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2021-12-23
«Una poltrona per due»: l’incredibile storia di un classico natalizio (solo in Italia)
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(Paramount/Getty Images)
«Why do Italians watch Trading Places on Christmas Eve?», si chiedeva qualche giorno fa il sito Wanted in Rome, dedicato agli anglofoni residenti nella città eterna. Ovvero: «Perché gli italiani guardano Trading Places alla vigilia di Natale?». La domanda resta poco comprensibile finché non traduciamo anche il titolo del film in oggetto: Trading Places, infatti, non è altro che il titolo originale di Una poltrona per due, il film del 1983 diretto da John Landis e interpretato da Dan Aykroyd, Eddie Murphy e Jamie Lee Curtis. Anche quest'anno, il 24 dicembre, Italia Uno propone in prima serata questa pellicola, che è nota ovviamente in tutto il mondo, ma solo qui da noi è diventata un classico natalizio (tant'è che la circostanza è menzionata anche sulla pagina Wikipedia in inglese del film). Anzi, un vero e proprio oggetto di culto, con tanto di pagine social dedicate. Insomma, per gli italiani il Natale non è veramente Natale senza l'albero, il presepe, il pandoro, il panettone e Una poltrona per due.
La trama del film è nota: per un gioco crudele, i fratelli Mortimer e Randolph Duke, due anziani, cinici squali dell'alta finanza, scambiano le vite del sofisticato agente di cambio Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd) e del barbone e truffatore di colore Billy Ray Valentine (Eddie Murphy), catapultando l'uno nel contesto sociale dell'altro. La scommessa è volta a vedere quanto le posizioni sociali siano determinate da doti innate e quanto invece dipendano dalle circostanze: un senzatetto a cui vengano offerte opportunità riuscirà a spiccare come un rampollo della buona società? Ovviamente, alla fine, i due personaggi oggetto delle perfide manovre dei Duke capiscono il raggiro e si mettono d'impegno per ottenere la loro vendetta.
Il film viene trasmesso ininterrottamente dal 1997, all'inizio con qualche variazione sul giorno (talvolta il 25, in altri casi il 26), ma negli ultimi anni si è attestato in modo inamovibile sulla sera del 24. Curioso, per un film che nelle sale americane uscì l’8 giugno del 1983 e che quindi non fu pensato come film per le festività. Il Natale, del resto, ha un ruolo del tutto marginale nel film, se si eccettua la scena iconica in cui un devastato Dan Aykroyd conciato come un Babbo Natale lercio e sbronzo, addenta un pezzo di salmone affumicato rubato a un party. E forse il segreto è proprio questo: nel pieno di una programmazione televisiva satura di cartoni animati o di pellicole per famiglie sullo «spirito del Natale», Una poltrona per due rappresenta un elemento di novità e di evasione, con notevoli momenti comici ma anche con scene agrodolci che sono l'ideale per riprendersi dalla programmazione al miele delle feste.
Il culto che si è generato attorno alla pellicola ha tuttavia anche a che fare con la ripetitività con cui è stato programmato. All'inizio, probabilmente, fu una scelta dettata semplicemente dalla pigrizia. La cosa divenne un tormentone, e allora Mediaset fu abbastanza furba da cavalcarla, rilanciando l'appuntamento natalizio come un grande classico del Natale. «Scegliere sempre lo stesso titolo è un’intuizione che ho ereditato da chi mi ha preceduto, ma credo che funzioni perché a Natale vogliamo sentirci raccontare sempre la stessa storia: ai bambini si parla di Babbo Natale e anche i più grandi vogliono la loro storia», disse tempo fa alla Stampa la direttrice di Italia 1, Laura Casarotto. Un'operazione quasi situazionista, insomma: il «difetto» di un'emittente («passa sempre gli stessi film») che diventa un suo punto di forza.
Costato 15 milioni di dollari e prodotto dalla Paramount, il film ne incassò 90. La parte finale del film, con Eddie Murphy e Dan Akroyd che mandano in rovina i Duke con una ardita manovra di Borsa, ha perfino ispirato una legge: dal 2010 è legge negli Usa «la regola di Eddie Murphy» per cui è proibito usare informazioni governative di cui ci si è appropriati indebitamente per giocare nei mercati delle materie prime.
C'è inoltre un'altra questione che rende il film interessante. Inizialmente, la trama aveva un impianto abbastanza progressista. Lo scambio di vite tra i due protagonisti dimostra infatti che sì, è il contesto sociale che fa l'uomo: il barbone a cui viene data una chance riesce ad avere successo, il giovane ricco e istruito cacciato nei bassifondi diventa uno spiantato. Una sorta di parabola marxista, in qualche modo. Se uscisse oggi, tuttavia, il film non supererebbe le forche caudine della sinistra «intersezionalista». Diverse cose allora ritenute innocue, infatti, nel frattempo sono diventate tabù. Il linguaggio di Eddie Murphy, per esempio, è scurrile e pieno di stereotipi (in una scena si rivolge ai due Duke chiamandoli «faggots», che significa «finocchi», e i Duke, a loro volta, apostrofano il loro interlocutore come «nigger»). Dan Akroyd, poi, incappa in quello che oggi è diventato peccato mortale: il blackface. Cioè il volto pitturato per assomigliare a un nero. Una volta era una gag usuale e innocua, oggi è equiparata più o meno allo schiavismo. Nel finale, poi, non manca una grottesca scena di zoofilia, con uno dei «cattivi» che finisce vestito da gorilla in una gabbia con un vero gorilla e da questi viene sodomizzato. Un passaggio trash (il film inizia con una certa brillantezza, ma diventa più farsesco nel finale) che non entrerà certo nella hall of fame delle migliori scene della storia del cinema, ma che oggi, forse, verrebbe accusato di essere offensivo nei confronti degli amanti della zoofilia.
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Il film di John Landis, dal 1997 tormentone natalizio della tv italiana, nasceva con un sincero spirito progressista. Oggi le gag innocenti della pellicola del 1983 sarebbero tabù. Certo interpretate come omofobe e razziste. Con una punta finale di zoofilia. «Why do Italians watch Trading Places on Christmas Eve?», si chiedeva qualche giorno fa il sito Wanted in Rome, dedicato agli anglofoni residenti nella città eterna. Ovvero: «Perché gli italiani guardano Trading Places alla vigilia di Natale?». La domanda resta poco comprensibile finché non traduciamo anche il titolo del film in oggetto: Trading Places, infatti, non è altro che il titolo originale di Una poltrona per due, il film del 1983 diretto da John Landis e interpretato da Dan Aykroyd, Eddie Murphy e Jamie Lee Curtis. Anche quest'anno, il 24 dicembre, Italia Uno propone in prima serata questa pellicola, che è nota ovviamente in tutto il mondo, ma solo qui da noi è diventata un classico natalizio (tant'è che la circostanza è menzionata anche sulla pagina Wikipedia in inglese del film). Anzi, un vero e proprio oggetto di culto, con tanto di pagine social dedicate. Insomma, per gli italiani il Natale non è veramente Natale senza l'albero, il presepe, il pandoro, il panettone e Una poltrona per due. La trama del film è nota: per un gioco crudele, i fratelli Mortimer e Randolph Duke, due anziani, cinici squali dell'alta finanza, scambiano le vite del sofisticato agente di cambio Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd) e del barbone e truffatore di colore Billy Ray Valentine (Eddie Murphy), catapultando l'uno nel contesto sociale dell'altro. La scommessa è volta a vedere quanto le posizioni sociali siano determinate da doti innate e quanto invece dipendano dalle circostanze: un senzatetto a cui vengano offerte opportunità riuscirà a spiccare come un rampollo della buona società? Ovviamente, alla fine, i due personaggi oggetto delle perfide manovre dei Duke capiscono il raggiro e si mettono d'impegno per ottenere la loro vendetta. Il film viene trasmesso ininterrottamente dal 1997, all'inizio con qualche variazione sul giorno (talvolta il 25, in altri casi il 26), ma negli ultimi anni si è attestato in modo inamovibile sulla sera del 24. Curioso, per un film che nelle sale americane uscì l’8 giugno del 1983 e che quindi non fu pensato come film per le festività. Il Natale, del resto, ha un ruolo del tutto marginale nel film, se si eccettua la scena iconica in cui un devastato Dan Aykroyd conciato come un Babbo Natale lercio e sbronzo, addenta un pezzo di salmone affumicato rubato a un party. E forse il segreto è proprio questo: nel pieno di una programmazione televisiva satura di cartoni animati o di pellicole per famiglie sullo «spirito del Natale», Una poltrona per due rappresenta un elemento di novità e di evasione, con notevoli momenti comici ma anche con scene agrodolci che sono l'ideale per riprendersi dalla programmazione al miele delle feste.Il culto che si è generato attorno alla pellicola ha tuttavia anche a che fare con la ripetitività con cui è stato programmato. All'inizio, probabilmente, fu una scelta dettata semplicemente dalla pigrizia. La cosa divenne un tormentone, e allora Mediaset fu abbastanza furba da cavalcarla, rilanciando l'appuntamento natalizio come un grande classico del Natale. «Scegliere sempre lo stesso titolo è un’intuizione che ho ereditato da chi mi ha preceduto, ma credo che funzioni perché a Natale vogliamo sentirci raccontare sempre la stessa storia: ai bambini si parla di Babbo Natale e anche i più grandi vogliono la loro storia», disse tempo fa alla Stampa la direttrice di Italia 1, Laura Casarotto. Un'operazione quasi situazionista, insomma: il «difetto» di un'emittente («passa sempre gli stessi film») che diventa un suo punto di forza.Costato 15 milioni di dollari e prodotto dalla Paramount, il film ne incassò 90. La parte finale del film, con Eddie Murphy e Dan Akroyd che mandano in rovina i Duke con una ardita manovra di Borsa, ha perfino ispirato una legge: dal 2010 è legge negli Usa «la regola di Eddie Murphy» per cui è proibito usare informazioni governative di cui ci si è appropriati indebitamente per giocare nei mercati delle materie prime. C'è inoltre un'altra questione che rende il film interessante. Inizialmente, la trama aveva un impianto abbastanza progressista. Lo scambio di vite tra i due protagonisti dimostra infatti che sì, è il contesto sociale che fa l'uomo: il barbone a cui viene data una chance riesce ad avere successo, il giovane ricco e istruito cacciato nei bassifondi diventa uno spiantato. Una sorta di parabola marxista, in qualche modo. Se uscisse oggi, tuttavia, il film non supererebbe le forche caudine della sinistra «intersezionalista». Diverse cose allora ritenute innocue, infatti, nel frattempo sono diventate tabù. Il linguaggio di Eddie Murphy, per esempio, è scurrile e pieno di stereotipi (in una scena si rivolge ai due Duke chiamandoli «faggots», che significa «finocchi», e i Duke, a loro volta, apostrofano il loro interlocutore come «nigger»). Dan Akroyd, poi, incappa in quello che oggi è diventato peccato mortale: il blackface. Cioè il volto pitturato per assomigliare a un nero. Una volta era una gag usuale e innocua, oggi è equiparata più o meno allo schiavismo. Nel finale, poi, non manca una grottesca scena di zoofilia, con uno dei «cattivi» che finisce vestito da gorilla in una gabbia con un vero gorilla e da questi viene sodomizzato. Un passaggio trash (il film inizia con una certa brillantezza, ma diventa più farsesco nel finale) che non entrerà certo nella hall of fame delle migliori scene della storia del cinema, ma che oggi, forse, verrebbe accusato di essere offensivo nei confronti degli amanti della zoofilia.
Donald Trump (Ansa)
«L’Iran deve accettare di non dotarsi mai di armi nucleari o bombe atomiche. Lo Stretto di Hormuz deve essere immediatamente aperto, senza pedaggi, per il libero traffico marittimo in entrambe le direzioni», ha specificato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Tutte le mine acquatiche (bombe), se presenti, saranno neutralizzate (abbiamo già rimosso, tramite detonazione, numerose mine di questo tipo con i nostri potenti dragamine sottomarini). L’Iran completerà immediatamente la rimozione e/o la detonazione di tutte le mine rimanenti». «Le navi bloccate nello Stretto a causa del nostro blocco navale incredibile e senza precedenti, che ora verrà revocato, possono iniziare il processo di ritorno a casa!», ha proseguito. L’inquilino della Casa Bianca ha anche dichiarato che la «polvere nucleare» iraniana sarà «dissotterrata» e distrutta da Washington in coordinamento con l’Aiea e con la stessa Repubblica islamica.
L’altro ieri, Axios aveva riferito che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo, ma che mancava ancora l’ok definitivo sia di Trump che della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. Al di là dei dettagli già resi noti dalla testata, ieri il New York Times ha rivelato che, in caso, l’intesa prevedrebbe anche un fondo d’investimento postbellico da 300 miliardi di dollari, finalizzato alla ricostruzione economica di Teheran. Tutto questo, mentre, nella serata di mercoledì, era stato espresso cauto ottimismo da vari rappresentanti dell’amministrazione statunitense. «Non ci siamo ancora, ma ci siamo molto vicini. Continueremo a lavorarci su», aveva affermato JD Vance, riferendosi alla possibilità di un accordo tra Washington e Teheran. Al contempo, il vice capo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, aveva detto che Trump risultava «direttamente e personalmente coinvolto nei negoziati». Nel frattempo, ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ricevuto a Washington il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar. Non è del resto un mistero che il governo di Islamabad stia svolgendo un ruolo centrale per mediare un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran.
Piuttosto fredda è invece apparsa la reazione di Teheran all’annuncio effettuato ieri dal presidente americano. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, la Repubblica islamica avrebbe, sì, confermato che l’accordo con gli Stati Uniti sarebbe nelle fasi finali di ratifica, ma ha anche aggiunto che non sarebbe stata ancora presa una decisione definitiva. La stessa testata ha inoltre riferito che, contrariamente a quanto asserito da Trump, nell’intesa non sarebbe prevista né la riapertura di Hormuz senza pedaggi né la distruzione del materiale atomico iraniano. Vale comunque la pena di ricordare che l’agenzia Fars è considerata assai vicina alle Guardie della rivoluzione: vale a dire a quel potere che, all’interno del regime khomeinista, è maggiormente favorevole a tenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti.
Un alto funzionario iraniano ha inoltre riferito a Reuters che le due parti avrebbero raggiunto una «intesa politica» ma che l’accordo vero e proprio non sarebbe ancora stato concluso. «Per quanto riguarda l’intesa, come ho detto parlando con voi, lo scambio di messaggi continua, ma non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo», ha infine fatto sapere il ministero degli Esteri della Repubblica islamica.
Come che sia, nonostante i progressi diplomatici, Washington e Teheran non hanno rinunciato a mostrare i muscoli. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha detto che la Repubblica islamica «conquisterà i suoi diritti non attraverso il dialogo, ma con i missili». Dall’altra parte, il dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni volte a colpire il greggio iraniano e, in particolare, le Guardie della rivoluzione. Al contempo, il dossier di Hormuz resta centrale. Proprio ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha parlato con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, per discutere della «futura amministrazione» dello Stretto.
E così, mentre la situazione diplomatica ieri sera restava sospesa, i due contendenti tendono comunque ad avvicinarsi a causa dei rispettivi problemi. Trump ha necessità di chiudere il conflitto sia per scongiurare il pantano che per far abbassare il costo dell’energia. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha invece bisogno di arrivare a un accordo per alleviare le significative sofferenze economiche in cui versa il regime khomeinista: in tal senso, nonostante l’opposizione dei pasdaran, spera nella diplomazia per ottenere la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Vedremo quindi come si svilupperà la questione nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
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Vladimir Putin (Ansa)
Sono insorti i leader europei e la Nato dopo che un drone, già bollato come russo, ha invaso lo spazio aereo rumeno colpendo un condominio. Non hanno però battuto ciglio quando a sconfinare sono stati i velivoli senza pilota ucraini.
L’incidente è stato annunciato dal ministero della Difesa rumeno: mentre nella notte la Russia stava attaccando l’Ucraina «in prossimità del confine fluviale» con la Romania, «uno di questi droni è entrato nello spazio aereo rumeno, è stato seguito dal radar fino alla parte meridionale della città di Galati e si è schiantato sul tetto di un condominio, provocando un incendio». A essere feriti leggermente sono stati una donna e un bambino. Poco dopo, il generale di brigata rumeno Gheorghe Maxim ha rivelato che il velivolo senza pilota ha percorso 10 km a bassa quota, scomparendo dai radar dopo quattro minuti. Per il generale si è trattato di un intervallo di tempo troppo breve per qualsiasi risposta tempestiva. Secondo il presidente della Romania, Nicusor Dan, si tratta «del più grave incidente di sicurezza» nel Paese «dall’inizio della guerra». Ritenendo Mosca «responsabile», l’ha tacciata di dimostrare «un totale disprezzo per il diritto internazionale e per la sicurezza dei cittadini di uno Stato membro della Nato». Ha poi comunicato che l’Alleanza atlantica è pronta a trasferire una parte delle sue attrezzature della difesa alla Romania in via provvisoria. Peraltro, è stato reso noto che il ministero degli Interni rumeno ha ordinato due velivoli da trasporto tattico C-27J Spartan di Leonardo. Nel frattempo, Bucarest ha dichiarato il console generale della Russia a Costanza «persona non grata», chiudendo il consolato generale russo. Solo nel pomeriggio il ministero della Difesa rumeno ha riferito che il drone è «probabilmente un Geran 2 di provenienza russa». Dan ha in seguito dichiarato che il drone era stato colpito dalla difesa aerea ucraina, facendogli cambiare traiettoria. Dan ha tuttavia sottolineato che la responsabilità dell’incidente ricade sulla Russia. Nonostante le dure dichiarazioni, Bucarest non ha considerato l’incidente come un attacco. Maxim ha infatti affermato: «Non stiamo subendo un attacco contro la Romania. Stiamo subendo le conseguenze di un conflitto che si sta svolgendo nelle vicinanze del nostro confine». E pure lo stesso presidente rumeno ha detto che il drone faceva parte di «uno sciame» di 43 velivoli senza pilota diretti contro l’Ucraina. Fattori che non sono considerati dall’Alleanza atlantica e dall’Europa. Il susseguirsi di reazioni a cascata è stato immediato. Non si può dire che sia successo lo stesso quando i droni ucraini si sono spinti nello spazio aereo dei Paesi baltici. Solo a marzo in Estonia i velivoli senza pilota ucraini hanno colpito la ciminiera di una centrale elettrica, mentre un altro drone si è schiantato in Lettonia. A maggio si sono verificati episodi simili. E solo pochi giorni fa un drone ucraino è precipitato in un campo della Lituania.
Poco importa ai vertici del Vecchio continente. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato che l’Alleanza «è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato», ribadendo che «il comportamento sconsiderato della Russia è un pericolo per tutti noi».
Per il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, Mosca «ha superato un altro limite». Per il Regno Unito si tratta di un atto «pericoloso e sconsiderato». Il premier Giorgia Meloni ha definito l’episodio come «un atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea». «L’incursione dimostra ancora una volta la volontà della Russia di inasprire la situazione» ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. La reazione forse più realista è stata espressa dal primo ministro slovacco, Robert Fico: «In assenza di un dialogo tra l’Ue e la Russia, qualsiasi drone vagante potrebbe portare a un’escalation che potremmo non essere in grado di gestire».
In tutto ciò Mosca si è detta disponibile a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto. A dirlo è stato lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, che ha anche ricordato che quando i droni ucraini hanno invaso gli spazi aerei, è stato sempre detto: «I russi stanno attaccando». Ha quindi assicurato che «la Russia non minaccia i Paesi europei». Riguardo all’origine del drone, lo zar ha messo sul tavolo l’ipotesi che si tratti di un velivolo senza pilota ucraino deviato dalle difese elettroniche. A intervenire con frasi provocatorie è stato invece il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Cittadini dei Paesi dell’Ue, sappiate che le vostre autorità sono entrate unilateralmente in guerra con la Russia. Il sonno tranquillo è finito».
Sul fronte del negoziatore europeo, Putin ha sostenuto che «gli europei non hanno ancora proposto nessuno». Nel dietro le quinte, sembra che il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko stia spingendo l’omologo francese, Emmanuel Macron, ad assumere tali vesti. Lukashenko ha infatti rivelato di aver detto a Macron: «Sei al potere da tanti anni! E chi altro c’è? Merz è un politico molto giovane. Anche Starmer. In Italia c’è una donna primo ministro. Vuoi addossare questo peso a una donna? Sei la forza trainante in Europa oggi».
A Putin non importa di Kiev nell’Ue. L’unico veto è l’ingresso nella Nato
L’adesione dell’Ucraina all’Unione europea pare uno di quei dossier che mettono d’accordo (quasi) tutti. Oltre a esserne propensi Kiev e Bruxelles, anche Mosca acconsente. Non è una novità, i russi lo ripetono dall’inizio della guerra. La presentazione ufficiale della domanda risale al 28 febbraio 2022, poco dopo l’inizio dell’invasione russa, ma solo nelle prossime settimane, in vista del vertice dei leader Ue del 18-19 giugno, la Commissione europea aprirà i primi capitoli negoziali con Kiev.
S’è fatto sentire il cambio di governo a Budapest, dove l’avvento del nuovo premier ungherese Péter Magyar, che incontrerà il 2 giugno il cancelliere tedesco Friedrich Merz: scoglio del veto del predecessore Viktor Orbàn è sparito. Proprio i russi, gli acerrimi nemici dell’Ucraina, non si sono mai opposti all’adesione di Kiev. E ciò nonostante il fatto che, fra le origini della crisi ucraina, ci sia stata nel 2014 la rivolta di piazza Maidan che rovesciò il governo del filorusso Viktor Janukovic proprio avendo come scintilla un mancato accordo d’associazione fra Kiev e l’Ue. L’evento fece slittare l’Ucraina dalla storica sfera d’influenza russa a quella occidentale. Ma col tempo parve sempre più chiaro ai russi che il vero rischio non era economico, bensì strategico-militare, ovvero l’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Non a caso già durante i negoziati russo-ucraini di Istanbul, nel marzo-aprile 2022, poi andati a monte, Mosca si espresse per l’ok a Kiev nella UE, purché restasse neutrale e non aderisse mai alla Nato. Pochi mesi dopo, intervenendo il 17 giugno 2022 al Forum di San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin disse: «L’Ue non è un blocco politico-militare, a differenza della Nato, e non abbiamo nulla in contrario all’adesione». Ricordò tuttavia: «La struttura economica dell’Ucraina richiederà ingenti sussidi, rischia di diventare colonia dell’Ue».
Punto importante ancora oggi, poiché la constatazione che il devastato Paese necessiterà di enormi spese, contribuisce a fare dell’assenso al suo ingresso nell’Ue una carta positiva in mano ai russi che permette loro di mostrarsi in parte «magnanimi», offrendo un importante nulla osta, e nel contempo di scansare la ricostruzione, che, secondo le stime potrebbe richiedere 500 miliardi di dollari. Negli anni non si sono contate le asserzioni di Mosca in tal senso. Il 18 febbraio 2025 il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha detto che «l’adesione all’Ue è un diritto sovrano di Kiev». Poi, il 2 settembre successivo, ancora Putin, incontrando a Pechino il premier slovacco Robert Fico, a margine delle celebrazioni per la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha ribadito che «non siamo mai stati contrari all’Ucraina nell’Ue».
Il 16 dicembre scorso, indiscrezioni di funzionari statunitensi impegnati nei colloqui intermediati Mosca-Kiev hanno confermato «l’apertura della Russia a un’Ucraina nell’Unione come parte di un accordo di pace». Nel gennaio 2026, l’undicesimo dei 28 punti del piano del presidente Usa Donald Trump recitava: «L’Ucraina è idonea all’adesione all’Ue e otterrà un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo mentre questa questione viene valutata». La Russia, insomma, se fino al 2014 riteneva ancora possibile mantenere l’Ucraina sotto la sua sfera egemonica, ha da allora, e a maggior ragione con la lunga attuale guerra, rimodulato le sue priorità, riconoscendo che, se il Paese non è più recuperabile come mercato preferenziale, lo si può almeno tenere fuori dalla Nato, che è ciò che più conta.
Si prendano pure macerie e un’economia da ricostruire, a prezzo di miliardi che non Mosca, ma Bruxelles pagherà, riprendendoseli in parte strappando a Kiev concessioni economiche e indebitamenti semi-coloniali, devono pensare al Cremlino, purché non ci siano basi, né truppe occidentali sul territorio. Quanto all’Ue, che dell’Ucraina ha fatto ormai una questione di prestigio politico fondativo, ben contenta di guadagnare un simile territorio con numerosa popolazione, dovrà calcolarne freddamente l’effettiva convenienza.
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