Viktor Orbán (Ansa)
Ricatto elettorale: Bruxelles valuta, in caso di vittoria di Viktor Orbán, di togliere il veto a Budapest o cacciarla dall’Ue.
Il 12 aprile è una data cerchiata in rosso nei palazzi di Bruxelles. Quel giorno gli ungheresi torneranno alle urne e, se Viktor Orbán dovesse ottenere un nuovo mandato, l’Unione europea si troverebbe di fronte a uno scenario che molti, nelle istituzioni comunitarie, considerano ormai inevitabile: la necessità di andare avanti anche senza il consenso di Budapest.
Il rapporto tra il premier ungherese e l’Ue è da anni attraversato da tensioni profonde, ma negli ultimi mesi lo scontro sembra aver raggiunto il suo culmine. Il veto posto da Budapest su un prestito destinato all’Ucraina, dopo un via libera iniziale, ha irritato diversi governi europei. «Nessuno può ricattare il Consiglio europeo», ha dichiarato il presidente António Costa, dando voce a un malumore diffuso tra Bruxelles e Strasburgo. A questo si sono aggiunte le accuse - tutte da verificare - di contatti costanti tra esponenti ungheresi e Mosca, in un momento in cui la guerra in Ucraina resta il principale banco di prova della coesione europea.
È in questo clima che, secondo un’analisi pubblicata da Politico, le capitali europee starebbero già discutendo possibili contromisure nel caso di una nuova vittoria di Orbán. Non si tratta di decisioni formali, beninteso, ma di ipotesi ancora allo studio, riferite da fonti diplomatiche, che delineano però un cambio di passo potenzialmente radicale: non più solo tentativi di mediazione, ma strumenti per limitare la capacità di veto di uno Stato membro considerato sempre più «ingombrante».
La prima strada riguarda il cuore del processo decisionale europeo: il voto. Alcuni Paesi spingono per estendere il ricorso alla maggioranza qualificata anche in ambiti oggi soggetti all’unanimità, come la politica estera o parti del bilancio pluriennale. In sostanza, si tratterebbe di ridurre il potere di blocco dei singoli governi, rendendo più rapida l’azione dell’Ue. Una soluzione, questa, che avrebbe il vantaggio dell’efficacia, ma che tocca uno dei pilastri dell’Unione, fondato proprio sull’accordo tra tutti gli Stati membri.
Un’altra opzione sarebbe quella di un’Europa «a più velocità», con gruppi di Paesi pronti a procedere insieme su singoli dossier, lasciando indietro chi non intende partecipare. Formati flessibili, coalizioni di «volenterosi», cooperazioni rafforzate: strumenti già utilizzati in passato e che potrebbero diventare più frequenti. Il rischio, tuttavia, è quello di una frammentazione crescente, con un nucleo centrale che decide e altri Paesi relegati ai margini.
Più diretta sarebbe, invece, la leva finanziaria. Bruxelles potrebbe cioè rafforzare i meccanismi che legano l’accesso ai fondi europei al rispetto dello Stato di diritto, arrivando a sospendere o bloccare i finanziamenti in caso di violazioni (vere o presunte, non importa). In teoria, è un’eventualità già prevista nelle proposte sul prossimo bilancio pluriennale, ma che resta politicamente delicata e giuridicamente complessa. Anche perché Budapest ha già fatto sapere che, in assenza di risorse europee, non avrebbe interesse a sostenere l’intero impianto del bilancio.
Come quarta opzione, c’è poi lo strumento più drastico previsto dai Trattati: l’articolo 7, che consentirebbe di sospendere i diritti di voto di uno Stato membro. Una procedura già avviata nei confronti dell’Ungheria, ma di fatto bloccata, perché richiede l’unanimità degli altri Paesi. E proprio qui emerge il paradosso: per aggirare il veto di Budapest, servirebbe un accordo che, nei fatti, rischia di essere a sua volta paralizzato da altri governi, a partire dalla Slovacchia.
Infine, ci sarebbe l’ipotesi più estrema e, al momento, puramente teorica: l’espulsione dell’Ungheria dall’Unione. I Trattati non la prevedono, ma in ambienti diplomatici circolano riflessioni su possibili soluzioni giuridiche alternative, come un uso «creativo» delle norme sull’uscita volontaria (come l’articolo 50, attivato dal Regno Unito per abbandonare la baracca e avviare la Brexit). Si tratta, tuttavia, di uno scenario che gli stessi funzionari europei definiscono irrealistico, anche per le possibili conseguenze geopolitiche.
Il quadro che emerge, insomma, è quello di un’Unione che si prepara a gestire un conflitto interno sempre più aspro. Da un lato, la volontà di evitare che un singolo Paese possa bloccare decisioni ritenute strategiche. Dall’altro, il rischio di mettere in discussione princìpi fondamentali come l’uguaglianza tra Stati e il rispetto delle dinamiche democratiche nazionali.
A Bruxelles, per adesso, si parla di «piani di contingenza». Ma il fatto stesso che queste opzioni siano sul tavolo appare piuttosto inquietante. Se fino a pochi anni fa si cercava - almeno a parole - di integrare e convincere, oggi si ragiona anche su come aggirare le norme, arrivando persino a ipotizzare ingerenze politiche - sotto forma di pressioni e ricatti - ai danni di un governo democraticamente eletto. Alla faccia dello Stato di diritto.
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Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini (Ansa)
Pressing su Bruxelles perché l’Italia, che ha conti migliori di Francia e Germania, in questa fase possa sforare il Patto di stabilità. Il vicepremier: «Stop al Green deal». Il ministro dell’Economia vuole misure ad hoc per le aziende energivore. Bollette luce +8,1%.
«Con i conflitti aperti nel mondo e con le ricadute economiche e sociali in Italia, mi sarei già aspettato dall’Unione europea la sospensione del Green deal e delle regole del patto di stabilità». Il vicepremier e ministro per le Infrastrutture, Matteo Salvini, torna a fare pressing su Bruxelles. Peraltro, l’Italia non è più il malato d’Europa che chiede sconti, o trattamenti di favore.
La sollecitazione viene mentre il Paese è in una condizione di finanza pubblica migliore di Francia e Germania, per quanto riguarda il deficit. Il traguardo dell’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo è stato mancato per un decimo di punto: nel 2025 il rapporto con il Pil si è attestato al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024, ma comunque sotto l’asticella prevista dal Patto di stabilità.
Non un dramma, se ci trovassimo in una situazione internazionale senza tensioni. La corsa dei prezzi energetici, l’impossibilità di prevedere i tempi di rientro del conflitto in Iran, complicano lo scenario. Questo spiega la richiesta di Salvini, affinché la Commissione metta da parte le posizioni dogmatiche per decisioni di buon senso e il tono allarmistico di chi vede il rischio di vanificare gli sforzi finora fatti per risanare i conti pubblici. «Bisogna sospendere all’istante il Green deal e il Patto di stabilità, altrimenti si mette male», dice senza tanti giri di parole il ministro. A questo si aggiunge un messaggio rivolto al Paese. «È una follia che non abbiamo ancora messo l’acceleratore sul nucleare, bisogna avviarlo entro la fine della legislatura, individuando i siti. Non possiamo rimanere uno dei pochi grandi Paesi occidentali a non avere questa fonte energetica. Gli altri stanno investendo mentre noi siamo ancora qui a dibattere. Essere autosufficienti è fondamentale. Se mai si parte, mai si arriva».
La crisi morde anche il settore agricolo. E a chiedere interventi stavolta non è solo l’Italia ma anche Parigi, sulla stessa linea nel reclamare la sospensione del Cbam, il dazio climatico dell’Ue ai fertilizzanti importati dai Paesi extra Unione, i cui costi sono già aumentati per via della chiusura dello Stretto di Hormuz. Lo ha sottolineato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ieri a Bruxelles per il Consiglio Agrifish. «L’Unione non deve perdere tempo, ma deve agire per aiutare il settore agricolo in un contesto drammatico in cui i costi di produzione stanno salendo e vanno a toccare le tasche di tutti i cittadini», dato che si scaricano poi sui prezzi all’ingrosso e su quelli al dettaglio, alimentando l’inflazione.
Lollobrigida poi chiede «un atteggiamento diverso dell’Europa, e non cieco» per tutelare i produttori europei di riso. Il problema è che Bruxelles continua a stabilire quote di importazioni senza dazio da Paesi extra Ue che hanno costi di produzione più bassi perché sfruttano il lavoro minorile e non adottano le norme europee imposte agli agricoltori europei.
Ieri è arrivato il consueto aggiornamento dei prezzi dei carburanti dall’Osservatorio del ministero del Made in Italy. La benzina è a 1,74 euro/litro e il gasolio a 2,05 euro. Gli effetti del taglio delle accise sono stati bruciati. Il provvedimento scade il 7 aprile e quei 25 centesimi congelati torneranno a scaricarsi sul pieno alla pompa. Al momento il governo non ha preso una decisione per il prolungamento di questa misura, frenato da una congiuntura critica (le stime di crescita di un già risicato 0,5% sono state ritoccate al ribasso).
Questo spiega la sollecitazione al G7 Finanze e Energia del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti per un intervento «coordinato a livello globale, tenendo ben presenti gli insegnamenti del 2022-23» ai tempi dell’attacco russo all’Ucraina. Per Giorgetti, che si è focalizzato soprattutto sul problema critico per le industrie energivore che rappresentano il 20% della manifatturiera italiana, «le misure per contrastare l’aumento indiscriminato dei prezzi devono essere mirate, temporanee e basate su un approccio condiviso». Giorgetti ha quindi sottolineato identità di vedute con la presidente della Bce, Christine Lagarde, su un «giusto mix tra politica monetaria e fiscale».
Ieri un nuovo rally delle quotazioni del petrolio è stato innescato dalle minacce del presidente Usa, Donald Trump, alle infrastrutture energetiche di Teheran - compreso il terminal dell’isola di Kharg - e dalle parole circa la possibilità per gli Stati Uniti di «impadronirsi del petrolio» iraniano. In un’intervista al Financial Times, Trump ha paragonato l’attuale situazione a quella del Venezuela dopo la destituzione di Nicolás Maduro. Il mercato ha reagito di conseguenza.
Intanto Arera ha comunicato che nel secondo trimestre del 2026, la bolletta elettrica per il cliente tipo vulnerabile servito in Maggior Tutela aumenterà dell’8,1%.
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È l’esito di una campagna straordinaria di controlli sulle mense ospedaliere e sui servizi di ristorazione sanitaria, finalizzata alla verifica del rispetto delle normative igienico-sanitarie e della sicurezza alimentare all’interno delle strutture destinate ai pazienti e condotta dai Nas tra il 19 febbraio e il 22 marzo.
Sono state controllate 558 strutture su tutto il territorio nazionale, di cui 525 operanti nel settore della ristorazione collettiva e 31 afferenti direttamente all’ambito sanitario. Gli accertamenti hanno evidenziato 238 strutture non conformi, pari al 42,7% del totale.
Due mense sono state sospese a Napoli e Brescia per gravi condizioni igieniche e infestazioni da insetti. A Salerno è stata riscontrata contaminazione microbiologica su vassoi. A Catania sono stati sequestrati circa 60 kg di alimenti in cattivo stato di conservazione. Sanzioni anche in mense a Parma e Taranto.
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- Forniture assicurate ancora per 10 giorni, ma se Hormuz resta bloccato avanza l’ipotesi di misure per ridurre la domanda di carburanti. Lo stesso vale per il gas: gli Usa non riusciranno a compensare l’assenza del Qatar.
- Federconsumatori: spostamenti frenati dal boom dei costi nei trasporti. Gite in pullman +72% in un anno. Pieno salito del 4% per le auto a benzina e del 26% per quelle a gasolio.
Lo speciale contiene due articoli
Mentre i prezzi dei futures petroliferi Brent e Wti restano fermi o salgono di poco, la sensazione è che l’entità dello shock energetico generato dalla guerra in Iran non sia ancora pienamente visibile nei prezzi e nei consumi.
L’impatto della guerra in Iran sul sistema energetico globale non si è ancora tradotto, in Europa, in una percezione di scarsità. Questo perché il petrolio e i prodotti raffinati che oggi alimentano i consumi mondiali sono in larga parte quelli già spediti prima della chiusura dello Stretto di Hormuz. Si tratta di un ritardo temporale determinato dai tempi di navigazione e anche dalla presenza di riserve lungo la filiera. C’è stato anche un importante rilascio di scorte da parte dei Paesi che fanno parte dell’Iea. Questo polmone sta però per sgonfiarsi e molte analisi convergono sul mese di aprile come momento in cui la riduzione dell’offerta diventerà evidente.
Sappiamo che l’Asia è il maggior importatore di greggio e di prodotti dal Golfo. Circa 12 milioni di barili al giorno (mb/g) sui 20 che uscivano da Hormuz prima della guerra finivano in Cina, India, Giappone e Corea del Sud. In Europa, dal Medio Oriente via mare, normalmente arrivava meno di 1 mb/g, ma questo rileva solo fino a un certo punto, perché nel momento in cui vengono a mancare circa 20 mb/g (tra greggio e raffinati), tutto il mondo si mette in competizione per ricevere petrolio e prodotti. Così, anche carichi che normalmente sarebbero diretti in Europa possono cambiare destinazione.
J.P. Morgan Commodities Research e la società di consulenza Kpler hanno mappato la distribuzione globale delle esportazioni di petrolio via mare dal Golfo Persico verso i principali hub commerciali mondiali. Gli analisti hanno stimato le date approssimative di consegna indicate per regione, in modo da riflettere l’arrivo delle ultime spedizioni dal Golfo, quelle precedenti il 28 febbraio (giorno dell’attacco di Israele e Usa all’Iran). Secondo questa analisi, la maggior parte delle consegne dal Golfo in Africa, Asia orientale e India si interromperà entro domani, in Europa entro il 10 aprile, negli Usa entro il 15 aprile e in Australia entro il 20 aprile. Ipotizzando che dallo Stretto di Hormuz non siano uscite altre petroliere, quello sarà il momento in cui ciascun continente si troverà senza nuove forniture dal Golfo. Esistono però alcuni stratagemmi. Ad esempio, Arabia Saudita ed Emirati riescono, per vie alternative, ad inviare circa 6 mb/g all’estero, il rilascio delle scorte ha dato fiato per 2 mb/g fino a fine aprile e ci sono circa 2 mb/g di petrolio russo sanzionato per un paio di mesi. Inoltre, alcune petroliere iraniane sono passate, dirette in Cina, e alcuni carichi di Gpl sono arrivati in India.
Questi interventi hanno contribuito a contenere l’impatto nella fase iniziale ma il rilascio di scorte ha una capacità limitata nel tempo e le consegne con il contagocce in Cina non risolvono il problema. Mancano all’appello sempre 10 mb/g circa e soprattutto mancano i prodotti raffinati, diesel e benzina.
La struttura delle importazioni europee è più diversificata rispetto a quella asiatica, ma il sistema resta esposto al mercato globale dei prodotti raffinati. Il diesel rappresenta un punto di attenzione particolare per il ruolo che svolge nel trasporto e nella logistica. Secondo alcuni dati di tracciamento delle navi, nei giorni scorsi ci sono state deviazioni delle rotte di alcune petroliere che trasportavano gasolio dagli Usa verso l’Europa e che ora sono dirette in Africa e Asia.
È proprio questo il segnale che le forniture subiscono una riallocazione su base competitiva, in funzione dei prezzi.
Le conseguenze della fine dei flussi mediorientali sono già visibili nei mercati asiatici. La domanda si è ridotta di circa 2 milioni di barili al giorno nel corso delle ultime settimane, mentre i prezzi dei prodotti raffinati, in particolare diesel e carburante per aerei, hanno registrato forti aumenti. Alcuni Paesi hanno introdotto misure di contenimento dei consumi e restrizioni alle esportazioni di prodotti energetici e petrolchimici. In Australia sono state segnalate carenze presso numerosi distributori, in Thailandia si registrano difficoltà di approvvigionamento, mentre altrove si osservano cancellazioni di voli e riduzioni dell’attività industriale.
Da aprile le carenze fisiche inizieranno a manifestarsi concretamente e si va dunque verso una distruzione della domanda non voluta ma imposta. Poiché la coperta è corta, il rischio è di una salita dei prezzi in tutto il mondo per accaparrarsi petrolio e prodotti, innescando una rincorsa che porterebbe i prezzi a livelli difficilmente sostenibili.
In tutto ciò, il silenzio dell’Unione europea appare preoccupante. A parte la usuale litania sulle fonti rinnovabili, che comunque senza una elettrificazione dei consumi servono a ben poco, non pare esserci una strategia di reazione alle possibili carenze che si prospettano a breve. Al di là di un generico monitoraggio, non risultano vi siano allo studio opzioni su eventuali razionamenti. L’attivazione di misure di questo tipo dipenderà dall’evoluzione dei flussi globali nelle prossime settimane, dal livello delle scorte e soprattutto dall’andamento della guerra. Ma il tempo scorre e abbiamo già visto nel 2022 che la distruzione della domanda energetica si trasforma in deindustrializzazione.
Rincari di treni (+47%) e voli (+67%)
Vacanze pasquali a chilometro zero. O poco ci manca. Tra tensioni geopolitiche e rincari alle stelle, le festività che generalmente aprono alla primavera e a viaggi fuori casa difficilmente porteranno gli italiani a muoversi, soprattutto oltre i confini nazionali. Secondo le previsioni dell’Osservatorio nazionale di Federconsumatori, i rincari record del carburante e il caro voli lasciano poco spazio alla fantasia dei 9 milioni di italiani che il prossimo weekend di Pasqua si metteranno in viaggio.
Chi ad esempio sta meditando un last minute Milano-Londra, dovrà svuotare il portafoglio di circa il doppio rispetto al 2025, per un surplus medio del 23% su tutti i voli e dell’11% sui treni. A dare la misura dell’impatto che la guerra in Iran e questa precisa congiuntura storica stanno avendo sui prezzi, però, è soprattutto il confronto con il mese precedente. Rispetto a quello che avrebbe potuto essere il costo di una gita fuori porta in un ordinario weekend di marzo, i viaggi in treno durante i giorni pasquali costeranno il 47% in più, con picchi fino al 65% per le tratte Milano-Bologna. Chi dovrà allungare il viaggio fino a Napoli, rispetto ai 178 euro di marzo ne pagherà quasi 300.
Non va meglio a chi decide di viaggiare in aereo visto che i voli nazionali salgono del 67%, con picchi del 131% in più per la tratta Torino-Palermo. Anche chi per qualche giorno vorrà lasciarsi alle spalle il Belpaese, dovrà vedersela con biglietti maggiorati di circa il 62%. E, da circa 200 euro, un volo Roma-Parigi schizza a 389 euro.
Anche chi vorrebbe affidarsi al buon vecchio pullman non ha scampo. Per quanto resti uno dei mezzi di trasporto più economici, in realtà è quello che registra i rincari più alti, in media del 72%. Particolarmente costosa la tratta Roma-Cosenza che il prossimo weekend balzerà da 32 a quasi 70 euro. Dati a fronte dei quali si prevede che a Pasqua solo una famiglia su sette, pari a circa 3,8 milioni di nuclei familiari, deciderà di trascorrere le festività fuori casa. Soprattutto studenti e lavoratori fuorisede che torneranno a casa per stare con parenti e amici. Tra i pochi che si concederanno un viaggio, il 96% resterà in Italia approfittando dell’ospitalità di qualche conoscente oppure affidandosi a soluzioni low cost come Bed and Breakfast, agriturismi o appartamenti in affitto. Spostamenti che verranno effettuati soprattutto in auto anche se, rispetto all’anno scorso, la benzina è salita del 4% e il diesel del 26%. Questo perché il taglio delle accise deciso dal governo, e che scadrà il prossimo 7 aprile, è di fatto azzerato da aumenti e fenomeni speculativi che continuano a spingere verso l’alto le quotazioni del petrolio nei mercati internazionali.
In questi giorni il Brent è arrivato a 110 dollari al barile raggiungendo i livelli più alti dal 2022. Un’impennata di oltre il 50% nell’ultimo mese proprio a causa della grave interruzione del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Oscillazioni straordinarie che si sommano a rincari ormai sistematici. «Ogni anno denunciamo queste maggiorazioni spropositate e ingiustificate ma ancora non si è deciso di porre dei limiti», denuncia Federconsumatori. «Conoscendo queste dinamiche, molti si sono organizzati da tempo, prenotando il biglietto con largo anticipo ma non sempre è possibile. Per questo riteniamo che, in una fase di rincari come quella attuale, è arrivato il momento di porre un faro su questi sovrapprezzi, che spesso si accompagnano a ritardi e disservizi».
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