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2024-07-28
Utero in affitto. La propaganda dei Vip
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Chi vuol rendere l’utero in affitto reato universale, come aspira a fare la maggioranza di governo in Italia, deve fare i conti con almeno due temibili avversari. Il primo è un business planetario, che se da un lato vale già svariati miliardi, dall’altro entro il 2032 dovrebbe arrivare a valerne 130, secondo una stima della società di consulenza e indagini di mercato Global Market Insight. Il secondo ostacolo di chi vuol limitare la maternità surrogata è la martellante propaganda con cui, da decenni, si tenta di far passare la mercificazione del grembo materno e la compravendita di neonati come gesto apprezzabile, perfino altruistico, stigmatizzando invece quelle forze politiche che osano opporsi alla trascrizione all’anagrafe di figli così ottenuti all’estero.
Come ogni propaganda, quella pro utero in affitto si basa su diverse strategie; le principali sono cinque. La prima è quella linguistica. I fautori di questa pratica, infatti, evitano di chiamarla col suo nome, preferendo all’espressione utero in affitto - ritenuta rude, quasi il problema fossero le parole e non l’oscena realtà che descrivono - quella di maternità surrogata o, meglio ancora, di «gestazione per altri», che nell’acronimo gpa comprime perfettamente il dramma di un figlio strappato dal seno materno dietro compenso. Si tratta di uno stratagemma già collaudato su altri temi etici, dall’aborto procurato ridotto a ivg alla fecondazione extracorporea chiamata fivet, per cui di sicura riuscita. Tanto che oggi, nei talk show televisivi, chi parla di utero in affitto viene zittito direttamente dai conduttori…
Un secondo trucco per propagandare la pratica in parola è la sua normalizzazione, che avviene da molti anni nelle serie tv. «L’utero in affitto», ha notato il giornalista Stelio Fergola nel libro La cultura della morte (La Vela), «è propagandato con energia dalle serie americane. Non che non se ne parli in ogni dove, ma quando ricorre viene proposto senza tanti complimenti in un’ottica permissiva». Gli esempi sono tanti. In Friends, ricorda sempre Fergola, Phoebe, una delle protagoniste, decide di portare in grembo l’ovulo fecondato del fratello e dell’anziana consorte, mentre in Everwood una donna, Nina, vende il proprio utero per consentire a una signora di 55 anni di avere un figlio. Nello scritto del 1944 Gli inglesi George Orwell, uno che di propaganda se ne intendeva, deplorava il fatto che «nell’Inghilterra degli ultimi 30 anni tutto è sembrato troppo naturale […] tanto che l’aborto, teoricamente illegale» pareva «nient’altro che un peccatuccio». Ebbene, il raccontare l’utero in affitto in film e serie tv come normale o «nient’altro che un peccatuccio» svolge una funzione di normalizzazione.
Il terzo livello propagandistico, assai legato al precedente, di cui gode l’utero in affitto è quello di passare per una cosa «da vip», quindi cui idealmente tendere. In effetti, l’elenco di volti noti che in questi anni sono ricorsi alla maternità surrogata è notevole: Elton John, Ricky Martin, Cristiano Ronaldo, Nicole Kidman, Robert De Niro, Paris Hilton, Sara Jessica Parker, Kim Kardashian, Tyra Banks, Cameron Diaz, Naomi Campbell, Tom Daley. Un insieme di personalità impressionante, che assicura alla surrogazione di maternità pubblicità immensa e lascia intendere che opporvisi sia da retrogradi, da bacchettoni rimasti ancorati al passato.
Un quarto trucco per propagandare l’utero in affitto è quello di affrontare l’argomento, sì, senza però scendere nei dettagli, perché potrebbe essere controproducente. Se ne sono accorti tre ricercatori spagnoli - Raffaello Ventura, Xosé Ramón Rodríguez-Polo e Carles Roca Cuberes - i quali hanno realizzato questo esperimento: hanno creato quattro gruppi di discussione, composti da sei-dieci persone ciascuno, a partire da un campione di 17 donne e 16 uomini di età giovane e adulta, e hanno sottoposto a tutti un servizio sulla maternità surrogata non di qualche emittente estremista, ma del programma iberico di notizie col più vasto seguito di pubblico.
Ebbene, i tre studiosi, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista Journal of Homosexuality, hanno registrato che, da com’era stato presentato il tema dell’utero in affitto in quel servizio - che era semplicemente giornalistico e raccontava delle coppie gay che vanno all’estero perché interessate ad avere figli -, il rischio è quello «sostenere un atteggiamento di ripudio nei confronti della maternità surrogata, con un sentimento avverso che si estende anche alle coppie omosessuali che desiderano diventare genitori».
Secondo Ventura e colleghi, ciò è dovuto al fatto che quel servizio parlava anche delle donne indiane, che diventano mamme surrogate perché spinte dalla povertà. Per questo i fautori dell’utero in affitto, che preferiscono chiamare gpa, spesso premettono di essere contrari allo sfruttamento della donna e di appoggiare solo la surrogazione di maternità altruistica. Piccolo problema: questa pratica, nei fatti, non esiste. E non esiste neppure dove la legge la prevede da decenni tipo Regno Unito, Paese in cui, denunciano femministe come Julie Bindel, «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione».
Il quinto e ultimo modo per sdoganare l’utero in affitto è quello non solo di non raccontare bene la pratica, ma di porre l’accento sul desiderio di genitorialità degli aspiranti genitori - senza far capire che trattasi di pretesa, più che di desiderio - e sul tema dei diritti; facendo questo, bisogna stare molto attenti a non porre troppa attenzione ai bambini, che vanno inquadrati solo in quanto motivo di gioia della coppia che si li è accaparrati. Sulla loro origine, sul fatto che siano stati scelti da un catalogo, quindi profumatamente pagati e ritirati - perché «conformi» (è capitato che figli «imperfetti» siano stati abbandonati dalle «amorevoli» coppie) -, il silenzio deve essere totale. Altrimenti come possono gli italiani, per lo più contrari all’utero in affitto, cambiare idea?
«Sarà reato anche per chi va all’estero. Un bimbo non è un bene cedibile»
«Noi con questa norma intendiamo tutelare la donna da una parte, affinché non diventi un mero strumento per la riproduzione, e dall’altra parte proteggiamo il bambino dal divenire un bene cedibile per contratto, privato del diritto di conoscere la sua identità biologica», spiega alla Verità la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, relatrice del disegno di legge che introduce il reato universale di maternità surrogata. Lo scorso 3 luglio la proposta, già licenziata dalla Camera, ha incassato il via libera dalla Commissione Giustizia del Senato. Il testo - che interviene sulla legge 40 del 2004, che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con una sanzione da 600.000 euro a 1 milione «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» - punta a estendere la perseguibilità del reato anche al cittadino italiano che faccia ricorso alla gestazione per altri all’estero. Il disegno di legge ora è pronto per l’Aula, dove probabilmente approderà a settembre con lo stesso testo approvato dalla Camera nel 2023. È infatti stato bocciato l’emendamento della Lega, poi trasformato in ordine del giorno, che prevedeva una ulteriore stretta, innalzando la reclusione fino a 10 anni e la multa fino a 2 milioni.
Senatrice, si ritiene soddisfatta del testo che arriverà in Aula?
«Sì, sicuramente, anche perché è assolutamente in linea con le sentenze emesse sul tema. La gestazione per altri è già un reato nel nostro ordinamento, previsto dalla legge n.40 del 2004 ma con questa proposta abbiamo seguito anche quello che è stato poi stabilito dalla Corte Costituzionale, con le sentenze del 2017, 2021 e 2022 dove si afferma che la maternità surrogata offende in modo intollerabile la dignità della donna, e dalla sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite con cui la maternità surrogata viene disapprovata, sia che sia praticata a titolo oneroso che gratuito».
Nessuna distinzione, quindi.
«Esatto, non c’è differenza. In Commissione, quando abbiamo fatto le audizioni, abbiamo discusso spesso di questa distinzione che da alcuni era ritenuta rilevante. In realtà il bene che la norma intende tutelare è la dignità umana quindi per noi non rileva che la maternità surrogata sia praticata a titolo oneroso o gratuito e ciò indipendentemente da chi vi faccia ricorso, coppie omosessuali o etero. Se accettiamo la surrogata gratuita, accettiamo in ogni caso che la donna diventi una macchina da riproduzione, ridotta a un mero contenitore di una vita che poi è destinata a qualcun altro. Separare la gestante dal figlio appena partorito è inoltre un atto violento che offende non solo le donne, ma tutti quanti. Non è un discorso uomo-donna, è un discorso di umanità».
La punibilità della condotta, compiuta anche all’estero, riguarda solo i cittadini italiani?
«Sì. A questo proposito, possiamo parlare di reato universale “ibrido”, perché in questo caso noi sanzioniamo la condotta del cittadino italiano, anche quando si sia svolta fuori dal territorio italiano».
Così però non si limita un po’ la portata della norma?
«Checché ne dicano le opposizioni, nell’elaborare questa proposta siamo andati col “fioretto”, perché ci rendiamo conto che si tratta di un ambito molto delicato».
Perciò le sanzioni non sono state inasprite, come chiedeva la Lega?
«Intorno alla scelta di ricorrere alla surrogata può esserci anche molta sofferenza. Non abbiamo voluto infierire. Abbiamo accolto un ordine del giorno presentato dalla Lega e anche un ordine del giorno presentato dal senatore Gasparri che prevede l’obbligo per i pubblici ufficiali, in sede di registrazione dell’atto di nascita, di chiedere in caso di bambini nati all’estero se si sia ricorso all’utero in affitto».
E nel caso una coppia, sia etero sia omosessuale, venga scoperta e quindi condannata per aver fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero, cosa succede al bambino?
«Questo è un aspetto che è stato oggetto di grandissima discussione in commissione Giustizia. La Cassazione ci ha indicato la strada, sicuramente perfettibile, dell’adozione in casi particolari. È una buona soluzione perché è una decisione sottoposta al vaglio del giudice».
È quindi escluso il carcere?
«A noi interessa tutelare il figlio. Dal rapporto di filiazione derivano anche e soprattutto degli obblighi, come per esempio l’obbligo al mantenimento. Per noi questa norma è di fondamentale importanza e di sicuro ci saranno ulteriori interventi per rendere più semplici le pratiche di adozione, sempre ovviamente fatte tutte le verifiche del caso».
L’opposizione ha comunque eretto le barricate, Partito democratico e Avs sono contrari in toto alla legge, mentre il M5s apriva alla volontarietà e gratuità della gpa.
«Ci viene rimproverato di voler fare delle norme “etiche”, ma non è così. Il diritto penale per sua natura sanziona dei comportamenti considerati di disvalore. Ed è esattamente ciò che intendiamo fare. Certo, la norma esisteva già, la surrogata è già illegale. Ma finora è stata aggirata recandosi all'estero, tendenzialmente Paesi poveri, dove le donne che affittano l’utero sono in condizioni sfavorevoli e vengono sfruttate».
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Per normalizzare un business che nel 2032 toccherà i 130 miliardi ci si serve di serie tv e volti noti. Ma pure di astuzie linguistiche, ad esempio coprendo la brutalità della pratica con la sigla «gpa».La senatrice di Fdi Susanna Donatella Campione, relatrice del ddl che punisce la maternità surrogata: «Pure quella gratuita viola la dignità della persona»Lo speciale contiene due articoli Chi vuol rendere l’utero in affitto reato universale, come aspira a fare la maggioranza di governo in Italia, deve fare i conti con almeno due temibili avversari. Il primo è un business planetario, che se da un lato vale già svariati miliardi, dall’altro entro il 2032 dovrebbe arrivare a valerne 130, secondo una stima della società di consulenza e indagini di mercato Global Market Insight. Il secondo ostacolo di chi vuol limitare la maternità surrogata è la martellante propaganda con cui, da decenni, si tenta di far passare la mercificazione del grembo materno e la compravendita di neonati come gesto apprezzabile, perfino altruistico, stigmatizzando invece quelle forze politiche che osano opporsi alla trascrizione all’anagrafe di figli così ottenuti all’estero.Come ogni propaganda, quella pro utero in affitto si basa su diverse strategie; le principali sono cinque. La prima è quella linguistica. I fautori di questa pratica, infatti, evitano di chiamarla col suo nome, preferendo all’espressione utero in affitto - ritenuta rude, quasi il problema fossero le parole e non l’oscena realtà che descrivono - quella di maternità surrogata o, meglio ancora, di «gestazione per altri», che nell’acronimo gpa comprime perfettamente il dramma di un figlio strappato dal seno materno dietro compenso. Si tratta di uno stratagemma già collaudato su altri temi etici, dall’aborto procurato ridotto a ivg alla fecondazione extracorporea chiamata fivet, per cui di sicura riuscita. Tanto che oggi, nei talk show televisivi, chi parla di utero in affitto viene zittito direttamente dai conduttori…Un secondo trucco per propagandare la pratica in parola è la sua normalizzazione, che avviene da molti anni nelle serie tv. «L’utero in affitto», ha notato il giornalista Stelio Fergola nel libro La cultura della morte (La Vela), «è propagandato con energia dalle serie americane. Non che non se ne parli in ogni dove, ma quando ricorre viene proposto senza tanti complimenti in un’ottica permissiva». Gli esempi sono tanti. In Friends, ricorda sempre Fergola, Phoebe, una delle protagoniste, decide di portare in grembo l’ovulo fecondato del fratello e dell’anziana consorte, mentre in Everwood una donna, Nina, vende il proprio utero per consentire a una signora di 55 anni di avere un figlio. Nello scritto del 1944 Gli inglesi George Orwell, uno che di propaganda se ne intendeva, deplorava il fatto che «nell’Inghilterra degli ultimi 30 anni tutto è sembrato troppo naturale […] tanto che l’aborto, teoricamente illegale» pareva «nient’altro che un peccatuccio». Ebbene, il raccontare l’utero in affitto in film e serie tv come normale o «nient’altro che un peccatuccio» svolge una funzione di normalizzazione. Il terzo livello propagandistico, assai legato al precedente, di cui gode l’utero in affitto è quello di passare per una cosa «da vip», quindi cui idealmente tendere. In effetti, l’elenco di volti noti che in questi anni sono ricorsi alla maternità surrogata è notevole: Elton John, Ricky Martin, Cristiano Ronaldo, Nicole Kidman, Robert De Niro, Paris Hilton, Sara Jessica Parker, Kim Kardashian, Tyra Banks, Cameron Diaz, Naomi Campbell, Tom Daley. Un insieme di personalità impressionante, che assicura alla surrogazione di maternità pubblicità immensa e lascia intendere che opporvisi sia da retrogradi, da bacchettoni rimasti ancorati al passato. Un quarto trucco per propagandare l’utero in affitto è quello di affrontare l’argomento, sì, senza però scendere nei dettagli, perché potrebbe essere controproducente. Se ne sono accorti tre ricercatori spagnoli - Raffaello Ventura, Xosé Ramón Rodríguez-Polo e Carles Roca Cuberes - i quali hanno realizzato questo esperimento: hanno creato quattro gruppi di discussione, composti da sei-dieci persone ciascuno, a partire da un campione di 17 donne e 16 uomini di età giovane e adulta, e hanno sottoposto a tutti un servizio sulla maternità surrogata non di qualche emittente estremista, ma del programma iberico di notizie col più vasto seguito di pubblico.Ebbene, i tre studiosi, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista Journal of Homosexuality, hanno registrato che, da com’era stato presentato il tema dell’utero in affitto in quel servizio - che era semplicemente giornalistico e raccontava delle coppie gay che vanno all’estero perché interessate ad avere figli -, il rischio è quello «sostenere un atteggiamento di ripudio nei confronti della maternità surrogata, con un sentimento avverso che si estende anche alle coppie omosessuali che desiderano diventare genitori». Secondo Ventura e colleghi, ciò è dovuto al fatto che quel servizio parlava anche delle donne indiane, che diventano mamme surrogate perché spinte dalla povertà. Per questo i fautori dell’utero in affitto, che preferiscono chiamare gpa, spesso premettono di essere contrari allo sfruttamento della donna e di appoggiare solo la surrogazione di maternità altruistica. Piccolo problema: questa pratica, nei fatti, non esiste. E non esiste neppure dove la legge la prevede da decenni tipo Regno Unito, Paese in cui, denunciano femministe come Julie Bindel, «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione». Il quinto e ultimo modo per sdoganare l’utero in affitto è quello non solo di non raccontare bene la pratica, ma di porre l’accento sul desiderio di genitorialità degli aspiranti genitori - senza far capire che trattasi di pretesa, più che di desiderio - e sul tema dei diritti; facendo questo, bisogna stare molto attenti a non porre troppa attenzione ai bambini, che vanno inquadrati solo in quanto motivo di gioia della coppia che si li è accaparrati. Sulla loro origine, sul fatto che siano stati scelti da un catalogo, quindi profumatamente pagati e ritirati - perché «conformi» (è capitato che figli «imperfetti» siano stati abbandonati dalle «amorevoli» coppie) -, il silenzio deve essere totale. Altrimenti come possono gli italiani, per lo più contrari all’utero in affitto, cambiare idea?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/utero-in-affitto-la-propaganda-dei-vip-2668827925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sara-reato-anche-per-chi-va-allestero-un-bimbo-non-e-un-bene-cedibile" data-post-id="2668827925" data-published-at="1722155396" data-use-pagination="False"> «Sarà reato anche per chi va all’estero. Un bimbo non è un bene cedibile» «Noi con questa norma intendiamo tutelare la donna da una parte, affinché non diventi un mero strumento per la riproduzione, e dall’altra parte proteggiamo il bambino dal divenire un bene cedibile per contratto, privato del diritto di conoscere la sua identità biologica», spiega alla Verità la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, relatrice del disegno di legge che introduce il reato universale di maternità surrogata. Lo scorso 3 luglio la proposta, già licenziata dalla Camera, ha incassato il via libera dalla Commissione Giustizia del Senato. Il testo - che interviene sulla legge 40 del 2004, che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con una sanzione da 600.000 euro a 1 milione «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» - punta a estendere la perseguibilità del reato anche al cittadino italiano che faccia ricorso alla gestazione per altri all’estero. Il disegno di legge ora è pronto per l’Aula, dove probabilmente approderà a settembre con lo stesso testo approvato dalla Camera nel 2023. È infatti stato bocciato l’emendamento della Lega, poi trasformato in ordine del giorno, che prevedeva una ulteriore stretta, innalzando la reclusione fino a 10 anni e la multa fino a 2 milioni. Senatrice, si ritiene soddisfatta del testo che arriverà in Aula? «Sì, sicuramente, anche perché è assolutamente in linea con le sentenze emesse sul tema. La gestazione per altri è già un reato nel nostro ordinamento, previsto dalla legge n.40 del 2004 ma con questa proposta abbiamo seguito anche quello che è stato poi stabilito dalla Corte Costituzionale, con le sentenze del 2017, 2021 e 2022 dove si afferma che la maternità surrogata offende in modo intollerabile la dignità della donna, e dalla sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite con cui la maternità surrogata viene disapprovata, sia che sia praticata a titolo oneroso che gratuito». Nessuna distinzione, quindi. «Esatto, non c’è differenza. In Commissione, quando abbiamo fatto le audizioni, abbiamo discusso spesso di questa distinzione che da alcuni era ritenuta rilevante. In realtà il bene che la norma intende tutelare è la dignità umana quindi per noi non rileva che la maternità surrogata sia praticata a titolo oneroso o gratuito e ciò indipendentemente da chi vi faccia ricorso, coppie omosessuali o etero. Se accettiamo la surrogata gratuita, accettiamo in ogni caso che la donna diventi una macchina da riproduzione, ridotta a un mero contenitore di una vita che poi è destinata a qualcun altro. Separare la gestante dal figlio appena partorito è inoltre un atto violento che offende non solo le donne, ma tutti quanti. Non è un discorso uomo-donna, è un discorso di umanità». La punibilità della condotta, compiuta anche all’estero, riguarda solo i cittadini italiani? «Sì. A questo proposito, possiamo parlare di reato universale “ibrido”, perché in questo caso noi sanzioniamo la condotta del cittadino italiano, anche quando si sia svolta fuori dal territorio italiano». Così però non si limita un po’ la portata della norma? «Checché ne dicano le opposizioni, nell’elaborare questa proposta siamo andati col “fioretto”, perché ci rendiamo conto che si tratta di un ambito molto delicato». Perciò le sanzioni non sono state inasprite, come chiedeva la Lega? «Intorno alla scelta di ricorrere alla surrogata può esserci anche molta sofferenza. Non abbiamo voluto infierire. Abbiamo accolto un ordine del giorno presentato dalla Lega e anche un ordine del giorno presentato dal senatore Gasparri che prevede l’obbligo per i pubblici ufficiali, in sede di registrazione dell’atto di nascita, di chiedere in caso di bambini nati all’estero se si sia ricorso all’utero in affitto». E nel caso una coppia, sia etero sia omosessuale, venga scoperta e quindi condannata per aver fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero, cosa succede al bambino? «Questo è un aspetto che è stato oggetto di grandissima discussione in commissione Giustizia. La Cassazione ci ha indicato la strada, sicuramente perfettibile, dell’adozione in casi particolari. È una buona soluzione perché è una decisione sottoposta al vaglio del giudice». È quindi escluso il carcere? «A noi interessa tutelare il figlio. Dal rapporto di filiazione derivano anche e soprattutto degli obblighi, come per esempio l’obbligo al mantenimento. Per noi questa norma è di fondamentale importanza e di sicuro ci saranno ulteriori interventi per rendere più semplici le pratiche di adozione, sempre ovviamente fatte tutte le verifiche del caso». L’opposizione ha comunque eretto le barricate, Partito democratico e Avs sono contrari in toto alla legge, mentre il M5s apriva alla volontarietà e gratuità della gpa. «Ci viene rimproverato di voler fare delle norme “etiche”, ma non è così. Il diritto penale per sua natura sanziona dei comportamenti considerati di disvalore. Ed è esattamente ciò che intendiamo fare. Certo, la norma esisteva già, la surrogata è già illegale. Ma finora è stata aggirata recandosi all'estero, tendenzialmente Paesi poveri, dove le donne che affittano l’utero sono in condizioni sfavorevoli e vengono sfruttate».
Il premier ungherese Péter Magyar (Ansa)
Per celebrare lo scongelamento di 16 miliardi di fondi Ue, Péter Magyar si era intestato il merito di una «svolta storica» per l’Ungheria. Ieri, Emmanuel Macron lo ha accolto all’Eliseo celebrando l’arrivo di una «nuova era». Non serve nemmeno sforzarsi per capire che, in realtà, il suo resta un «orbanismo», solo più gentile: era sufficiente leggere un’intervista uscita sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, nella lingua madre di Ursula von der Leyen. Giusto per accertarsi che anche lei la capisse.
Il presidente francese vorrebbe tirare Magyar dentro la fumosa coalizione dei volenterosi, in occasione del mega evento che organizzerà il 14 luglio, per commemorare la Rivoluzione. Eppure, sull’Ucraina, il nuovo premier magiaro dice cose simili al suo predecessore. Ad esempio, ha candidato Budapest a sede di eventuali colloqui di pace tra Mosca e Kiev. È vero che persino nei palazzi di Bruxelles, ultimamente, ci si era messi a ragionare su quale figura potesse portare avanti il dialogo con il Cremlino. Fatto sta che Magyar, come Viktor Orbán, non solo non ha problemi ad accreditare il suo Paese quale terreno neutro, ma è anche disponibile a «fornire assistenza diplomatica e umanitaria». Rispetto al passato, egli dimostra di aver affinato le tecniche di mercanteggiamento: mentre si discute dell’ingresso della nazione di Volodymyr Zelensky nell’Unione, un’ipotesi che finora il suo Paese aveva respinto, lui mette sul piatto «un accordo sul ripristino e la garanzia dei diritti linguistici, educativi e culturali dei 100.000 ungheresi che vivono in Ucraina. Dobbiamo chiarire», ha precisato Magyar, «alcune questioni riguardanti la nostra minoranza». Dopodiché, si potrà «aprire un nuovo capitolo» e, magari, concedere il nulla osta a un percorso di integrazione che, in ogni caso, si annuncia ancora lungo. Tutto sommato, se ciò dovesse contribuire ad ammorbidire la posizione di Bruxelles e, soprattutto, a farle allentare i cordoni della borsa, per Magyar sarebbe un punto di caduta vantaggioso: l’intesa sulla minoranza ungherese in Ucraina dovrà essere raggiunta «nei prossimi giorni»; affinché Kiev diventi membro dell’Ue a tutti gli effetti, invece, occorreranno anni.
Poi, c’è il nodo dei rapporti con la Russia. Il premier non intende perdere di vista gli interessi nazionali. Budapest dipende dal gas di Vladimir Putin e, ha ribadito Magyar alla Faz, «non possiamo cambiare questa situazione dall’oggi al domani. I nostri vicini», ha insistito, «dovrebbero capire che l’Ungheria è un Paese senza sbocco sul mare. Non abbiamo registrato crescita economica per anni e, per crescere, abbiamo bisogno di energia a prezzi accessibili. Certo, stiamo facendo tutto il possibile per diversificare le fonti energetiche, ma non possiamo permetterci che la competitività delle nostre aziende diminuisca ulteriormente e che la povertà energetica tra le famiglie ungheresi aumenti». Mettiamola così: sarebbe stato bello ascoltare dei discorsi simili dalle nostre classi dirigenti, già nel 2022. Adesso, dopo anni di condiscendenza ai diktat della Commissione, ci ritroviamo con Valdis Dombrovskis che ci prescrive come vivere. Anzi, di che morte morire.
Ma c’è di più. Manco fosse un Medvedev qualsiasi, Magyar ha aggiunto che, a suo avviso, «l’Europa tornerà parzialmente alle fonti energetiche russe e revocherà le sanzioni, poiché si tratta della competitività di tutta l’Europa e nessuno ha interesse a mantenere una nuova guerra fredda economica e politica in caso di futura pace. Perché ciò accada», ha specificato, «la guerra deve ovviamente finire». Ovviamente. Il messaggio, però, è chiaro: Budapest promuove ancora il disgelo con Mosca e, piuttosto che un irrevocabile divorzio dallo zar, propone un modesto «derisking». D’altronde, i numeri danno ragione al premier magiaro: a parte Ungheria e Slovacchia, anche Francia, Spagna e Belgio continuano a finanziare Putin, facendo incetta di gas liquido. Peggio: attraverso un sistema di matrioske finanziarie, le petroliere fantasma russe riescono ancora a farsi assicurare le spedizioni grazie alle risorse dei mercati del Vecchio continente.
Infine, occorre una buona fantasia per riscontrare la «svolta storica» nelle idee espresse da Magyar sulla governance dell’Unione. Il primo ministro non è «favorevole all’introduzione del voto a maggioranza anziché all’unanimità». Ha senso: l’Ungheria è piccola, la sua economia è debole rispetto a quella dei grandi Paesi Ue e l’unico modo che ha per far contare la propria voce è sfruttare le possibilità che le riservano i Trattati. Il cambiamento, al solito, è formale più che sostanziale: Orbán, ha commentato con la Faz Magyar, «diceva sempre che “dobbiamo sconfiggere Bruxelles”. Non credo che sia questo il punto. L’obiettivo è capirsi e persuadersi a vicenda». Poesia. Ma al netto delle carinerie, il premier ungherese non indietreggia: «Le persone», ha sottolineato, «vogliono un’Unione europea basata su Stati forti, non sugli Stati Uniti d’Europa».
Per sbloccare i finanziamenti negati a Orbán, Ursula si è accontentata della deferenza verbale. In teoria, le somme verranno erogate se Budapest completerà e documenterà le famigerate riforme entro il 31 agosto. Molti di quei soldi, comunque, erano bloccati per dissidi su questioni laterali: quelle che Bruxelles considera discriminazioni contro le persone Lgbtq+, la violazione delle procedure sull’asilo dei migranti, le limitazioni della libertà accademica, come nella vicenda dell’università dei Soros. Magyar, intanto, ha annunciato che chiederà di aderire alla Procura europea (Eppo), la quale potrà così indagare su eventuali frodi nell’uso dei fondi comunitari. E una formula scaltra per sciogliere il nodo dell’Ucraina nell’Ue l’ha trovata. Sul resto - l’essenziale - il ritornello rimane lo stesso. Anche se la Von der Leyen ha salutato l’avvento di «una nuova era», sostenendo che il governo ungherese, appena entrato in carica, sta già «agendo con rapidità e determinazione». Magyar statista a tempo di record. Lo diceva Patty Pravo: tutti quanti sono degli eroi quando vogliono qualcosa.
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Scontri tra monarchici e Polizia a Napoli nel giugno 1946 (Getty Images)
Dal 4 all’11 giugno 1946 l’Italia della transizione tra monarchia e repubblica visse la sua «settimana tragica» a causa delle tensioni generate dall’esito del referendum del 2 giugno precedente e dalle frizioni ancora esistenti nel Paese uscito da appena un anno dalla guerra. Nei giorni tra il voto e l’esilio di Umberto II, il «re di maggio» che regnò soltanto un mese, l’Italia allora guidata da Alcide de Gasperi assieme ai partiti espressione del Cln, rischiò una nuova guerra civile tra il Nord repubblicano ed il Sud profondamente legato all’istituzione monarchica. I motivi della divisione erano stati definiti dal diverso svolgersi degli eventi bellici e delle figure politiche a questi legate. Il Nord era stato il teatro della guerra civile fino all’ultimo giorno. In entrambe le parti in lotta, repubblichini e partigiani legati ai partiti che governeranno nel dopoguerra, la figura dei Savoia era stata pesantemente oscurata dopo la fuga del re a Brindisi, che aveva generato un diffuso sentimento antimonarchico. Nelle regioni meridionali, al contrario, la casa Savoia aveva seguito le sorti del mezzogiorno con l’effimero Regno del Sud controllato dagli Alleati, fatto che generò l’idea della continuità. A Napoli, in particolare, la monarchia sabauda si era sostituita a quella borbonica con una lunga opera di radicamento nella città (tanto che fu istituito il titolo di «Principe di Napoli» all’erede al trono). Quando l’Italia si recò alle urne il 2 giugno del 1946, le ferite della guerra erano ancora aperte. Le tensioni della guerra civile e della Campagna d’Italia dal 1943 al 1945 avevano lasciato un Paese allo stremo, con le vie di comunicazione e le industrie ridotte a macerie. La disoccupazione ed il carovita dovuto all’inflazione galoppante avevano contribuito ad alimentare rabbia e frustrazione, oltre ad avere lasciato un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud. Il referendum monarchia-repubblica era diventato un catalizzatore di tensioni, rese ancora più forti dai sospetti di brogli e dal fatto che la popolazione della Venezia Giulia, di Zara, Pola e Fiume oltre a quella della Provincia di Bolzano furono escluse dal voto a causa dell’occupazione straniera.
I lenti scrutini dei seggi evidenziarono sin da subito il divario tra le due italie, con il Sud a netta maggioranza favorevole ai Savoia. Il voto più eclatante fu quello di Napoli, dove l’80% degli elettori scelse la monarchia nel segno della continuità e non solamente per quella: la città partenopea, molto lontana idealmente dal «vento del Nord», era stata una delle più colpite durante il conflitto, con oltre 200 bombardamenti alleati, che avevano prostrato la popolazione riducendola alla fame. Decine di migliaia di napoletani vivevano ancora all’addiaccio in grotte o nei padiglioni della Mostra d’Oltremare, tormentati dalle epidemie e dalla mancanza di ogni tipo di servizio. Fresco era inoltre ancora il mito delle «Quattro giornate» del settembre 1943 quando la sollevazione popolare indusse i tedeschi a lasciare la città. Tutti questi elementi, uniti ad un generale risentimento contro i «partiti del Nord» accesero la miccia dei tumulti che dal 4 all’11 giugno 1946 insanguinarono Napoli.
Subito dopo il referendum, le voci che davano la repubblica in lieve vantaggio si unirono a quelle che condannavano i presunti brogli e il peso delle zone escluse dal voto e quelle di una presunta imminente visita di Umberto II a Napoli, notizia che accese ancora di più gli animi già infiammati. Nonostante l’ultimo re d’Italia non si fosse mai espresso nei confronti dei napoletani pronti alla rivolta, il tam-tam dei rioni fece materializzare per le strade l’idea che una ribellione di Napoli avrebbe potuto sfociare in una futura separazione del Sud dal resto d’Italia. Nei giorni tra il voto e l’esito definitivo delle urne, la Prefettura di Napoli chiese rinforzi all’allora ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, che provvide all’invio di reparti della Celere a protezione dei luoghi sensibili come le sedi dei partiti e le caserme, prese di mira dai rivoltosi per procurare armi.
La sera del 4 giugno la radio divulgò la notizia del vantaggio della repubblica, e la città piombò in un silenzio carico di tensione, destinata a sfogarsi il giorno successivo quando il contemporaneo arrivo a Capodichino della principessa Maria Josè diede il «la» alle proteste di piazza. Già durante la mattinata si registrarono i primi tafferugli tra monarchici e comunisti, mentre Maria José veniva invitata dalle autorità a lasciare la città per Lisbona. Arginato a fatica dalla forza pubblica, il movimento spontaneo dei monarchici si riversò nelle strade di Capodimonte la mattina seguente, con camion imbandierati con lo stemma sabaudo. Ciò che la Prefettura aveva temuto nei giorni precedenti divenne realtà: gli insorti assalirono le caserme dei Carabinieri e dell’Esercito in cerca di armi (e della solidarietà dall’Arma, che non arrivò). Durante gli scontri con la Celere, Napoli ebbe il primo morto. Durante l’assedio della caserma dei Carabinieri di Capodimonte, il lancio di bombe a mano ferì mortalmente l’imbianchino 35enne Ciro Martino. La prima vittima tra i «lazzari» fu la premessa di quelle che furono le «Sette giornate di Napoli», una settimana in cui il fantasma della guerra civile si mostrò nuovamente agli occhi degli italiani. La rabbia si sfogò allora non solo contro i comunisti e i partiti del Nord, ma anche contro una Democrazia Cristiana accusata di ambiguità sulla questione della forma dello Stato e senza risparmiare il braccio del partito, il clero. Numerosi furono in quei giorni concitati gli episodi di violenza contro ecclesiastici, malmenati o scherniti per i vicoli della città per non avere apertamente sostenuto la scelta monarchica.
La situazione peggiorò rapidamente il giorno dopo, quando una folla di 5.000 persone si radunò a Vasto per raggiungere piazza del Plebiscito con l’intento simbolico di fare ammainare la bandiera repubblicana e issare nuovamente quella sabauda. Negli scontri con la Celere, i Carabinieri e l’esercito rimase un altro morto sul selciato: si trattava del sedicenne Gaetano d’Alessandro, colpito alla testa da una raffica di mitra. Lo stesso giorno moriva in ospedale un altro minorenne, il 14enne Carlo Russo, ferito il giorno prima negli scontri di piazza.
Il 9 giugno fu segnato dalle esequie del giovanissimo Russo, che aggiunsero rabbia alla rabbia, gettando le premesse di quello che sarà il giorno più nero della settimana dei tumulti di Napoli. Le fila dei sostenitori dei Savoia andavano aumentando con l’arrivo in città di monarchici provenienti da tutto il Meridione, mentre dalla parte delle forze dell’ordine furono chiamati rinforzi dal Nord, nei cui ranghi erano attivi diversi elementi provenienti dalla Resistenza, arruolati nella Celere dopo la guerra. L’11 giugno la protesta raggiunse il climax, alimentata dalla frustrazione per il rifiuto di Umberto II alla richiesta di porsi alla testa di una rivolta lealista e per gli effetti di un secondo funerale, quello dell’adolescente D’Alessandro. Quel giorno, dopo le esequie, la folla imbandierata con i simboli di Casa Savoia puntò alla sede del Partito Comunista di via Medina, in pieno centro cittadino. Lo scopo dei manifestanti era quello di strappare le bandiere della repubblica e quella rossa dalla facciata del palazzo, come già fatto in altre occasioni nei giorni precedenti, ma la situazione precipitò quasi subito, con la Polizia che sparò al primo manifestante che cercava di arrampicarsi per strappare i vessilli. Ne nacque un durissimo scontro a fuoco tra le barricate realizzate con due vetture tranviarie nella quale persero la vita 9 persone tra cui la diciannovenne Ida Cavalieri, investita da un automezzo della Celere mentre gridava, avvolta nella bandiera sabauda, «Viva ‘o rre!». Due furono i caduti tra le forze dell’ordine, decine i feriti. Durante gli scontri, i «luciani», pescatori di Santa Lucia, decisero di dare man forte ai manifestanti assalendo la sede del Comando Marina per impadronirsi delle armi, venendo respinti a fatica dai militari a guardia della caserma.
La strage di via Medina poteva essere l’ìnizio di una guerra tra il Sud e il Nord, vista la solidarietà espressa dai monarchici meridionali alle vittime delle pallottole del nascente Stato repubblicano. Tuttavia la partenza per l’esilio di Umberto II, avvenuta appena 48 ore dopo i fatti, fece sgonfiare i moti lealisti nati dal «ventre di Napoli». Il 18 giugno la Corte di Cassazione confermò la vittoria della repubblica. Ma l’eredità delle «Sette giornate» dei monarchici pesò sulle scelte successive dell’Italia repubblicana. Un illustre napoletano e monarchico, Enrico De Nicola, divenne Capo provvisorio dello Stato, mentre il primo sindaco eletto dopo l’amministrazione prefettizia della città fu l’avvocato Giuseppe Buonocore, anch’egli di ispirazione monarchica ma garante della transizione in quanto padre della Costituente. Mentre si consumavano gli scontri del giugno 1946, dietro le quinte lavorava l’armatore Achille Lauro, fervente sostenitore dei Savoia e futuro deputato per il Partito Nazionale Monarchico. In quei mesi durissimi del 1946 lavorò per ricostituire la sua flotta annientata dalla guerra grazie all’acquisto di naviglio americano residuato. In breve fu in grado di ricostruire un impero nella navigazione commerciale e nelle rotte atlantiche della seconda emigrazione italiana, sostituendosi, per così dire, alla figura del re nel lungo periodo chiamato «laurismo», quello dei mandati di sindaco di Napoli dal 1952 al 1957 e poi ancora nel 1961. Per citare il grande Eduardo de Filippo, «’A nuttata era passata», ma in quella settimana di ottant’anni fa Napoli e l’Italia si erano trovate avvolte da un buio pesto.
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Roberto Saviano e Massimo Gramellini (Ansa)
È una cosa brutta, brutta, brutta. Mi passi una tartina, una coppa di champagne con doppia dose di indignazione. L’hai letto Gramellini? L’hai sentito Saviano? Signora mia, dobbiamo esibire lo sdegno come se fosse l’ultimo tailleur di Armani. Dobbiamo vibrare di riprovazione, siamo sotto choc e anche un po’ sorpresi. Ma davvero gli immigrati vengono qui per essere sfruttati? E noi che pensavamo che venissero solo per pagarci le pensioni…
Non c’è niente di più insopportabile dell’ipocrisia dei salotti chic di fronte alla tragedia della Calabria. Non c’è niente di più insopportabile perché i benpensanti choccati, i Saviano indignati e i Gramellini addolorati dimenticano una verità semplice e evidente a chiunque la voglia vedere. E cioè che l’immigrazione da loro voluta, sostenuta, appoggiata e financo idealizzata, proprio a questo serviva: non a pagare le pensioni, come vanno cianciando da anni, ma ad avere manodopera sottopagata, carne da sacrificare sull’altare dei profitti o (peggio ancora) della criminalità. Gli immigrati sono stati usati come carne da macello per avere manovalanza a basso costo da dare in pasto prima a caporali e delinquenti, e poi all’intero sistema economico. E i nostri indignati speciali lo sapevano benissimo. Per cui risultano oltremodo ipocrite le loro lacrime davanti a quei corpi bruciati: davvero scoprono oggi i caporali? Davvero scoprono oggi i lavoratori sfruttati e sottopagati? E l’inferno dei braccianti?
Sono anni che raccontiamo le baraccopoli dove i braccianti vivono in condizioni disumane sotto gli occhi di tutti. I miei inviati di Fuori dal Coro le conoscono palmo a palmo, baracca per baracca. Borgo Mezzanone (Manfredonia), dove Soumahoro andava a fare proseliti. Rignano Garganico, il Ghetto dei Bulgari (Cerignola), San Ferdinando in Calabria e tutte le altre: quante volte le abbiamo mostrate? E quante volte ci siamo sentiti definire xenofobi e razzisti perché dicevamo che quelle strutture andavano abolite? Eppure non si è mai fatto niente. Nemmeno quando sono arrivati i soldi del Pnrr e ci sono stati milioni a disposizione per abbattere quegli orrori. Non si è fatto nulla. I milioni sono andati persi e le baraccopoli sono ancora lì. E perché? Semplice: perché conviene così. Follow the money. Segui la moneta. A tutti conviene che resti l’illegalità, la massa dei disperati, la manodopera ricattabile disposta a lavorare per nulla.
Ma pensateci: l’immigrazione in generale è servita a questo. Ad avere disperati da sfruttare. Non solo nelle baraccopoli. Non solo con i braccianti. Ho raccontato mille volte l’esempio storico di Monfalcone. Domanda: perché oggi Monfalcone è uno dei centri italiani con la più alta concentrazione di stranieri tanto da rischiare di diventare un avamposto della sharia? Semplice: perché nei cantieri navali sono arrivati i bengalesi che sono disposti a lavorare a condizioni (subappalti su subappalti, meno sicurezza, stipendi più bassi) che gli operai italiani dei cantieri non avrebbero mai accettato. Fateci caso: i diritti dei lavoratori (e gli stipendi) in Italia sono aumentati fino a quando non è cominciata l’immigrazione. Poi con l’immigrazione si è invertito il trend. Per questo l’immigrazione piace tanto ai potenti, ai loro giornali e ai loro cicisbei. Perché è stata l’arma con cui si è realizzata la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori mai vista nella storia. E adesso piangono perché scoprono che ci sono lavoratori sfruttati? Ma davvero? Con che coraggio?
Mille volte mi sono sentito dire: gli stranieri fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare. Balle. Forse che gli anziani non venivano accuditi quando non c’erano le badanti moldave? Forse che i pomodori non venivano raccolti quando non c’erano i braccianti pakistani? Non è che gli italiani non vogliono fare certi lavori: non li vogliono fare a certe condizioni. Ma l’immigrazione è servita proprio per arrivare a quelle condizioni perché se non accetti un lavoro precario, sottopagato, da sfruttato c’è sempre qualcuno più disperato di te che è disposto a farlo. Come fanno a non capire i benpensanti indignati che se esistono i lavoratori sfruttati è proprio perché c’è qualcuno che ha aperto le braccia all’immigrazione? Come fanno a non capire che l’abisso dell’orrore si nasconde proprio dietro il loro pseudo buonismo e la loro pelosa solidarietà?
Tra qualche giorno l’indignazione passerà, lo sdegno pure, e nei salotti chic dopo lo champagne si parlerà d’altro. Così i caporali (stranieri) continueranno a sfruttare i lavoratori (stranieri) magari evitando i roghi, per attirare un po’ meno l’attenzione. E tutti si dimenticheranno del problema per non dover ammettere che l’unica soluzione possibile è quella che fa più paura. È quella che non si può dire. Si chiama remigrazione.
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