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2022-07-21
Gli ultimi sgarri di Mr Bce ricompattano l’alleanza. E Salvini stacca la spina
Matteo Salvini (Ansa)
«La legge sul Superbonus è stata fatta male». Dai banchi della Lega parte un applauso convinto in direzione di Mario Draghi. Sono le 17.15 del giorno più lungo, è l’unico momento di sincera sintonia fra il partito di Matteo Salvini e il premier. Ma è una briciola e non evita il divorzio. È finito il governo degli Infallibili, è finita l’agonia di un partito che giorno dopo giorno si è convinto di non essere un alleato ma un maggiordomo, una stampella, un voto ambulante a prescindere. «Mai tirare troppo la corda, si spezza», chiude la pratica Roberto Calderoli. E sancisce l’eclissi di Mario Draghi.
La giornata è surreale ma comincia con una ferrea certezza: gli schiaffi del premier alla Lega, che sarebbe il gruppo parlamentare più numeroso. «Ad andarsene sono stati i grillini, ma lui se la prende sempre con noi», sbotta un senatore di lungo corso. Non il modo migliore per rientrare nei giochi, visto che Supermario si era sfiduciato da solo pur avendo la maggioranza, ma è difficile far capire a un banchiere i fondamentali della politica. Nel discorso della corona non c’è un accenno alle istanze del centrodestra, Palazzo Chigi non accoglie nessuno dei punti della coalizione (flat tax, delega fiscale) e neppure apre alla più scontata delle richieste: lasciar fuori il Movimento 5 stelle, definito all’unisono «inaffidabile».
Al mattino, quando Draghi finisce di parlare, nessun leghista applaude. Il solo Giancarlo Giorgetti va a complimentarsi, Salvini è scuro in volto. C’è l’ulteriore conferma di un’evidenza: il premier risponde al Pds (il Partito di Sergio, nel senso di Mattarella) e ha l’unico scopo di ricucire con Giuseppe Conte per dare continuità elettorale al campo largo arato da Enrico Letta. «I vecchi democristiani stanno ponendo le condizioni per il Papeete 2 e vogliono intestarcelo», è il mood dentro la Lega. Parte un comunicato: «Il Movimento 5 stelle ha rotto il patto di fiducia alla base del governo di unità nazionale, che pure ha affrontato gravi emergenze e avviato un lavoro prezioso sul Pnrr. Il centrodestra di governo è disponibile a un nuovo patto e darà il suo contributo per risolvere i problemi dell’Italia. Ma solo con un nuovo governo, guidato da Draghi ma senza il M5s e profondamente rinnovato». Via i ministri grillini, via la sciagura Roberto Speranza, via l’inconcludente Luciana Lamorgese nel gestire l’emergenza migranti.
La posizione viene ribadita in Senato nell’unico intervento consentito, quello del capogruppo, Massimiliano Romeo: «Serve un nuovo governo o il voto. Dal suo discorso iniziale sembrava che l’unico intento fosse sostenere il campo largo del Pd. Se è così non ci interessa, dobbiamo rendere conto ai nostri elettori e alla base. Se l’obiettivo è invece salvare il Paese vediamo un paio di scenari all’orizzonte. Il primo è che il M5s non faccia più parte della maggioranza. Il secondo che le tematiche vadano affrontate in modo diverso, ad esempio quelle sull’energia: possiamo affrontarle con chi dice no alle trivelle e no all’aumento della produzione di gas? Si prenda atto che è nata una nuova maggioranza, serve dunque un nuovo governo con obiettivi più ambiziosi». Quindi, prosegue Romeo: «Con tre paletti. No al reddito di cittadinanza, tutela degli interessi italiani e non delle multinazionali, limiti all’immigrazione con discontinuità riguardo a ciò che il suo governo ha portato avanti. Se questi saranno i limiti la Lega c’è».
La dichiarazione viene sintetizzata nella risoluzione di Roberto Calderoli, che il governo non metterà mai ai voti preferendo quella di Pierferdinando Casini; avanti così madama la marchesa. Il pomeriggio è convulso, Salvini è in riunione permanente con Silvio Berlusconi anche per marcarlo stretto e non farlo cadere fra le spire sinuose di Gianni Letta, che lavora per il consueto «volemose bene». Si vocifera di una telefonata con Conte, di sicuro il leader del Carroccio si tiene in contatto con Giorgia Meloni che invita il centrodestra a staccare la spina. La pancia del partito è di questa idea per evitare sei mesi di agonia, una palude utile al Pd per presentarsi al voto con alle spalle vecchi arnesi della propaganda come l’Europa, lo spread e la narrazione dell’«emergenza democratica». Magari con lo stesso Draghi candidato premier.
La scelta di rompere è contrastata, Giorgetti e i governatori vorrebbero portare il governo a scadenza naturale ma si rendono conto che la richiesta del Draghistan di accontentarsi di un ruolo ancillare sarebbe un suicidio. Salvini riceve una telefonata dal Quirinale; Mattarella insiste per avere la Lega nell’esecutivo (forse gli serve un punching ball), ma la trappola non scatta. Matteo decide - d’accordo con il Cavaliere - di non votare la risoluzione Casini e uscire dall’Aula. La replica al Senato viene affidata a Stefano Candiani, che chiude la partita: «La lealtà della Lega non è mai venuta meno, ma un Parlamento di trasformisti non è in grado di dare stabilità. Non si può continuare dicendo che nulla è successo, spiace che lei abbia ascoltato i cattivi consigli del Pd nonostante le trappole su ius scholae e cannabis. Eravamo pronti a dare un contributo con un governo rinnovato. Spiace che non sia stata scelta la nostra risoluzione e che questo ci metta nelle condizioni di non votare la fiducia». Game over, a meno di qualche trovata da mago Otelma dei fantasiosi «responsabili». Questa volta il «whatever it takes» l’ha alimentato Salvini dall’alba al tramonto. Poiché Draghi e il Partito di Sergio non avevano bisogno di alleati ma di maggiordomi, non poteva funzionare.
Fdi tiene il punto e si gode il tracollo
«Legislatura conclusa, anche se qualcuno vorrebbe trovare qualche altra via d’uscita. Ma è ora di andare al voto, si può farlo tra due mesi, io sono pronta, il centrodestra abbastanza pronto». La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ieri sera in piazza Vittorio a Roma, alla Festa del Patriota, dopo una telefonata con il presidente Silvio Berlusconi e più di qualcuna con il leader della Lega, Matteo Salvini, ha ribadito quello che dal giorno della mancata fiducia del M5s al dl Aiuti, andava ripetendo battendo sul tasto dello stop ai «giochi di Palazzo» e intensificando il pressing sul Colle affinché fosse ridata la parola agli italiani.
Ma ieri mattina la Meloni era anche riuscita a far innervosire il premier, Mario Draghi, commentando il suo discorso al Senato sulla crisi di governo: «Draghi arriva in Parlamento e di fatto pretende pieni poteri, sostenendo che glielo hanno chiesto gli italiani. Ma in una democrazia la volontà popolare si esprime solo con il voto, non sulle piattaforme grilline o con gli appelli del Pd. Sono le autocrazie che rivendicano di rappresentare il popolo senza bisogno di far votare i cittadini, non le democrazie occidentali», aveva aggiunto la Meloni, leader dell’unica forza d’opposizione, «Fratelli d’Italia non intende assecondare questa pericolosa deriva. Decidano gli italiani del proprio futuro, non questo Parlamento delegittimato e impaurito. Elezioni subito». Una reazione inevitabile considerato lo sbilanciamento a sinistra di un discorso che non ha convinto il centrodestra che si aspettava dal premier una sensibilità maggiore rispetto al senso di responsabilità mostrato da Lega e Forza Italia. Quella responsabilità che la sinistra andava chiedendo come un ritornello, perché secondo la Meloni «al Pd interessa solo il potere e allora la responsabilità la chiede quando gli fa comodo», mentre gli italiani «non devono aver paura di andare alle urne, perché il voto è la vera volontà popolare e il voto è libero e segreto, non come le raccolte indotte di firme o le manifestazioni di 100 persone a sostegno di un premier». «Quando noi protestammo in 20.000 davanti Montecitorio contro il Conte bis ci dissero che eravamo sovversivi, loro invece fanno mobilitazione popolare», ha incalzato la Meloni.
Il presidente del Consiglio, nella sua irritata replica al Senato, aveva voluto rispondere proprio alla leader di Fdi: «Niente richiesta di pieni poteri, va bene?». Anche se la stessa chiarezza l’aveva ribadita il capogruppo di Fdi in Senato, Luca Ciriani, nella sua dichiarazione di voto: «Credo che abbiate superato ogni limite. Adesso basta, tiriamo una riga e andiamo oltre. Quello che accade, presidente, noi glielo avevamo anticipato mesi fa, una maggioranza troppo litigiosa. Quello che è accaduto presidente era inevitabile. È apparso evidente stamattina che il suo discorso è stato costruito per compiacere il Pd e la sinistra, non una parola sul centrodestra. Quello che è a rischio oggi non è l’Italia ma un sistema di potere, che il Pd ha costruito per conservare sé stesso. Non credo presidente alla sincerità dei suoi amici e dei suoi alleati, che la applaudono solo per paura. Sono persone che la elogiano in pubblico e la criticano in privato. Non le daremo la fiducia presidente. Noi lavoriamo per un nuovo governo», aveva concluso.
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Matteo aspetta invano una mano tesa dal premier. Ma l’appello di Massimiliano Romeo in Aula cade nel vuoto. E pure Giancarlo Giorgetti si convince. Roberto Calderoli: «Tirata troppo la corda».Giorgia Meloni attacca il capo dell’esecutivo: «Ha chiesto i pieni poteri. Le nostre piazze sono “sovversive” e le loro “popolari”?». E in serata prevede: «Si vota in due mesi».Lo speciale contiene due articoli.«La legge sul Superbonus è stata fatta male». Dai banchi della Lega parte un applauso convinto in direzione di Mario Draghi. Sono le 17.15 del giorno più lungo, è l’unico momento di sincera sintonia fra il partito di Matteo Salvini e il premier. Ma è una briciola e non evita il divorzio. È finito il governo degli Infallibili, è finita l’agonia di un partito che giorno dopo giorno si è convinto di non essere un alleato ma un maggiordomo, una stampella, un voto ambulante a prescindere. «Mai tirare troppo la corda, si spezza», chiude la pratica Roberto Calderoli. E sancisce l’eclissi di Mario Draghi. La giornata è surreale ma comincia con una ferrea certezza: gli schiaffi del premier alla Lega, che sarebbe il gruppo parlamentare più numeroso. «Ad andarsene sono stati i grillini, ma lui se la prende sempre con noi», sbotta un senatore di lungo corso. Non il modo migliore per rientrare nei giochi, visto che Supermario si era sfiduciato da solo pur avendo la maggioranza, ma è difficile far capire a un banchiere i fondamentali della politica. Nel discorso della corona non c’è un accenno alle istanze del centrodestra, Palazzo Chigi non accoglie nessuno dei punti della coalizione (flat tax, delega fiscale) e neppure apre alla più scontata delle richieste: lasciar fuori il Movimento 5 stelle, definito all’unisono «inaffidabile».Al mattino, quando Draghi finisce di parlare, nessun leghista applaude. Il solo Giancarlo Giorgetti va a complimentarsi, Salvini è scuro in volto. C’è l’ulteriore conferma di un’evidenza: il premier risponde al Pds (il Partito di Sergio, nel senso di Mattarella) e ha l’unico scopo di ricucire con Giuseppe Conte per dare continuità elettorale al campo largo arato da Enrico Letta. «I vecchi democristiani stanno ponendo le condizioni per il Papeete 2 e vogliono intestarcelo», è il mood dentro la Lega. Parte un comunicato: «Il Movimento 5 stelle ha rotto il patto di fiducia alla base del governo di unità nazionale, che pure ha affrontato gravi emergenze e avviato un lavoro prezioso sul Pnrr. Il centrodestra di governo è disponibile a un nuovo patto e darà il suo contributo per risolvere i problemi dell’Italia. Ma solo con un nuovo governo, guidato da Draghi ma senza il M5s e profondamente rinnovato». Via i ministri grillini, via la sciagura Roberto Speranza, via l’inconcludente Luciana Lamorgese nel gestire l’emergenza migranti.La posizione viene ribadita in Senato nell’unico intervento consentito, quello del capogruppo, Massimiliano Romeo: «Serve un nuovo governo o il voto. Dal suo discorso iniziale sembrava che l’unico intento fosse sostenere il campo largo del Pd. Se è così non ci interessa, dobbiamo rendere conto ai nostri elettori e alla base. Se l’obiettivo è invece salvare il Paese vediamo un paio di scenari all’orizzonte. Il primo è che il M5s non faccia più parte della maggioranza. Il secondo che le tematiche vadano affrontate in modo diverso, ad esempio quelle sull’energia: possiamo affrontarle con chi dice no alle trivelle e no all’aumento della produzione di gas? Si prenda atto che è nata una nuova maggioranza, serve dunque un nuovo governo con obiettivi più ambiziosi». Quindi, prosegue Romeo: «Con tre paletti. No al reddito di cittadinanza, tutela degli interessi italiani e non delle multinazionali, limiti all’immigrazione con discontinuità riguardo a ciò che il suo governo ha portato avanti. Se questi saranno i limiti la Lega c’è».La dichiarazione viene sintetizzata nella risoluzione di Roberto Calderoli, che il governo non metterà mai ai voti preferendo quella di Pierferdinando Casini; avanti così madama la marchesa. Il pomeriggio è convulso, Salvini è in riunione permanente con Silvio Berlusconi anche per marcarlo stretto e non farlo cadere fra le spire sinuose di Gianni Letta, che lavora per il consueto «volemose bene». Si vocifera di una telefonata con Conte, di sicuro il leader del Carroccio si tiene in contatto con Giorgia Meloni che invita il centrodestra a staccare la spina. La pancia del partito è di questa idea per evitare sei mesi di agonia, una palude utile al Pd per presentarsi al voto con alle spalle vecchi arnesi della propaganda come l’Europa, lo spread e la narrazione dell’«emergenza democratica». Magari con lo stesso Draghi candidato premier. La scelta di rompere è contrastata, Giorgetti e i governatori vorrebbero portare il governo a scadenza naturale ma si rendono conto che la richiesta del Draghistan di accontentarsi di un ruolo ancillare sarebbe un suicidio. Salvini riceve una telefonata dal Quirinale; Mattarella insiste per avere la Lega nell’esecutivo (forse gli serve un punching ball), ma la trappola non scatta. Matteo decide - d’accordo con il Cavaliere - di non votare la risoluzione Casini e uscire dall’Aula. La replica al Senato viene affidata a Stefano Candiani, che chiude la partita: «La lealtà della Lega non è mai venuta meno, ma un Parlamento di trasformisti non è in grado di dare stabilità. Non si può continuare dicendo che nulla è successo, spiace che lei abbia ascoltato i cattivi consigli del Pd nonostante le trappole su ius scholae e cannabis. Eravamo pronti a dare un contributo con un governo rinnovato. Spiace che non sia stata scelta la nostra risoluzione e che questo ci metta nelle condizioni di non votare la fiducia». Game over, a meno di qualche trovata da mago Otelma dei fantasiosi «responsabili». Questa volta il «whatever it takes» l’ha alimentato Salvini dall’alba al tramonto. Poiché Draghi e il Partito di Sergio non avevano bisogno di alleati ma di maggiordomi, non poteva funzionare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ultimi-sgarri-draghi-ricompattano-centrodestra-2657703472.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fdi-tiene-il-punto-e-si-gode-il-tracollo" data-post-id="2657703472" data-published-at="1658347670" data-use-pagination="False"> Fdi tiene il punto e si gode il tracollo «Legislatura conclusa, anche se qualcuno vorrebbe trovare qualche altra via d’uscita. Ma è ora di andare al voto, si può farlo tra due mesi, io sono pronta, il centrodestra abbastanza pronto». La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ieri sera in piazza Vittorio a Roma, alla Festa del Patriota, dopo una telefonata con il presidente Silvio Berlusconi e più di qualcuna con il leader della Lega, Matteo Salvini, ha ribadito quello che dal giorno della mancata fiducia del M5s al dl Aiuti, andava ripetendo battendo sul tasto dello stop ai «giochi di Palazzo» e intensificando il pressing sul Colle affinché fosse ridata la parola agli italiani. Ma ieri mattina la Meloni era anche riuscita a far innervosire il premier, Mario Draghi, commentando il suo discorso al Senato sulla crisi di governo: «Draghi arriva in Parlamento e di fatto pretende pieni poteri, sostenendo che glielo hanno chiesto gli italiani. Ma in una democrazia la volontà popolare si esprime solo con il voto, non sulle piattaforme grilline o con gli appelli del Pd. Sono le autocrazie che rivendicano di rappresentare il popolo senza bisogno di far votare i cittadini, non le democrazie occidentali», aveva aggiunto la Meloni, leader dell’unica forza d’opposizione, «Fratelli d’Italia non intende assecondare questa pericolosa deriva. Decidano gli italiani del proprio futuro, non questo Parlamento delegittimato e impaurito. Elezioni subito». Una reazione inevitabile considerato lo sbilanciamento a sinistra di un discorso che non ha convinto il centrodestra che si aspettava dal premier una sensibilità maggiore rispetto al senso di responsabilità mostrato da Lega e Forza Italia. Quella responsabilità che la sinistra andava chiedendo come un ritornello, perché secondo la Meloni «al Pd interessa solo il potere e allora la responsabilità la chiede quando gli fa comodo», mentre gli italiani «non devono aver paura di andare alle urne, perché il voto è la vera volontà popolare e il voto è libero e segreto, non come le raccolte indotte di firme o le manifestazioni di 100 persone a sostegno di un premier». «Quando noi protestammo in 20.000 davanti Montecitorio contro il Conte bis ci dissero che eravamo sovversivi, loro invece fanno mobilitazione popolare», ha incalzato la Meloni. Il presidente del Consiglio, nella sua irritata replica al Senato, aveva voluto rispondere proprio alla leader di Fdi: «Niente richiesta di pieni poteri, va bene?». Anche se la stessa chiarezza l’aveva ribadita il capogruppo di Fdi in Senato, Luca Ciriani, nella sua dichiarazione di voto: «Credo che abbiate superato ogni limite. Adesso basta, tiriamo una riga e andiamo oltre. Quello che accade, presidente, noi glielo avevamo anticipato mesi fa, una maggioranza troppo litigiosa. Quello che è accaduto presidente era inevitabile. È apparso evidente stamattina che il suo discorso è stato costruito per compiacere il Pd e la sinistra, non una parola sul centrodestra. Quello che è a rischio oggi non è l’Italia ma un sistema di potere, che il Pd ha costruito per conservare sé stesso. Non credo presidente alla sincerità dei suoi amici e dei suoi alleati, che la applaudono solo per paura. Sono persone che la elogiano in pubblico e la criticano in privato. Non le daremo la fiducia presidente. Noi lavoriamo per un nuovo governo», aveva concluso.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.