Usa-Iran non firmano ma per Trump è fatta. Resta in sospeso lo scoglio dell’uranio

L’accordo tra Stati Uniti e Iran per chiudere il conflitto nel Golfo persico restava ancora ieri sera sul filo del rasoio. Potrebbe essere firmato «nei prossimi giorni», secondo un funzionario americano citato dai media israeliani Channel 12 e Times of Israel. La base sarebbe la riapertura dello stretto di Hormuz, ma prevederebbe anche «lo smaltimento di tutto l’uranio iraniano» e l’impegno di Teheran a non arricchire uranio per un periodo da stabilire.
Finora sembra esserci sintonia solo sullo Stretto, mentre l’uranio divide ancora i due Paesi e verrebbe trattato in un secondo tempo. Per questo motivo, tuttavia, funzionari del governo di Israele hanno dichiarato a Channel 12 che «a quanto pare questo accordo non serve gli interessi di Israele». Ciò perché gli israeliani temono che l’Iran si conceda il tempo necessario per la ripresa economica e militare, a seguito della quale «sarebbe difficile per gli americani e per noi tornare a combattere». Allo Stato ebraico, inoltre, più che riaprire Hormuz interessa davvero l’arresto del programma nucleare iraniano.
Il presidente Usa Donald Trump ha postato su Truth che «il tempo non è un problema»: «Ho informato i miei rappresentanti di non affrettare un accordo. Il tempo è dalla nostra parte». Nessuna fretta, semmai, al leader della Casa Bianca preme «un buon accordo», osservando: «Se ci saranno buone nuove dipenderà da me». Rivendicazione per salvare la faccia dopo che, per due mesi, Trump s’è sorbito critiche per la vaghezza della strategia che l’ha portato in un tunnel contro un Iran deciso a resistere, per non parlare del calo di popolarità. Si attenderebbe l’approvazione finale di Trump e della Guida suprema iraniana, ayatollah Mojtaba Khamenei «il che potrebbe richiedere giorni». Axios aveva già riportato dalla mattinata che la bozza attuale servirebbe a estendere il cessate il fuoco di 60 giorni, durante i quali verranno avviate ulteriori trattative per risolvere i principali nodi. Entrambi mirano alla riapertura di Hormuz e se Teheran chiede agli americani di levare il blocco navale, Washington vuole l’impegno iraniano a rimuovere le mine subacquee. Ieri, in effetti, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha discusso con il dirimpettaio Oman «questioni di sicurezza del transito navale da Hormuz», il che depone a favore della possibile risoluzione di almeno questo nodo, per cominciare. I pasdaran hanno comunicato che ieri sono transitate, col loro permesso, 33 navi in 24 ore, il che porta il totale a 150 imbarcazioni in 5 giorni.
L’Iran chiede l’allentamento delle sanzioni per tornare a vendere petrolio ai suoi clienti, fra i quali primeggia la Cina. E non è un caso che grandissimo ruolo l’abbia avuto la mediazione del Pakistan, storico alleato di Pechino, la cui diplomazia ha supportato dietro le quinte l’azione di Islamabad. Al Arabiya, del resto, ha battezzato «Dichiarazione di Islamabad» la bozza che secondo la rete saudita preparerebbe un incontro nella capitale pachistana fra delegati iraniani e statunitensi il prossimo 5 giugno. Sarebbe solo in un secondo tempo che verrebbe affrontata la questione dell’uranio, con l’auspicio di Trump di arrivare a «un accordo migliore» del Jcpoa firmato nel 2015 da Barack Obama, da cui Trump, nel suo primo mandato, era uscito unilateralmente nel 2018, giudicato insufficiente, ma spingendo così l’Iran a riprendere l’arricchimento del fissile dal 2019, per ritorsione.
Sarebbe ironico se dopo faticosi negoziati si tornasse al punto di partenza, con condizioni poco diverse da quelle di undici anni fa. Gli americani ritirerebbero le truppe dal Golfo Persico solo in caso di accordo definitivo, mentre Teheran si dice sia disposta a consegnare l’uranio alla Russia, non agli Stati Uniti. La tregua dovrebbe riguardare anche il fronte del Libano, ma col permesso a Israele di intervenire contro Hezbollah a scopi difensivi. Sul piatto, anche lo sblocco di fondi e beni iraniani congelati all’estero del valore di 25 miliardi di dollari. Secondo altri funzionari di Washington ci sarebbe l’intesa, «ma non ancora firmata» sulla riapertura di Hormuz, la quale sarebbe la condizione di partenza. Fonti governative Usa hanno fatto trapelare all’agenzia Bloomberg che l’alleggerimento delle sanzioni all’Iran sarebbe condizionato all’osservanza dell’accordo.
Anche in ore cruciali non sono mancati segni di pressione reciproca. Trump ha postato su Truth un’immagine realizzata con intelligenza artificiale che mostra un drone dell’Us Air Force che bombarda navi iraniane in mare, il tutto accompagnato dalla scritta spagnola «Adios!». Se la Casa Bianca precisa che il dito resta pronto sul grilletto delle armi, anche da Teheran si mettono in guardia gli avversari. Un funzionario iraniano ha detto alla Reuters che «il dossier nucleare non fa parte dell’accordo preliminare» e che «l’uranio non verrà consegnato», mentre l’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, accusa gli Usa di «ostacolare alcune clausole dell’accordo, tra cui lo sblocco dei beni iraniani congelati», al che «rimane la possibilità che l’accordo venga annullato».






