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2021-10-15
Universitari beffati: in dad anche con la card
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L'anno accademico 2021/2022 è iniziato da due settimane per qualcuno e per altri da un mese, ma di università si è sentito parlare solo dopo la lezione sospesa a Bologna per la studentessa senza green pass. Sugli atenei si alza il chiacchiericcio quando montano le polemiche, quando qualche lista occupa delle aule, quando ci sono delle proteste, ma degli studenti universitari non si vocifera granché. Anche loro, come i colleghi di superiori e medie, hanno vissuto il dramma della dad, che è però è passato in sordina.
Forse perché più grandi e maturi, forse perché più responsabili, resta il fatto che per molti di loro la didattica a distanza è ancora una realtà presente, e non solo quando un compagno di corso risulta positivo al Covid-19. Nel decreto legge del 6 agosto 2021, approvato il 23 settembre in seconda lettura al Senato, inerente alle «Misure urgenti per l'esercizio in sicurezza delle attività scolastiche, universitarie, sociali e in materia di trasporti» viene ribadito il principio dello svolgimento prioritariamente in presenza delle attività didattiche e curriculari. Ma attenzione, prioritariamente. La situazione è più articolata rispetto alla scuola, perché ogni ateneo è autonomo nell'imposizione di regole più o meno stringenti rispetto alla presenza a lezione, nelle biblioteche e nelle aule studio. Quindi quel «prioritariamente», lascia intendere che non per tutti i ragazzi ci sia la possibilità di assistere alla totalità delle lezioni in aula. Per accedere alle strutture degli atenei è obbligatorio possedere il certificato verde sia per docenti e personale tecnico-amministrativo, sia per gli studenti, grande differenza rispetto alla scuola. La verifica del lasciapassare viene effettuata nella maggior parte delle università a campione, come all'Università di Bologna o all'Università Statale di Milano, mentre in altre è richiesto all'entrata dei campus, è il caso dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano o dell'Università di Salerno. Il punto di diversificazione più grande tra tutti gli atenei rimane la presenza degli studenti in aula durante le lezioni. Ogni plesso ha infatti la sua storia e le sue difficoltà a livello di spazi. Non è certamente un segreto il fatto che, in molte facoltà, il malcapitato ritardatario, solamente due anni fa, non trovando posti disponibili, si sarebbe dovuto sedere per terra o sugli scalini delle aule a gradoni. Proprio per questo motivo, dunque, non tutte le università possono permettersi di ospitare in aula tutti gli iscritti al corso, garantendo la possibilità di seguire da casa.
Fa riflettere il fatto che dall'undici ottobre, muniti di passaporto verde, la capienza consentita per cinema, teatri e altri luoghi di cultura sia del 100%, misura che di fatto abolisce la distanza interpersonale di un metro; mentre molti studenti, appartenenti al luogo di cultura per eccellenza, l'università, si vedono ancora costretti a seguire spesso le lezioni a distanza. Dopo due anni.
Statale, Cattolica, Bocconi, Politecnico e Bicocca, che hanno tutte la propria sede a Milano, presentano cinque soluzioni differenti. All'Università Statale da oggi la capienza delle aule raggiungerà il 100%, con la necessità di prenotarsi e la possibilità di seguirle a distanza e recuperarle entro 48 ore. Anche gli studenti del Politecnico, a partire dalla prossima settimana, potranno rivedersi tutti finalmente dal vivo, dopo che aver riempito le aule prima al 50 e poi al 70 percento. L'Università Cattolica del Sacro Cuore e l'Università degli Studi di Milano Bicocca hanno ancora una capienza ridotta al 50%, con obbligo di prenotazione e nel caso della Bicocca la chance di prenotarsi last minute nelle ultime 24 ore, nel caso siano rimasti dei posti liberi. In Bocconi il sistema è particolare: ogni corso è iniziato suddividendo la classe in due gruppi, matricole pari e dispari, e di settimana in settimana i due gruppi hanno intercambiato la presenza o l'online. Dopo qualche settimana di lezione grazie a dei calcoli statistici per i corsi meno popolosi è stata reintrodotta la capienza al 100%. A Venezia, alla Ca' Foscari, solo il 75% degli universitari può andare in presenza, previa prenotazione, i restanti online. In Emilia-Romagna, a Parma e Bologna tutti i posti in aula sono occupabili. All'Unibo le lezioni vengono trasmesse anche in streaming, mentre a Parma i docenti sono obbligati a fornire un supporto online aggiuntivo rispetto alla presenza. A Roma, Sapienza e Luiss hanno ancora il tetto massimo del 75%. In Toscana a Siena, si va ad esaurimento posti, senza il bisogno di prenotarsi, mentre a Salerno vige ancora il 50%, con obbligo di prenotazione.
Vivere quotidianamente l'università ha un valore aggiunto. È un luogo di incontro e di dialogo con l'altro, con il diverso, che tempra e porta degli adolescenti a diventare uomini e donne pronti a prendere in mano la propria vita. Prendere una laurea non è ottenere un titolo, ma fare un'esperienza di vita, esperienza che nonostante green pass, mascherine, temperatura e sanificazioni non a tutti oggi è consentita allo stesso modo, nonostante i proclami dessero per finito l'incubo dad. Eppure, il green pass è sempre stato venduto come strumento di libertà e di ritorno alla normalità. Nemmeno possederlo, però, garantisce agli studenti la possibilità di fare lezione in presenza.
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Nemmeno il possesso del pass dà diritto all'ingresso nelle aule. Gli atenei vanno infatti in ordine sparso: in alcuni la capienza è tornata al 100%, ma solo previa prenotazione. In altri si va a rotazione: metà degli studenti costretta ancora alle lezioni onlineLa maggioranza delle assistenti è priva di certificato. Famiglie e anziani senza risposteLo speciale contiene due articoliL'anno accademico 2021/2022 è iniziato da due settimane per qualcuno e per altri da un mese, ma di università si è sentito parlare solo dopo la lezione sospesa a Bologna per la studentessa senza green pass. Sugli atenei si alza il chiacchiericcio quando montano le polemiche, quando qualche lista occupa delle aule, quando ci sono delle proteste, ma degli studenti universitari non si vocifera granché. Anche loro, come i colleghi di superiori e medie, hanno vissuto il dramma della dad, che è però è passato in sordina. Forse perché più grandi e maturi, forse perché più responsabili, resta il fatto che per molti di loro la didattica a distanza è ancora una realtà presente, e non solo quando un compagno di corso risulta positivo al Covid-19. Nel decreto legge del 6 agosto 2021, approvato il 23 settembre in seconda lettura al Senato, inerente alle «Misure urgenti per l'esercizio in sicurezza delle attività scolastiche, universitarie, sociali e in materia di trasporti» viene ribadito il principio dello svolgimento prioritariamente in presenza delle attività didattiche e curriculari. Ma attenzione, prioritariamente. La situazione è più articolata rispetto alla scuola, perché ogni ateneo è autonomo nell'imposizione di regole più o meno stringenti rispetto alla presenza a lezione, nelle biblioteche e nelle aule studio. Quindi quel «prioritariamente», lascia intendere che non per tutti i ragazzi ci sia la possibilità di assistere alla totalità delle lezioni in aula. Per accedere alle strutture degli atenei è obbligatorio possedere il certificato verde sia per docenti e personale tecnico-amministrativo, sia per gli studenti, grande differenza rispetto alla scuola. La verifica del lasciapassare viene effettuata nella maggior parte delle università a campione, come all'Università di Bologna o all'Università Statale di Milano, mentre in altre è richiesto all'entrata dei campus, è il caso dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano o dell'Università di Salerno. Il punto di diversificazione più grande tra tutti gli atenei rimane la presenza degli studenti in aula durante le lezioni. Ogni plesso ha infatti la sua storia e le sue difficoltà a livello di spazi. Non è certamente un segreto il fatto che, in molte facoltà, il malcapitato ritardatario, solamente due anni fa, non trovando posti disponibili, si sarebbe dovuto sedere per terra o sugli scalini delle aule a gradoni. Proprio per questo motivo, dunque, non tutte le università possono permettersi di ospitare in aula tutti gli iscritti al corso, garantendo la possibilità di seguire da casa. Fa riflettere il fatto che dall'undici ottobre, muniti di passaporto verde, la capienza consentita per cinema, teatri e altri luoghi di cultura sia del 100%, misura che di fatto abolisce la distanza interpersonale di un metro; mentre molti studenti, appartenenti al luogo di cultura per eccellenza, l'università, si vedono ancora costretti a seguire spesso le lezioni a distanza. Dopo due anni. Statale, Cattolica, Bocconi, Politecnico e Bicocca, che hanno tutte la propria sede a Milano, presentano cinque soluzioni differenti. All'Università Statale da oggi la capienza delle aule raggiungerà il 100%, con la necessità di prenotarsi e la possibilità di seguirle a distanza e recuperarle entro 48 ore. Anche gli studenti del Politecnico, a partire dalla prossima settimana, potranno rivedersi tutti finalmente dal vivo, dopo che aver riempito le aule prima al 50 e poi al 70 percento. L'Università Cattolica del Sacro Cuore e l'Università degli Studi di Milano Bicocca hanno ancora una capienza ridotta al 50%, con obbligo di prenotazione e nel caso della Bicocca la chance di prenotarsi last minute nelle ultime 24 ore, nel caso siano rimasti dei posti liberi. In Bocconi il sistema è particolare: ogni corso è iniziato suddividendo la classe in due gruppi, matricole pari e dispari, e di settimana in settimana i due gruppi hanno intercambiato la presenza o l'online. Dopo qualche settimana di lezione grazie a dei calcoli statistici per i corsi meno popolosi è stata reintrodotta la capienza al 100%. A Venezia, alla Ca' Foscari, solo il 75% degli universitari può andare in presenza, previa prenotazione, i restanti online. In Emilia-Romagna, a Parma e Bologna tutti i posti in aula sono occupabili. All'Unibo le lezioni vengono trasmesse anche in streaming, mentre a Parma i docenti sono obbligati a fornire un supporto online aggiuntivo rispetto alla presenza. A Roma, Sapienza e Luiss hanno ancora il tetto massimo del 75%. In Toscana a Siena, si va ad esaurimento posti, senza il bisogno di prenotarsi, mentre a Salerno vige ancora il 50%, con obbligo di prenotazione. Vivere quotidianamente l'università ha un valore aggiunto. È un luogo di incontro e di dialogo con l'altro, con il diverso, che tempra e porta degli adolescenti a diventare uomini e donne pronti a prendere in mano la propria vita. Prendere una laurea non è ottenere un titolo, ma fare un'esperienza di vita, esperienza che nonostante green pass, mascherine, temperatura e sanificazioni non a tutti oggi è consentita allo stesso modo, nonostante i proclami dessero per finito l'incubo dad. Eppure, il green pass è sempre stato venduto come strumento di libertà e di ritorno alla normalità. Nemmeno possederlo, però, garantisce agli studenti la possibilità di fare lezione in presenza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universitari-beffati-in-dad-anche-con-la-card-2655300403.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2655300403" data-published-at="1634249453" data-use-pagination="False"> E venne il giorno del green pass obbligatorio per lavorare. E avendo sottovalutato le contraddizioni segnalate da sempre dell'autocertificazione tutta italiana, il governo si ritrova con il rischio paralisi del Paese non avendo sciolto nodi fondamentali: dai 60.000 ancora non vaccinati nell'ambito delle forze dell'ordine ai lavoratori dell'autotrasporto, del settore agricolo, dell'edilizia, ma anche colf e badanti. Ma se camalli e camionisti preoccupano il governo e tra un tavolo e un vertice i sindacati provano a risolvere la grana, delle badanti nessuno parla, mentre la delicatezza del tipo di lavoro e le caratteristiche del datore di lavoro privato, quasi sempre un anziano o disabile bisognoso di assistenza, meriterebbero una grande attenzione. Molte badanti e colf provengono da Stati come la Romania, che ha solo il 25% della popolazione vaccinata o l'Ucraina con l'11%, e quindi o non sono vaccinate oppure sono immunizzate con vaccini non riconosciuti, come il russo Sputnik e quindi non possono ottenere il green pass. Per l'associazione datoriale Domina i lavoratori domestici non ancora vaccinati sono circa 600.000, mentre per Assindatcolf (Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico), la cifre sono ancora più alte: la platea dei non vaccinati potrebbe corrispondere al 50% del totale, circa 2 milioni tra regolari e irregolari presenti nel nostro Paese che «valgono» circa 20 miliardi di euro l'anno, valore che potrebbe raddoppiare entro 2030 visto l'invecchiamento progressivo della popolazione. Le associazioni già nei mesi scorsi avevano lanciato l'allarme chiedendo al governo di intervenire prima per facilitare l'accesso alla vaccinazione di badanti, colf e baby sitter, e poi per introdurre anche per loro l'obbligo come previsto per operatori sanitari e delle Rsa. A sollevare il problema delle ricadute sulle famiglie è Chiara Pazzaglia, presidente provinciale delle Acli di Bologna: «Nei nostri uffici seguiamo circa 3.300 contratti l'anno. Negli ultimi giorni, siamo alle prese con le richieste da parte dei datori di lavoro, familiari e amministratori di sostegno di questi, abbiamo risposto a un centinaio tra chiamate ed email solo nell'ultima settimana, soprattutto sulle modalità di controllo del documento e delle possibili conseguenze per le lavoratrici che non rispettano l'obbligo. Sui controlli, spiega Andrea Zini, vicepresidente Assindatcolf: «Abbiamo già detto alle famiglie di verificare se il lavoratore ha il Gp, chiedendogli di firmare una lettera. Ci sono almeno 400.000 lavoratori che non hanno il green pass e a cui le famiglie non lo chiederanno mai per non perdere il rapporto di fiducia o perché non hanno altri cui rivolgersi e temono di restare senza aiuto. Altre 200.000 persone potrebbero perdere il lavoro, perché le famiglie non vogliono rischiare». Inoltre molti lavoratori e lavoratrici hanno più datori di lavoro ed è difficile che per poche ore venga controllato il documento: «Ecco perché, ribadisce Zini, «avevamo chiesto una procedura semplificata con la verifica del cartaceo». Anche perché, molti anziani soli non hanno lo smartphone e sono dunque impossibilitati a capire se la propria collaboratrice rispetti il requisito. L'obbligo del green pass diventa poi pioggia sul bagnato per un settore che, come spiega Pazzaglia «è già stato messo in crisi dall'introduzione del Reddito di Cittadinanza; infatti, alcune assistenti familiari straniere che hanno titolo per richiederlo, essendo in Italia regolarmente da più di 10 anni, preferiscono questo sussidio al contratto di lavoro in regola, per pochi euro di differenza».
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Ora però vediamo di non perdere di vista la situazione più generale e non sacrificare gli interessi nazionali sull’altare dell’Europa. L’opinione pubblica non ha più alcuna intenzione di veder indebolito ulteriormente il proprio potere d’acquisto: il caro petrolio non è soltanto lo sciacallaggio di alcuni alla pompa di benzina ma è pure l’incremento dei prezzi nei prodotti che mettiamo nel carrello della spesa.
Se l’America ha deciso di allargare le maglie verso la Russia rispetto alle sanzioni energetiche, non si capisce l’intransigenza europea nel tenerle strette. Non credo che l’Europa sia nelle condizioni di giocare una partita energetica con la forza negoziale degli States, quindi invitiamo il governo italiano a differenziarsi rispetto alla strategia di Bruxelles. Di sicuro l’atteggiamento ostile che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha verso il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco non ci fanno ben sperare. La Biennale parla un linguaggio che è «oltre» la politica, è un ponte o se volete un by-pass che la politica usa per negoziare con registri differenti.
Se dall’inizio della guerra in Medio Oriente la Russia ha incassato 150 milioni di dollari in più al giorno dalla vendita di petrolio, non possiamo non considerare il peso del petrolio sugli scenari globali (alla faccia delle rivoluzioni green della Ue). Non so cosa vogliano fare a Bruxelles, ma so cosa vorrei che facesse questo governo di centrodestra: fare gli interessi degli italiani! Ecco perché lascerei perdere sbandamenti del tipo «Non diamo vantaggi a Putin»: se la Russia racimola poco meno di due miliardi nel giro di 14 giorni, è evidente che non ha bisogno di noi. Al limite siamo noi che tra poco faremo i conti con l’ammutinamento degli italiani spazientiti.
Ora, il ministro Giuli può anche giocare a indignarsi ma qui il gioco non regge: prima dell’attacco all’Iran e dopo l’invasione russa in Ucraina, fior di multinazionali (americane ed europee, anche italiane) non hanno mai smesso di operare sul mercato russo, lo sa? E hanno generato circa 41,4 miliardi di dollari di tasse versate all’erario russo tra il 2022 e il 2023, cioè una cifra equivalente a circa un terzo dell’intero bilancio militare della Russia per il 2025? Se volete qualche nome eccolo: la britannica Unilever, le francesi Total, Auchan, Leroy Merlin. Nell’elenco non mancano le italiane Ferrero, Barilla, Fenzi e Calzedonia tanto per fare qualche nome. Fanno bene? Assolutamente sì e infatti nessuno si sognerebbe di puntare l’indice contro di loro. A voler essere precisi - caro Giuli - quando si parlò di usare gli asset finanziari russi congelati in Belgio per finanziare la resistenza ucraina, il nostro presidente del Consiglio si oppose anche per difendere le aziende italiane in Russia. Ma andiamo oltre, facciamo sempre parlare i numeri, invece di una retorica che francamente mi ha anche stancato. Ebbene i numeri dicono che, a fronte dei vari pacchetti di sanzioni, l’Europa compra ancora direttamente o indirettamente energia da Mosca. Prendo per buono ciò che ha scritto Mattia Feltri pochi giorni fa sulla Stampa a proposito dell’acquisto europeo di gas russo, alla faccia dei venti pacchetti: «Dal nemico irriducibile, secondo logica, non dovremmo più acquistare nemmeno un barattolo di caviale da un triennio. E invece va così. Ma restate seduti perché non è finita. Tutto il gas naturale liquefatto estratto a febbraio nella penisola russa di Yamal è stato trasportato nei terminali dell’Unione europea. Non un po’, non tanto: tutto. Un milione e mezzo di tonnellate. E, già a gennaio, proprio tutto no, ma il 93 per cento ce lo eravamo accaparrati. E cioè: si è stabilito di non comprare più gas dalla Russia? Bene, nel frattempo compriamone più che si può». Non vi basta? Ecco cosa scriveva Federico Fubini qualche tempo fa sul Corriere della Sera: «Lo stretto fra la Danimarca e la Svezia in entrata e uscita dal Baltico misura appena quattro chilometri nel suo punto più stretto, tutto in acque della Nato e dell’Unione europea e dunque in teoria è controllato dalle organizzazioni più ricche e potenti che la storia abbia mai visto. Eppure continuiamo a far passare esportazioni di petrolio russo per decine di miliardi di euro all’anno: l’equivalente di quanto stiamo pagando ogni anno per cercare di difendere l’Ucraina dall’aggressione della Russia stessa, finanziata con quei fondi. […] Il risultato è che l’export di greggio e prodotti petroliferi, con cui Mosca sostiene la guerra, in volume sta aumentando: 21 milioni di tonnellate di export in gennaio scorso, 22 milioni in agosto, 23 a settembre e probabilmente ancora di più ottobre. La chiave è nel Mar Baltico». Prima dell’attacco americano e israeliano in Iran e prima della scelta Usa di allentare le sanzioni.
A fronte di questi dati vogliamo ancora giocare a fare i duri e puri con Buttafuoco, il quale almeno ha il merito di giocare a carte scoperte in nome del dialogo culturale?
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Ansa
I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
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Ansa
E perché avvistamenti satellitari, analoghi a quelli riportati adesso da Afp, erano stati registrati già l’11 gennaio e il 25 dicembre scorsi, senza contare che precedenti del genere si susseguono ormai da anni? La risposta è inquietante: gli esperti ritengono che si tratti di azioni coordinate, parte dei preparativi del regime di Pechino in vista di una crisi o di un conflitto regionale.
Le imbarcazioni civili formerebbero una milizia marittima, con diversi potenziali impieghi. Ad esempio, si prestano a costituire una muraglia galleggiante per rallentare o bloccare le rotte commerciali e complicare il passaggio delle navi militari. Non trattandosi di mezzi bellici veri e propri, per un nemico sarebbe problematico attaccarli. I pescatori sarebbero, in sostanza, uno scudo umano. Lo sciame potrebbe anche funzionare alla stregua di una rete di intelligence distribuita. Oppure, potrebbe fungere da base per rifornimenti di altri natanti, per il recupero di equipaggi e velivoli senza pilota, per la distribuzione di sensori e per il trasporto di strumentazioni. Ancora: la flotta potrebbe rafforzare eventuali rivendicazioni territoriali, assicurando una presenza permanente in alcune aree contese. Non mancano i precedenti: le autorità già pagano gli armatori per stazionare almeno 280 giorni alle isole Spratly, reclamate dal Dragone, dal Vietnam, dalle Filippine, da Taiwan, dalla Malesia e dal Brunei.
L’esercitazione, considerate le tempistiche, non è direttamente collegata alla guerra in Iran. Ma i dirigenti cinesi stanno di certo studiando con attenzione quello che accade in Medio Oriente. Sia perché hanno bisogno dei barili di petrolio; sia perché le difficoltà degli americani, finora incapaci di garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, lasciano supporre che, per la Marina statunitense, sarebbe pressoché impossibile opporsi a un atto di forza di Xi Jinping nel Mar Cinese meridionale e orientale. Questo rimette in discussione l’indipendenza di Taiwan e persino la sicurezza degli alleati dell’Occidente nell’Indo-Pacifico.
Al Politburo non sarà passata inosservata la notizia dello spostamento, dalle acque nipponiche al teatro bellico mediorientale, di una nave d’assalto americana, insieme a 2.000 marines. La redistribuzione degli assetti ha preoccupato le potenze asiatiche vicine agli Stati Uniti, anche alla luce delle indiscrezioni di stampa, secondo cui la Casa Bianca sarebbe intenzionata a trasferire alcuni componenti del sistema di difesa missilistica Thaad, attualmente situati in Corea del Sud, che ha necessità di proteggersi da Pyongyang. Si andrebbe ben oltre il grado di disimpegno che caldeggiano i prudentissimi esponenti della scuola del realismo difensivo: tre mesi fa, era uscito l’ultimo saggio di Charles L. Glaser, Retrench, defend, compete, che suggeriva di mollare Taipei per minimizzare il pericolo di uno scontro con il Dragone, ma al contempo prescriveva di confermare il sostegno Usa agli altri Paesi filoamericani della regione. Xi non morirà dalla voglia di aprire un altro vaso di Pandora. Ma il regime deve aver annotato tutti i segnali di debolezza dell’«Armada» a stelle e strisce, che pretende di aver «annientato il 100% delle capacità militari dell’Iran», come ha detto Donald Trump ieri, eppure non ha impedito a Teheran di interdire Hormuz. Si capisce come mai il presidente abbia invocato esplicitamente l’intervento dei cinesi, al fianco di Parigi, Tokyo, Seul e Londra, in un’ipotetica missione per liberare lo Stretto. Un tentativo di mettere in imbarazzo politico i rivali.
La partita che si gioca attorno al petrolio è molto complessa. Alcune immagini circolate in Rete mostrano code di vetture ai distributori nelle metropoli cinesi: gli automobilisti starebbero facendo incetta di carburante, in prospettiva di ulteriori aumenti dei prezzi. Si era appreso, nei giorni scorsi, che la Cina aveva provato a negoziare con gli ayatollah il passaggio del greggio. Poi è spuntata una nuova ipotesi: l’Iran sarebbe disponibile a lasciar transitare le petroliere, purché gli scambi siano condotti in yuan. Stando a quanto riferito dal South China Morning Post, il Paese asiatico rimane cauto, se non scettico: «Benché il piano possa simbolicamente promuovere l’uso della valuta cinese», ha scritto il quotidiano, «la sua attuazione fronteggerebbe sfide di sicurezza e fattibilità e potrebbe provocare strappi nelle relazioni Cina-Usa». Relazioni alle quali, evidentemente, il Partito tiene ancora. Specie alla vigilia dell’incontro tra il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il vicepremier di Pechino, He Lifeng. E in attesa del bilaterale Trump-Xi, previsto ad aprile. Un faccia a faccia decisivo per risolvere la disputa sui dazi. Anche se l’America, a questo punto, potrebbe arrivarci con le armi spuntate. In tutti i sensi.
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