv. «L’utero in affitto», ha notato il giornalista Stelio Fergola nel libro La cultura della morte (La Vela), «è propagandato con energia dalle serie americane. Non che non se ne parli in ogni dove, ma quando ricorre viene proposto senza tanti complimenti in un’ottica permissiva». Gli esempi sono tanti. In Friends, ricorda sempre Fergola, Phoebe, una delle protagoniste, decide di portare in grembo l’ovulo fecondato del fratello e dell’anziana consorte, mentre in Everwood una donna, Nina, vende il proprio utero per consentire a una signora di 55 anni di avere un figlio. Nello scritto del 1944 Gli inglesi George Orwell, uno che di propaganda se ne intendeva, deplorava il fatto che «nell’Inghilterra degli ultimi 30 anni tutto è sembrato troppo naturale […] tanto che l’aborto, teoricamente illegale» pareva «nient’altro che un peccatuccio». Ebbene, il raccontare l’utero in affitto in film e serie tv come normale o «nient’altro che un peccatuccio» svolge una funzione di normalizzazione.
Il terzo livello propagandistico, assai legato al precedente, di cui gode l’utero in affitto è quello di passare per una cosa «da vip», quindi cui idealmente tendere. In effetti, l’elenco di volti noti che in questi anni sono ricorsi alla maternità surrogata è notevole: Elton John, Ricky Martin, Cristiano Ronaldo, Nicole Kidman, Robert De Niro, Paris Hilton, Sara Jessica Parker, Kim Kardashian, Tyra Banks, Cameron Diaz, Naomi Campbell, Tom Daley. Un insieme di personalità impressionante, che assicura alla surrogazione di maternità pubblicità immensa e lascia intendere che opporvisi sia da retrogradi, da bacchettoni rimasti ancorati al passato.
Un quarto trucco per propagandare l’utero in affitto è quello di affrontare l’argomento, sì, senza però scendere nei dettagli, perché potrebbe essere controproducente. Se ne sono accorti tre ricercatori spagnoli - Raffaello Ventura, Xosé Ramón Rodríguez-Polo e Carles Roca Cuberes - i quali hanno realizzato questo esperimento: hanno creato quattro gruppi di discussione, composti da sei-dieci persone ciascuno, a partire da un campione di 17 donne e 16 uomini di età giovane e adulta, e hanno sottoposto a tutti un servizio sulla maternità surrogata non di qualche emittente estremista, ma del programma iberico di notizie col più vasto seguito di pubblico.
Ebbene, i tre studiosi, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista Journal of Homosexuality, hanno registrato che, da com’era stato presentato il tema dell’utero in affitto in quel servizio - che era semplicemente giornalistico e raccontava delle coppie gay che vanno all’estero perché interessate ad avere figli -, il rischio è quello «sostenere un atteggiamento di ripudio nei confronti della maternità surrogata, con un sentimento avverso che si estende anche alle coppie omosessuali che desiderano diventare genitori».
Secondo Ventura e colleghi, ciò è dovuto al fatto che quel servizio parlava anche delle donne indiane, che diventano mamme surrogate perché spinte dalla povertà. Per questo i fautori dell’utero in affitto, che preferiscono chiamare gpa, spesso premettono di essere contrari allo sfruttamento della donna e di appoggiare solo la surrogazione di maternità altruistica. Piccolo problema: questa pratica, nei fatti, non esiste. E non esiste neppure dove la legge la prevede da decenni tipo Regno Unito, Paese in cui, denunciano femministe come Julie Bindel, «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione».
Il quinto e ultimo modo per sdoganare l’utero in affitto è quello non solo di non raccontare bene la pratica, ma di porre l’accento sul desiderio di genitorialità degli aspiranti genitori - senza far capire che trattasi di pretesa, più che di desiderio - e sul tema dei diritti; facendo questo, bisogna stare molto attenti a non porre troppa attenzione ai bambini, che vanno inquadrati solo in quanto motivo di gioia della coppia che si li è accaparrati. Sulla loro origine, sul fatto che siano stati scelti da un catalogo, quindi profumatamente pagati e ritirati - perché «conformi» (è capitato che figli «imperfetti» siano stati abbandonati dalle «amorevoli» coppie) -, il silenzio deve essere totale. Altrimenti come possono gli italiani, per lo più contrari all’utero in affitto, cambiare idea?
«Sarà reato anche per chi va all’estero. Un bimbo non è un bene cedibile»
«Noi con questa norma intendiamo tutelare la donna da una parte, affinché non diventi un mero strumento per la riproduzione, e dall’altra parte proteggiamo il bambino dal divenire un bene cedibile per contratto, privato del diritto di conoscere la sua identità biologica», spiega alla Verità la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, relatrice del disegno di legge che introduce il reato universale di maternità surrogata. Lo scorso 3 luglio la proposta, già licenziata dalla Camera, ha incassato il via libera dalla Commissione Giustizia del Senato. Il testo - che interviene sulla legge 40 del 2004, che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con una sanzione da 600.000 euro a 1 milione «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» - punta a estendere la perseguibilità del reato anche al cittadino italiano che faccia ricorso alla gestazione per altri all’estero. Il disegno di legge ora è pronto per l’Aula, dove probabilmente approderà a settembre con lo stesso testo approvato dalla Camera nel 2023. È infatti stato bocciato l’emendamento della Lega, poi trasformato in ordine del giorno, che prevedeva una ulteriore stretta, innalzando la reclusione fino a 10 anni e la multa fino a 2 milioni.
Senatrice, si ritiene soddisfatta del testo che arriverà in Aula?
«Sì, sicuramente, anche perché è assolutamente in linea con le sentenze emesse sul tema. La gestazione per altri è già un reato nel nostro ordinamento, previsto dalla legge n.40 del 2004 ma con questa proposta abbiamo seguito anche quello che è stato poi stabilito dalla Corte Costituzionale, con le sentenze del 2017, 2021 e 2022 dove si afferma che la maternità surrogata offende in modo intollerabile la dignità della donna, e dalla sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite con cui la maternità surrogata viene disapprovata, sia che sia praticata a titolo oneroso che gratuito».
Nessuna distinzione, quindi.
«Esatto, non c’è differenza. In Commissione, quando abbiamo fatto le audizioni, abbiamo discusso spesso di questa distinzione che da alcuni era ritenuta rilevante. In realtà il bene che la norma intende tutelare è la dignità umana quindi per noi non rileva che la maternità surrogata sia praticata a titolo oneroso o gratuito e ciò indipendentemente da chi vi faccia ricorso, coppie omosessuali o etero. Se accettiamo la surrogata gratuita, accettiamo in ogni caso che la donna diventi una macchina da riproduzione, ridotta a un mero contenitore di una vita che poi è destinata a qualcun altro. Separare la gestante dal figlio appena partorito è inoltre un atto violento che offende non solo le donne, ma tutti quanti. Non è un discorso uomo-donna, è un discorso di umanità».
La punibilità della condotta, compiuta anche all’estero, riguarda solo i cittadini italiani?
«Sì. A questo proposito, possiamo parlare di reato universale “ibrido”, perché in questo caso noi sanzioniamo la condotta del cittadino italiano, anche quando si sia svolta fuori dal territorio italiano».
Così però non si limita un po’ la portata della norma?
«Checché ne dicano le opposizioni, nell’elaborare questa proposta siamo andati col “fioretto”, perché ci rendiamo conto che si tratta di un ambito molto delicato».
Perciò le sanzioni non sono state inasprite, come chiedeva la Lega?
«Intorno alla scelta di ricorrere alla surrogata può esserci anche molta sofferenza. Non abbiamo voluto infierire. Abbiamo accolto un ordine del giorno presentato dalla Lega e anche un ordine del giorno presentato dal senatore Gasparri che prevede l’obbligo per i pubblici ufficiali, in sede di registrazione dell’atto di nascita, di chiedere in caso di bambini nati all’estero se si sia ricorso all’utero in affitto».
E nel caso una coppia, sia etero sia omosessuale, venga scoperta e quindi condannata per aver fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero, cosa succede al bambino?
«Questo è un aspetto che è stato oggetto di grandissima discussione in commissione Giustizia. La Cassazione ci ha indicato la strada, sicuramente perfettibile, dell’adozione in casi particolari. È una buona soluzione perché è una decisione sottoposta al vaglio del giudice».
È quindi escluso il carcere?
«A noi interessa tutelare il figlio. Dal rapporto di filiazione derivano anche e soprattutto degli obblighi, come per esempio l’obbligo al mantenimento. Per noi questa norma è di fondamentale importanza e di sicuro ci saranno ulteriori interventi per rendere più semplici le pratiche di adozione, sempre ovviamente fatte tutte le verifiche del caso».
L’opposizione ha comunque eretto le barricate, Partito democratico e Avs sono contrari in toto alla legge, mentre il M5s apriva alla volontarietà e gratuità della gpa.
«Ci viene rimproverato di voler fare delle norme “etiche”, ma non è così. Il diritto penale per sua natura sanziona dei comportamenti considerati di disvalore. Ed è esattamente ciò che intendiamo fare. Certo, la norma esisteva già, la surrogata è già illegale. Ma finora è stata aggirata recandosi all'estero, tendenzialmente Paesi poveri, dove le donne che affittano l’utero sono in condizioni sfavorevoli e vengono sfruttate».
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Per normalizzare un business che nel 2032 toccherà i 130 miliardi ci si serve di serie tv e volti noti. Ma pure di astuzie linguistiche, ad esempio coprendo la brutalità della pratica con la sigla «gpa».La senatrice di Fdi Susanna Donatella Campione, relatrice del ddl che punisce la maternità surrogata: «Pure quella gratuita viola la dignità della persona»Lo speciale contiene due articoli Chi vuol rendere l’utero in affitto reato universale, come aspira a fare la maggioranza di governo in Italia, deve fare i conti con almeno due temibili avversari. Il primo è un business planetario, che se da un lato vale già svariati miliardi, dall’altro entro il 2032 dovrebbe arrivare a valerne 130, secondo una stima della società di consulenza e indagini di mercato Global Market Insight. Il secondo ostacolo di chi vuol limitare la maternità surrogata è la martellante propaganda con cui, da decenni, si tenta di far passare la mercificazione del grembo materno e la compravendita di neonati come gesto apprezzabile, perfino altruistico, stigmatizzando invece quelle forze politiche che osano opporsi alla trascrizione all’anagrafe di figli così ottenuti all’estero.Come ogni propaganda, quella pro utero in affitto si basa su diverse strategie; le principali sono cinque. La prima è quella linguistica. I fautori di questa pratica, infatti, evitano di chiamarla col suo nome, preferendo all’espressione utero in affitto - ritenuta rude, quasi il problema fossero le parole e non l’oscena realtà che descrivono - quella di maternità surrogata o, meglio ancora, di «gestazione per altri», che nell’acronimo gpa comprime perfettamente il dramma di un figlio strappato dal seno materno dietro compenso. Si tratta di uno stratagemma già collaudato su altri temi etici, dall’aborto procurato ridotto a ivg alla fecondazione extracorporea chiamata fivet, per cui di sicura riuscita. Tanto che oggi, nei talk show televisivi, chi parla di utero in affitto viene zittito direttamente dai conduttori…Un secondo trucco per propagandare la pratica in parola è la sua normalizzazione, che avviene da molti anni nelle serie tv. «L’utero in affitto», ha notato il giornalista Stelio Fergola nel libro La cultura della morte (La Vela), «è propagandato con energia dalle serie americane. Non che non se ne parli in ogni dove, ma quando ricorre viene proposto senza tanti complimenti in un’ottica permissiva». Gli esempi sono tanti. In Friends, ricorda sempre Fergola, Phoebe, una delle protagoniste, decide di portare in grembo l’ovulo fecondato del fratello e dell’anziana consorte, mentre in Everwood una donna, Nina, vende il proprio utero per consentire a una signora di 55 anni di avere un figlio. Nello scritto del 1944 Gli inglesi George Orwell, uno che di propaganda se ne intendeva, deplorava il fatto che «nell’Inghilterra degli ultimi 30 anni tutto è sembrato troppo naturale […] tanto che l’aborto, teoricamente illegale» pareva «nient’altro che un peccatuccio». Ebbene, il raccontare l’utero in affitto in film e serie tv come normale o «nient’altro che un peccatuccio» svolge una funzione di normalizzazione. Il terzo livello propagandistico, assai legato al precedente, di cui gode l’utero in affitto è quello di passare per una cosa «da vip», quindi cui idealmente tendere. In effetti, l’elenco di volti noti che in questi anni sono ricorsi alla maternità surrogata è notevole: Elton John, Ricky Martin, Cristiano Ronaldo, Nicole Kidman, Robert De Niro, Paris Hilton, Sara Jessica Parker, Kim Kardashian, Tyra Banks, Cameron Diaz, Naomi Campbell, Tom Daley. Un insieme di personalità impressionante, che assicura alla surrogazione di maternità pubblicità immensa e lascia intendere che opporvisi sia da retrogradi, da bacchettoni rimasti ancorati al passato. Un quarto trucco per propagandare l’utero in affitto è quello di affrontare l’argomento, sì, senza però scendere nei dettagli, perché potrebbe essere controproducente. Se ne sono accorti tre ricercatori spagnoli - Raffaello Ventura, Xosé Ramón Rodríguez-Polo e Carles Roca Cuberes - i quali hanno realizzato questo esperimento: hanno creato quattro gruppi di discussione, composti da sei-dieci persone ciascuno, a partire da un campione di 17 donne e 16 uomini di età giovane e adulta, e hanno sottoposto a tutti un servizio sulla maternità surrogata non di qualche emittente estremista, ma del programma iberico di notizie col più vasto seguito di pubblico.Ebbene, i tre studiosi, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista Journal of Homosexuality, hanno registrato che, da com’era stato presentato il tema dell’utero in affitto in quel servizio - che era semplicemente giornalistico e raccontava delle coppie gay che vanno all’estero perché interessate ad avere figli -, il rischio è quello «sostenere un atteggiamento di ripudio nei confronti della maternità surrogata, con un sentimento avverso che si estende anche alle coppie omosessuali che desiderano diventare genitori». Secondo Ventura e colleghi, ciò è dovuto al fatto che quel servizio parlava anche delle donne indiane, che diventano mamme surrogate perché spinte dalla povertà. Per questo i fautori dell’utero in affitto, che preferiscono chiamare gpa, spesso premettono di essere contrari allo sfruttamento della donna e di appoggiare solo la surrogazione di maternità altruistica. Piccolo problema: questa pratica, nei fatti, non esiste. E non esiste neppure dove la legge la prevede da decenni tipo Regno Unito, Paese in cui, denunciano femministe come Julie Bindel, «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione». Il quinto e ultimo modo per sdoganare l’utero in affitto è quello non solo di non raccontare bene la pratica, ma di porre l’accento sul desiderio di genitorialità degli aspiranti genitori - senza far capire che trattasi di pretesa, più che di desiderio - e sul tema dei diritti; facendo questo, bisogna stare molto attenti a non porre troppa attenzione ai bambini, che vanno inquadrati solo in quanto motivo di gioia della coppia che si li è accaparrati. Sulla loro origine, sul fatto che siano stati scelti da un catalogo, quindi profumatamente pagati e ritirati - perché «conformi» (è capitato che figli «imperfetti» siano stati abbandonati dalle «amorevoli» coppie) -, il silenzio deve essere totale. Altrimenti come possono gli italiani, per lo più contrari all’utero in affitto, cambiare idea?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/utero-in-affitto-la-propaganda-dei-vip-2668827925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sara-reato-anche-per-chi-va-allestero-un-bimbo-non-e-un-bene-cedibile" data-post-id="2668827925" data-published-at="1722155396" data-use-pagination="False"> «Sarà reato anche per chi va all’estero. Un bimbo non è un bene cedibile» «Noi con questa norma intendiamo tutelare la donna da una parte, affinché non diventi un mero strumento per la riproduzione, e dall’altra parte proteggiamo il bambino dal divenire un bene cedibile per contratto, privato del diritto di conoscere la sua identità biologica», spiega alla Verità la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, relatrice del disegno di legge che introduce il reato universale di maternità surrogata. Lo scorso 3 luglio la proposta, già licenziata dalla Camera, ha incassato il via libera dalla Commissione Giustizia del Senato. Il testo - che interviene sulla legge 40 del 2004, che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con una sanzione da 600.000 euro a 1 milione «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» - punta a estendere la perseguibilità del reato anche al cittadino italiano che faccia ricorso alla gestazione per altri all’estero. Il disegno di legge ora è pronto per l’Aula, dove probabilmente approderà a settembre con lo stesso testo approvato dalla Camera nel 2023. È infatti stato bocciato l’emendamento della Lega, poi trasformato in ordine del giorno, che prevedeva una ulteriore stretta, innalzando la reclusione fino a 10 anni e la multa fino a 2 milioni. Senatrice, si ritiene soddisfatta del testo che arriverà in Aula? «Sì, sicuramente, anche perché è assolutamente in linea con le sentenze emesse sul tema. La gestazione per altri è già un reato nel nostro ordinamento, previsto dalla legge n.40 del 2004 ma con questa proposta abbiamo seguito anche quello che è stato poi stabilito dalla Corte Costituzionale, con le sentenze del 2017, 2021 e 2022 dove si afferma che la maternità surrogata offende in modo intollerabile la dignità della donna, e dalla sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite con cui la maternità surrogata viene disapprovata, sia che sia praticata a titolo oneroso che gratuito». Nessuna distinzione, quindi. «Esatto, non c’è differenza. In Commissione, quando abbiamo fatto le audizioni, abbiamo discusso spesso di questa distinzione che da alcuni era ritenuta rilevante. In realtà il bene che la norma intende tutelare è la dignità umana quindi per noi non rileva che la maternità surrogata sia praticata a titolo oneroso o gratuito e ciò indipendentemente da chi vi faccia ricorso, coppie omosessuali o etero. Se accettiamo la surrogata gratuita, accettiamo in ogni caso che la donna diventi una macchina da riproduzione, ridotta a un mero contenitore di una vita che poi è destinata a qualcun altro. Separare la gestante dal figlio appena partorito è inoltre un atto violento che offende non solo le donne, ma tutti quanti. Non è un discorso uomo-donna, è un discorso di umanità». La punibilità della condotta, compiuta anche all’estero, riguarda solo i cittadini italiani? «Sì. A questo proposito, possiamo parlare di reato universale “ibrido”, perché in questo caso noi sanzioniamo la condotta del cittadino italiano, anche quando si sia svolta fuori dal territorio italiano». Così però non si limita un po’ la portata della norma? «Checché ne dicano le opposizioni, nell’elaborare questa proposta siamo andati col “fioretto”, perché ci rendiamo conto che si tratta di un ambito molto delicato». Perciò le sanzioni non sono state inasprite, come chiedeva la Lega? «Intorno alla scelta di ricorrere alla surrogata può esserci anche molta sofferenza. Non abbiamo voluto infierire. Abbiamo accolto un ordine del giorno presentato dalla Lega e anche un ordine del giorno presentato dal senatore Gasparri che prevede l’obbligo per i pubblici ufficiali, in sede di registrazione dell’atto di nascita, di chiedere in caso di bambini nati all’estero se si sia ricorso all’utero in affitto». E nel caso una coppia, sia etero sia omosessuale, venga scoperta e quindi condannata per aver fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero, cosa succede al bambino? «Questo è un aspetto che è stato oggetto di grandissima discussione in commissione Giustizia. La Cassazione ci ha indicato la strada, sicuramente perfettibile, dell’adozione in casi particolari. È una buona soluzione perché è una decisione sottoposta al vaglio del giudice». È quindi escluso il carcere? «A noi interessa tutelare il figlio. Dal rapporto di filiazione derivano anche e soprattutto degli obblighi, come per esempio l’obbligo al mantenimento. Per noi questa norma è di fondamentale importanza e di sicuro ci saranno ulteriori interventi per rendere più semplici le pratiche di adozione, sempre ovviamente fatte tutte le verifiche del caso». L’opposizione ha comunque eretto le barricate, Partito democratico e Avs sono contrari in toto alla legge, mentre il M5s apriva alla volontarietà e gratuità della gpa. «Ci viene rimproverato di voler fare delle norme “etiche”, ma non è così. Il diritto penale per sua natura sanziona dei comportamenti considerati di disvalore. Ed è esattamente ciò che intendiamo fare. Certo, la norma esisteva già, la surrogata è già illegale. Ma finora è stata aggirata recandosi all'estero, tendenzialmente Paesi poveri, dove le donne che affittano l’utero sono in condizioni sfavorevoli e vengono sfruttate».
Un testo d’intesa di circa due pagine, ribattezzato «Memorandum di Islamabad», ha posto fine alle ostilità tra Stati Uniti e Iran, aprendo però la strada a nuovi colloqui che dovrebbero proseguire nei prossimi 60 giorni. L’accordo prevede la sospensione immediata della guerra e l’interruzione delle operazioni militari sui fronti coinvolti. Restano però aperte diverse questioni centrali per il futuro negoziato, a partire dalle garanzie sul programma nucleare iraniano, dalle sanzioni internazionali e dagli equilibri regionali.
Giorgia Meloni insieme alla premier giapponese Sanae Takaichi (Ansa)
Malgrado i propositi di compiere scelte che «invieranno un segnale chiaro sulla nostra volontà di agire, di cooperare e di difendere i principi che sono alla base della stabilità globale», enunciati dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, tra i protagonisti del summit non c’è unità di intenti e di interessi nell’elaborare risposte di fronte alle urgenti sfide globali. In un clima di forti tensioni, sia internazionali sia locali, dopo gli scontri scoppiati domenica a Ginevra fra manifestanti anti G7 e polizia, le questioni aperte sono tante, non solo belliche.
«Gli squilibri globali sono un tema centrale di questo vertice», ha dichiarato Von der Leyen. Con un riferimento esplicito a Pechino: «Se guardiamo al 2025, questo anno verrà ricordato come quello in cui, per la prima volta in assoluto, tutti gli Stati membri hanno registrato un deficit commerciale con la Cina». Per la Ue si parla di 360 miliardi di euro. «Naturalmente questo non è sostenibile», ha commentato la presidente, ribadendo la strategia Ue del derisking che si concentra sulla mitigazione dei rischi e sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, allo scopo di ridurre l’esposizione verso un singolo mercato.
Nella località termale dell’Alta Savoia, incastonata tra le montagne da un lato e il lago di Ginevra e il confine svizzero dall’altro, fino al 17 giugno Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito discuteranno assieme all’Unione europea di Medio Oriente, di Ucraina, di squilibri economici globali, di dazi, di partenariati e solidarietà internazionali ma anche di intelligenza artificiale. La presidenza francese ha inoltre invitato i leader di diversi Paesi quali India, Brasile, Egitto Qatar e Emirati Arabi Uniti a partecipare ad alcune sessioni di lavoro.
Tra imponenti misure di sicurezza, il vertice ha preso il via nella serata di lunedì, dopo l’arrivo all’Evian Resort (che comprende l’hotel a 5 stelle Le Royal, dove alloggeranno i leader e le loro delegazioni) dei big internazionali che hanno preso parte a una cena di lavoro dal tema: «Affrontare insieme le grandi sfide internazionali». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato l’ultimo ad arrivare a Ginevra, poco dopo la premier Giorgia Meloni accompagnata dalla figlia Ginevra. Alla bimba, il presidente della Confederazione svizzera, Guy Parmelin, ha regalato una confezione da 80 matite Caran d’Ache. Dall’aeroporto tutti i leader hanno proseguito il viaggio in elicottero, verso la vicina città francese.
L’ospite più atteso era ovviamente il neo ottantenne Donald Trump. Prima di atterrare in Svizzera lunedì pomeriggio con l’Air Force One, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario al Tesoro Scott Bessent, aveva lanciato sul suo social Truth l’ennesima provocazione. «Purtroppo, se importi persone dai Paesi del Terzo mondo, diventi rapidamente un Paese del Terzo mondo; e non c’è nulla che tu possa fare al riguardo», ha scritto il presidente.
Il primo incontro l’ha avuto con Emmanuel Macron, che aveva dichiarato di volere «una discussione rispettosa ma ferma» con l’inquilino della Casa Bianca, il quale, prima del vertice, aveva minacciato di imporre dazi del 100% sul vino francese se Parigi non avesse abolito la tassa sui servizi digitali. Al termine del bilaterale, Trump ha annunciato che, ora che la situazione in Medio Oriente si è calmata, si concentrerà «sulla guerra in Ucraina».
Prima del vertice, a Roma si è svolto il bilaterale tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la premier giapponese Sanae Takaichi. Sostenere gli investimenti reciproci, aprire i rispettivi mercati, far crescere l’interscambio è l’obiettivo che si danno i due Paesi. Tra le nuove iniziative annunciate, un dialogo bilaterale strutturato per costruire sinergie tra il piano Mattei italiano e la Tokyo International Conference on African Developoment (Ticad), che promuove le relazioni con i governi in Africa.
Così pure una collaborazione sull’Artico,«che è uno chiaramente dei quadranti strategici del presente e del futuro», ha sottolineato Meloni; la cooperazione spaziale e altre sinergie. Per il 2027 è prevista una nuova riunione dell’Italy Japan Business Group. Takaichi si è augurata che il progetto del ponte sullo stretto di Messina «possa realizzarsi al più presto», facendo leva «su know-how ed esperienze del Giappone».
Il premier nipponico «è una leader pragmatica e concreta, convinta come me che Italia e Giappone siano alleati strategici», ha dichiarato Meloni. «Con Sanae ci siamo incontrate a gennaio a Tokyo e abbiamo fissato insieme degli obiettivi concreti che vogliamo raggiungere e, siccome siamo due donne a capo delle loro nazioni, li abbiamo raggiunti in pochi mesi».
E c’è anche chi preme perché sia finalizzato l’Accordo pandemico dell’Oms adottato un anno fa. In una lettera aperta congiunta, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, e il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva hanno esortato i leader del G7 a finalizzare il trattato sulle pandemie. «L’umanità ha promesso di non affrontare mai più una sfida simile impreparata», ripetendo l’ennesimo allarme: «Un virus lasciato libero di diffondersi in un luogo finirà per raggiungere tutti».
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