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2022-07-21
Gli ultimi sgarri di Mr Bce ricompattano l’alleanza. E Salvini stacca la spina
Matteo Salvini (Ansa)
«La legge sul Superbonus è stata fatta male». Dai banchi della Lega parte un applauso convinto in direzione di Mario Draghi. Sono le 17.15 del giorno più lungo, è l’unico momento di sincera sintonia fra il partito di Matteo Salvini e il premier. Ma è una briciola e non evita il divorzio. È finito il governo degli Infallibili, è finita l’agonia di un partito che giorno dopo giorno si è convinto di non essere un alleato ma un maggiordomo, una stampella, un voto ambulante a prescindere. «Mai tirare troppo la corda, si spezza», chiude la pratica Roberto Calderoli. E sancisce l’eclissi di Mario Draghi.
La giornata è surreale ma comincia con una ferrea certezza: gli schiaffi del premier alla Lega, che sarebbe il gruppo parlamentare più numeroso. «Ad andarsene sono stati i grillini, ma lui se la prende sempre con noi», sbotta un senatore di lungo corso. Non il modo migliore per rientrare nei giochi, visto che Supermario si era sfiduciato da solo pur avendo la maggioranza, ma è difficile far capire a un banchiere i fondamentali della politica. Nel discorso della corona non c’è un accenno alle istanze del centrodestra, Palazzo Chigi non accoglie nessuno dei punti della coalizione (flat tax, delega fiscale) e neppure apre alla più scontata delle richieste: lasciar fuori il Movimento 5 stelle, definito all’unisono «inaffidabile».
Al mattino, quando Draghi finisce di parlare, nessun leghista applaude. Il solo Giancarlo Giorgetti va a complimentarsi, Salvini è scuro in volto. C’è l’ulteriore conferma di un’evidenza: il premier risponde al Pds (il Partito di Sergio, nel senso di Mattarella) e ha l’unico scopo di ricucire con Giuseppe Conte per dare continuità elettorale al campo largo arato da Enrico Letta. «I vecchi democristiani stanno ponendo le condizioni per il Papeete 2 e vogliono intestarcelo», è il mood dentro la Lega. Parte un comunicato: «Il Movimento 5 stelle ha rotto il patto di fiducia alla base del governo di unità nazionale, che pure ha affrontato gravi emergenze e avviato un lavoro prezioso sul Pnrr. Il centrodestra di governo è disponibile a un nuovo patto e darà il suo contributo per risolvere i problemi dell’Italia. Ma solo con un nuovo governo, guidato da Draghi ma senza il M5s e profondamente rinnovato». Via i ministri grillini, via la sciagura Roberto Speranza, via l’inconcludente Luciana Lamorgese nel gestire l’emergenza migranti.
La posizione viene ribadita in Senato nell’unico intervento consentito, quello del capogruppo, Massimiliano Romeo: «Serve un nuovo governo o il voto. Dal suo discorso iniziale sembrava che l’unico intento fosse sostenere il campo largo del Pd. Se è così non ci interessa, dobbiamo rendere conto ai nostri elettori e alla base. Se l’obiettivo è invece salvare il Paese vediamo un paio di scenari all’orizzonte. Il primo è che il M5s non faccia più parte della maggioranza. Il secondo che le tematiche vadano affrontate in modo diverso, ad esempio quelle sull’energia: possiamo affrontarle con chi dice no alle trivelle e no all’aumento della produzione di gas? Si prenda atto che è nata una nuova maggioranza, serve dunque un nuovo governo con obiettivi più ambiziosi». Quindi, prosegue Romeo: «Con tre paletti. No al reddito di cittadinanza, tutela degli interessi italiani e non delle multinazionali, limiti all’immigrazione con discontinuità riguardo a ciò che il suo governo ha portato avanti. Se questi saranno i limiti la Lega c’è».
La dichiarazione viene sintetizzata nella risoluzione di Roberto Calderoli, che il governo non metterà mai ai voti preferendo quella di Pierferdinando Casini; avanti così madama la marchesa. Il pomeriggio è convulso, Salvini è in riunione permanente con Silvio Berlusconi anche per marcarlo stretto e non farlo cadere fra le spire sinuose di Gianni Letta, che lavora per il consueto «volemose bene». Si vocifera di una telefonata con Conte, di sicuro il leader del Carroccio si tiene in contatto con Giorgia Meloni che invita il centrodestra a staccare la spina. La pancia del partito è di questa idea per evitare sei mesi di agonia, una palude utile al Pd per presentarsi al voto con alle spalle vecchi arnesi della propaganda come l’Europa, lo spread e la narrazione dell’«emergenza democratica». Magari con lo stesso Draghi candidato premier.
La scelta di rompere è contrastata, Giorgetti e i governatori vorrebbero portare il governo a scadenza naturale ma si rendono conto che la richiesta del Draghistan di accontentarsi di un ruolo ancillare sarebbe un suicidio. Salvini riceve una telefonata dal Quirinale; Mattarella insiste per avere la Lega nell’esecutivo (forse gli serve un punching ball), ma la trappola non scatta. Matteo decide - d’accordo con il Cavaliere - di non votare la risoluzione Casini e uscire dall’Aula. La replica al Senato viene affidata a Stefano Candiani, che chiude la partita: «La lealtà della Lega non è mai venuta meno, ma un Parlamento di trasformisti non è in grado di dare stabilità. Non si può continuare dicendo che nulla è successo, spiace che lei abbia ascoltato i cattivi consigli del Pd nonostante le trappole su ius scholae e cannabis. Eravamo pronti a dare un contributo con un governo rinnovato. Spiace che non sia stata scelta la nostra risoluzione e che questo ci metta nelle condizioni di non votare la fiducia». Game over, a meno di qualche trovata da mago Otelma dei fantasiosi «responsabili». Questa volta il «whatever it takes» l’ha alimentato Salvini dall’alba al tramonto. Poiché Draghi e il Partito di Sergio non avevano bisogno di alleati ma di maggiordomi, non poteva funzionare.
Fdi tiene il punto e si gode il tracollo
«Legislatura conclusa, anche se qualcuno vorrebbe trovare qualche altra via d’uscita. Ma è ora di andare al voto, si può farlo tra due mesi, io sono pronta, il centrodestra abbastanza pronto». La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ieri sera in piazza Vittorio a Roma, alla Festa del Patriota, dopo una telefonata con il presidente Silvio Berlusconi e più di qualcuna con il leader della Lega, Matteo Salvini, ha ribadito quello che dal giorno della mancata fiducia del M5s al dl Aiuti, andava ripetendo battendo sul tasto dello stop ai «giochi di Palazzo» e intensificando il pressing sul Colle affinché fosse ridata la parola agli italiani.
Ma ieri mattina la Meloni era anche riuscita a far innervosire il premier, Mario Draghi, commentando il suo discorso al Senato sulla crisi di governo: «Draghi arriva in Parlamento e di fatto pretende pieni poteri, sostenendo che glielo hanno chiesto gli italiani. Ma in una democrazia la volontà popolare si esprime solo con il voto, non sulle piattaforme grilline o con gli appelli del Pd. Sono le autocrazie che rivendicano di rappresentare il popolo senza bisogno di far votare i cittadini, non le democrazie occidentali», aveva aggiunto la Meloni, leader dell’unica forza d’opposizione, «Fratelli d’Italia non intende assecondare questa pericolosa deriva. Decidano gli italiani del proprio futuro, non questo Parlamento delegittimato e impaurito. Elezioni subito». Una reazione inevitabile considerato lo sbilanciamento a sinistra di un discorso che non ha convinto il centrodestra che si aspettava dal premier una sensibilità maggiore rispetto al senso di responsabilità mostrato da Lega e Forza Italia. Quella responsabilità che la sinistra andava chiedendo come un ritornello, perché secondo la Meloni «al Pd interessa solo il potere e allora la responsabilità la chiede quando gli fa comodo», mentre gli italiani «non devono aver paura di andare alle urne, perché il voto è la vera volontà popolare e il voto è libero e segreto, non come le raccolte indotte di firme o le manifestazioni di 100 persone a sostegno di un premier». «Quando noi protestammo in 20.000 davanti Montecitorio contro il Conte bis ci dissero che eravamo sovversivi, loro invece fanno mobilitazione popolare», ha incalzato la Meloni.
Il presidente del Consiglio, nella sua irritata replica al Senato, aveva voluto rispondere proprio alla leader di Fdi: «Niente richiesta di pieni poteri, va bene?». Anche se la stessa chiarezza l’aveva ribadita il capogruppo di Fdi in Senato, Luca Ciriani, nella sua dichiarazione di voto: «Credo che abbiate superato ogni limite. Adesso basta, tiriamo una riga e andiamo oltre. Quello che accade, presidente, noi glielo avevamo anticipato mesi fa, una maggioranza troppo litigiosa. Quello che è accaduto presidente era inevitabile. È apparso evidente stamattina che il suo discorso è stato costruito per compiacere il Pd e la sinistra, non una parola sul centrodestra. Quello che è a rischio oggi non è l’Italia ma un sistema di potere, che il Pd ha costruito per conservare sé stesso. Non credo presidente alla sincerità dei suoi amici e dei suoi alleati, che la applaudono solo per paura. Sono persone che la elogiano in pubblico e la criticano in privato. Non le daremo la fiducia presidente. Noi lavoriamo per un nuovo governo», aveva concluso.
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Matteo aspetta invano una mano tesa dal premier. Ma l’appello di Massimiliano Romeo in Aula cade nel vuoto. E pure Giancarlo Giorgetti si convince. Roberto Calderoli: «Tirata troppo la corda».Giorgia Meloni attacca il capo dell’esecutivo: «Ha chiesto i pieni poteri. Le nostre piazze sono “sovversive” e le loro “popolari”?». E in serata prevede: «Si vota in due mesi».Lo speciale contiene due articoli.«La legge sul Superbonus è stata fatta male». Dai banchi della Lega parte un applauso convinto in direzione di Mario Draghi. Sono le 17.15 del giorno più lungo, è l’unico momento di sincera sintonia fra il partito di Matteo Salvini e il premier. Ma è una briciola e non evita il divorzio. È finito il governo degli Infallibili, è finita l’agonia di un partito che giorno dopo giorno si è convinto di non essere un alleato ma un maggiordomo, una stampella, un voto ambulante a prescindere. «Mai tirare troppo la corda, si spezza», chiude la pratica Roberto Calderoli. E sancisce l’eclissi di Mario Draghi. La giornata è surreale ma comincia con una ferrea certezza: gli schiaffi del premier alla Lega, che sarebbe il gruppo parlamentare più numeroso. «Ad andarsene sono stati i grillini, ma lui se la prende sempre con noi», sbotta un senatore di lungo corso. Non il modo migliore per rientrare nei giochi, visto che Supermario si era sfiduciato da solo pur avendo la maggioranza, ma è difficile far capire a un banchiere i fondamentali della politica. Nel discorso della corona non c’è un accenno alle istanze del centrodestra, Palazzo Chigi non accoglie nessuno dei punti della coalizione (flat tax, delega fiscale) e neppure apre alla più scontata delle richieste: lasciar fuori il Movimento 5 stelle, definito all’unisono «inaffidabile».Al mattino, quando Draghi finisce di parlare, nessun leghista applaude. Il solo Giancarlo Giorgetti va a complimentarsi, Salvini è scuro in volto. C’è l’ulteriore conferma di un’evidenza: il premier risponde al Pds (il Partito di Sergio, nel senso di Mattarella) e ha l’unico scopo di ricucire con Giuseppe Conte per dare continuità elettorale al campo largo arato da Enrico Letta. «I vecchi democristiani stanno ponendo le condizioni per il Papeete 2 e vogliono intestarcelo», è il mood dentro la Lega. Parte un comunicato: «Il Movimento 5 stelle ha rotto il patto di fiducia alla base del governo di unità nazionale, che pure ha affrontato gravi emergenze e avviato un lavoro prezioso sul Pnrr. Il centrodestra di governo è disponibile a un nuovo patto e darà il suo contributo per risolvere i problemi dell’Italia. Ma solo con un nuovo governo, guidato da Draghi ma senza il M5s e profondamente rinnovato». Via i ministri grillini, via la sciagura Roberto Speranza, via l’inconcludente Luciana Lamorgese nel gestire l’emergenza migranti.La posizione viene ribadita in Senato nell’unico intervento consentito, quello del capogruppo, Massimiliano Romeo: «Serve un nuovo governo o il voto. Dal suo discorso iniziale sembrava che l’unico intento fosse sostenere il campo largo del Pd. Se è così non ci interessa, dobbiamo rendere conto ai nostri elettori e alla base. Se l’obiettivo è invece salvare il Paese vediamo un paio di scenari all’orizzonte. Il primo è che il M5s non faccia più parte della maggioranza. Il secondo che le tematiche vadano affrontate in modo diverso, ad esempio quelle sull’energia: possiamo affrontarle con chi dice no alle trivelle e no all’aumento della produzione di gas? Si prenda atto che è nata una nuova maggioranza, serve dunque un nuovo governo con obiettivi più ambiziosi». Quindi, prosegue Romeo: «Con tre paletti. No al reddito di cittadinanza, tutela degli interessi italiani e non delle multinazionali, limiti all’immigrazione con discontinuità riguardo a ciò che il suo governo ha portato avanti. Se questi saranno i limiti la Lega c’è».La dichiarazione viene sintetizzata nella risoluzione di Roberto Calderoli, che il governo non metterà mai ai voti preferendo quella di Pierferdinando Casini; avanti così madama la marchesa. Il pomeriggio è convulso, Salvini è in riunione permanente con Silvio Berlusconi anche per marcarlo stretto e non farlo cadere fra le spire sinuose di Gianni Letta, che lavora per il consueto «volemose bene». Si vocifera di una telefonata con Conte, di sicuro il leader del Carroccio si tiene in contatto con Giorgia Meloni che invita il centrodestra a staccare la spina. La pancia del partito è di questa idea per evitare sei mesi di agonia, una palude utile al Pd per presentarsi al voto con alle spalle vecchi arnesi della propaganda come l’Europa, lo spread e la narrazione dell’«emergenza democratica». Magari con lo stesso Draghi candidato premier. La scelta di rompere è contrastata, Giorgetti e i governatori vorrebbero portare il governo a scadenza naturale ma si rendono conto che la richiesta del Draghistan di accontentarsi di un ruolo ancillare sarebbe un suicidio. Salvini riceve una telefonata dal Quirinale; Mattarella insiste per avere la Lega nell’esecutivo (forse gli serve un punching ball), ma la trappola non scatta. Matteo decide - d’accordo con il Cavaliere - di non votare la risoluzione Casini e uscire dall’Aula. La replica al Senato viene affidata a Stefano Candiani, che chiude la partita: «La lealtà della Lega non è mai venuta meno, ma un Parlamento di trasformisti non è in grado di dare stabilità. Non si può continuare dicendo che nulla è successo, spiace che lei abbia ascoltato i cattivi consigli del Pd nonostante le trappole su ius scholae e cannabis. Eravamo pronti a dare un contributo con un governo rinnovato. Spiace che non sia stata scelta la nostra risoluzione e che questo ci metta nelle condizioni di non votare la fiducia». Game over, a meno di qualche trovata da mago Otelma dei fantasiosi «responsabili». Questa volta il «whatever it takes» l’ha alimentato Salvini dall’alba al tramonto. Poiché Draghi e il Partito di Sergio non avevano bisogno di alleati ma di maggiordomi, non poteva funzionare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ultimi-sgarri-draghi-ricompattano-centrodestra-2657703472.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fdi-tiene-il-punto-e-si-gode-il-tracollo" data-post-id="2657703472" data-published-at="1658347670" data-use-pagination="False"> Fdi tiene il punto e si gode il tracollo «Legislatura conclusa, anche se qualcuno vorrebbe trovare qualche altra via d’uscita. Ma è ora di andare al voto, si può farlo tra due mesi, io sono pronta, il centrodestra abbastanza pronto». La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ieri sera in piazza Vittorio a Roma, alla Festa del Patriota, dopo una telefonata con il presidente Silvio Berlusconi e più di qualcuna con il leader della Lega, Matteo Salvini, ha ribadito quello che dal giorno della mancata fiducia del M5s al dl Aiuti, andava ripetendo battendo sul tasto dello stop ai «giochi di Palazzo» e intensificando il pressing sul Colle affinché fosse ridata la parola agli italiani. Ma ieri mattina la Meloni era anche riuscita a far innervosire il premier, Mario Draghi, commentando il suo discorso al Senato sulla crisi di governo: «Draghi arriva in Parlamento e di fatto pretende pieni poteri, sostenendo che glielo hanno chiesto gli italiani. Ma in una democrazia la volontà popolare si esprime solo con il voto, non sulle piattaforme grilline o con gli appelli del Pd. Sono le autocrazie che rivendicano di rappresentare il popolo senza bisogno di far votare i cittadini, non le democrazie occidentali», aveva aggiunto la Meloni, leader dell’unica forza d’opposizione, «Fratelli d’Italia non intende assecondare questa pericolosa deriva. Decidano gli italiani del proprio futuro, non questo Parlamento delegittimato e impaurito. Elezioni subito». Una reazione inevitabile considerato lo sbilanciamento a sinistra di un discorso che non ha convinto il centrodestra che si aspettava dal premier una sensibilità maggiore rispetto al senso di responsabilità mostrato da Lega e Forza Italia. Quella responsabilità che la sinistra andava chiedendo come un ritornello, perché secondo la Meloni «al Pd interessa solo il potere e allora la responsabilità la chiede quando gli fa comodo», mentre gli italiani «non devono aver paura di andare alle urne, perché il voto è la vera volontà popolare e il voto è libero e segreto, non come le raccolte indotte di firme o le manifestazioni di 100 persone a sostegno di un premier». «Quando noi protestammo in 20.000 davanti Montecitorio contro il Conte bis ci dissero che eravamo sovversivi, loro invece fanno mobilitazione popolare», ha incalzato la Meloni. Il presidente del Consiglio, nella sua irritata replica al Senato, aveva voluto rispondere proprio alla leader di Fdi: «Niente richiesta di pieni poteri, va bene?». Anche se la stessa chiarezza l’aveva ribadita il capogruppo di Fdi in Senato, Luca Ciriani, nella sua dichiarazione di voto: «Credo che abbiate superato ogni limite. Adesso basta, tiriamo una riga e andiamo oltre. Quello che accade, presidente, noi glielo avevamo anticipato mesi fa, una maggioranza troppo litigiosa. Quello che è accaduto presidente era inevitabile. È apparso evidente stamattina che il suo discorso è stato costruito per compiacere il Pd e la sinistra, non una parola sul centrodestra. Quello che è a rischio oggi non è l’Italia ma un sistema di potere, che il Pd ha costruito per conservare sé stesso. Non credo presidente alla sincerità dei suoi amici e dei suoi alleati, che la applaudono solo per paura. Sono persone che la elogiano in pubblico e la criticano in privato. Non le daremo la fiducia presidente. Noi lavoriamo per un nuovo governo», aveva concluso.
Jannik Sinner (Ansa)
Sport strano, il tennis. Una partita può durare due giorni e farti attraversare la notte abbracciato ai dubbi e alle incertezze. Chi dorme? Rigiochi mentalmente tutti i colpi dei game appena finiti. Ripassi quel dritto uscito di un centimetro. Rivedi la tattica, il piano gara. Si decide tutto l’indomani, nervi saldi. Però, all’italiano testa fredda basta vincere i suoi due servizi per planare in finale agli Internazionali d’Italia. Oggi, 50 anni dopo Adriano Panatta: «Vincere Roma ti dà un posto nella storia». Mezzo secolo dopo quel formidabile 1976, Roma, Parigi e la Coppa Davis. Jannik lo sa. Conosce l’appuntamento che lo attende oltre l’ostacolo di questi pochi game contro lo scorbutico Medvedev.
Dopo il primo set incamerato venerdì sera in 32 minuti, la sfida con il russo, già numero 1 del mondo, ora sceso al nono posto ma rinato con l’arrivo del nuovo coach Thomas Johansson, sembrava una pratica di rapida soluzione, come i turni precedenti qui al Foro Italico (32 le vittorie consecutive nei Master 1000, record tolto a Novak Djokovic). Invece, il secondo set si era complicato, l’umidità di una giornata piovosa che aveva ritardato l’inizio del match, i problemi di stomaco e il vomito. Nel secondo set Jannik era andato sotto 0-3, mentre dall’altra parte Daniil imprimeva il suo ritmo, comandando il gioco e costringendolo a troppe rincorse. Il numero 1 era risalito nel punteggio fino al 5 pari. Ma poi, alla terza occasione aveva dovuto cedere il set, il primo perso in tutto il torneo. All’inizio del terzo, Sinner scuoteva la testa, sfiduciato, ma un passaggio a vuoto del russo gli consegnava il break. L’arrivo della pioggia costringeva al rinvio al giorno successivo.
Dopo la notte, ora si ricomincia. Anche per uno freddo come il rosso di Sesto Pusteria sono tante le variabili da tenere a bada. L’aspetto psicologico. Il controllo. Il non offrire occasioni all’avversario di recuperare lo svantaggio. Dopo l’ace fulminante che avvicina il russo sul 3-4, Jannik va al servizio e se lo prende senza lasciare un punto. Medvedev, invece, con un doppio fallo gli concede due match point consecutivi, ma li annulla con un altro ace e una prima vincente. Ora Jannik serve sul 5-4 per conquistarsi il posto in finale. Va sotto 0-15 poi risale e con un dritto dopo un’ottima prima conquista un’altra palla match. Un’altra prima e due rovesci incrociati inchiodano l’avversario. L’appuntamento con la storia è confermato. «Anche per uno come me che non ha mai problemi, ieri sera non è stato facile prendere sonno», ha ammesso a fine match.
Oggi è il gran giorno, ma sarebbe sbagliato sottovalutare il norvegese Casper Ruud. È un giocatore che dà il meglio sulla terra rossa, è stato già due volte finalista a Parigi, ha disputato un torneo convincente, impreziosito dall’eliminazione di Luciano Darderi con un inequivocabile doppio 6-1. I precedenti tra i due dicono 4 a 0 per Jannik. Quest’anno il norvegese appare molto più solido e preparato di un anno fa quando, nei quarti qui al Foro Italico, Sinner gli aveva lasciato un solo game. Poi, in finale, a Jannik era sfuggita l’occasione al cospetto di un Carlos Alcaraz superiore e più agonista di lui che veniva dallo stop per il caso Clostebol. Stavolta, in tribuna ci sarà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Speriamo porti fortuna e che si goda lo spettacolo, preceduto dall’antipasto della finale di doppio maschile che parla anche lei italiano dopo il successo di Simone Bolelli e Andrea Vavassori sui vincitori degli Open d’Australia Harrison-Skupski. Nel 2025 il capo dello Stato aveva presenziato alla finale di Jasmine Paolini, non a quella di Jannik. E qualcuno aveva interpretato quella scelta come una risposta alla mancata partecipazione del numero 1 del mondo al ricevimento al Quirinale delle squadre nazionali dopo la conquista della Coppa Davis e della Billie Jean King Cup. Invece, oggi il presidente ci sarà, a completare un periodo di visibilità sportiva, dopo la recente visita dei tennisti per i trofei conquistati anche nel 2025, e il ricevimento delle squadre finaliste della Coppa Italia di calcio.
Sinner è il numero 1 del mondo, ha già vinto quattro slam, ma non si è ancora consacrato nel torneo di casa. Un italiano che vince gli Internazionali d’Italia fa la storia. Prima di Panatta, nel 1976, ci era riuscito due volte Nicola Pietrangeli, nel 1961 e nel 1957. E andando ancora più indietro, Giovanni Palmieri (1934) e Emanuele Sertorio (1933). Questa, però, è preistoria più che storia. A premiare il vincitore sarà proprio Panatta. E speriamo che, 50 anni dopo il suo 1976, venga il 2026 di Sinner.
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Giorgia Meloni (Ansa)
«Quanto accaduto a Modena», ha commentato, «dove un uomo ha investito diversi pedoni e poi avrebbe accoltellato un passante, è gravissimo. Esprimo la mia vicinanza alle persone ferite e alle loro famiglie. Rivolgo anche un ringraziamento ai cittadini che con coraggio sono intervenuti per fermare il responsabile e alle forze dell’ordine per il loro intervento. Ho sentito il sindaco», ha aggiunto la premier, «e resto in costante contatto con le autorità per seguire l’evolversi della vicenda. Confido che il responsabile risponda fino in fondo delle sue azioni». Sergio Mattarella ha telefonato al sindaco di Modena «per avere notizie dei feriti, esprimendo vicinanza alla Città e chiedergli di trasmettere i ringraziamenti a quei cittadini che con coraggio hanno bloccato il colpevole», fanno sapere dalla presidenza della Repubblica.
Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha parlato di «un’azione di brutale violenza e che nella dinamica ricorda tristemente molti episodi simili avvenuti in Europa. A nome mio personale e del Senato della Repubblica», ha sottolineato, «rivolgo affettuosa vicinanza alla comunità di Modena, sinceri ringraziamenti a quei cittadini che con grande coraggio hanno fermato l’aggressore e i migliori auguri di pronta guarigione ai numerosi feriti». «Sono scioccato», ha sottolineato il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «per quanto avvenuto a Modena. Seguo con grande apprensione gli sviluppi di questa gravissima vicenda ed esprimo la mia vicinanza ai feriti e alle loro famiglie. Un sentito ringraziamento alle forze dell’ordine, ai soccorsi e a quanti, con grande coraggio, sono intervenuti».
«Prego per la salute di tutti i feriti. Alcuni di loro», ha scritto suo social il vicepremier Antonio Tajani, «purtroppo sono in gravi condizioni. Per fortuna l’autore di questa violenta e brutale aggressione è stato fermato». «Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione», ha commentato il vicepremier Matteo Salvini, «che a Modena ha falciato, con la sua auto a folle velocità, dei passanti innocenti. Fermato da coraggiosi cittadini nonostante avesse un coltello, è stato arrestato. Non ci può essere nessuna giustificazione per un delitto così infame». «In attesa di ulteriori informazioni», ha fatto sapere la Lega, «da parte delle forze dell’ordine, una cosa è certa: in troppe città italiane l’integrazione delle cosiddette “seconde generazioni” è fallita. Altro che ius soli o cittadinanze facili, bisogna proseguire con ancora più determinazione sulla strada di permessi di soggiorno revocabili in caso di reati gravi. Certe persone non sono assolutamente integrabili, inutile che per motivi ideologici qualcuno neghi la drammatica evidenza».
«La nostra piena e totale vicinanza», ha sottolineato il segretario del Pd, Elly Schlein, «va alle persone ferite, alcune in condizioni molto gravi, e alle loro famiglie. Così come siamo vicini a tutta la comunità modenese e grati ai soccorritori e al personale sanitario per il delicato lavoro di queste ore». «Tutto il Movimento 5 stelle», ha scritto sui social il leader Giuseppe Conte, «si stringe attorno alla comunità di Modena, ai feriti, ai loro familiari. Ringraziamo le persone che sono intervenute con coraggio e senso civico per contribuire a fermare subito chi ha compiuto questa ignobile aggressione, i soccorritori e le forze dell’ordine sul posto. Auspichiamo si faccia rapidamente luce su quanto accaduto e che chi è responsabile paghi per questo folle gesto».
Parole di condanna per l’accaduto e di solidarietà per le vittime sono arrivate da tantissimi esponenti politici, tra i quali Matteo Renzi, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni. In mattinata, l’ex segretario del Pd, Walter Veltroni, aveva detto di ritenere che «la sicurezza sia un tema della sinistra perché ad avere bisogno di sicurezza sono soprattutto i più deboli. Il tema dell’immigrazione va governato da diverse parti».
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Iraq tra oleodotti e barili. Sinopec sempre più in profondità. L'Europa dipende troppo dal gas americano. Il solare spagnolo non ripaga il mutuo. Washington Post contro il Green Deal. Grano e zucchero sotto pressione.
Quanti sono gli attentatori che in Spagna, in Francia, in Belgio o in Gran Bretagna avevano la cittadinanza del Paese che hanno colpito a morte? Alcuni degli autori della strage di Barcellona del 2017 erano nati in Catalogna, figli di immigrati di origine marocchina, come l’autore della tentata carneficina di ieri, ma questo non ha impedito loro di uccidere 16 persone e ferirne altre 130, travolgendole con un pulmino sulla rambla. Un anno prima, a Nizza, un nordafricano con passaporto francese aveva guidato il camion in mezzo alla folla sulla Promenade des Anglais , uccidendo 86 persone e ferendone altre 458. A Bruxelles, nel 2016 alcuni dei componenti della cellula criminale che uccise 32 persone e ne ferì 340 erano belgi, nati da famiglie immigrate marocchine. E che dire dell’attentatore di Manchester, in Gran Bretagna, che nel 2017 si fece esplodere in mezzo ai fan della cantante americana Ariana Grande, una strage che fece 22 morti e 250 feriti? Era nato nel Regno Unito, figlio di immigrati libici, accolti in Inghilterra come rifugiati politici in fuga dal regime di Muhammar Gheddafi. Anche lui, come l’autore dell’«incidente stradale» di Modena, aveva studiato economia all’università ma poi, invece di occuparsi di profitti e perdite, aveva imboccato la via del terrorismo, anzi, dello Stato islamico.
Nel caso di Modena, il sindaco della città emiliana, Massimo Mezzetti, si è affrettato a definire il marocchino che ha investito deliberatamente otto persone, alcune delle quali fino a ieri sera lottavano fra la vita e la morte, un «pazzo criminale», aggiungendo che l’uomo «non avrebbe tutte le rotelle a posto». In serata in effetti si è appreso che era stato in cura psichiatrica. Ma è un commento che gira al largo dalla questione principale, e che evita di usare termini come attentato, ma parla solo di atto scellerato o sciagurato. E cosa può essere se non un attentato la decisione di invadere ad alta velocità un marciapiede nel centro città, accelerando la corsa della vettura e dirigendola direttamente contro la folla? Come può essere definita la scelta di investire decine di passanti se non un attentato? Altro che pazzo, che automobilista a cui manca qualche rotella. A prescindere dalla motivazione, cioè che si tratti un attentato di matrice religiosa, culturale o ambientale (ho sentito che l’autore della tentata strage si giustificherebbe dicendo di essere bullizzato), è evidente che quanto è successo a Modena non è altro che terrorismo. Lo so, adesso ci diranno che, nonostante avesse la carta d’identità italiana, nonostante avesse studiato a Bergamo e fosse laureato in economia, il killer della città emiliana si sentiva emarginato. Colpa insomma della mancata integrazione e dunque, anche se aveva le carte in regola per trovare un lavoro e costruirsi un futuro in Italia, rispettandone le leggi, alla fine ci spiegheranno che la responsabilità è nostra, perché dobbiamo fare di più per far sentire queste persone a casa propria, altrimenti vivranno da estranei e matureranno un rancore contro di noi. Insomma, averli accolti non basta, lasciare che spesso la facciano da padroni a casa nostra neppure. Dobbiamo anche comprenderli e coccolarli, perché altrimenti rischiamo che salgano a bordo di una vettura e sfoghino la loro frustrazione contro di noi. Se questo è il modo di ragionare, tanto vale arrenderci. Tanto vale stabilire che hanno vinto loro. Le vittime non siamo noi, ma loro. È il ribaltamento della realtà, ma soprattutto del buon senso. Ed è la nostra fine.
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