True
2024-01-08
Usa 2024: la sfida per le primarie repubblicane sta per cominciare
True
Ansa
Donald Trump
L’ex presidente è decisamente il frontrunner. Secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics dedicata alle primarie del Gop, l’ex presidente è al 63% dei consensi e sopravanza i rivali di quasi 52 punti. In Iowa il suo vantaggio è del 33%, in New Hampshire del 22% e in South Carolina del 30%. È interessante ricordare che Trump vinse le primarie del 2016 col 44,9% dei consensi complessivi, mentre Mitt Romney e John McCain si aggiudicarono quelle del 2012 e del 2008 rispettivamente con il 52,1% e con il 46,7%. L’ex presidente ragiona già da tempo come candidato definitivo: è in quest’ottica che su alcuni temi ha rotto con l’ortodossia repubblicana, strizzando l’occhio a quote elettorali trasversali (a partire dai colletti blu della Rust Belt). Si comprende anche così il senso del presentarsi come il campione del programma sanitario Medicare e di quello previdenziale Social Security. Un altro elemento da sottolineare è che, anziché azzopparlo, i guai giudiziari hanno finora incrementato i consensi dell’ex presidente. Da quando è stato incriminato la prima volta il 30 marzo, Trump ha infatti conquistato circa 20 punti percentuali. Il problema per lui è che i nodi giudiziari restano un’incognita. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di valutare il suo ricorso contro la sentenza del Colorado che lo ha recentemente escluso dalle primarie di questo Stato. Inoltre, il primo processo penale lo attende, almeno teoricamente, il 4 marzo: un giorno prima, cioè, del Super Tuesday.
Donald Trump (Ansa)
Nikki Haley
Al di là di Trump, Nikki Haley rappresenta la candidata al momento più solida. A livello nazionale, è riuscita a conquistare il secondo posto, scalzando Ron DeSantis. Inoltre, l’ex ambasciatrice all’Onu può contare su rilevanti finanziatori e sulla simpatia degli apparati governativi, che – soprattutto al Pentagono – non disprezzano affatto le sue idee proattive in politica estera. La Haley potrebbe inoltre essere avvantaggiata in quelle aree suburbane che, fondamentali per arrivare alla Casa Bianca, guardano con interesse ai repubblicani di orientamento maggiormente centrista. Le frecce al suo arco si fermano tuttavia qui. Innanzitutto la Haley, a livello nazionale, è collocata all’11%: è quindi lontanissima da Trump. Inoltre, nei primi Stati in cui si vota, è dietro di almeno 20 punti rispetto all’ex presidente. Addirittura, nel suo South Carolina, Trump la sopravanza del 30%. L’ex ambasciatrice è anche ultimamente incorsa in una serie di gaffe che potrebbero indebolirla. Infine, ma non meno importante, la Haley sembra al momento avere poco da dire ai colletti blu della Rust Belt: una quota elettorale cruciale, se il Gop vuole riconquistare la Casa Bianca. Gli scenari sono dunque due. Se Trump esce di scena, l’ex ambasciatrice potrebbe avere delle chances, nonostante non sia affatto amata da una parte della base trumpista. Se l’ex presidente vince la nomination, potrebbe sceglierla come propria running mate per federare il partito. Non dimentichiamo d’altronde che la Haley ha servito nell’amministrazione Trump come ambasciatrice all’Onu dal 2017 al 2018: un fattore che oggi depotenzia le sue critiche all’ex presidente.
Nikki Haley (Ansa)
Ron DeSantis
Era partito come l’astro nascente del Partito repubblicano. E invece rischia di fare la fine di Scott Walker. La campagna di DeSantis è in seria difficoltà. Il governatore della Florida è sceso al terzo posto a livello nazionale e sta perdendo terreno anche in Iowa: Stato su cui ha da sempre scommesso moltissimo. Ha provato a mettersi alla destra di Trump, per sottrargli il voto dei conservatori duri e puri. Una strategia, la sua, che però non ha convinto. E infatti, pur godendo di consensi rilevanti lo scorso marzo, da allora ha perso circa 20 punti. DeSantis non è riuscito a trovare la chiave giusta ed è rimasto schiacciato dall’immagine ingombrante di Trump. I dibattiti televisivi non sono riusciti a rilanciarlo. Ed è adesso onestamente poco probabile che ci riusciranno i primi eventi elettorali delle primarie. Infine, rispetto a un eventuale candidatura a vicepresidente, è in una posizione assai peggiore della Haley. Quest’ultima è favorita perché, scegliendola, Trump potrebbe federare il partito. Invece una parte consistente degli elettori di DeSantis, senza il governatore in campo, virerebbe già di suo sull’ex presidente.
Ron DeSantis (Ansa)
Vivek Ramaswamy e Chris Christie
Durante l’estate sembrava in grande spolvero. E invece, a partire dall’autunno, la stella di Vivek Ramaswamy si è appannata: è attualmente quarto con il 4% dei consensi. Imprenditore antisistema, a meno che non stupisca tutti in Iowa, probabilmente si ritirerà dopo il fatidico caucus. Gli elettori non gli hanno probabilmente perdonato un’assenza di autenticità nell’imitare pedissequamente il Trump delle origini. Lui spera evidentemente in una nomina a candidato vicepresidente. Tuttavia, per le stesse ragioni riguardanti DeSantis, la Haley è al momento in una posizione migliore da questo punto di vista. Non è tra l’altro escludibile che la quasi totalità del pacchetto di voti di Ramaswamy finisca automaticamente nella cassaforte di Trump. Brutte notizie anche per Chris Christie: l’ex governatore apertamente antitrumpista è al 3% a livello nazionale. Risulta competitivo soltanto in New Hampshire, dove tuttavia sta mettendo di fatto i bastoni tra le ruote alla Haley, favorendo indirettamente Trump. Ogni tanto viene da chiedersi a che gioco stia realmente giocando.
Vivek Ramaswamy (Ansa)
Democratici: Joe Biden nel pantano

Joe Biden (Ansa)
Che Joe Biden sia in significativa difficoltà per la riconferma, è testimoniato dal fatto che ha di recente accusato Trump di usare «la retorica della Germania nazista». Le performance sondaggistiche dell’attuale inquilino della Casa Bianca continuano a rivelarsi disastrose. Gli americani non sono preoccupati soltanto dalla sua età, ma appaiono insoddisfatti sulla gestione dell’economia e dell’immigrazione clandestina. Inoltre, anche la crisi di Gaza sta creando spaccature in seno all’elettorato dem.
Non a caso, un numero crescente di sondaggi dà Trump avanti al suo successore, anche in vari Stati chiave. Senza trascurare che quote crescenti di afroamericani e ispanici stanno abbandonando il Partito democratico. Dulcis in fundo, si fa per dire, il network di Barack Obama si sta mostrando sempre più scettico e insofferente verso la ricandidatura di Biden. Attenzione: questo non significa che la sua campagna elettorale sia necessariamente destinata a naufragare. Resta però il fatto che una situazione del genere preoccupi molti nel campo dem, anche tra coloro che nel 2020 avevano sostenuto l’attuale inquilino della Casa Bianca.
Biden sta provando a rispolverare la strategia che lo portò alla vittoria la volta scorsa: demonizzare l’avversario e tentare così di compattare un partito – quello democratico – più spaccato che mai. Il punto è che, differentemente dal 2020, adesso il presidente dovrà fare i conti con il giudizio degli americani sul suo operato. Un giudizio che, come rilevano i sondaggi, non sembra al momento particolarmente positivo. In questo quadro, tirare in ballo il nazismo rischia di rivelarsi una sorta di boomerang, perché potrebbe indurre gli elettori a ritenerla una mossa disperata, messa in campo da chi è a corto di argomenti.
Continua a leggereRiduci
Il prossimo 15 gennaio si terrà il caucus dell’Iowa. L’appuntamento elettorale che darà formalmente il via alle primarie presidenziali dell'elefantino. Ecco i profili dei principali contendenti in corsa.Tra i democratici, a dieci mesi di distanza dalle elezioni del 5 novembre, il presidente americano Joe Biden è in un vicolo cieco.Lo speciale contiene due articoli.Donald Trump L’ex presidente è decisamente il frontrunner. Secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics dedicata alle primarie del Gop, l’ex presidente è al 63% dei consensi e sopravanza i rivali di quasi 52 punti. In Iowa il suo vantaggio è del 33%, in New Hampshire del 22% e in South Carolina del 30%. È interessante ricordare che Trump vinse le primarie del 2016 col 44,9% dei consensi complessivi, mentre Mitt Romney e John McCain si aggiudicarono quelle del 2012 e del 2008 rispettivamente con il 52,1% e con il 46,7%. L’ex presidente ragiona già da tempo come candidato definitivo: è in quest’ottica che su alcuni temi ha rotto con l’ortodossia repubblicana, strizzando l’occhio a quote elettorali trasversali (a partire dai colletti blu della Rust Belt). Si comprende anche così il senso del presentarsi come il campione del programma sanitario Medicare e di quello previdenziale Social Security. Un altro elemento da sottolineare è che, anziché azzopparlo, i guai giudiziari hanno finora incrementato i consensi dell’ex presidente. Da quando è stato incriminato la prima volta il 30 marzo, Trump ha infatti conquistato circa 20 punti percentuali. Il problema per lui è che i nodi giudiziari restano un’incognita. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di valutare il suo ricorso contro la sentenza del Colorado che lo ha recentemente escluso dalle primarie di questo Stato. Inoltre, il primo processo penale lo attende, almeno teoricamente, il 4 marzo: un giorno prima, cioè, del Super Tuesday. Donald Trump (Ansa)Nikki Haley Al di là di Trump, Nikki Haley rappresenta la candidata al momento più solida. A livello nazionale, è riuscita a conquistare il secondo posto, scalzando Ron DeSantis. Inoltre, l’ex ambasciatrice all’Onu può contare su rilevanti finanziatori e sulla simpatia degli apparati governativi, che – soprattutto al Pentagono – non disprezzano affatto le sue idee proattive in politica estera. La Haley potrebbe inoltre essere avvantaggiata in quelle aree suburbane che, fondamentali per arrivare alla Casa Bianca, guardano con interesse ai repubblicani di orientamento maggiormente centrista. Le frecce al suo arco si fermano tuttavia qui. Innanzitutto la Haley, a livello nazionale, è collocata all’11%: è quindi lontanissima da Trump. Inoltre, nei primi Stati in cui si vota, è dietro di almeno 20 punti rispetto all’ex presidente. Addirittura, nel suo South Carolina, Trump la sopravanza del 30%. L’ex ambasciatrice è anche ultimamente incorsa in una serie di gaffe che potrebbero indebolirla. Infine, ma non meno importante, la Haley sembra al momento avere poco da dire ai colletti blu della Rust Belt: una quota elettorale cruciale, se il Gop vuole riconquistare la Casa Bianca. Gli scenari sono dunque due. Se Trump esce di scena, l’ex ambasciatrice potrebbe avere delle chances, nonostante non sia affatto amata da una parte della base trumpista. Se l’ex presidente vince la nomination, potrebbe sceglierla come propria running mate per federare il partito. Non dimentichiamo d’altronde che la Haley ha servito nell’amministrazione Trump come ambasciatrice all’Onu dal 2017 al 2018: un fattore che oggi depotenzia le sue critiche all’ex presidente. Nikki Haley (Ansa)Ron DeSantis Era partito come l’astro nascente del Partito repubblicano. E invece rischia di fare la fine di Scott Walker. La campagna di DeSantis è in seria difficoltà. Il governatore della Florida è sceso al terzo posto a livello nazionale e sta perdendo terreno anche in Iowa: Stato su cui ha da sempre scommesso moltissimo. Ha provato a mettersi alla destra di Trump, per sottrargli il voto dei conservatori duri e puri. Una strategia, la sua, che però non ha convinto. E infatti, pur godendo di consensi rilevanti lo scorso marzo, da allora ha perso circa 20 punti. DeSantis non è riuscito a trovare la chiave giusta ed è rimasto schiacciato dall’immagine ingombrante di Trump. I dibattiti televisivi non sono riusciti a rilanciarlo. Ed è adesso onestamente poco probabile che ci riusciranno i primi eventi elettorali delle primarie. Infine, rispetto a un eventuale candidatura a vicepresidente, è in una posizione assai peggiore della Haley. Quest’ultima è favorita perché, scegliendola, Trump potrebbe federare il partito. Invece una parte consistente degli elettori di DeSantis, senza il governatore in campo, virerebbe già di suo sull’ex presidente. Ron DeSantis (Ansa)Vivek Ramaswamy e Chris Christie Durante l’estate sembrava in grande spolvero. E invece, a partire dall’autunno, la stella di Vivek Ramaswamy si è appannata: è attualmente quarto con il 4% dei consensi. Imprenditore antisistema, a meno che non stupisca tutti in Iowa, probabilmente si ritirerà dopo il fatidico caucus. Gli elettori non gli hanno probabilmente perdonato un’assenza di autenticità nell’imitare pedissequamente il Trump delle origini. Lui spera evidentemente in una nomina a candidato vicepresidente. Tuttavia, per le stesse ragioni riguardanti DeSantis, la Haley è al momento in una posizione migliore da questo punto di vista. Non è tra l’altro escludibile che la quasi totalità del pacchetto di voti di Ramaswamy finisca automaticamente nella cassaforte di Trump. Brutte notizie anche per Chris Christie: l’ex governatore apertamente antitrumpista è al 3% a livello nazionale. Risulta competitivo soltanto in New Hampshire, dove tuttavia sta mettendo di fatto i bastoni tra le ruote alla Haley, favorendo indirettamente Trump. Ogni tanto viene da chiedersi a che gioco stia realmente giocando. Vivek Ramaswamy (Ansa)<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/usa-2024-primarie-repubblicane-iowa-2666897466.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="democratici-joe-biden-nel-pantano" data-post-id="2666897466" data-published-at="1704730953" data-use-pagination="False"> Democratici: Joe Biden nel pantano Joe Biden (Ansa) Che Joe Biden sia in significativa difficoltà per la riconferma, è testimoniato dal fatto che ha di recente accusato Trump di usare «la retorica della Germania nazista». Le performance sondaggistiche dell’attuale inquilino della Casa Bianca continuano a rivelarsi disastrose. Gli americani non sono preoccupati soltanto dalla sua età, ma appaiono insoddisfatti sulla gestione dell’economia e dell’immigrazione clandestina. Inoltre, anche la crisi di Gaza sta creando spaccature in seno all’elettorato dem.Non a caso, un numero crescente di sondaggi dà Trump avanti al suo successore, anche in vari Stati chiave. Senza trascurare che quote crescenti di afroamericani e ispanici stanno abbandonando il Partito democratico. Dulcis in fundo, si fa per dire, il network di Barack Obama si sta mostrando sempre più scettico e insofferente verso la ricandidatura di Biden. Attenzione: questo non significa che la sua campagna elettorale sia necessariamente destinata a naufragare. Resta però il fatto che una situazione del genere preoccupi molti nel campo dem, anche tra coloro che nel 2020 avevano sostenuto l’attuale inquilino della Casa Bianca. Biden sta provando a rispolverare la strategia che lo portò alla vittoria la volta scorsa: demonizzare l’avversario e tentare così di compattare un partito – quello democratico – più spaccato che mai. Il punto è che, differentemente dal 2020, adesso il presidente dovrà fare i conti con il giudizio degli americani sul suo operato. Un giudizio che, come rilevano i sondaggi, non sembra al momento particolarmente positivo. In questo quadro, tirare in ballo il nazismo rischia di rivelarsi una sorta di boomerang, perché potrebbe indurre gli elettori a ritenerla una mossa disperata, messa in campo da chi è a corto di argomenti.
Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
Continua a leggereRiduci
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.
Piercamillo Davigo (Ansa)
La vicenda prende forma nel rapporto tra Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, e Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm. È con Storari che si consuma il primo snodo decisivo. Le motivazioni affermano che Davigo non si limita a ricevere informazioni, ma «rafforza e legittima» la scelta di Storari di consegnargli i verbali dell’avvocato Piero Amara, coperti da segreto investigativo. Lo fa prospettando una tesi giuridica che la Corte definisce esplicitamente «tutt’altro che fondata»: l’idea che il segreto non sia opponibile al Csm e, per estensione, al singolo consigliere. Una prospettazione che, secondo i giudici, ha avuto un ruolo causale diretto nella rivelazione, integrando il concorso «dell’extraneus nel reato proprio».
Qui la sentenza insiste su un punto che rende la condotta di Davigo particolarmente grave: la piena consapevolezza delle regole. I giudici ricordano che anche laddove il Csm abbia poteri di acquisizione, questi sono rigorosamente incanalati in procedure formali: soggetti legittimati, passaggi istituzionali, protocollazione, possibilità per l’autorità giudiziaria di opporre esigenze investigative. Nulla di tutto questo avviene. I verbali passano di mano in modo informale, in un incontro riservato, su una chiavetta Usb. Per la Corte non è un dettaglio, ma la prova che Davigo sceglie consapevolmente di porsi fuori dalle regole. Ottenuti gli atti, il comportamento contestato non si ferma. Le motivazioni ricordano che Davigo, «violando i doveri inerenti alle proprie funzioni ed abusando della sua qualità», riferisce l’esistenza di atti coperti da segreto a più soggetti, tra cui il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e il consigliere Sebastiano Ardita. La Corte è esplicita: Davigo non aveva alcuna legittimazione a divulgare quelle informazioni «al di fuori di una formale procedura». Ed è proprio questo passaggio che porta i giudici a sottolineare come l’ex magistrato abbia agito «ergendosi a paladino della legalità», ma senza titolo. Un aspetto centrale delle motivazioni riguarda gli effetti istituzionali di questa scelta. I giudici parlano di una diffusione selettiva della conoscenza, che genera tensioni, diffidenze e prese di distanza all’interno del Csm. La procedura, osserva la Corte, serve proprio a evitare che notizie delicate circolino in modo incontrollato. Davigo, scegliendo la via informale, accetta - o sottovaluta - questo rischio, contribuendo a un corto circuito istituzionale che nulla ha a che vedere con la tutela della legalità.
La sentenza respinge anche uno degli argomenti difensivi più ricorrenti nel dibattito pubblico: l’assoluzione di Storari non travolge la responsabilità di Davigo. La condanna a un anno e tre mesi di reclusione segna così una cesura netta nella parabola del dottor Sottile, il cui comportamento è descritto dai giudici come abusivo, consapevole e privo di legittimazione. Ottima pubblicità per il Sì al referendum.
Continua a leggereRiduci