True
2022-07-21
Gli ultimi sgarri di Mr Bce ricompattano l’alleanza. E Salvini stacca la spina
Matteo Salvini (Ansa)
«La legge sul Superbonus è stata fatta male». Dai banchi della Lega parte un applauso convinto in direzione di Mario Draghi. Sono le 17.15 del giorno più lungo, è l’unico momento di sincera sintonia fra il partito di Matteo Salvini e il premier. Ma è una briciola e non evita il divorzio. È finito il governo degli Infallibili, è finita l’agonia di un partito che giorno dopo giorno si è convinto di non essere un alleato ma un maggiordomo, una stampella, un voto ambulante a prescindere. «Mai tirare troppo la corda, si spezza», chiude la pratica Roberto Calderoli. E sancisce l’eclissi di Mario Draghi.
La giornata è surreale ma comincia con una ferrea certezza: gli schiaffi del premier alla Lega, che sarebbe il gruppo parlamentare più numeroso. «Ad andarsene sono stati i grillini, ma lui se la prende sempre con noi», sbotta un senatore di lungo corso. Non il modo migliore per rientrare nei giochi, visto che Supermario si era sfiduciato da solo pur avendo la maggioranza, ma è difficile far capire a un banchiere i fondamentali della politica. Nel discorso della corona non c’è un accenno alle istanze del centrodestra, Palazzo Chigi non accoglie nessuno dei punti della coalizione (flat tax, delega fiscale) e neppure apre alla più scontata delle richieste: lasciar fuori il Movimento 5 stelle, definito all’unisono «inaffidabile».
Al mattino, quando Draghi finisce di parlare, nessun leghista applaude. Il solo Giancarlo Giorgetti va a complimentarsi, Salvini è scuro in volto. C’è l’ulteriore conferma di un’evidenza: il premier risponde al Pds (il Partito di Sergio, nel senso di Mattarella) e ha l’unico scopo di ricucire con Giuseppe Conte per dare continuità elettorale al campo largo arato da Enrico Letta. «I vecchi democristiani stanno ponendo le condizioni per il Papeete 2 e vogliono intestarcelo», è il mood dentro la Lega. Parte un comunicato: «Il Movimento 5 stelle ha rotto il patto di fiducia alla base del governo di unità nazionale, che pure ha affrontato gravi emergenze e avviato un lavoro prezioso sul Pnrr. Il centrodestra di governo è disponibile a un nuovo patto e darà il suo contributo per risolvere i problemi dell’Italia. Ma solo con un nuovo governo, guidato da Draghi ma senza il M5s e profondamente rinnovato». Via i ministri grillini, via la sciagura Roberto Speranza, via l’inconcludente Luciana Lamorgese nel gestire l’emergenza migranti.
La posizione viene ribadita in Senato nell’unico intervento consentito, quello del capogruppo, Massimiliano Romeo: «Serve un nuovo governo o il voto. Dal suo discorso iniziale sembrava che l’unico intento fosse sostenere il campo largo del Pd. Se è così non ci interessa, dobbiamo rendere conto ai nostri elettori e alla base. Se l’obiettivo è invece salvare il Paese vediamo un paio di scenari all’orizzonte. Il primo è che il M5s non faccia più parte della maggioranza. Il secondo che le tematiche vadano affrontate in modo diverso, ad esempio quelle sull’energia: possiamo affrontarle con chi dice no alle trivelle e no all’aumento della produzione di gas? Si prenda atto che è nata una nuova maggioranza, serve dunque un nuovo governo con obiettivi più ambiziosi». Quindi, prosegue Romeo: «Con tre paletti. No al reddito di cittadinanza, tutela degli interessi italiani e non delle multinazionali, limiti all’immigrazione con discontinuità riguardo a ciò che il suo governo ha portato avanti. Se questi saranno i limiti la Lega c’è».
La dichiarazione viene sintetizzata nella risoluzione di Roberto Calderoli, che il governo non metterà mai ai voti preferendo quella di Pierferdinando Casini; avanti così madama la marchesa. Il pomeriggio è convulso, Salvini è in riunione permanente con Silvio Berlusconi anche per marcarlo stretto e non farlo cadere fra le spire sinuose di Gianni Letta, che lavora per il consueto «volemose bene». Si vocifera di una telefonata con Conte, di sicuro il leader del Carroccio si tiene in contatto con Giorgia Meloni che invita il centrodestra a staccare la spina. La pancia del partito è di questa idea per evitare sei mesi di agonia, una palude utile al Pd per presentarsi al voto con alle spalle vecchi arnesi della propaganda come l’Europa, lo spread e la narrazione dell’«emergenza democratica». Magari con lo stesso Draghi candidato premier.
La scelta di rompere è contrastata, Giorgetti e i governatori vorrebbero portare il governo a scadenza naturale ma si rendono conto che la richiesta del Draghistan di accontentarsi di un ruolo ancillare sarebbe un suicidio. Salvini riceve una telefonata dal Quirinale; Mattarella insiste per avere la Lega nell’esecutivo (forse gli serve un punching ball), ma la trappola non scatta. Matteo decide - d’accordo con il Cavaliere - di non votare la risoluzione Casini e uscire dall’Aula. La replica al Senato viene affidata a Stefano Candiani, che chiude la partita: «La lealtà della Lega non è mai venuta meno, ma un Parlamento di trasformisti non è in grado di dare stabilità. Non si può continuare dicendo che nulla è successo, spiace che lei abbia ascoltato i cattivi consigli del Pd nonostante le trappole su ius scholae e cannabis. Eravamo pronti a dare un contributo con un governo rinnovato. Spiace che non sia stata scelta la nostra risoluzione e che questo ci metta nelle condizioni di non votare la fiducia». Game over, a meno di qualche trovata da mago Otelma dei fantasiosi «responsabili». Questa volta il «whatever it takes» l’ha alimentato Salvini dall’alba al tramonto. Poiché Draghi e il Partito di Sergio non avevano bisogno di alleati ma di maggiordomi, non poteva funzionare.
Fdi tiene il punto e si gode il tracollo
«Legislatura conclusa, anche se qualcuno vorrebbe trovare qualche altra via d’uscita. Ma è ora di andare al voto, si può farlo tra due mesi, io sono pronta, il centrodestra abbastanza pronto». La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ieri sera in piazza Vittorio a Roma, alla Festa del Patriota, dopo una telefonata con il presidente Silvio Berlusconi e più di qualcuna con il leader della Lega, Matteo Salvini, ha ribadito quello che dal giorno della mancata fiducia del M5s al dl Aiuti, andava ripetendo battendo sul tasto dello stop ai «giochi di Palazzo» e intensificando il pressing sul Colle affinché fosse ridata la parola agli italiani.
Ma ieri mattina la Meloni era anche riuscita a far innervosire il premier, Mario Draghi, commentando il suo discorso al Senato sulla crisi di governo: «Draghi arriva in Parlamento e di fatto pretende pieni poteri, sostenendo che glielo hanno chiesto gli italiani. Ma in una democrazia la volontà popolare si esprime solo con il voto, non sulle piattaforme grilline o con gli appelli del Pd. Sono le autocrazie che rivendicano di rappresentare il popolo senza bisogno di far votare i cittadini, non le democrazie occidentali», aveva aggiunto la Meloni, leader dell’unica forza d’opposizione, «Fratelli d’Italia non intende assecondare questa pericolosa deriva. Decidano gli italiani del proprio futuro, non questo Parlamento delegittimato e impaurito. Elezioni subito». Una reazione inevitabile considerato lo sbilanciamento a sinistra di un discorso che non ha convinto il centrodestra che si aspettava dal premier una sensibilità maggiore rispetto al senso di responsabilità mostrato da Lega e Forza Italia. Quella responsabilità che la sinistra andava chiedendo come un ritornello, perché secondo la Meloni «al Pd interessa solo il potere e allora la responsabilità la chiede quando gli fa comodo», mentre gli italiani «non devono aver paura di andare alle urne, perché il voto è la vera volontà popolare e il voto è libero e segreto, non come le raccolte indotte di firme o le manifestazioni di 100 persone a sostegno di un premier». «Quando noi protestammo in 20.000 davanti Montecitorio contro il Conte bis ci dissero che eravamo sovversivi, loro invece fanno mobilitazione popolare», ha incalzato la Meloni.
Il presidente del Consiglio, nella sua irritata replica al Senato, aveva voluto rispondere proprio alla leader di Fdi: «Niente richiesta di pieni poteri, va bene?». Anche se la stessa chiarezza l’aveva ribadita il capogruppo di Fdi in Senato, Luca Ciriani, nella sua dichiarazione di voto: «Credo che abbiate superato ogni limite. Adesso basta, tiriamo una riga e andiamo oltre. Quello che accade, presidente, noi glielo avevamo anticipato mesi fa, una maggioranza troppo litigiosa. Quello che è accaduto presidente era inevitabile. È apparso evidente stamattina che il suo discorso è stato costruito per compiacere il Pd e la sinistra, non una parola sul centrodestra. Quello che è a rischio oggi non è l’Italia ma un sistema di potere, che il Pd ha costruito per conservare sé stesso. Non credo presidente alla sincerità dei suoi amici e dei suoi alleati, che la applaudono solo per paura. Sono persone che la elogiano in pubblico e la criticano in privato. Non le daremo la fiducia presidente. Noi lavoriamo per un nuovo governo», aveva concluso.
Continua a leggereRiduci
Matteo aspetta invano una mano tesa dal premier. Ma l’appello di Massimiliano Romeo in Aula cade nel vuoto. E pure Giancarlo Giorgetti si convince. Roberto Calderoli: «Tirata troppo la corda».Giorgia Meloni attacca il capo dell’esecutivo: «Ha chiesto i pieni poteri. Le nostre piazze sono “sovversive” e le loro “popolari”?». E in serata prevede: «Si vota in due mesi».Lo speciale contiene due articoli.«La legge sul Superbonus è stata fatta male». Dai banchi della Lega parte un applauso convinto in direzione di Mario Draghi. Sono le 17.15 del giorno più lungo, è l’unico momento di sincera sintonia fra il partito di Matteo Salvini e il premier. Ma è una briciola e non evita il divorzio. È finito il governo degli Infallibili, è finita l’agonia di un partito che giorno dopo giorno si è convinto di non essere un alleato ma un maggiordomo, una stampella, un voto ambulante a prescindere. «Mai tirare troppo la corda, si spezza», chiude la pratica Roberto Calderoli. E sancisce l’eclissi di Mario Draghi. La giornata è surreale ma comincia con una ferrea certezza: gli schiaffi del premier alla Lega, che sarebbe il gruppo parlamentare più numeroso. «Ad andarsene sono stati i grillini, ma lui se la prende sempre con noi», sbotta un senatore di lungo corso. Non il modo migliore per rientrare nei giochi, visto che Supermario si era sfiduciato da solo pur avendo la maggioranza, ma è difficile far capire a un banchiere i fondamentali della politica. Nel discorso della corona non c’è un accenno alle istanze del centrodestra, Palazzo Chigi non accoglie nessuno dei punti della coalizione (flat tax, delega fiscale) e neppure apre alla più scontata delle richieste: lasciar fuori il Movimento 5 stelle, definito all’unisono «inaffidabile».Al mattino, quando Draghi finisce di parlare, nessun leghista applaude. Il solo Giancarlo Giorgetti va a complimentarsi, Salvini è scuro in volto. C’è l’ulteriore conferma di un’evidenza: il premier risponde al Pds (il Partito di Sergio, nel senso di Mattarella) e ha l’unico scopo di ricucire con Giuseppe Conte per dare continuità elettorale al campo largo arato da Enrico Letta. «I vecchi democristiani stanno ponendo le condizioni per il Papeete 2 e vogliono intestarcelo», è il mood dentro la Lega. Parte un comunicato: «Il Movimento 5 stelle ha rotto il patto di fiducia alla base del governo di unità nazionale, che pure ha affrontato gravi emergenze e avviato un lavoro prezioso sul Pnrr. Il centrodestra di governo è disponibile a un nuovo patto e darà il suo contributo per risolvere i problemi dell’Italia. Ma solo con un nuovo governo, guidato da Draghi ma senza il M5s e profondamente rinnovato». Via i ministri grillini, via la sciagura Roberto Speranza, via l’inconcludente Luciana Lamorgese nel gestire l’emergenza migranti.La posizione viene ribadita in Senato nell’unico intervento consentito, quello del capogruppo, Massimiliano Romeo: «Serve un nuovo governo o il voto. Dal suo discorso iniziale sembrava che l’unico intento fosse sostenere il campo largo del Pd. Se è così non ci interessa, dobbiamo rendere conto ai nostri elettori e alla base. Se l’obiettivo è invece salvare il Paese vediamo un paio di scenari all’orizzonte. Il primo è che il M5s non faccia più parte della maggioranza. Il secondo che le tematiche vadano affrontate in modo diverso, ad esempio quelle sull’energia: possiamo affrontarle con chi dice no alle trivelle e no all’aumento della produzione di gas? Si prenda atto che è nata una nuova maggioranza, serve dunque un nuovo governo con obiettivi più ambiziosi». Quindi, prosegue Romeo: «Con tre paletti. No al reddito di cittadinanza, tutela degli interessi italiani e non delle multinazionali, limiti all’immigrazione con discontinuità riguardo a ciò che il suo governo ha portato avanti. Se questi saranno i limiti la Lega c’è».La dichiarazione viene sintetizzata nella risoluzione di Roberto Calderoli, che il governo non metterà mai ai voti preferendo quella di Pierferdinando Casini; avanti così madama la marchesa. Il pomeriggio è convulso, Salvini è in riunione permanente con Silvio Berlusconi anche per marcarlo stretto e non farlo cadere fra le spire sinuose di Gianni Letta, che lavora per il consueto «volemose bene». Si vocifera di una telefonata con Conte, di sicuro il leader del Carroccio si tiene in contatto con Giorgia Meloni che invita il centrodestra a staccare la spina. La pancia del partito è di questa idea per evitare sei mesi di agonia, una palude utile al Pd per presentarsi al voto con alle spalle vecchi arnesi della propaganda come l’Europa, lo spread e la narrazione dell’«emergenza democratica». Magari con lo stesso Draghi candidato premier. La scelta di rompere è contrastata, Giorgetti e i governatori vorrebbero portare il governo a scadenza naturale ma si rendono conto che la richiesta del Draghistan di accontentarsi di un ruolo ancillare sarebbe un suicidio. Salvini riceve una telefonata dal Quirinale; Mattarella insiste per avere la Lega nell’esecutivo (forse gli serve un punching ball), ma la trappola non scatta. Matteo decide - d’accordo con il Cavaliere - di non votare la risoluzione Casini e uscire dall’Aula. La replica al Senato viene affidata a Stefano Candiani, che chiude la partita: «La lealtà della Lega non è mai venuta meno, ma un Parlamento di trasformisti non è in grado di dare stabilità. Non si può continuare dicendo che nulla è successo, spiace che lei abbia ascoltato i cattivi consigli del Pd nonostante le trappole su ius scholae e cannabis. Eravamo pronti a dare un contributo con un governo rinnovato. Spiace che non sia stata scelta la nostra risoluzione e che questo ci metta nelle condizioni di non votare la fiducia». Game over, a meno di qualche trovata da mago Otelma dei fantasiosi «responsabili». Questa volta il «whatever it takes» l’ha alimentato Salvini dall’alba al tramonto. Poiché Draghi e il Partito di Sergio non avevano bisogno di alleati ma di maggiordomi, non poteva funzionare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ultimi-sgarri-draghi-ricompattano-centrodestra-2657703472.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fdi-tiene-il-punto-e-si-gode-il-tracollo" data-post-id="2657703472" data-published-at="1658347670" data-use-pagination="False"> Fdi tiene il punto e si gode il tracollo «Legislatura conclusa, anche se qualcuno vorrebbe trovare qualche altra via d’uscita. Ma è ora di andare al voto, si può farlo tra due mesi, io sono pronta, il centrodestra abbastanza pronto». La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ieri sera in piazza Vittorio a Roma, alla Festa del Patriota, dopo una telefonata con il presidente Silvio Berlusconi e più di qualcuna con il leader della Lega, Matteo Salvini, ha ribadito quello che dal giorno della mancata fiducia del M5s al dl Aiuti, andava ripetendo battendo sul tasto dello stop ai «giochi di Palazzo» e intensificando il pressing sul Colle affinché fosse ridata la parola agli italiani. Ma ieri mattina la Meloni era anche riuscita a far innervosire il premier, Mario Draghi, commentando il suo discorso al Senato sulla crisi di governo: «Draghi arriva in Parlamento e di fatto pretende pieni poteri, sostenendo che glielo hanno chiesto gli italiani. Ma in una democrazia la volontà popolare si esprime solo con il voto, non sulle piattaforme grilline o con gli appelli del Pd. Sono le autocrazie che rivendicano di rappresentare il popolo senza bisogno di far votare i cittadini, non le democrazie occidentali», aveva aggiunto la Meloni, leader dell’unica forza d’opposizione, «Fratelli d’Italia non intende assecondare questa pericolosa deriva. Decidano gli italiani del proprio futuro, non questo Parlamento delegittimato e impaurito. Elezioni subito». Una reazione inevitabile considerato lo sbilanciamento a sinistra di un discorso che non ha convinto il centrodestra che si aspettava dal premier una sensibilità maggiore rispetto al senso di responsabilità mostrato da Lega e Forza Italia. Quella responsabilità che la sinistra andava chiedendo come un ritornello, perché secondo la Meloni «al Pd interessa solo il potere e allora la responsabilità la chiede quando gli fa comodo», mentre gli italiani «non devono aver paura di andare alle urne, perché il voto è la vera volontà popolare e il voto è libero e segreto, non come le raccolte indotte di firme o le manifestazioni di 100 persone a sostegno di un premier». «Quando noi protestammo in 20.000 davanti Montecitorio contro il Conte bis ci dissero che eravamo sovversivi, loro invece fanno mobilitazione popolare», ha incalzato la Meloni. Il presidente del Consiglio, nella sua irritata replica al Senato, aveva voluto rispondere proprio alla leader di Fdi: «Niente richiesta di pieni poteri, va bene?». Anche se la stessa chiarezza l’aveva ribadita il capogruppo di Fdi in Senato, Luca Ciriani, nella sua dichiarazione di voto: «Credo che abbiate superato ogni limite. Adesso basta, tiriamo una riga e andiamo oltre. Quello che accade, presidente, noi glielo avevamo anticipato mesi fa, una maggioranza troppo litigiosa. Quello che è accaduto presidente era inevitabile. È apparso evidente stamattina che il suo discorso è stato costruito per compiacere il Pd e la sinistra, non una parola sul centrodestra. Quello che è a rischio oggi non è l’Italia ma un sistema di potere, che il Pd ha costruito per conservare sé stesso. Non credo presidente alla sincerità dei suoi amici e dei suoi alleati, che la applaudono solo per paura. Sono persone che la elogiano in pubblico e la criticano in privato. Non le daremo la fiducia presidente. Noi lavoriamo per un nuovo governo», aveva concluso.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
Continua a leggereRiduci
Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.