
L’accordo Usa-Iran premia più la resistenza del regime che la campagna bellica di Donald Trump. Hormuz, intanto, resta chiuso fino alla firma del trattato. E nel frattempo Vladimir Putin compie una dura rappresaglia sulla capitale ucraina. Se non è una sconfitta, poco ci manca: l’accordo che si profila tra Usa e Iran conquisterebbe la pace, o comunque una lunga tregua, al prezzo di un sostanziale fallimento militare, politico e diplomatico. Con il rinvio alle calende greche della discussione sul nucleare, che è stato il casus belli, una profonda incertezza sul destino di Hormuz, il graduale sblocco di fondi congelati e il superamento delle sanzioni.
Il fiasco militare è difficile da nascondere: nonostante abbiano martellato la Repubblica islamica, gli americani non ne hanno piegato la resistenza. E se Teheran è riuscita a proteggere non solo buona parte dei suoi asset, ma anche a ricostituire in fretta le scorte distrutte, Washington ha invece svuotato i propri arsenali. È anche per questo che Donald Trump preferisce il negoziato alla ripresa delle ostilità. Le difficoltà statunitensi si stanno già ripercuotendo su alleati strategici: Taiwan e Giappone non avranno i missili che attendevano, per la somma delizia di Xi Jinping. La pessima performance della prima potenza mondiale, così, ha finito per rassicurare Pechino, alimentando le sue ambizione nell’Asia Pacifica.
Lo smacco politico attiene agli effetti del conflitto: anziché innescare un cambio di regime, la guerra ha confermato il ruolo dell’Iran quale potenza regionale, forse capace di imporre ancora il suo controllo su Hormuz. La catena di comando è stata alterata: forse, una dittatura confessionale, retta da un’élite incendiaria nelle parole ma cauta nelle azioni, è stata soppiantata a una dittatura militare i cui pretoriani, probabilmente, terranno sotto scacco il più accomodante Masoud Pezeshkian. Per Teheran non saranno rose e fiori: lo Stretto diventerà sempre meno centrale, perché i traffici commerciali troveranno sbocchi alternativi; bisognerà fare i conti con la crisi economica e con la ricostruzione. Ma se avessimo assistito a una partita di calcio, avremmo visto il Real Madrid pareggiare con il Como.
L’impasse internazionale degli Usa, ora, minaccia di ripercuotersi sulla situazione interna: Trump avrà pure attirato nel Golfo del Messico - d’America, pardon… - molte delle navi che prima transitavano a Hormuz; starà pure rendendo gli Stati Uniti esportatori netti di greggio; ma ai cittadini che voteranno al medio termine di novembre, i profitti delle compagnie petrolifere e il risiko energetico interessano meno della benzina a 5 dollari al gallone.
Sul piano diplomatico, poi, sembra non sia riuscita l’operazione di unire le monarchie sunnite contro gli ayatollah (e al fianco di Israele, nello spirito dei patti di Abramo). È forte il sospetto che l’Oman si stia spartendo la gestione delle rotte navali con gli iraniani, i cui raid hanno compromesso gli impianti di materie prime dei Paesi del Golfo e la reputazione delle loro megalopoli. È significativo che la svolta nelle trattative sia arrivata dopo le pressioni di quegli Stati.
Per carità, sul versante opposto a quello di Trump non splende il sole. La guerra ha scoperchiato almeno due vulnerabilità della Cina: anzitutto, la sua esposizione a insidiosi colli di bottiglia; in secondo luogo, la sua sostanziale indisponibilità ad assumersi delle responsabilità vere nel mantenimento della stabilità internazionale. Il Dragone continua a comportarsi da piantagrane, stando almeno alle ricostruzioni che parlano di un suo supporto logistico e militare alla Russia e all’Iran. Xi già evoca la trappola di Tucidide - l’inevitabilità dello scontro armato tra potenza in declino e potenza in ascesa - ma Pechino è ben lungi dal poter rivendicare una funzione di guida, al posto dell’egemone decaduto.
Sul futuro - tra le tante - aleggia un’incognita strategica: che ne sarà del legame storico tra Israele e Stati Uniti? Essersi lasciati trascinare da Tel Aviv in una campagna azzardata e deludente costituirà un precedente al quale aggrapparsi, per accantonare il sostegno incondizionato allo Stato ebraico? La tesissima telefonata tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu separerà le loro strade? Sono finiti i tempi dei mega resort a Gaza? Sul Medio Oriente, sia pure a spizzichi e bocconi, sorgerà un’alba diversa?






