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Secondo Claudio Bertolotti, direttore di React, la guerra all’Iran provocherà attentati anche in Europa. Gli ayatollah sfrutteranno anche la microcriminalità minorile propensa a delinquere.
Il problema non è solo il prezzo, ma la stessa disponibilità del greggio. Il G7 punta ad attingere dalle riserve 400 milioni di barili. Che però tamponeranno solo venti giorni di blocco delle spedizioni. Se i traffici nel Golfo restano fermi più a lungo, che si fa?
Al di là del prezzo. E se iniziasse a scarseggiare il petrolio, da cui dipende il 70% circa dell’economia mondiale? I Paesi del G7 stanno valutando il rilascio coordinato di una parte delle riserve strategiche di greggio per contenere l’impennata dei prezzi sui mercati internazionali dopo l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran. Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’operazione potrebbe arrivare fino a 400 milioni di barili e verrebbe coordinata dall’Agenzia internazionale per l’energia. Finora almeno tre Paesi del gruppo, tra cui gli Stati Uniti, hanno espresso sostegno all’ipotesi, mentre la Ue - come al solito - deciderà oggi. Forse.
Nel complesso, i membri del G7 dispongono di circa 1,2 miliardi di barili di riserve strategiche. Il possibile rilascio avrebbe però un impatto limitato sui consumi globali. Con una domanda mondiale stimata tra 102 e 103 milioni di barili al giorno, 400 milioni di barili coprirebbero circa quattro giorni di fabbisogno globale. Tuttavia il dato più rilevante riguarda i flussi provenienti dal Golfo Persico: circa il 20% del petrolio mondiale passa attraverso lo Stretto di Hormuz. In questo scenario, una liberazione di 400 milioni di barili garantirebbe circa venti giorni di petrolio «sicuro», cioè sufficiente a compensare temporaneamente la quota di greggio che normalmente transita attraverso lo Stretto in caso di blocco delle spedizioni. Se però rilasci ora le riserve, cosa si fa se tra un mese Hormuz è ancora chiuso?
Con tutte queste ipotesi sul tavolo il prezzo del petrolio, Wti texano e Brent europeo, sembravano in giostra a Gardaland ieri. Partiti a quasi 120 dollari al barile, sono crollati sotto i 100 per poi risalire. In ogni caso la tendenza è rialzista, in assenza di novità dal fronte bellico, spinta dai timori di carenze legate alle interruzioni delle forniture dal Medio Oriente. Il blocco - o la riduzione - del traffico nello Stretto di Hormuz rappresenterebbe uno dei più gravi shock dell’offerta nella storia del mercato petrolifero. Secondo diverse stime, la chiusura della rotta comporterebbe una perdita di circa 20 milioni di barili al giorno, una quantità superiore a quella registrata nelle principali crisi energetiche degli ultimi decenni, come la guerra dello Yom Kippur del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979 o il conflitto tra Iraq e Kuwait del 1990.
Alcuni produttori della regione hanno già iniziato a ridurre la produzione. Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita avrebbero rallentato i flussi, mentre le infrastrutture di stoccaggio locali stanno progressivamente raggiungendo la capacità massima. Gli analisti di JP Morgan stimano che nei prossimi giorni i tagli potrebbero superare i quattro milioni di barili al giorno. Finora nessun Paese ha interrotto completamente l’estrazione, ma diversi osservatori ritengono che la situazione possa peggiorare se le tensioni militari dovessero protrarsi. «Se i produttori al di fuori di Iraq e Kuwait fossero costretti a ridurre la produzione, la capacità di ripristinare rapidamente l’approvvigionamento pre-crisi diventerebbe sempre più limitata», spiegano gli analisti di Société Générale in una nota. «Il fattore tempo è quindi fondamentale: più a lungo persistono le interruzioni, maggiore è la probabilità che quelle che inizialmente sembrano interruzioni temporanee si trasformino in perdite di approvvigionamento più durature». E «gli Emirati Arabi Uniti sono probabilmente il prossimo produttore a rischio di interruzione della produzione, potenzialmente entro i prossimi cinque-sette giorni», scrivono. «Anche il Qatar è vulnerabile».
Se in Europa, come dicono a Bruxelles, «non c’è rischio di una imminente carenza di petrolio», in Asia, particolarmente esposta alle forniture provenienti dal Golfo, Corea del Sud e Thailandia hanno già annunciato tetti ai prezzi dei carburanti. Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha parlato di un «peso significativo» sull’economia nazionale e ha promesso interventi rapidi per stabilizzare il mercato. In Thailandia il governo ha invitato la popolazione a non accumulare carburante e ha deciso di limitare temporaneamente il prezzo del gasolio per quindici giorni, mentre in alcune aree si sono già registrate code ai distributori. Anche altri Paesi stanno valutando misure straordinarie. Il Vietnam sta preparando la sospensione temporanea di alcune tasse sulle importazioni di carburante, mentre nelle Filippine il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha annunciato l’introduzione di una settimana lavorativa di quattro giorni per parte degli uffici pubblici con l’obiettivo di ridurre i consumi energetici.
Pure negli Usa i prezzi dei carburanti sono in rally. E la Casa Bianca sta esaminando diverse opzioni per contenere l’aumento dei prezzi del petrolio. Secondo Reuters, tra le misure allo studio figurano la limitazione delle esportazioni statunitensi di greggio, l’intervento sui mercati dei future e la sospensione di alcune imposte federali sui carburanti. L’amministrazione starebbe inoltre valutando la possibilità di sospendere temporaneamente alcune norme del Jones Act, che impone il trasporto domestico di carburante su navi battenti bandiera americana.
Il presidente Donald Trump ha definito l’aumento dei prezzi del petrolio un «piccolo prezzo da pagare» rispetto all’obiettivo di neutralizzare la minaccia nucleare iraniana, mentre il segretario all’Energia Chris Wright ha sostenuto che le quotazioni dell’energia potrebbero ridursi se verrà ripristinata la sicurezza del traffico nello Stretto di Hormuz. Ok, ma quando sarà?
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Vladimir Putin (Ansa)
Viktor Orbán: «Eliminare gli embarghi». Persino Francia, Belgio e Spagna comprano ancora combustibili da Mosca.
Dopo 4 anni e 20 (dico venti) pacchetti di sanzioni della Ue contro la Russia, da ieri non siamo già al «contrordine compagni!», ma il vento sta cambiando.
A metà giornata, ci ha pensato il premier ungherese Viktor Orbán a gettare il primo sassolino nell’ingranaggio che gira (a vuoto) da anni scrivendo sui social che «Il blocco petrolifero ucraino e la guerra in Medio Oriente stanno facendo impennare i prezzi del petrolio. L’Europa deve agire. Oggi ho scritto al presidente Costa e a Von der Leyen chiedendo la revisione e la sospensione delle sanzioni sull’energia russa».
A distanza di poche ore, con sospetto tempismo, le parole del presidente russo Vladimir Putin, riportate dalla Tass, hanno avuto l’effetto di trasformare una piccola fessura in una evidente crepa: «La Russia è pronta a garantire ai Paesi della Ue le forniture di petrolio e gas necessarie per stabilizzare i mercati nella situazione d’emergenza dovuta alla guerra nel Golfo Persico, ma per questo è necessario «un segnale» dagli europei». Parole impensabili fino a dieci giorni fa.
Di buon mattino, il terreno era stato sapientemente arato da un articolo apparso sul Wall Street Journal («Il conflitto rende il petrolio russo una merce molto ambita»), in cui si evidenziava il potere contrattuale improvvisamente acquisito da Mosca nel mercato mondiale del greggio. Da essere venditori a sconto rispetto ai prezzi correnti di mercato, i russi si sono ritrovati ad avere in viaggio circa 130 milioni di barili - l’equivalente di più di una settimana di acquisti di Cina e India - che sono diventati merce ambitissima. Al punto che alcune raffinerie indiane non hanno esitato ad offrire un premio tra 1 e 5 dollari sulla quotazione del Brent, pur di accaparrarsi il prezioso carico.
Tra mercoledì e venerdì scorso, Putin aveva già fiutato il vento in poppa e aveva cominciato ad alzare il prezzo, provocando la Ue, minacciando la chiusura dei residui flussi ancora esistenti nonostante le sanzioni. «Si stanno aprendo nuovi mercati, per noi sarebbe meglio chiudere già ora i rapporti con la Ue, prima che lo facciano loro tra pochi mesi, e rivolgerci a clienti più affidabili».
Un modo grezzo ma efficace per fare capire a Bruxelles che ora è lui a selezionare i clienti e che Paesi grandi consumatori di gas e petrolio, come India, Giappone e Corea del Sud, non esiteranno a scatenare una corsa al rialzo per assicurarsi le forniture necessarie ai loro complessi industriali. E ci sono già notizie di navi cariche di Gnl dirette in Europa che hanno invertito la rotta e puntata la prua verso Est.
In questo quadro di tensione, si inserisce la delicata situazione delle riserve di gas del Regno Unito, pari ad appena tre giorni di consumi (tra gas naturale stoccato e Gnl), che inevitabilmente sta costringendo i britannici ad offrire un prezzo più alto rispetto ai concorrenti europei. Ad oggi, il petrolio russo che arriva in Europa è circa il 3% del totale, dopo il divieto di importazioni di greggio via mare dal dicembre 2022 e dei prodotti petroliferi raffinati dal febbraio 2023. Restano solo i modesti flussi via oleodotto, interrotti anch’essi da gennaio a causa dei danni conseguenti a un attacco russo su infrastrutture ucraine, la cui riparazione ha aperto un conflitto tra Kiev e Budapest e rende Orbán particolarmente sensibile a questa crisi dei prezzi.
Ma è sul gas che si gioca la partita più importante, perché nonostante l’ampia diversificazione post guerra, dalla Russia arriva ancora il 13% circa del fabbisogno della Ue. Ad oggi è prevista una graduale uscita dal gas russo entro il gennaio 2027 per il Gnl ed entro settembre 2027 per i flussi via gasdotto. Questi ultimi interessano ormai solo alcuni Paesi dell’Europa centrale, mentre il 49% del Gnl esportato da Mosca a gennaio è finito nella Ue con Francia, Belgio e Spagna tra i principali compratori.
Che il tema sia d’attualità è confermato dalla sua presenza nell’agenda dell’Eurogruppo di ieri, a margine del quale il presidente Kyriakos Pierrakakis ha fatto professione di ottimismo e lo spagnolo Carlos Cuerpo ha assunto una posizione attendista. Entrambi convinti che la Ue abbia gli strumenti, testati durante la fase acuta della precedente crisi energetica del 2022, per reggere l’urto di questa nuova crisi. Noi ci auguriamo soltanto non ci sia bisogno di far arrivare il gas a 300 euro/Mwh per intervenire, perché a quel punto Putin potrebbe non fare più sconti e le nostre industrie potrebbero essere già ferme.
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Stizza Usa per i colpi dell’Idf alle raffinerie. Rubio: «L’obiettivo è eliminare i razzi nemici». Trump chiama lo zar su Iran e Ucraina.
Mentre prosegue l’offensiva israelo-americana contro l’Iran, il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu tende a farsi sempre più dialettico. Parlando domenica con il Times of Israel, il presidente statunitense ha ribadito l’alleanza con il premier israeliano, sottolineando che decideranno «di comune accordo» quando far cessare le ostilità. «L’Iran avrebbe distrutto Israele e tutto ciò che lo circondava. Abbiamo lavorato insieme. Abbiamo distrutto un Paese che voleva distruggere Israele», ha anche detto. Al contempo, l’inquilino della Casa Bianca ha però lasciato intendere di voler avere l’ultima parola sulla decisione finale e di non ritenere «necessario» che Israele prosegua gli attacchi, quando Washington li cesserà.
Insomma, pur confermando la sponda con Netanyahu, il presidente americano ha teso a presentarsi come il componente di maggior peso della coalizione. Non dimentichiamo del resto che, dietro le quinte, il rapporto tra i due leader non è tutto rose e fiori. Sabato, Trump ha fatto marcia indietro sull’eventualità di un’offensiva di terra dei curdi contro il regime khomeinista. «Non voglio che i curdi entrino in Iran. Sono disposti a entrare, ma ho detto loro che non voglio che entrino. La guerra è già abbastanza complicata così com’è. Non vogliamo vedere i curdi farsi male o uccidere», ha dichiarato, prendendo implicitamente le distanze da Netanyahu, che, al contrario, dell’opzione curda è un fautore.
Non solo. L’altro ieri, parlando con Channel 12, un alto funzionario americano si è lamentato dei vasti attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane. «Non pensiamo che sia stata una buona idea», ha dichiarato, sostenendo che quegli attacchi potrebbero ritorcersi contro gli Stati Uniti, rafforzando il regime khomeinista. Era inoltre la scorsa settimana quando, secondo Axios, Netanyahu avrebbe chiesto spiegazioni alla Casa Bianca su presunti contatti segreti tra Washington e Teheran dopo l’avvio delle ostilità. È quindi anche per sopire queste tensioni che, oggi, gli inviati statunitensi, Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbero dovuto recarsi nello Stato ebraico: l’obiettivo, in particolare, avrebbe dovuto essere quello di tenere dei colloqui di alto livello sul conflitto in corso. Tuttavia, ieri, il Jerusalem Post ha riportato che il viaggio è stato annullato.
D’altronde, a livello strutturale, la dialettica sotterranea tra Trump e Netanyahu si registra soprattutto sul futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vorrebbe una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime khomeinista per poi scegliere come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Non a caso, ieri, Marco Rubio, non ha citato il regime change tra gli obiettivi dell’offensiva in atto. «Gli obiettivi di questa missione sono chiari», ha detto il segretario di Stato americano che, secondo Nbc, avrebbe l’appoggio di vari finanziatori repubblicani in vista delle elezioni del 2028. «Si tratta di distruggere la capacità di questo regime di lanciare missili e i suoi lanciatori, distruggendo le fabbriche che producono questi missili e distruggendo la sua Marina», ha aggiunto.
Di contro, sabato, un funzionario israeliano aveva detto che lo Stato ebraico era «ottimista sulla capacità di far crollare il regime». Eppure, ieri, un altro funzionario israeliano ha detto al Washington Post che Gerusalemme inizierebbe a essere scettica sullo scenario di un regime change. «Non vediamo nessuno che possa sostituire il regime. Non sono sicuro che sia nel nostro interesse combattere finché il regime non sarà rovesciato. Nessuno vuole una storia infinita», ha affermato. Se stesse realmente orientandosi verso questa prospettiva, ciò significherebbe che Israele si starebbe avvicinando all’idea di una soluzione venezuelana, come auspicato da Trump. Lo Stato ebraico ha fatto nuove valutazioni? Oppure sta tendendo la mano alla Casa Bianca, per disinnescare le tensioni?
Come che sia, la soluzione venezuelana dovrà affrontare adesso lo scoglio della nomina a Guida suprema del figlio di Ali Khamenei, Mojtaba: una figura che, sostenuta dai pasdaran, è invisa sia agli americani che agli israeliani. Non a caso, ieri Trump, oltre ad avere una telefonata «franca e costruttiva» di un’ora con Vladimir Putin su Ucraina e Iran, ha detto che la sua designazione è stata un «grosso errore», rifiutandosi di rendere noto che cosa abbia in mente di fare con lui. Al contempo, il ministero degli Esteri israeliano ha definito il figlio del defunto ayatollah un «tiranno che continuerà la brutalità del regime iraniano».
Insomma, per riuscire nella soluzione venezuelana, Trump, che aveva in programma una conferenza stampa ieri sera dopo che La Verità era già andata in stampa, si trova a dover sciogliere due nodi: da una parte, ha necessità di sradicare il potere delle Guardie della rivoluzione; dall’altra, deve frenare Netanyahu nei suoi intenti di regime change (intenti che, come abbiamo visto, sembrerebbero comunque essersi ridimensionati nelle scorse ore). È da qui che passa l’eventuale successo strategico statunitense dell’offensiva militare. Trump, che non ha ancora deciso se inviare o meno soldati per mettere in sicurezza le scorte di uranio arricchito iraniane, ha bisogno di portare Teheran nell’orbita americana, evitando costose operazioni di nation building. È in quest’ottica che, ieri, parlando con Nbc, non ha escluso di prendere il controllo del greggio iraniano: una mossa con cui, in caso, Trump punterebbe a colpire Pechino sia in termini di approvvigionamento energetico che di tutela della supremazia del dollaro.
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