Ufficio segreto e cassaforte vuota. Altri misteri nel caso «Squadretta»
Mario Venditti (Ansa)
  • Dalle carte del fascicolo su «Clean 2» emerge che il maggiore dei carabinieri Pappalardo, oggi sotto processo per corruzione e stalking, si serviva di un locale «fantasma». Ripulito non appena l’indagine divenne pubblica.
  • Il difensore Aiello: «Se l’ex pm è corrotto, allora Stasi è innocente? Eresia giuridica».

Lo speciale contiene due articoli.

Quando gli investigatori arrivano in piazza Marelli a Pavia trovano solo una cassaforte vuota. L’ufficio riservato del maggiore dei carabinieri in pensione Maurizio Pappalardo era stato svuotato. Stiamo parlando del militare sotto processo per corruzione e stalking, l’uomo che, per molti testimoni, era il punto di riferimento e la mente della Squadretta che affiancava l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, pure lui sotto inchiesta per corruzione e peculato.

La storia che vi raccontiamo oggi si trova nelle carte del fascicolo Clean 2 e comincia con una segnalazione. Il 10 dicembre 2024, nel pieno dell’indagine, la Guardia di finanza scrive alla Procura: «Si è appreso che il costruttore Carmine Napolitano avrebbe incaricato un suo dipendente, Marco Pilla, di svuotare un ufficio, sito in piazza Marelli, in uso esclusivo a Pappalardo, facendone depositare il contenuto in un garage sito nella stessa piazza». La decisione di ripulire il locale sarebbe stata contestuale «alla notizia apparsa sugli organi di stampa relativa alla conclusione delle indagini nei confronti di Pappalardo e dei vertici dell’Asm di Pavia (la municipalizzata dei rifiuti, ndr)», ovvero l’inchiesta madre «Clean». L’annotazione è la prima traccia dell’ufficio «fantasma» ricavato, si è scoperto, in un locale commerciale del centro della città, formalmente di proprietà del gruppo immobiliare di Napolitano ma usato, secondo gli inquirenti, come appoggio privato dal maggiore in congedo, indagato in quel momento insieme con il maresciallo Antonio Scoppetta (poi condannato a 4 anni e 6 mesi per stalking e corruzione). E di tracce che portavano verso quell’ufficio ne erano saltate fuori diverse.

Un carabiniere, l’appuntato scelto Giovanni Pais, in servizio al Nucleo informativo, ha dichiarato: «Spesso (Pappalardo, ndr) si faceva portare in piazza Dante, ex Marelli, dove l’imprenditore Napolitano ha costruito un complesso immobiliare». Da quel momento il Nucleo mobile della Guardia di finanza comincia a scandagliare il contesto economico di Napolitano, 73 anni, costruttore lucano trapiantato in Lombardia, e del suo dipendente Pilla, assunto dalla Gsc srl unipersonale, una delle società riconducibili al gruppo dell’imprenditore. Il passo successivo è l’acquisizione dei tabulati telefonici. Il 13 gennaio 2025 la Guardia di finanza chiede alla Procura di analizzare le utenze di Pilla e Pappalardo, con un’attenzione particolare al periodo immediatamente successivo alla notizia della chiusura delle indagini Clean. L’oggetto della richiesta è chiarissimo: «Verificare la presenza in quella zona e in quei tempi della persona che avrebbe materialmente spostato documentazione o altro materiale di presumibile interesse investigativo».

Dall’esame dei dati, scrive il maggiore Pietro D’Angelo, comandante del Gruppo Pavia, «è stata appurata, come peraltro più che prevedibile, la presenza nella zona segnalata del nominato Pilla; presente in quei giorni ma anche in quelli precedenti e in quelli successivi, praticamente quotidianamente». Ma ecco il passaggio rilevante: «Parimenti sono stati acclarati diversi contatti telefonici del citato Pilla con le numerose utenze intestate al costruttore Napolitano». In effetti, i tabulati mostrano decine di telefonate tra i due nei giorni caldi di novembre. Il 27 gennaio il pubblico ministero Alberto Palermo convoca Pilla come persona informata sui fatti. E Pilla dichiara: «Il mio titolare è Carmine Napolitano. So che quest’ultimo è amico di Pappalardo. Lo so perché mi è capitato di vederli insieme sul lavoro e avevano un atteggiamento amichevole». Poi arriva al punto: «Controllando la chat Whatsapp intercorsa con Pappalardo, rilevo che in data 16 ottobre 2023 gli chiedevo la disponibilità per la giornata successiva di vederci per consegnargli le chiavi dell’ufficio vendite di piazza Marelli».

L’uomo descrive minuziosamente le tre stanze del locale: scrivanie, divanetti, armadi, un frigorifero nel corridoio e «una piccola cassaforte, dietro la scrivania a sinistra della porta finestra». Entra anche nei dettagli: «La cassaforte è chiusa, ma c’è una chiave che è appesa nell’armadio della prima stanza e c’è anche una combinazione. Non so che contenuto abbia». Infine, aggiunge: «Suppongo che il senso della consegna delle chiavi a Pappalardo fosse legato al fatto che Napolitano glielo voleva lasciare in uso, come appoggio». Le chiavi, conferma, non sono mai state restituite: «Ritengo che siano ancora nella disponibilità di Pappalardo». Poche ore dopo quel verbale, i pm firmano il decreto di perquisizione. Alle 11, la Guardia di finanza bussa alla porta dell’ufficio in piazza Marelli. Sono presenti sia Napolitano sia Pilla. E l’imprenditore dichiara: «Conosco Pappalardo. Da quando è andato in pensione, mi ha chiesto se, per cortesia, potessi mettergli a disposizione un locale qualora ne avesse avuto bisogno per suoi motivi personali e io gli ho risposto che poteva appoggiarsi al mio ufficio sito all’interno dell’ufficio vendite. E ho fatto consegnare copia delle chiavi da Pilla». Durante la perquisizione viene trovato il forziere. E i finanzieri annotano le fasi che hanno portato alla sua laboriosa (e inutile) apertura: «All’interno del locale indicato i militari verbalizzanti notavano la presenza di una cassaforte con apertura combinata chiave-combinazione manuale. Veniva, pertanto, richiesta l’apertura della stessa a Napolitano, che riferiva di non ricordare la combinazione e di non ricordare dove avesse depositato la chiave».

Napolitano chiama un suo dipendente che arriva con un flessibile e taglia il metallo. «La cassaforte risultava vuota». I motivi per cui sono stati svuotati ufficio e cassaforte non sono mai stati chiariti. Ma di certo gli inquirenti sapevano che Napolitano era un uomo di fiducia di Pappalardo. È stato il carabiniere Pietro Picone a confermarlo: «Lui (Pappalardo, ndr) una volta in auto mi disse che nella sua vita aveva solo cinque amici». Tra i quali avrebbe annoverato anche il luogotenente Silvio Sapone, perquisito dalla Procura di Brescia nell’indagine sull’archiviazione della posizione di Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi, il titolare di un ristorante di Pavia poi deceduto, il proprietario di una Spa frequentata anche dal procuratore Venditti e un ulteriore nome che il carabiniere non ricordava. Il quinto amico era proprio Carmine Napolitano. «In una occasione, ora che ricordo, lo accompagnai al funerale del figlio dell’imprenditore, sempre in orario di servizio e con la vettura di servizio».

Ma il maggiore con l’amico non avrebbe condiviso solo i momenti bui. Secondo Picone, Pappalardo gli raccontò anche «di essere stato ospite più volte all’isola d’Elba». Il rapporto che lega Pappalardo a Napolitano, «citato nell’indagine Infinito della Dda di Milano nel capitolo inerente alla locale della ‘ndrangheta a Pavia», precisa la Guardia di finanza, «è sicuramente solido». E ricostruisce: il maggiore «festeggia il compleanno» con l’imprenditore «e in ogni occorrenza importante è al suo fianco». L’imprenditore avrebbe ricambiato le attenzioni. C’era alla festa per i 90 anni della madre di Pappalardo, che ospitava in una delle sue strutture Rsa. E gli ha fornito l’ufficio segreto con cassaforte. Uno dei misteri dell’inchiesta «Clean 2».

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