
Sui giornaloni, nei talk show frequentati dalla sinistra di lotta e tacco dodici come Silvia Salis, che snobba il vecchio scarpone degli alpini e calza solo Manolo Blahnik, ci sono due manifestazioni del male assoluto: Donald Trump e Vladimir Putin. Ma il primo è assai più pernicioso dell’altro.
Per misurarlo è sufficiente osservare quanto ci si preoccupi della sopravvivenza di ciascuno di loro. Le pallottole dirette a Donald Trump non fanno rumore, anzi a dire il vero lui l’attentato se lo crea; le inesistenti (o comunque non provate) minacce di colpo di Stato contro Vladimir Putin valgono la massima allerta.
A parole la nostra sinistra odia l’uno quanto l’altro. Perché in fin dei conti Donald Trump, votato da 80 milioni di americani, è un autocrate come quello del Cremlino. E tuttavia si coglie una sfumatura: Trump che se la piglia con l’Europa - si vedano Ernesto Galli della Loggia e Paolo Gentiloni tra i tanti - è un nemico, Putin è pure un nemico, ma in maniera diversa. Lunedì nel tardo pomeriggio, a Washington, un uomo ha aperto il fuoco a poca distanza dalla Casa Bianca, dove Donald Trump stava tenendo un discorso. Nella residenza presidenziale è scattato il lockdown e tutta la zona fino a Washington Monument è stata presidiata dal Secret service, che ha colpito l’assalitore dopo che era riuscito a ferire un ragazzo. Di questo episodio non c’è traccia sui giornali di ieri. Si dirà: ma era tardi e non valeva la pena «ribattere» (aggiornare le pagine) per una notizia così, né infilarla in un telegiornale. Il retropensiero, invece, è lo stesso che è scattato dopo la sparatoria dell’Hilton Hotel il 25 aprile scorso, durante la cena di Trump con i corrispondenti esteri. Molti scrissero: il presidente americano se l’è cercata. In quell’occasione, i vertici della Casa Bianca erano i bersagli di Cole Tomas Allen, ingegnere trentunenne della California tifoso della democrat Kamala Harris, ma in Italia si è cominciato a dubitare. La sicurezza era troppa blanda e, per dirla col metodo Ranucci, una fonte - riferiva il Fatto Quotidiano - «di cui si sta cercando ancora conferma ha raccontato che per entrare all’Hilton bastava mostrare un biglietto». E magari Trump si era messo d’accordo anche con lo sparatore di Butler in campagna elettorale due anni fa. Memorabile il commento dell’Oliver Hardy de noantri, al secolo Alan Friedman, che su La Stampa il 26 aprile scriveva: «Oggi, nell’America di Trump, il clima d’odio nasce dal suo incitamento quotidiano, si nutre del rancore che semina e produce una società più feroce, più frammentata, più impaurita. Trump non ha inventato la violenza americana. Ma l’ha sdoganata». Gli faceva eco su Repubblica Gabriele Romagnoli che, citando i presidenti Usa ammazzati - Kennedy, Roosevelt, Lincoln -, notava: «In generale il bersaglio è una cucitura, l’attentatore uno strappo. Da Mar-a-Lago è venuto invece un inedito, un opposto che gira il film della presidenza al negativo. È lui è l’agente del caos, il provocatore quotidiano, l’estremista». E per non essere da meno Augusto Minzolini su X sentenziava: «Chi divide, usa un linguaggio violento, preferisce l’autoritarismo alla democrazia, apre conflitti senza sapere come chiuderli finisce per seminare vento e raccogliere tempesta».
Un ritratto di Vladimir Putin? No, si parla di Donald Trump, uno che se l’è cercata. Al contempo, vengono invece date per certe le voci su presunte minacce a Putin di cui fino adesso non c’è stata evidenza alcuna. Tutti i giornali à la page e le televisioni a reti unificate ieri raccontavano che è chiuso in un bunker perché teme un colpo di Stato e un attentato. Repubblica ieri in prima pagina aveva questo titolo: «Bunker e controlli. Putin in paranoia teme un golpe dall’ex Shoigu». Enrico Franceschini - che scrive da Londra e sa tutto, o forse ha solo letto il Financial Times che, con dovizia di particolari, narra l’angoscia di Putin, trasformatosi da dittatore in talpa - racconta che «ormai non dorme più nelle dacie presidenziali di Mosca e del Valdai, passa la maggior parte del tempo nei bunker sotterranei». A farlo fuori dovrebbe pensarci il segretario del consiglio di sicurezza Sergei Shoigu. I solitamente bene orientati spiegano che il 9 maggio la parata può essere rovinata dalle bombe di Zelensky. Sul Foglio raccontano che da giorno dell’orgoglio si è passati oggi al giorno della preoccupazione russa. La colpa? Di Vladimir Putin, che non teme un colpo di Stato bensì un drone ucraino che lo faccia secco mentre assiste alla parata. E allora come la Flotilla: tutti sotto coperta. È un coro: il bunker, il golpe, la parata blindata. L’obiettivo? Probabilmente destabilizzare. Ma forse un po’ ci sperano.






