L’Ue parla di dramma ma non fa nulla: il Patto di stabilità resta intoccabile

Anche se in ritardo, la Commissione europea ora riconosce che la guerra nel Golfo, con il blocco dello stretto di Hormuz, sta portando il Vecchio Continente verso una crisi senza precedente, in una spirale di recessione e inflazione.
Eppure nonostante la consapevolezza della gravità della congiuntura, Bruxelles rimane sorda alle richieste di maggiore flessibilità sui vincoli di bilancio.
Le parole del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, al vertice dell’Eurogruppo di lunedì sono cadute nel vuoto. Di concedere l’attivazione della clausola di salvaguardia a tutti gli Stati membri non se ne parla, come pure di utilizzare i fondi per la difesa a copertura delle maggiori spese energetiche. Seppur grave, per la Commissione non c’è ancora una situazione di emergenza tale da richiedere interventi straordinari.
Una posizione che stride con i messaggi di allarme che pure continuano ad arrivare dagli stessi rappresentanti delle istituzioni comunitarie. Ieri il commissario all’Energia, Dan Jorgensen, al termine del Dialogo energetico di alto livello Ue-Moldavia, ha fatto un sintetico bilancio di quanto i Paesi dell’Unione hanno già speso in più per i combustibili fossili senza ricevere alcun aumento delle forniture.
«Oltre 30 miliardi di euro in più». A cui ha aggiunto un’analisi impietosa: «Il mondo sta affrontando quella che è probabilmente la più grave crisi energetica di sempre che sta mettendo a dura prova la resilienza delle nostre economie, delle nostre società e delle nostre partnership».
Insomma, in ballo ci sono qualche miliardo di scostamento di bilancio contro i 30 miliardi di maggiori spese energetiche già pagati dai Paesi Ue.
Ma non è tutto. Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, al termine dell’Ecofin è tornato a ribadire la linea della fermezza. Ha riferito che l’Eurogruppo ha discusso la proposta avanzata dal ministro Giancarlo Giorgetti di estendere all’energia la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per la difesa, e che «i ministri hanno espresso opinioni divergenti sulla necessità di una maggiore flessibilità fiscale. Attualmente, quindi, il nostro consiglio è di utilizzare la flessibilità già esistente, compreso l’uso degli stabilizzatori automatici». La strategia resta «wait and see», aspettare e guardare gli eventi. Anche se l’Europa intanto affonda.
«Come Commissione, continuiamo a monitorare attentamente la situazione e siamo pronti a reagire qualora la situazione lo richieda», ha aggiunto. «Di fronte a uno shock dell’offerta, se ci sono misure ampie in molti Stati membri e altri Paesi a sostegno dei consumi, smorzando il segnale dei prezzi, ciò potrebbe finire per fare aumentare i prezzi dell’energia con costi fiscali elevati e con benefici molto limitati per le famiglie e le imprese che avrebbero dovuto aiutare».
Intanto, consapevole della grave crisi economica, il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic, cerca di strappare qualche concessione agli Stati Uniti sul fronte dei dazi. Nell’incontro di ieri, di quasi due ore a Parigi con il Rappresentante degli Usa al Commercio, Jamieson Greer, il commissario ha chiesto «un rapido ritorno ai termini concordati a Turnberry, ovvero un’aliquota tariffaria onnicomprensiva del 15%, con le deroghe concordate per l’Ue».
Ad aggravare la situazione ci sono le misure della transizione ecologica, che, a quanto pare, nessuno vuole mettere in discussione. Ecco quello che ha detto la presidente della Bce, Christine Lagarde, intervenendo a una conferenza a Francoforte sul rapporto fra clima, natura e politica monetaria. «L’introduzione dell’Ets2, che estende per la prima volta il prezzo del carbonio nell’Ue agli edifici e al trasporto su strada, aggiungerà 0,2 punti percentuali all’inflazione nel 2028.
Lagarde ha fatto questa analisi: «L’anno scorso le emissioni globali di carbonio da combustibili fossili hanno raggiunto un livello record. E, sebbene in passato i governi abbiano mostrato una determinazione comune a Parigi, oggi assistiamo a passi indietro in alcune giurisdizioni». Lagarde ha ricordato che c’è stato un acceso dibattito in Europa «sul fatto che la transizione verde abbia reso il continente più vulnerabile nell’attuale contesto geopolitico volatile, aumentando i costi dell’energia. Ma lo status quo è chiaramente insostenibile. L’Europa importa circa il 60% della sua energia, quasi tutta da combustibili fossili, e l’aumento dei prezzi è un promemoria del costo di questa dipendenza. Le fonti alternative di energia offrono il percorso più chiaro per minimizzare i compromessi tra gli obiettivi della politica energetica europea di sostenibilità e accessibilità».
Quindi lo scenario è questo: no flessibilità e avanti tutta con le fonti energetiche alternative. Una linea che preoccupa il mondo dell’industria. «Bene Giorgetti. Oggi l’energia è un problema enorme per il nostro Paese» ha detto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, riferendosi alla richiesta di deroghe al Patto di stabilità.
«Nessun Paese può essere lasciato indietro. Oggi l’Italia ha un prezzo di energia più alto di altri Paesi e quanto detto dal ministro è giustissimo per dare la capacità all’Italia di allinearsi. Sarebbe molto miope pensare che alcuni Paesi ce la possano fare e altri no». Il ministro dei Trasporti e vicepremier, Matteo Salvini, ha usato toni meno soft. «È sorda e inutile un’Europa che ci dice puoi spendere più soldi per le armi, ma non per aiutare gli italiani a pagare le bollette e a fare benzina. Un’Europa così non ci serve».






