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2018-09-01
Tutti i vescovi legati a McCarrick hanno fatto guerra ai conservatori
Ansa
Si potrebbe provare a leggere il memoriale Viganò, e anche il silenzio di Bergoglio sulla veridicità o meno dello stesso, in questo modo: nel dialogo tra l'ex nunzio e papa Francesco, riguardo al cardinale Theodore McCarrick, il Pontefice si trova spiazzato, perché da una parte sospetta di lui (non è detto che abbia alcuna prova), dall'altra gli è grato, sebbene non direttamente. La sua domanda, «McCarrick com'è?», può nascondere proprio questo scrupolo: Bergoglio sa di dovergli, in parte, l'elezione, ma conosce anche i sospetti su di lui.
Perché il Papa poteva essere grato a McCarrick, ma «non direttamente»? Semplicemente perché il cardinale ha partecipato agli incontri pre conclave, ma non al conclave stesso, dove però sembra essere stato protagonista un suo pupillo, il cardinale Donald Wuerl, che nel 2006 aveva sostituito proprio McCarrick come arcivescovo di Washington. Se rileggiamo alcune ricostruzioni del conclave del 2013, come quella del vaticanista di Repubblica Paolo Rodari (15 marzo 2013), troviamo questa affermazione: «Insieme agli italiani (sodaniani e bertoniani, ndr) anche gli americani», sono stati «spinti su Bergoglio dal loro principale Pope Maker: l'arcivescovo di Washington Donald Wuerl». Anche alcuni giornalisti americani all'epoca presentarono Wuerl, se non come il «Pope Maker», come uno di essi.
Questo aiuta a capire un passaggio successivo: papa da soli sette mesi, Bergoglio rimuove dall'importantissima congregazione dei vescovi il cardinale Raymond Burke (forse uno degli americani che non lo avevano votato? Certamente un vescovo molto lontano da Wuerl) e vi mette proprio Donald Wuerl. Il seguito è noto: i pupilli di McCarrick, cioè Kevin Farrell, Joseph William Tobin, Blase Cupich, tutte personalità inclini a un dialogo stretto con il mondo Lgbt e favorevoli ad Amoris laetitia, vengono nominati cardinali. Chi li ha segnalati a Francesco? Forse non il cardinale omosessuale e abusatore McCarrick, ma il suo fedelissimo Wuerl. Che dunque può essere stato il tramite, più «presentabile» e credibile.
Un ulteriore dettaglio: Viganò scrive che il Papa, incontrandolo nel giugno 2013, subito lo «investì con tono di rimprovero con queste parole: “I vescovi degli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere pastori!"».
Il video dell'incontro sembra dare ragione a Viganò. Infatti, dopo un veloce saluto di circostanza, mostra Bergoglio che afferma: «Ma negli Stati Uniti…». Poi il video si ferma. Quel «ma» deciso, all'inizio del colloquio, sembra indicare che per Francesco qualcosa negli Usa non va. Poco dopo, come detto, le nomine cambieranno direzione, rispetto all'epoca di Benedetto XVI, e verranno promossi per lo più vescovi «liberal», come i cardinali già citati, a discapito dei «conservatori».
Commentando l'esclusione di Burke e la nomina di Wuerl alla congregazione dei vescovi, il vaticanista dell'Espresso Sandro Magister il 20 dicembre 2013 scrive: «Al posto di Burke il Papa ha scelto Wuerl, che […] ha un atteggiamento molto più morbido di Burke nei confronti dei politici pro aborto. Questo cambiamento è stato salutato positivamente nel mondo “liberal" americano, che ora spera nella scelta di vescovi più progressisti rispetto a quelli nominati negli ultimi anni».
Analoga la linea adottata in Italia: basti ricordare che uno dei primi discorsi di monsignor Nunzio Galantino, scelto da Bergoglio come segretario della Cei, fu contro le persone che pregano davanti agli ospedali contro l'aborto, mentre buona parte del suo impegno successivo è stato per boicottare i due Family day contro il gender, l'utero in affitto e la legge Cirinnà, in discontinuità con l'azione della Cei di Camillo Ruini e Angelo Bagnasco.
Infine, una curiosità: in seguito alla pubblicazione dei famosi Dubia, Wuerl lanciò l'idea che forse era il caso, per Burke, di rinunciare alla berretta cardinalizia, facendo un paragone piuttosto esplicito con quanto avvenuto ai tempi di Pio XI con Louis Billot. Subito diversi giornalisti italiani e non, tra cui Andrea Tornielli e Alberto Melloni, rilanciarono molto misericordiosamente la proposta, fingendo di ignorare quanti sono stati nella storia della Chiesa gli scontri tra pontefici e alti ecclesiastici, a partire da San Pietro e San Paolo.
Oggi Burke conserva la sua berretta, mentre l'ha persa, perché considerato colpevole, il padrino di Wuerl, McCarrick. Di più, sia Wuerl che Farrell sono al centro di una campagna mediatica fortissima, alimentata dagli stessi cattolici e anche da giornali «liberal» americani, che ne chiedono le dimissioni da cardinale, in nome dell'intima vicinanza dei due a McCarrick e dei risultati del rapporto del grand jury della Pennsylvania, secondo il quale Wuerl, quando era vescovo di Pittsburgh, «trasferì e spostò preti che avevano abusato di adolescenti maschi, nascondendo le notizie alle autorità civili e addirittura pagando uno di loro perché tacesse».
Stefano Agnoli
Il cardinale dà del «sicario» al giornalista
75 anni, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del gruppo di 9 cardinali che coadiuva Francesco nel governo della Chiesa.
Intervistato dalla testata in lingua spagnola Periodista digital, Maradiaga ha risposto alla domanda sul caso Viganò e le accuse che lo riguardano nel memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti. Da «circa tre anni», ha detto, «sono vittima di un “sicario" che pratica molestie sui media. Il suo nome è Edward Pentin e lavora per un giornale della rete Ewt chiamato National Catholic Register». Si dà il caso che il Register sia uno dei media che domenica scorsa, insieme alla Verità, ha diffuso il memoriale di Viganò, perciò il riferimento al «sicario» potrebbe voler dire che per il cardinale tutto il dossier si riduce a una operazione dei soliti nemici. Penne al servizio di chissà chi e dedite non all'informazione, ma alla demolizione prezzolata dell'avversario. È una narrazione (non dimostrata) che va per la maggiore sul caso Viganò, sostenuta da tanti media paravaticani che tirano in ballo poteri forti statunitensi, piogge di dollari e magari, aggiungiamo noi, anche James Bond.
Maradiaga si difende dal «sicario» Pentin e ne mette in discussione la professionalità: «Non ho mai parlato con lui», dice, «ma ha usato la “diffamazione anonima" che è stata pubblicata da un altro “sicario" honduregno in un giornale locale che costantemente mi insulta e mi calunnia. Chi sono io, arcivescovo di una piccola diocesi e un piccolo Paese per apparire diffamato nella stampa mondiale, senza possibilità di difendermi?».
Sarà anche piccola, la diocesi di Tegucigalpa, ma sembra ben attrezzata in quanto a mezzi finanziari, visto che una della questioni sollevate da Pentin sul conto di Maradiaga riguarda la fine che ha fatto una sovvenzione caritatevole di 1,3 milioni di dollari che il vescovo ausiliare del cardinale, José Pineda Fasquelle, ha ottenuto dal governo dell'Honduras, ma che non è mai stata resa nota. Pineda, 57 anni, ha visto le proprie dimissioni accettate da papa Francesco lo scorso 20 luglio, dopo un'indagine che il Vaticano ha condotto per mano del vescovo argentino Alcides Casaretto. Le accuse al braccio destro di Maradiaga (Pineda era suo ausiliare dal 2005) riguardano sia cattiva e opaca gestione finanziaria che comportamenti sessuali inappropriati anche con giovani seminaristi. Su questa faccenda il «sicario» Pentin ha avuto l'ardire di porre una domanda: cosa può dire il cardinale Maradiaga a proposito del suo ausiliare? Era a conoscenza di queste situazioni?
Inoltre, il «sicario» ha reso nota una lettera scritta da 48 seminaristi su 180 iscritti nel seminario della diocesi di Maradiaga. «Stiamo vivendo e sperimentando», hanno scritto, «un tempo di tensione nella nostra casa a causa di situazioni gravemente immorali, soprattutto di omosessualità attiva all'interno del seminario», cosa che evidentemente è in contrasto con le attuali norme della Chiesa rispetto all'ingresso nelle case di formazione. La cosa, denunciano i seminaristi ai loro insegnanti, andrebbe avanti da tempo, tanto che «per il fatto di aver insabbiato e penalizzato questa situazione, il problema si è rafforzato, diventando, come un sacerdote ha detto non molto tempo fa, una “epidemia nel seminario"». La lettera ha fatto seguito anche al fallito tentativo di suicidio di un seminarista della diocesi honduregna di Santa Rosa de Copán, il quale aveva scoperto che il suo amante nel seminario era impegnato in un'altra relazione.
Pentin sostiene anche di avere in mano «prove fotografiche di pornografia omosessuale, scambiate su Whatsapp tra seminaristi che non hanno firmato la lettera». I messaggi «sono stati verificati come autentici da specialisti informatici presso l'Università cattolica dell'Honduras che hanno perquisito la memoria del computer e hanno consegnato gli scambi ai vescovi del Paese». Il tutto sarebbe poi stato discusso dai vescovi che hanno respinto le accuse, sebbene abbiano riconosciuto che c'è una «fragilità affettiva e sessuale che ci colpisce tutti e che può generare atteggiamenti e comportamenti inappropriati». Maradiaga da parte sua avrebbe liquidato la lettera e le notizie di Pentin come «chiacchiere». E ora accusa di killeraggio un giornalista che non rinuncia a fare il proprio mestiere. Il cardinale dice di non avere avuto dal «sicario» la possibilità di difendersi, ma forse non la racconta tutta. Ha dichiarato Pentin all'inglese Catholic Herald: «Ho scritto al cardinale quattro volte quest'anno chiedendogli di commentare tutti questi problemi e di dare la sua versione della storia, invitandolo anche a incontrarmi quando fosse passato qui a Roma. Un collega che ha collaborato con me lo ha contattato in diverse occasioni per un commento. Tutte queste richieste non hanno mai avuto risposta».
Eppure il cardinale ha già mostrato di conoscere la deontologia professionale dei cronisti. Emiliano Fittipaldi aveva tirato in ballo Maradiaga sul settimanale L'Espresso sul finire del 2017 per una prebenda di 35.000 euro ricevuta mensilmente, per anni, dall'Università cattolica dell'Honduras, dove il porporato era gran cancelliere, ma soprattutto per alcune manovre intorno a grandi somme di denaro della diocesi girate a finanziarie londinesi e di cui si sarebbero perse le tracce, oltre che per un'inchiesta della Corte dei conti dell'Honduras condotta sui bilanci della diocesi per il periodo 2012-2014. Dopo quella inchiesta giornalistica il Papa telefonò a Maradiaga per sostenerlo, e lui poi dichiarò alla Stampa la sua completa innocenza: «È tutta una calunnia», pubblicata da «un giornalista con poca etica». Perché, aggiunse Maradiaga, «una regola di base dell'etica professionale del comunicatore è che quando si tratta di diffondere qualcosa che riguarda una persona bisogna fare prima lo sforzo di parlare con essa».
A questo punto però anche a noi abbiamo una domanda da fare al cardinale esperto di comunicazione: se Fittipaldi era colpevole di non averla interpellata, perché Pentin il «sicario», che dichiara di averle scritto quattro volte e quindi di aver fatto «lo sforzo» di parlare con lei, non ha mai ricevuto risposta? Il rapporto tra prelati e giornalisti ultimamente è davvero problematico. Se non si fanno domande non si segue l'etica professionale, ma se si fanno domande non si riceve risposta.
Lorenzo Bertocchi
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Il documento di Carlo Maria Viganò illumina le ragioni della svolta «liberal» impressa da Francesco alla Chiesa Usa A partire dalla sostituzione di Raymond Burke, firmatario dei Dubia, con Donald William Wuerl, pupillo del porporato molestatore.L'honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, accusato anche dalla testimonianza dell'ex nunzio, insulta un cronista perché scrive degli scandali gay che lo circondano a Tegucigalpa. Ma una lettera di 48 seminaristi della sua diocesi conferma: qui l'omosessualità è una «epidemia».Lo speciale contiene due articoliSi potrebbe provare a leggere il memoriale Viganò, e anche il silenzio di Bergoglio sulla veridicità o meno dello stesso, in questo modo: nel dialogo tra l'ex nunzio e papa Francesco, riguardo al cardinale Theodore McCarrick, il Pontefice si trova spiazzato, perché da una parte sospetta di lui (non è detto che abbia alcuna prova), dall'altra gli è grato, sebbene non direttamente. La sua domanda, «McCarrick com'è?», può nascondere proprio questo scrupolo: Bergoglio sa di dovergli, in parte, l'elezione, ma conosce anche i sospetti su di lui. Perché il Papa poteva essere grato a McCarrick, ma «non direttamente»? Semplicemente perché il cardinale ha partecipato agli incontri pre conclave, ma non al conclave stesso, dove però sembra essere stato protagonista un suo pupillo, il cardinale Donald Wuerl, che nel 2006 aveva sostituito proprio McCarrick come arcivescovo di Washington. Se rileggiamo alcune ricostruzioni del conclave del 2013, come quella del vaticanista di Repubblica Paolo Rodari (15 marzo 2013), troviamo questa affermazione: «Insieme agli italiani (sodaniani e bertoniani, ndr) anche gli americani», sono stati «spinti su Bergoglio dal loro principale Pope Maker: l'arcivescovo di Washington Donald Wuerl». Anche alcuni giornalisti americani all'epoca presentarono Wuerl, se non come il «Pope Maker», come uno di essi.Questo aiuta a capire un passaggio successivo: papa da soli sette mesi, Bergoglio rimuove dall'importantissima congregazione dei vescovi il cardinale Raymond Burke (forse uno degli americani che non lo avevano votato? Certamente un vescovo molto lontano da Wuerl) e vi mette proprio Donald Wuerl. Il seguito è noto: i pupilli di McCarrick, cioè Kevin Farrell, Joseph William Tobin, Blase Cupich, tutte personalità inclini a un dialogo stretto con il mondo Lgbt e favorevoli ad Amoris laetitia, vengono nominati cardinali. Chi li ha segnalati a Francesco? Forse non il cardinale omosessuale e abusatore McCarrick, ma il suo fedelissimo Wuerl. Che dunque può essere stato il tramite, più «presentabile» e credibile.Un ulteriore dettaglio: Viganò scrive che il Papa, incontrandolo nel giugno 2013, subito lo «investì con tono di rimprovero con queste parole: “I vescovi degli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere pastori!"».Il video dell'incontro sembra dare ragione a Viganò. Infatti, dopo un veloce saluto di circostanza, mostra Bergoglio che afferma: «Ma negli Stati Uniti…». Poi il video si ferma. Quel «ma» deciso, all'inizio del colloquio, sembra indicare che per Francesco qualcosa negli Usa non va. Poco dopo, come detto, le nomine cambieranno direzione, rispetto all'epoca di Benedetto XVI, e verranno promossi per lo più vescovi «liberal», come i cardinali già citati, a discapito dei «conservatori».Commentando l'esclusione di Burke e la nomina di Wuerl alla congregazione dei vescovi, il vaticanista dell'Espresso Sandro Magister il 20 dicembre 2013 scrive: «Al posto di Burke il Papa ha scelto Wuerl, che […] ha un atteggiamento molto più morbido di Burke nei confronti dei politici pro aborto. Questo cambiamento è stato salutato positivamente nel mondo “liberal" americano, che ora spera nella scelta di vescovi più progressisti rispetto a quelli nominati negli ultimi anni».Analoga la linea adottata in Italia: basti ricordare che uno dei primi discorsi di monsignor Nunzio Galantino, scelto da Bergoglio come segretario della Cei, fu contro le persone che pregano davanti agli ospedali contro l'aborto, mentre buona parte del suo impegno successivo è stato per boicottare i due Family day contro il gender, l'utero in affitto e la legge Cirinnà, in discontinuità con l'azione della Cei di Camillo Ruini e Angelo Bagnasco.Infine, una curiosità: in seguito alla pubblicazione dei famosi Dubia, Wuerl lanciò l'idea che forse era il caso, per Burke, di rinunciare alla berretta cardinalizia, facendo un paragone piuttosto esplicito con quanto avvenuto ai tempi di Pio XI con Louis Billot. Subito diversi giornalisti italiani e non, tra cui Andrea Tornielli e Alberto Melloni, rilanciarono molto misericordiosamente la proposta, fingendo di ignorare quanti sono stati nella storia della Chiesa gli scontri tra pontefici e alti ecclesiastici, a partire da San Pietro e San Paolo. Oggi Burke conserva la sua berretta, mentre l'ha persa, perché considerato colpevole, il padrino di Wuerl, McCarrick. Di più, sia Wuerl che Farrell sono al centro di una campagna mediatica fortissima, alimentata dagli stessi cattolici e anche da giornali «liberal» americani, che ne chiedono le dimissioni da cardinale, in nome dell'intima vicinanza dei due a McCarrick e dei risultati del rapporto del grand jury della Pennsylvania, secondo il quale Wuerl, quando era vescovo di Pittsburgh, «trasferì e spostò preti che avevano abusato di adolescenti maschi, nascondendo le notizie alle autorità civili e addirittura pagando uno di loro perché tacesse».Stefano Agnoli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-i-vescovi-legati-a-mccarrick-hanno-fatto-guerra-ai-conservatori-2600814638.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cardinale-da-del-sicario-al-giornalista" data-post-id="2600814638" data-published-at="1769267518" data-use-pagination="False"> Il cardinale dà del «sicario» al giornalista 75 anni, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del gruppo di 9 cardinali che coadiuva Francesco nel governo della Chiesa. Intervistato dalla testata in lingua spagnola Periodista digital, Maradiaga ha risposto alla domanda sul caso Viganò e le accuse che lo riguardano nel memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti. Da «circa tre anni», ha detto, «sono vittima di un “sicario" che pratica molestie sui media. Il suo nome è Edward Pentin e lavora per un giornale della rete Ewt chiamato National Catholic Register». Si dà il caso che il Register sia uno dei media che domenica scorsa, insieme alla Verità, ha diffuso il memoriale di Viganò, perciò il riferimento al «sicario» potrebbe voler dire che per il cardinale tutto il dossier si riduce a una operazione dei soliti nemici. Penne al servizio di chissà chi e dedite non all'informazione, ma alla demolizione prezzolata dell'avversario. È una narrazione (non dimostrata) che va per la maggiore sul caso Viganò, sostenuta da tanti media paravaticani che tirano in ballo poteri forti statunitensi, piogge di dollari e magari, aggiungiamo noi, anche James Bond. Maradiaga si difende dal «sicario» Pentin e ne mette in discussione la professionalità: «Non ho mai parlato con lui», dice, «ma ha usato la “diffamazione anonima" che è stata pubblicata da un altro “sicario" honduregno in un giornale locale che costantemente mi insulta e mi calunnia. Chi sono io, arcivescovo di una piccola diocesi e un piccolo Paese per apparire diffamato nella stampa mondiale, senza possibilità di difendermi?». Sarà anche piccola, la diocesi di Tegucigalpa, ma sembra ben attrezzata in quanto a mezzi finanziari, visto che una della questioni sollevate da Pentin sul conto di Maradiaga riguarda la fine che ha fatto una sovvenzione caritatevole di 1,3 milioni di dollari che il vescovo ausiliare del cardinale, José Pineda Fasquelle, ha ottenuto dal governo dell'Honduras, ma che non è mai stata resa nota. Pineda, 57 anni, ha visto le proprie dimissioni accettate da papa Francesco lo scorso 20 luglio, dopo un'indagine che il Vaticano ha condotto per mano del vescovo argentino Alcides Casaretto. Le accuse al braccio destro di Maradiaga (Pineda era suo ausiliare dal 2005) riguardano sia cattiva e opaca gestione finanziaria che comportamenti sessuali inappropriati anche con giovani seminaristi. Su questa faccenda il «sicario» Pentin ha avuto l'ardire di porre una domanda: cosa può dire il cardinale Maradiaga a proposito del suo ausiliare? Era a conoscenza di queste situazioni? Inoltre, il «sicario» ha reso nota una lettera scritta da 48 seminaristi su 180 iscritti nel seminario della diocesi di Maradiaga. «Stiamo vivendo e sperimentando», hanno scritto, «un tempo di tensione nella nostra casa a causa di situazioni gravemente immorali, soprattutto di omosessualità attiva all'interno del seminario», cosa che evidentemente è in contrasto con le attuali norme della Chiesa rispetto all'ingresso nelle case di formazione. La cosa, denunciano i seminaristi ai loro insegnanti, andrebbe avanti da tempo, tanto che «per il fatto di aver insabbiato e penalizzato questa situazione, il problema si è rafforzato, diventando, come un sacerdote ha detto non molto tempo fa, una “epidemia nel seminario"». La lettera ha fatto seguito anche al fallito tentativo di suicidio di un seminarista della diocesi honduregna di Santa Rosa de Copán, il quale aveva scoperto che il suo amante nel seminario era impegnato in un'altra relazione. Pentin sostiene anche di avere in mano «prove fotografiche di pornografia omosessuale, scambiate su Whatsapp tra seminaristi che non hanno firmato la lettera». I messaggi «sono stati verificati come autentici da specialisti informatici presso l'Università cattolica dell'Honduras che hanno perquisito la memoria del computer e hanno consegnato gli scambi ai vescovi del Paese». Il tutto sarebbe poi stato discusso dai vescovi che hanno respinto le accuse, sebbene abbiano riconosciuto che c'è una «fragilità affettiva e sessuale che ci colpisce tutti e che può generare atteggiamenti e comportamenti inappropriati». Maradiaga da parte sua avrebbe liquidato la lettera e le notizie di Pentin come «chiacchiere». E ora accusa di killeraggio un giornalista che non rinuncia a fare il proprio mestiere. Il cardinale dice di non avere avuto dal «sicario» la possibilità di difendersi, ma forse non la racconta tutta. Ha dichiarato Pentin all'inglese Catholic Herald: «Ho scritto al cardinale quattro volte quest'anno chiedendogli di commentare tutti questi problemi e di dare la sua versione della storia, invitandolo anche a incontrarmi quando fosse passato qui a Roma. Un collega che ha collaborato con me lo ha contattato in diverse occasioni per un commento. Tutte queste richieste non hanno mai avuto risposta». Eppure il cardinale ha già mostrato di conoscere la deontologia professionale dei cronisti. Emiliano Fittipaldi aveva tirato in ballo Maradiaga sul settimanale L'Espresso sul finire del 2017 per una prebenda di 35.000 euro ricevuta mensilmente, per anni, dall'Università cattolica dell'Honduras, dove il porporato era gran cancelliere, ma soprattutto per alcune manovre intorno a grandi somme di denaro della diocesi girate a finanziarie londinesi e di cui si sarebbero perse le tracce, oltre che per un'inchiesta della Corte dei conti dell'Honduras condotta sui bilanci della diocesi per il periodo 2012-2014. Dopo quella inchiesta giornalistica il Papa telefonò a Maradiaga per sostenerlo, e lui poi dichiarò alla Stampa la sua completa innocenza: «È tutta una calunnia», pubblicata da «un giornalista con poca etica». Perché, aggiunse Maradiaga, «una regola di base dell'etica professionale del comunicatore è che quando si tratta di diffondere qualcosa che riguarda una persona bisogna fare prima lo sforzo di parlare con essa». A questo punto però anche a noi abbiamo una domanda da fare al cardinale esperto di comunicazione: se Fittipaldi era colpevole di non averla interpellata, perché Pentin il «sicario», che dichiara di averle scritto quattro volte e quindi di aver fatto «lo sforzo» di parlare con lei, non ha mai ricevuto risposta? Il rapporto tra prelati e giornalisti ultimamente è davvero problematico. Se non si fanno domande non si segue l'etica professionale, ma se si fanno domande non si riceve risposta. Lorenzo Bertocchi
Jared Isaacman, Administrator della Nasa (Ansa)
In tal senso, agli occhi del presidente, la Nasa riveste un’importanza di primo piano. Per comprendere al meglio le sue intenzioni, La Verità ha intervistato in esclusiva il capo (administrator) dell’agenzia spaziale statunitense: Jared Isaacman. Nominato da Trump a novembre, è stato confermato dal Senato il 17 dicembre. Pilota e astronauta, Isaacman è anche un imprenditore: ha fondato Shift4, società di elaborazione dei pagamenti, e Draken international, azienda attiva nel settore dell’aviazione militare. Considerato vicino a Elon Musk, ha inoltre guidato, nel 2021, Inspiration4: volo spaziale umano, gestito da SpaceX. Era invece il 2024, quando è stato comandante della missione spaziale Polaris Dawn, anch’essa gestita da SpaceX. Isaacman incarna quindi al meglio le caratteristiche che Trump vuole imprimere alla Nasa: efficienza, approccio imprenditoriale, apertura alle aziende private e taglio agli sprechi. Il tutto con un occhio ovviamente rivolto alla competizione geopolitica con Pechino.
Quali sono le priorità spaziali della Nasa e dell’amministrazione Trump?
«La Nasa e l’amministrazione Trump sono allineate su una chiara serie di priorità contenute nella Politica spaziale nazionale. Queste sono il ritorno degli americani sulla Luna, l’istituzione di una presenza stabile sulla Luna e lo sviluppo delle capacità necessarie per le future missioni su Marte. Ci concentriamo sul far progredire Artemis laddove la fisica e la sicurezza lo consentano, investendo in tecnologie abilitanti come l’energia nucleare e la propulsione, e stimolando le economie orbitali e lunari. Continuiamo al contempo a far progredire la scienza e a rafforzare la leadership Usa attraverso partnership commerciali e internazionali».
La Cina è uno dei principali rivali degli Stati Uniti nel settore spaziale. Come intende affrontare la Nasa la concorrenza cinese?
«Il modo migliore per competere è rispettare le priorità della Politica spaziale nazionale. Il ruolo della Nasa è quello di guidare l’esplorazione pacifica, eseguire missioni complesse in modo sicuro e nei tempi previsti, oltre a contribuire a definire gli standard per l’esplorazione e l’utilizzo dello Spazio. Garantiamo che gli Usa rimangano all’avanguardia, agendo con urgenza, lavorando a stretto contatto con i nostri partner commerciali e internazionali e mantenendoci al massimo livello di eccellenza».
Perché l’amministrazione Trump considera prioritario il ritorno sulla Luna e l’invio di astronauti su Marte?
«La Luna è il banco di prova per le capacità di cui avremo bisogno per Marte e oltre. Dare priorità a queste missioni consente agli Stati Uniti di rimanere all’avanguardia tecnologica, rafforzare le partnership e ridurre i rischi strategici a lungo termine. Dal punto di vista economico, questi sforzi contribuiscono alla crescita di nuove industrie e all’espansione della leadership americana. Tutto questo, mentre, dal punto di vista geopolitico, dimostrano credibilità, capacità e determinazione sulla scena mondiale».
La missione Artemis II avrà luogo a febbraio. Qual è la sua importanza?
«Porterà gli esseri umani attorno alla Luna per la prima volta dai tempi dell’Apollo, segnando il ritorno dell’umanità nello Spazio profondo dopo oltre mezzo secolo. Al di là del suo significato storico, questa missione ci permette di mettere alla prova, con un equipaggio a bordo, la navicella spaziale, il sistema di lancio e le operazioni di missione da cui dipenderemo per i futuri allunaggi. Volare in questa missione ci fornisce quell’esperienza e quella fiducia che sono fondamentali, prima di compiere il passo successivo: riportare gli astronauti sulla superficie lunare con Artemis III».
Perché l’amministrazione Trump sostiene così tanto le partnership tra la Nasa e le aziende private?
«Le partnership commerciali consentono alla Nasa di concentrare le proprie risorse sui problemi più complessi che solo questa agenzia è in grado di risolvere. Quando l’industria può fornire capacità in modo efficiente e su larga scala, la Nasa può concentrarsi su problemi che solo questa agenzia è in grado di affrontare, come l’esplorazione dello Spazio profondo, le tecnologie avanzate e le missioni che alzano l’asticella di ciò che è possibile. Questo modello aumenta la velocità, riduce i costi e, in definitiva, rafforza la leadership degli Stati Uniti nello Spazio».
Lei è un astronauta. In che modo questo background influenzerà il suo ruolo di capo della Nasa?
«La mia precedente esperienza di volo spaziale mi ha fatto nutrire un profondo rispetto per le persone che progettano, costruiscono, testano e gestiscono questi sistemi, e per la responsabilità che deriva dal mettere esseri umani al loro comando. Ciò rafforza l’importanza della disciplina, della preparazione e di un processo decisionale chiaro, quando chiediamo alle persone di affidare la propria vita al lavoro che svolgiamo. Questa prospettiva plasma il mio modo di pensare alla prontezza, alla responsabilità e alla necessità di rimuovere gli ostacoli inutili, affinché i team possano concentrarsi sul raggiungimento degli obiettivi della missione».
Lei ha detto di voler rendere la Nasa più sostenibile dal punto di vista finanziario. Come farà?
«Rendere la Nasa più efficiente significa ridurre la burocrazia inutile, avvicinare il processo decisionale al lavoro svolto e concentrare le risorse sulle missioni che fanno la differenza. Quando parlo di sostenibilità, non intendo suggerire che la Nasa debba puntare al profitto, ma che dobbiamo contribuire a dare impulso all’attività commerciale e scientifica in orbita e oltre, in modo che l’esplorazione non dipenda più esclusivamente da modelli impostati dal governo».
La Nasa ha collaborato con l’Agenzia spaziale italiana. Prevede che la partnership tra le due agenzie si rafforzerà in futuro?
«L’Italia è da decenni un partner forte e affidabile nello Spazio, con contributi significativi al volo spaziale umano, alla scienza e all’esplorazione. Mi aspetto che la nostra partnership con l’Agenzia spaziale italiana si rafforzi ulteriormente man mano che ci avviciniamo a operazioni prolungate sulla Luna nel prossimo futuro, nonché allo sviluppo di missioni scientifiche ed esplorative di livello mondiale a vantaggio di entrambe le nazioni. Il ruolo dell’Italia come firmataria degli Accordi Artemis riflette il nostro impegno comune per un’esplorazione pacifica e responsabile. Partnership come questa sono essenziali per realizzare missioni ambiziose e definire le norme che plasmeranno il futuro dello Spazio».
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Volodymyr Zelensky a Davos (Ansa)
Risultato? Minaccia di dazi e le Sturmtruppen tedesche rientrano immediatamente con la coda fra le gambe. Insomma, l’Europa prende schiaffi. Una roba che nemmeno nei film di Bud Spencer e Terence Hill. Che arrivino da Mosca, Kiev o Washington poco importa. Sempre schiaffi ci arrivano.
Sia chiaro che il prezzo più alto sul campo di battaglia lo stanno pagando i civili e i militari ucraini assieme ai soldati russi. Oltre un milione i caduti (fra morti e feriti) nelle file russe. Grosso modo la metà in casa Ucraina. E le cifre sono sicuramente sottostimate. Ma l’Unione europea ha pagato un prezzo pesantissimo in termini di soldi buttati senza aver ottenuto nulla in cambio, se non morti, feriti e qualche cesso d’oro nei forzieri dei dirigenti corrotti ucraini.
A detta di Zelensky l’Ue non avrebbe fatto abbastanza. Un abbastanza che a dicembre dello scorso anno il Consiglio europeo quantificava in 193,3 miliardi. Questo è quanto Bruxelles aveva sborsato in favore dell’Ucraina. Di questa cifra 103,3 miliardi sotto forma di supporto finanziario, economico e umanitario. Altri 69,3 miliardi per le armi, quindi 17 miliardi per accogliere i rifugiati, infine 3,7 miliardi di proventi derivanti dagli investimenti russi sequestrati in Ue, stimati in circa 210 miliardi. Il 65% di questa cifra sono sussidi a fondo perduto che Kiev non restituirà mai. Il 35% sono invece prestiti che l’Ucraina non restituirà mai. Ma pareva brutto chiamarli sussidi. E quindi tutti fanno finta che siano prestiti.
Tutto questo prima che l’Ue deliberasse, lo scorso dicembre, un ulteriore prestito, che ovviamente non sarà restituito, pari a 90 miliardi. Soldi che l’Unione europea prenderà a prestito sui mercati finanziari. Ma Bruxelles dovrà restituirli.
Nel complesso, quindi, l’Ue ha sborsato e deve sborsare qualcosa come 280 miliardi di euro. È ragionevole stimare che la quota a carico dell’Italia oscilli fra il 12 ed il 15%. Stiamo parlando di una cifra che varierebbe fra 33 e 42 miliardi. Un importo che fa impallidire quanto stanziato con l’ultima legge di bilancio. Grosso modo la metà.
Gli aiuti all’Ucraina non finiscono qui, però. L’Unione europea ha infatti sospeso l’applicazione di tutta una serie di dazi precedentemente applicati alle importazioni ucraine. È stato infatti sottoscritto in fretta e furia un accordo commerciale denominato Dcfta (Deep and comprehensive free trade area) grazie al quale l’Ue ha importato oltre 200 milioni di tonnellate di prodotti agricoli (97 milioni di tonnellate) e non (108 milioni di tonnellate). L’Unione europea stima che con questo accordo temporaneo siano arrivate merci ucraine per un importo complessivo di 183 miliardi. Prodotti che con ogni probabilità, in situazioni normali, non avrebbero varcato le nostre dogane. Il conto insomma sale a 460 miliardi in favore di Kiev fra sussidi, prestiti che non verranno restituiti e acquisti di favore.
Il punto, però, è che il conto non è ancora finito. Non stiamo tenendo in considerazione il costo in bolletta per il caro energia e ciò che sarà necessario sborsare per ricostruire il Paese una volta che il conflitto sarà terminato. I colloqui sono in corso. E ovviamente, come da tradizione, l’Unione europea a quel tavolo non c’è. Sarà chiamata solo quando dovrà pagare prendendo la solita consueta razione di schiaffi.
Quanto al caro bolletta e ai sussidi, secondo una stima di Confimprenditori resa nota a dicembre dello scorso anno, «il costo complessivo sostenuto dal Paese tra il 2022 e il 2024 si colloca tra gli 85 e i 110 miliardi di euro». Una cifra monstre.
Il costo pagato dal nostro Paese, tenuto conto della nostra quota di aiuti sul bilancio Ue, lievita come un panettone. Considerando la sola quota di questo conto ascrivibile al caro bolletta parliamo di 45-60 miliardi.
A questo deve infine essere aggiunta una cifra spropositata per la ricostruzione dell’Ucraina. Secondo il documento Ue «Roadmap per la prosperità dell’Ucraina: una visione per il 2040», dovranno essere messi sul piatto almeno 800 miliardi per la ricostruzione del Paese. Anche immaginando di utilizzare i fondi russi attualmente nelle nostre disponibilità - cosa che sarà possibile solo nell’ambito di un negoziato di pace a cui al momento, ricordiamolo ancora, Bruxelles non partecipa - qualcuno dovrebbe farsi carico di pagare i rimanenti 600 miliardi. Tutto lascia presagire che questa cifra dovrà essere sborsata dall’Ue. Il che significherebbe che l’Italia potrebbe arrivare a dover tossire altri 90 miliardi. Che sommati al costo prima stimato da Confimprenditori porterebbe il costo a nostro carico a oltre 200 miliardi. Stante questi numeri da capogiro, sarebbe quanto meno doveroso che Zelensky evitasse di fare il gradasso prendendo a schiaffi gli unici che in questo momento lo stanno tenendo in sella. Ammesso e non concesso che legarsi al destino di Zelensky sia la cosa saggia da fare se si vuole arrivare alla fine del conflitto in tempi brevi.
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