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2018-09-01
Tutti i vescovi legati a McCarrick hanno fatto guerra ai conservatori
Ansa
Si potrebbe provare a leggere il memoriale Viganò, e anche il silenzio di Bergoglio sulla veridicità o meno dello stesso, in questo modo: nel dialogo tra l'ex nunzio e papa Francesco, riguardo al cardinale Theodore McCarrick, il Pontefice si trova spiazzato, perché da una parte sospetta di lui (non è detto che abbia alcuna prova), dall'altra gli è grato, sebbene non direttamente. La sua domanda, «McCarrick com'è?», può nascondere proprio questo scrupolo: Bergoglio sa di dovergli, in parte, l'elezione, ma conosce anche i sospetti su di lui.
Perché il Papa poteva essere grato a McCarrick, ma «non direttamente»? Semplicemente perché il cardinale ha partecipato agli incontri pre conclave, ma non al conclave stesso, dove però sembra essere stato protagonista un suo pupillo, il cardinale Donald Wuerl, che nel 2006 aveva sostituito proprio McCarrick come arcivescovo di Washington. Se rileggiamo alcune ricostruzioni del conclave del 2013, come quella del vaticanista di Repubblica Paolo Rodari (15 marzo 2013), troviamo questa affermazione: «Insieme agli italiani (sodaniani e bertoniani, ndr) anche gli americani», sono stati «spinti su Bergoglio dal loro principale Pope Maker: l'arcivescovo di Washington Donald Wuerl». Anche alcuni giornalisti americani all'epoca presentarono Wuerl, se non come il «Pope Maker», come uno di essi.
Questo aiuta a capire un passaggio successivo: papa da soli sette mesi, Bergoglio rimuove dall'importantissima congregazione dei vescovi il cardinale Raymond Burke (forse uno degli americani che non lo avevano votato? Certamente un vescovo molto lontano da Wuerl) e vi mette proprio Donald Wuerl. Il seguito è noto: i pupilli di McCarrick, cioè Kevin Farrell, Joseph William Tobin, Blase Cupich, tutte personalità inclini a un dialogo stretto con il mondo Lgbt e favorevoli ad Amoris laetitia, vengono nominati cardinali. Chi li ha segnalati a Francesco? Forse non il cardinale omosessuale e abusatore McCarrick, ma il suo fedelissimo Wuerl. Che dunque può essere stato il tramite, più «presentabile» e credibile.
Un ulteriore dettaglio: Viganò scrive che il Papa, incontrandolo nel giugno 2013, subito lo «investì con tono di rimprovero con queste parole: “I vescovi degli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere pastori!"».
Il video dell'incontro sembra dare ragione a Viganò. Infatti, dopo un veloce saluto di circostanza, mostra Bergoglio che afferma: «Ma negli Stati Uniti…». Poi il video si ferma. Quel «ma» deciso, all'inizio del colloquio, sembra indicare che per Francesco qualcosa negli Usa non va. Poco dopo, come detto, le nomine cambieranno direzione, rispetto all'epoca di Benedetto XVI, e verranno promossi per lo più vescovi «liberal», come i cardinali già citati, a discapito dei «conservatori».
Commentando l'esclusione di Burke e la nomina di Wuerl alla congregazione dei vescovi, il vaticanista dell'Espresso Sandro Magister il 20 dicembre 2013 scrive: «Al posto di Burke il Papa ha scelto Wuerl, che […] ha un atteggiamento molto più morbido di Burke nei confronti dei politici pro aborto. Questo cambiamento è stato salutato positivamente nel mondo “liberal" americano, che ora spera nella scelta di vescovi più progressisti rispetto a quelli nominati negli ultimi anni».
Analoga la linea adottata in Italia: basti ricordare che uno dei primi discorsi di monsignor Nunzio Galantino, scelto da Bergoglio come segretario della Cei, fu contro le persone che pregano davanti agli ospedali contro l'aborto, mentre buona parte del suo impegno successivo è stato per boicottare i due Family day contro il gender, l'utero in affitto e la legge Cirinnà, in discontinuità con l'azione della Cei di Camillo Ruini e Angelo Bagnasco.
Infine, una curiosità: in seguito alla pubblicazione dei famosi Dubia, Wuerl lanciò l'idea che forse era il caso, per Burke, di rinunciare alla berretta cardinalizia, facendo un paragone piuttosto esplicito con quanto avvenuto ai tempi di Pio XI con Louis Billot. Subito diversi giornalisti italiani e non, tra cui Andrea Tornielli e Alberto Melloni, rilanciarono molto misericordiosamente la proposta, fingendo di ignorare quanti sono stati nella storia della Chiesa gli scontri tra pontefici e alti ecclesiastici, a partire da San Pietro e San Paolo.
Oggi Burke conserva la sua berretta, mentre l'ha persa, perché considerato colpevole, il padrino di Wuerl, McCarrick. Di più, sia Wuerl che Farrell sono al centro di una campagna mediatica fortissima, alimentata dagli stessi cattolici e anche da giornali «liberal» americani, che ne chiedono le dimissioni da cardinale, in nome dell'intima vicinanza dei due a McCarrick e dei risultati del rapporto del grand jury della Pennsylvania, secondo il quale Wuerl, quando era vescovo di Pittsburgh, «trasferì e spostò preti che avevano abusato di adolescenti maschi, nascondendo le notizie alle autorità civili e addirittura pagando uno di loro perché tacesse».
Stefano Agnoli
Il cardinale dà del «sicario» al giornalista
75 anni, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del gruppo di 9 cardinali che coadiuva Francesco nel governo della Chiesa.
Intervistato dalla testata in lingua spagnola Periodista digital, Maradiaga ha risposto alla domanda sul caso Viganò e le accuse che lo riguardano nel memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti. Da «circa tre anni», ha detto, «sono vittima di un “sicario" che pratica molestie sui media. Il suo nome è Edward Pentin e lavora per un giornale della rete Ewt chiamato National Catholic Register». Si dà il caso che il Register sia uno dei media che domenica scorsa, insieme alla Verità, ha diffuso il memoriale di Viganò, perciò il riferimento al «sicario» potrebbe voler dire che per il cardinale tutto il dossier si riduce a una operazione dei soliti nemici. Penne al servizio di chissà chi e dedite non all'informazione, ma alla demolizione prezzolata dell'avversario. È una narrazione (non dimostrata) che va per la maggiore sul caso Viganò, sostenuta da tanti media paravaticani che tirano in ballo poteri forti statunitensi, piogge di dollari e magari, aggiungiamo noi, anche James Bond.
Maradiaga si difende dal «sicario» Pentin e ne mette in discussione la professionalità: «Non ho mai parlato con lui», dice, «ma ha usato la “diffamazione anonima" che è stata pubblicata da un altro “sicario" honduregno in un giornale locale che costantemente mi insulta e mi calunnia. Chi sono io, arcivescovo di una piccola diocesi e un piccolo Paese per apparire diffamato nella stampa mondiale, senza possibilità di difendermi?».
Sarà anche piccola, la diocesi di Tegucigalpa, ma sembra ben attrezzata in quanto a mezzi finanziari, visto che una della questioni sollevate da Pentin sul conto di Maradiaga riguarda la fine che ha fatto una sovvenzione caritatevole di 1,3 milioni di dollari che il vescovo ausiliare del cardinale, José Pineda Fasquelle, ha ottenuto dal governo dell'Honduras, ma che non è mai stata resa nota. Pineda, 57 anni, ha visto le proprie dimissioni accettate da papa Francesco lo scorso 20 luglio, dopo un'indagine che il Vaticano ha condotto per mano del vescovo argentino Alcides Casaretto. Le accuse al braccio destro di Maradiaga (Pineda era suo ausiliare dal 2005) riguardano sia cattiva e opaca gestione finanziaria che comportamenti sessuali inappropriati anche con giovani seminaristi. Su questa faccenda il «sicario» Pentin ha avuto l'ardire di porre una domanda: cosa può dire il cardinale Maradiaga a proposito del suo ausiliare? Era a conoscenza di queste situazioni?
Inoltre, il «sicario» ha reso nota una lettera scritta da 48 seminaristi su 180 iscritti nel seminario della diocesi di Maradiaga. «Stiamo vivendo e sperimentando», hanno scritto, «un tempo di tensione nella nostra casa a causa di situazioni gravemente immorali, soprattutto di omosessualità attiva all'interno del seminario», cosa che evidentemente è in contrasto con le attuali norme della Chiesa rispetto all'ingresso nelle case di formazione. La cosa, denunciano i seminaristi ai loro insegnanti, andrebbe avanti da tempo, tanto che «per il fatto di aver insabbiato e penalizzato questa situazione, il problema si è rafforzato, diventando, come un sacerdote ha detto non molto tempo fa, una “epidemia nel seminario"». La lettera ha fatto seguito anche al fallito tentativo di suicidio di un seminarista della diocesi honduregna di Santa Rosa de Copán, il quale aveva scoperto che il suo amante nel seminario era impegnato in un'altra relazione.
Pentin sostiene anche di avere in mano «prove fotografiche di pornografia omosessuale, scambiate su Whatsapp tra seminaristi che non hanno firmato la lettera». I messaggi «sono stati verificati come autentici da specialisti informatici presso l'Università cattolica dell'Honduras che hanno perquisito la memoria del computer e hanno consegnato gli scambi ai vescovi del Paese». Il tutto sarebbe poi stato discusso dai vescovi che hanno respinto le accuse, sebbene abbiano riconosciuto che c'è una «fragilità affettiva e sessuale che ci colpisce tutti e che può generare atteggiamenti e comportamenti inappropriati». Maradiaga da parte sua avrebbe liquidato la lettera e le notizie di Pentin come «chiacchiere». E ora accusa di killeraggio un giornalista che non rinuncia a fare il proprio mestiere. Il cardinale dice di non avere avuto dal «sicario» la possibilità di difendersi, ma forse non la racconta tutta. Ha dichiarato Pentin all'inglese Catholic Herald: «Ho scritto al cardinale quattro volte quest'anno chiedendogli di commentare tutti questi problemi e di dare la sua versione della storia, invitandolo anche a incontrarmi quando fosse passato qui a Roma. Un collega che ha collaborato con me lo ha contattato in diverse occasioni per un commento. Tutte queste richieste non hanno mai avuto risposta».
Eppure il cardinale ha già mostrato di conoscere la deontologia professionale dei cronisti. Emiliano Fittipaldi aveva tirato in ballo Maradiaga sul settimanale L'Espresso sul finire del 2017 per una prebenda di 35.000 euro ricevuta mensilmente, per anni, dall'Università cattolica dell'Honduras, dove il porporato era gran cancelliere, ma soprattutto per alcune manovre intorno a grandi somme di denaro della diocesi girate a finanziarie londinesi e di cui si sarebbero perse le tracce, oltre che per un'inchiesta della Corte dei conti dell'Honduras condotta sui bilanci della diocesi per il periodo 2012-2014. Dopo quella inchiesta giornalistica il Papa telefonò a Maradiaga per sostenerlo, e lui poi dichiarò alla Stampa la sua completa innocenza: «È tutta una calunnia», pubblicata da «un giornalista con poca etica». Perché, aggiunse Maradiaga, «una regola di base dell'etica professionale del comunicatore è che quando si tratta di diffondere qualcosa che riguarda una persona bisogna fare prima lo sforzo di parlare con essa».
A questo punto però anche a noi abbiamo una domanda da fare al cardinale esperto di comunicazione: se Fittipaldi era colpevole di non averla interpellata, perché Pentin il «sicario», che dichiara di averle scritto quattro volte e quindi di aver fatto «lo sforzo» di parlare con lei, non ha mai ricevuto risposta? Il rapporto tra prelati e giornalisti ultimamente è davvero problematico. Se non si fanno domande non si segue l'etica professionale, ma se si fanno domande non si riceve risposta.
Lorenzo Bertocchi
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Il documento di Carlo Maria Viganò illumina le ragioni della svolta «liberal» impressa da Francesco alla Chiesa Usa A partire dalla sostituzione di Raymond Burke, firmatario dei Dubia, con Donald William Wuerl, pupillo del porporato molestatore.L'honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, accusato anche dalla testimonianza dell'ex nunzio, insulta un cronista perché scrive degli scandali gay che lo circondano a Tegucigalpa. Ma una lettera di 48 seminaristi della sua diocesi conferma: qui l'omosessualità è una «epidemia».Lo speciale contiene due articoliSi potrebbe provare a leggere il memoriale Viganò, e anche il silenzio di Bergoglio sulla veridicità o meno dello stesso, in questo modo: nel dialogo tra l'ex nunzio e papa Francesco, riguardo al cardinale Theodore McCarrick, il Pontefice si trova spiazzato, perché da una parte sospetta di lui (non è detto che abbia alcuna prova), dall'altra gli è grato, sebbene non direttamente. La sua domanda, «McCarrick com'è?», può nascondere proprio questo scrupolo: Bergoglio sa di dovergli, in parte, l'elezione, ma conosce anche i sospetti su di lui. Perché il Papa poteva essere grato a McCarrick, ma «non direttamente»? Semplicemente perché il cardinale ha partecipato agli incontri pre conclave, ma non al conclave stesso, dove però sembra essere stato protagonista un suo pupillo, il cardinale Donald Wuerl, che nel 2006 aveva sostituito proprio McCarrick come arcivescovo di Washington. Se rileggiamo alcune ricostruzioni del conclave del 2013, come quella del vaticanista di Repubblica Paolo Rodari (15 marzo 2013), troviamo questa affermazione: «Insieme agli italiani (sodaniani e bertoniani, ndr) anche gli americani», sono stati «spinti su Bergoglio dal loro principale Pope Maker: l'arcivescovo di Washington Donald Wuerl». Anche alcuni giornalisti americani all'epoca presentarono Wuerl, se non come il «Pope Maker», come uno di essi.Questo aiuta a capire un passaggio successivo: papa da soli sette mesi, Bergoglio rimuove dall'importantissima congregazione dei vescovi il cardinale Raymond Burke (forse uno degli americani che non lo avevano votato? Certamente un vescovo molto lontano da Wuerl) e vi mette proprio Donald Wuerl. Il seguito è noto: i pupilli di McCarrick, cioè Kevin Farrell, Joseph William Tobin, Blase Cupich, tutte personalità inclini a un dialogo stretto con il mondo Lgbt e favorevoli ad Amoris laetitia, vengono nominati cardinali. Chi li ha segnalati a Francesco? Forse non il cardinale omosessuale e abusatore McCarrick, ma il suo fedelissimo Wuerl. Che dunque può essere stato il tramite, più «presentabile» e credibile.Un ulteriore dettaglio: Viganò scrive che il Papa, incontrandolo nel giugno 2013, subito lo «investì con tono di rimprovero con queste parole: “I vescovi degli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere pastori!"».Il video dell'incontro sembra dare ragione a Viganò. Infatti, dopo un veloce saluto di circostanza, mostra Bergoglio che afferma: «Ma negli Stati Uniti…». Poi il video si ferma. Quel «ma» deciso, all'inizio del colloquio, sembra indicare che per Francesco qualcosa negli Usa non va. Poco dopo, come detto, le nomine cambieranno direzione, rispetto all'epoca di Benedetto XVI, e verranno promossi per lo più vescovi «liberal», come i cardinali già citati, a discapito dei «conservatori».Commentando l'esclusione di Burke e la nomina di Wuerl alla congregazione dei vescovi, il vaticanista dell'Espresso Sandro Magister il 20 dicembre 2013 scrive: «Al posto di Burke il Papa ha scelto Wuerl, che […] ha un atteggiamento molto più morbido di Burke nei confronti dei politici pro aborto. Questo cambiamento è stato salutato positivamente nel mondo “liberal" americano, che ora spera nella scelta di vescovi più progressisti rispetto a quelli nominati negli ultimi anni».Analoga la linea adottata in Italia: basti ricordare che uno dei primi discorsi di monsignor Nunzio Galantino, scelto da Bergoglio come segretario della Cei, fu contro le persone che pregano davanti agli ospedali contro l'aborto, mentre buona parte del suo impegno successivo è stato per boicottare i due Family day contro il gender, l'utero in affitto e la legge Cirinnà, in discontinuità con l'azione della Cei di Camillo Ruini e Angelo Bagnasco.Infine, una curiosità: in seguito alla pubblicazione dei famosi Dubia, Wuerl lanciò l'idea che forse era il caso, per Burke, di rinunciare alla berretta cardinalizia, facendo un paragone piuttosto esplicito con quanto avvenuto ai tempi di Pio XI con Louis Billot. Subito diversi giornalisti italiani e non, tra cui Andrea Tornielli e Alberto Melloni, rilanciarono molto misericordiosamente la proposta, fingendo di ignorare quanti sono stati nella storia della Chiesa gli scontri tra pontefici e alti ecclesiastici, a partire da San Pietro e San Paolo. Oggi Burke conserva la sua berretta, mentre l'ha persa, perché considerato colpevole, il padrino di Wuerl, McCarrick. Di più, sia Wuerl che Farrell sono al centro di una campagna mediatica fortissima, alimentata dagli stessi cattolici e anche da giornali «liberal» americani, che ne chiedono le dimissioni da cardinale, in nome dell'intima vicinanza dei due a McCarrick e dei risultati del rapporto del grand jury della Pennsylvania, secondo il quale Wuerl, quando era vescovo di Pittsburgh, «trasferì e spostò preti che avevano abusato di adolescenti maschi, nascondendo le notizie alle autorità civili e addirittura pagando uno di loro perché tacesse».Stefano Agnoli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-i-vescovi-legati-a-mccarrick-hanno-fatto-guerra-ai-conservatori-2600814638.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cardinale-da-del-sicario-al-giornalista" data-post-id="2600814638" data-published-at="1771605982" data-use-pagination="False"> Il cardinale dà del «sicario» al giornalista 75 anni, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del gruppo di 9 cardinali che coadiuva Francesco nel governo della Chiesa. Intervistato dalla testata in lingua spagnola Periodista digital, Maradiaga ha risposto alla domanda sul caso Viganò e le accuse che lo riguardano nel memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti. Da «circa tre anni», ha detto, «sono vittima di un “sicario" che pratica molestie sui media. Il suo nome è Edward Pentin e lavora per un giornale della rete Ewt chiamato National Catholic Register». Si dà il caso che il Register sia uno dei media che domenica scorsa, insieme alla Verità, ha diffuso il memoriale di Viganò, perciò il riferimento al «sicario» potrebbe voler dire che per il cardinale tutto il dossier si riduce a una operazione dei soliti nemici. Penne al servizio di chissà chi e dedite non all'informazione, ma alla demolizione prezzolata dell'avversario. È una narrazione (non dimostrata) che va per la maggiore sul caso Viganò, sostenuta da tanti media paravaticani che tirano in ballo poteri forti statunitensi, piogge di dollari e magari, aggiungiamo noi, anche James Bond. Maradiaga si difende dal «sicario» Pentin e ne mette in discussione la professionalità: «Non ho mai parlato con lui», dice, «ma ha usato la “diffamazione anonima" che è stata pubblicata da un altro “sicario" honduregno in un giornale locale che costantemente mi insulta e mi calunnia. Chi sono io, arcivescovo di una piccola diocesi e un piccolo Paese per apparire diffamato nella stampa mondiale, senza possibilità di difendermi?». Sarà anche piccola, la diocesi di Tegucigalpa, ma sembra ben attrezzata in quanto a mezzi finanziari, visto che una della questioni sollevate da Pentin sul conto di Maradiaga riguarda la fine che ha fatto una sovvenzione caritatevole di 1,3 milioni di dollari che il vescovo ausiliare del cardinale, José Pineda Fasquelle, ha ottenuto dal governo dell'Honduras, ma che non è mai stata resa nota. Pineda, 57 anni, ha visto le proprie dimissioni accettate da papa Francesco lo scorso 20 luglio, dopo un'indagine che il Vaticano ha condotto per mano del vescovo argentino Alcides Casaretto. Le accuse al braccio destro di Maradiaga (Pineda era suo ausiliare dal 2005) riguardano sia cattiva e opaca gestione finanziaria che comportamenti sessuali inappropriati anche con giovani seminaristi. Su questa faccenda il «sicario» Pentin ha avuto l'ardire di porre una domanda: cosa può dire il cardinale Maradiaga a proposito del suo ausiliare? Era a conoscenza di queste situazioni? Inoltre, il «sicario» ha reso nota una lettera scritta da 48 seminaristi su 180 iscritti nel seminario della diocesi di Maradiaga. «Stiamo vivendo e sperimentando», hanno scritto, «un tempo di tensione nella nostra casa a causa di situazioni gravemente immorali, soprattutto di omosessualità attiva all'interno del seminario», cosa che evidentemente è in contrasto con le attuali norme della Chiesa rispetto all'ingresso nelle case di formazione. La cosa, denunciano i seminaristi ai loro insegnanti, andrebbe avanti da tempo, tanto che «per il fatto di aver insabbiato e penalizzato questa situazione, il problema si è rafforzato, diventando, come un sacerdote ha detto non molto tempo fa, una “epidemia nel seminario"». La lettera ha fatto seguito anche al fallito tentativo di suicidio di un seminarista della diocesi honduregna di Santa Rosa de Copán, il quale aveva scoperto che il suo amante nel seminario era impegnato in un'altra relazione. Pentin sostiene anche di avere in mano «prove fotografiche di pornografia omosessuale, scambiate su Whatsapp tra seminaristi che non hanno firmato la lettera». I messaggi «sono stati verificati come autentici da specialisti informatici presso l'Università cattolica dell'Honduras che hanno perquisito la memoria del computer e hanno consegnato gli scambi ai vescovi del Paese». Il tutto sarebbe poi stato discusso dai vescovi che hanno respinto le accuse, sebbene abbiano riconosciuto che c'è una «fragilità affettiva e sessuale che ci colpisce tutti e che può generare atteggiamenti e comportamenti inappropriati». Maradiaga da parte sua avrebbe liquidato la lettera e le notizie di Pentin come «chiacchiere». E ora accusa di killeraggio un giornalista che non rinuncia a fare il proprio mestiere. Il cardinale dice di non avere avuto dal «sicario» la possibilità di difendersi, ma forse non la racconta tutta. Ha dichiarato Pentin all'inglese Catholic Herald: «Ho scritto al cardinale quattro volte quest'anno chiedendogli di commentare tutti questi problemi e di dare la sua versione della storia, invitandolo anche a incontrarmi quando fosse passato qui a Roma. Un collega che ha collaborato con me lo ha contattato in diverse occasioni per un commento. Tutte queste richieste non hanno mai avuto risposta». Eppure il cardinale ha già mostrato di conoscere la deontologia professionale dei cronisti. Emiliano Fittipaldi aveva tirato in ballo Maradiaga sul settimanale L'Espresso sul finire del 2017 per una prebenda di 35.000 euro ricevuta mensilmente, per anni, dall'Università cattolica dell'Honduras, dove il porporato era gran cancelliere, ma soprattutto per alcune manovre intorno a grandi somme di denaro della diocesi girate a finanziarie londinesi e di cui si sarebbero perse le tracce, oltre che per un'inchiesta della Corte dei conti dell'Honduras condotta sui bilanci della diocesi per il periodo 2012-2014. Dopo quella inchiesta giornalistica il Papa telefonò a Maradiaga per sostenerlo, e lui poi dichiarò alla Stampa la sua completa innocenza: «È tutta una calunnia», pubblicata da «un giornalista con poca etica». Perché, aggiunse Maradiaga, «una regola di base dell'etica professionale del comunicatore è che quando si tratta di diffondere qualcosa che riguarda una persona bisogna fare prima lo sforzo di parlare con essa». A questo punto però anche a noi abbiamo una domanda da fare al cardinale esperto di comunicazione: se Fittipaldi era colpevole di non averla interpellata, perché Pentin il «sicario», che dichiara di averle scritto quattro volte e quindi di aver fatto «lo sforzo» di parlare con lei, non ha mai ricevuto risposta? Il rapporto tra prelati e giornalisti ultimamente è davvero problematico. Se non si fanno domande non si segue l'etica professionale, ma se si fanno domande non si riceve risposta. Lorenzo Bertocchi
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La Borsa non fa comizi, non rilascia interviste, non twitta indignazione. Si limita a vendere. E quando vende in massa, il messaggio arriva senza bisogno di conferenze stampa.
Mentre il governo presenta il decreto Bollette per aiutare le famiglie con cinque miliardi («Intervento coraggioso» l’ha definito Giorgia Meloni), Piazza Affari va in blackout. I titoli dell’energia hanno cominciato a perdere quota come se qualcuno avesse staccato l’interruttore della fiducia. Edison è stata la più colpita, lasciando sul terreno il 6,4%. Enel segue con un meno 4% che pesa più di quanto sembri, considerata la dimensione e il ruolo sistemico del gruppo. A2A ha ceduto oltre il 2%. Terna e Italgas poco più dell’1%. Fuori dal paniere principale, anche Erg ha accusato il colpo, con meno 3,29%. Non è stato un capriccio di giornata. È stata una reazione chirurgica a un segnale politico che comporta più regole, più pressione fiscale, meno margini. Il governo vuole contenere il costo delle bollette per le famiglie, intervenendo sulle componenti tariffarie e reperendo risorse attraverso un aumento del 2% dell’Irap per le società energetiche. In parallelo, alcune misure incidono sui meccanismi che riguardano le rinnovabili e il recupero dei costi, in un equilibrio delicato che dipenderà anche dal via libera europeo, soprattutto sul fronte dell’esclusione del costo della CO2.
Dal punto di vista politico, l’operazione è quasi obbligata: quando milioni di elettori vedono la bolletta salire, la tentazione di intervenire è irresistibile. Dal punto di vista del mercato, però, la lettura è diversa: ogni aumento di prelievo e ogni incertezza regolatoria si traducono in utili più sottili e visibilità ridotta sui flussi di cassa futuri. E qui entrano in scena gli analisti trasformando le scelte politiche in numeri. Secondo Santander, nello scenario più severo, l’utile di A2A potrebbe ridursi fino al 17%. Per Enel la sforbiciata potrebbe arrivare al 6,5%. Percentuali che, tradotte in valore assoluto, significano decine o centinaia di milioni in meno e, soprattutto, minore capacità di finanziare investimenti. Equita Sim adotta toni meno drammatici ma comunque prudenti: impatti sull’utile per azione tra l’1,5% e il 4% per diverse utility, con le società più regolate - come Terna, Snam e Italgas - tra le più esposte alla compressione dei ritorni. Il messaggio è chiaro: non è una tempesta perfetta, ma è un vento contrario che rallenta. A questo si aggiunge un timore che aleggia tra gli investitori internazionali: il precedente. Se l’Italia imbocca la strada di un maggiore prelievo sul settore energetico per finanziare interventi sociali, chi garantisce che altri governi europei non facciano lo stesso? Per un comparto che vive di pianificazione pluriennale e investimenti miliardari nella transizione, l’incertezza regolatoria è una tassa invisibile ma potentissima. Eppure, mentre la Borsa vende e gli analisti ricalcolano, dal Bollettino della Bce arriva una fotografia che rende il decreto meno improvvisato di quanto sembri. Nella pubblicazione l’energia non è una nota a piè di pagina: è il centro della scena. L’Eurotower riconosce che l’economia dell’area euro mostra capacità di tenuta, ma avverte che le prospettive restano incerte, compresse tra tensioni geopolitiche e materie prime instabili.
Dentro questa incertezza c’è un dato politicamente esplosivo: le famiglie dell’area euro pagano circa il doppio per l’elettricità rispetto alle industrie ad alta intensità energetica. Non un dettaglio tecnico, ma una frattura strutturale. In Francia e nei Paesi Bassi il divario è significativo ma contenuto. In Germania, Spagna e soprattutto Italia la forbice si spalanca fino a sfiorare il 100%. La luce costa di più a casa che in fabbrica. Tutte le componenti della bolletta risultano più care: energia, oneri di rete, imposte. I collaboratori di Christine Lagarde spiegano il fenomeno con la sobrietà dei banchieri centrali: i Paesi più dipendenti dai combustibili fossili importati sopportano costi marginali più elevati; a ciò si aggiungono differenze fiscali e regolatorie nazionali. Insomma la geopolitica pesa, ma anche le scelte interne contano eccome.
E allora il paradosso si fa evidente. Il governo interviene per alleggerire il peso sulle famiglie, perché i numeri della Bce raccontano un’anomalia che mina la fiducia. Ma nel farlo mette sotto pressione proprio quelle aziende che dovrebbero investire nella transizione energetica. La politica accende il decreto per spegnere le bollette. La Borsa, per tutta risposta, spegne i titoli.
«Prezzi più bassi per chi produce»
«Bene il dl Energia perché riduce i costi dell’energia. Il cosiddetto servizio di liquidità è funzionale all’allineamento dei prezzi tra Italia ed Unione Europea. Esiste uno spread di prezzo tra il nostro mercato ed il riferimento europeo Ttf di Amsterdam, di 2 euro/megawattora e con punte che hanno superato i 5 euro/megawattora. Il differenziale è più evidente con concorrenti quali Cina, Messico e Paesi Arabi. Con questo decreto il governo ha messo le basi per correggere questa asimmetria. Tocca ora ad Arera definire i dettagli operativi e fare in modo che il “servizio di liquidità” risulti efficace a beneficio di tutti i consumatori», così Filippo Manuzzi, consigliere di Confindustria Ceramica e ad di Ceramica Sant’Agostino.
Quanto pesa il caro gas sul comparto?
«L’industria della ceramica è fortemente energivora, consuma all’80% gas naturale e al 20% elettricità. Il gas naturale è l’unica fonte combustibile realisticamente utilizzabile per arrivare alle temperature di cui abbiamo bisogno, che vanno mantenute con costanza. Di conseguenza il rincaro, quasi raddoppiato del gas, pesa circa il 20-25% sui costi di produzione».
Un’altra spina nel fianco è rappresentata dal sistema Ets. Quale è l’impatto sulle ceramiche?
«Siamo fortemente contrari al sistema Ets e ne chiediamo la sospensione immediata o la sua profonda revisione. È a rischio la sopravvivenza della ceramica italiana. La diminuzione delle quote gratuite di emissione ha già frenato gli investimenti, che nel 2024 si sono ridotti del 20%, una tendenza proseguita anche lo scorso anno. Nel 2025 abbiamo fatto i miracoli; i volumi venduti sono leggermente aumentati e il fatturato globale è rimasto stabile, ma per i prossimi anni siamo pessimisti. Se i competitor stranieri possono rinnovare gli impianti, c’è il rischio che la produzione si sposti verso i Paesi terzi».
La ceramica ha una posizione leader sul mercato europeo ed esporta in tutto il mondo: che giudizio date sull’accordo di libero scambio con l’India?
«Se l’Europa non sta attenta, rischia, con questo accordo, di commettere lo stesso errore che si fece venticinque anni fa aprendo le porte del Wto alla Cina. Al momento con l’India c’è un’intesa politica, ma l’applicazione pratica può trasformarsi in una trappola. L’industria della ceramica è per allargare il mercato, dal momento che esporta l’80% della produzione. Ma deve esserci reciprocità nelle regole. In Europa ci sono standard sui diritti del lavoro, sulle emissioni, sui filtri per evitare la dispersione di polveri nell’atmosfera ed è corretto che ci siano. L’India è avvantaggiata da un costo delle materie prime e del lavoro concorrenziali e con livelli di sicurezza ambientale e sociale pressoché inesistenti. Questi fattori hanno consentito una sovracapacità produttiva senza eguali e la conseguente offerta a prezzi stracciati. Sicché l’India sta invadendo i mercati internazionali di prodotti che assomigliano a quelli italiani, anche se di qualità nettamente inferiore. Chiediamo che i competitor extra Ue rispettino standard minimi essenziali o paghino una sovrattassa per allinearsi ai nostri livelli ambientali e sociali. Se l’offerta indiana arriva a costare 6 euro al metro quadrato, ed è apparentemente simile a quella italiana che ne costa 16, non c’è partita. Alla Cina, dopo aver spalancato le porte incondizionatamente, siamo riusciti, come settore europeo della ceramica, a mettere dazi antidumping che hanno riequilibrato la situazione».
Sui prodotti indiani non ci sono dazi?
«Il dazio antidumping è risibile, intorno al 7%. Un prodotto che costa 6 euro al metro quadrato, con questa tassa, continua a essere nettamente più competitivo di quello italiano. Inoltre, quando sul mercato arriva un’offerta apparentemente simile a prezzo più basso, tutto il comparto si svaluta».
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Bill Gates (Ansa)
Il forfait del fondatore di Microsoft e democratico doc, naturalmente, è destinato a fare rumore: la decisione è arrivata dopo che il nome di Bill Gates è riemerso con prepotenza nei nuovi documenti desecretati nell’ambito del caso Epstein. I cosiddetti «Epstein files», insomma, sembrano suggerire che il rapporto tra i due - pur tra alti e bassi - sia stato tutt’altro che episodico.
Bill Gates e Jeffrey Epstein si incontrano per la prima volta nel 2011, tre anni dopo la condanna del secondo per reati sessuali e incitazione alla prostituzione minorile. Secondo quanto ricostruito in passato anche dal New York Times, Gates frequentò il finanziere pedofilo tra il 2011 e il 2014, partecipando a diverse cene nella sua casa di Manhattan. Il fondatore di Microsoft, del resto, ha dichiarato di «rimpiangere ogni minuto» trascorso con lui, ma di non essere mai stato sulla sua isola privata.
Nei documenti resi pubblici di recente, in particolare, compare una bozza di e-mail attribuita a Epstein nella quale il finanziere parla di alcuni comportamenti privati di Gates. In uno scambio, Epstein sostiene che il suo rapporto con il fondatore di Microsoft avrebbe incluso «aiutare Bill a procurarsi farmaci» per gestire una malattia venerea contratta a causa di rapporti sessuali avuti con prostitute russe, nonché per facilitare «tentativi con donne sposate». In un altro passaggio, Epstein scrive che Gates gli avrebbe anche chiesto di cancellare messaggi compromettenti.
Come se non bastasse, il finanziere pedofilo sostiene che Gates avrebbe somministrato di nascosto degli antibiotici alla moglie per evitare che questa venisse a conoscenza della sua malattia venerea. Il tutto, naturalmente, dovrà essere vagliato dalle autorità competenti. Ma queste affermazioni gettano una luce molto fosca su una relazione - quella tra il marito ed Epstein - che Melinda French Gates ha indicato come uno dei fattori alla base del divorzio nel 2021. «Bill deve rispondere del suo comportamento», dichiarò all’epoca.
I file desecretati, peraltro, mostrano anche quali fossero gli affari che hanno unito - e talvolta diviso - i due miliardari. Nel 2011, infatti, Epstein svolse un ruolo di intermediazione tra la Fondazione Gates e JP Morgan nella creazione del Global health investment fund. In una mail acclusa ai documenti, il finanziere pedofilo parla della possibilità di «fare soldi attraverso un ente di beneficenza» e di strutture destinate a generare ulteriori fondi per i vaccini. E altri scambi, datati 2015 e 2017, menzionano la «preparazione alla pandemia» come area strategica di intervento (e di lucro). Il 18 ottobre 2019, poche settimane prima dell’emergere del Covid, a New York si svolse l’esercitazione nota come Event 201, organizzata dal Johns Hopkins center for health security insieme al World economic forum e alla Fondazione Gates, con una simulazione di pandemia da coronavirus.
Insomma, ci sono ancora da fare tutte le verifiche del caso. Ma l’insieme dei documenti finora emersi rendono perfettamente comprensibili sia l’imbarazzo di Gates, sia la sua scelta di non farsi vedere troppo in pubblico.
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Sergio Berlato, eurodeputato Ecr/FdI
L’eurodeputato di Fratelli d’Italia Sergio Berlato ha presentato un’interrogazione urgente alla Commissione europea sul caso Epstein, chiedendo chiarimenti sui presunti legami tra il finanziere statunitense e l’ambiente istituzionale di Bruxelles.
A sollevare la questione sono le informazioni emerse nelle ultime settimane dagli Stati Uniti. Alla fine di gennaio 2026, il Dipartimento di Giustizia americano ha reso pubbliche circa 3,5 milioni di pagine, per un totale di oltre 6 milioni di documenti, riconducibili a Jeffrey Epstein, imprenditore condannato per abusi sessuali e traffico di minorenni. L’analisi del materiale, ancora in corso, starebbe facendo emergere interessi economici e abusi che coinvolgerebbero una rete internazionale di rappresentanti istituzionali.
Tra i dati contenuti nei file figurano anche dettagli sugli spostamenti del finanziere. Bruxelles, sede delle principali istituzioni dell’Unione europea, risulterebbe essere stata una meta ricorrente tra il 2009 e il 2018, presumibilmente per incontri con intermediari.
È su questo punto che interviene l’europarlamentare di Ecr/FdI. «Epstein è stato più volte a Bruxelles tra il 2009 ed il 2018, presumibilmente, per incontrare suoi intermediari. Se consideriamo però che Bruxelles è la città simbolo delle istituzioni europee, qualche domanda è necessario porla. La gravità di quanto sta emergendo tra Usa ed Europa richiede altrettanta attenzione e certamente un’indagine delle Istituzioni Ue per verificare ed eventualmente sradicare qualsiasi infiltrazione di Epstein o dei suoi accoliti. Ecco perché stamane ho chiesto ufficialmente alla Commissione europea di muoversi in tal senso tenendo ben saldo il principio di trasparenza dell’Ue ed il rispetto verso gli oltre 450 milioni di europei», ha dichiarato Berlato.
Nell’interrogazione, il parlamentare chiede alla Commissione di «avviare verifiche su eventuali incontri diretti o indiretti tra Epstein e membri o funzionari delle istituzioni UE nel periodo 2009–2018». Inoltre sollecita l’esecutivo europeo a «sollecitare la piena pubblicazione della restante documentazione e cooperare con le autorità competenti affinché, siano assicurati alla giustizia i responsabili ed i complici descritte e documentate nei file di Epstein».
L’iniziativa punta dunque a fare luce su eventuali contatti tra il finanziere e l’apparato comunitario, alla luce della documentazione resa pubblica negli Stati Uniti e delle ricostruzioni in corso. Ora la parola passa alla Commissione europea, chiamata a rispondere formalmente all’interrogazione.
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