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2018-09-01
Tutti i vescovi legati a McCarrick hanno fatto guerra ai conservatori
Ansa
Si potrebbe provare a leggere il memoriale Viganò, e anche il silenzio di Bergoglio sulla veridicità o meno dello stesso, in questo modo: nel dialogo tra l'ex nunzio e papa Francesco, riguardo al cardinale Theodore McCarrick, il Pontefice si trova spiazzato, perché da una parte sospetta di lui (non è detto che abbia alcuna prova), dall'altra gli è grato, sebbene non direttamente. La sua domanda, «McCarrick com'è?», può nascondere proprio questo scrupolo: Bergoglio sa di dovergli, in parte, l'elezione, ma conosce anche i sospetti su di lui.
Perché il Papa poteva essere grato a McCarrick, ma «non direttamente»? Semplicemente perché il cardinale ha partecipato agli incontri pre conclave, ma non al conclave stesso, dove però sembra essere stato protagonista un suo pupillo, il cardinale Donald Wuerl, che nel 2006 aveva sostituito proprio McCarrick come arcivescovo di Washington. Se rileggiamo alcune ricostruzioni del conclave del 2013, come quella del vaticanista di Repubblica Paolo Rodari (15 marzo 2013), troviamo questa affermazione: «Insieme agli italiani (sodaniani e bertoniani, ndr) anche gli americani», sono stati «spinti su Bergoglio dal loro principale Pope Maker: l'arcivescovo di Washington Donald Wuerl». Anche alcuni giornalisti americani all'epoca presentarono Wuerl, se non come il «Pope Maker», come uno di essi.
Questo aiuta a capire un passaggio successivo: papa da soli sette mesi, Bergoglio rimuove dall'importantissima congregazione dei vescovi il cardinale Raymond Burke (forse uno degli americani che non lo avevano votato? Certamente un vescovo molto lontano da Wuerl) e vi mette proprio Donald Wuerl. Il seguito è noto: i pupilli di McCarrick, cioè Kevin Farrell, Joseph William Tobin, Blase Cupich, tutte personalità inclini a un dialogo stretto con il mondo Lgbt e favorevoli ad Amoris laetitia, vengono nominati cardinali. Chi li ha segnalati a Francesco? Forse non il cardinale omosessuale e abusatore McCarrick, ma il suo fedelissimo Wuerl. Che dunque può essere stato il tramite, più «presentabile» e credibile.
Un ulteriore dettaglio: Viganò scrive che il Papa, incontrandolo nel giugno 2013, subito lo «investì con tono di rimprovero con queste parole: “I vescovi degli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere pastori!"».
Il video dell'incontro sembra dare ragione a Viganò. Infatti, dopo un veloce saluto di circostanza, mostra Bergoglio che afferma: «Ma negli Stati Uniti…». Poi il video si ferma. Quel «ma» deciso, all'inizio del colloquio, sembra indicare che per Francesco qualcosa negli Usa non va. Poco dopo, come detto, le nomine cambieranno direzione, rispetto all'epoca di Benedetto XVI, e verranno promossi per lo più vescovi «liberal», come i cardinali già citati, a discapito dei «conservatori».
Commentando l'esclusione di Burke e la nomina di Wuerl alla congregazione dei vescovi, il vaticanista dell'Espresso Sandro Magister il 20 dicembre 2013 scrive: «Al posto di Burke il Papa ha scelto Wuerl, che […] ha un atteggiamento molto più morbido di Burke nei confronti dei politici pro aborto. Questo cambiamento è stato salutato positivamente nel mondo “liberal" americano, che ora spera nella scelta di vescovi più progressisti rispetto a quelli nominati negli ultimi anni».
Analoga la linea adottata in Italia: basti ricordare che uno dei primi discorsi di monsignor Nunzio Galantino, scelto da Bergoglio come segretario della Cei, fu contro le persone che pregano davanti agli ospedali contro l'aborto, mentre buona parte del suo impegno successivo è stato per boicottare i due Family day contro il gender, l'utero in affitto e la legge Cirinnà, in discontinuità con l'azione della Cei di Camillo Ruini e Angelo Bagnasco.
Infine, una curiosità: in seguito alla pubblicazione dei famosi Dubia, Wuerl lanciò l'idea che forse era il caso, per Burke, di rinunciare alla berretta cardinalizia, facendo un paragone piuttosto esplicito con quanto avvenuto ai tempi di Pio XI con Louis Billot. Subito diversi giornalisti italiani e non, tra cui Andrea Tornielli e Alberto Melloni, rilanciarono molto misericordiosamente la proposta, fingendo di ignorare quanti sono stati nella storia della Chiesa gli scontri tra pontefici e alti ecclesiastici, a partire da San Pietro e San Paolo.
Oggi Burke conserva la sua berretta, mentre l'ha persa, perché considerato colpevole, il padrino di Wuerl, McCarrick. Di più, sia Wuerl che Farrell sono al centro di una campagna mediatica fortissima, alimentata dagli stessi cattolici e anche da giornali «liberal» americani, che ne chiedono le dimissioni da cardinale, in nome dell'intima vicinanza dei due a McCarrick e dei risultati del rapporto del grand jury della Pennsylvania, secondo il quale Wuerl, quando era vescovo di Pittsburgh, «trasferì e spostò preti che avevano abusato di adolescenti maschi, nascondendo le notizie alle autorità civili e addirittura pagando uno di loro perché tacesse».
Stefano Agnoli
Il cardinale dà del «sicario» al giornalista
75 anni, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del gruppo di 9 cardinali che coadiuva Francesco nel governo della Chiesa.
Intervistato dalla testata in lingua spagnola Periodista digital, Maradiaga ha risposto alla domanda sul caso Viganò e le accuse che lo riguardano nel memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti. Da «circa tre anni», ha detto, «sono vittima di un “sicario" che pratica molestie sui media. Il suo nome è Edward Pentin e lavora per un giornale della rete Ewt chiamato National Catholic Register». Si dà il caso che il Register sia uno dei media che domenica scorsa, insieme alla Verità, ha diffuso il memoriale di Viganò, perciò il riferimento al «sicario» potrebbe voler dire che per il cardinale tutto il dossier si riduce a una operazione dei soliti nemici. Penne al servizio di chissà chi e dedite non all'informazione, ma alla demolizione prezzolata dell'avversario. È una narrazione (non dimostrata) che va per la maggiore sul caso Viganò, sostenuta da tanti media paravaticani che tirano in ballo poteri forti statunitensi, piogge di dollari e magari, aggiungiamo noi, anche James Bond.
Maradiaga si difende dal «sicario» Pentin e ne mette in discussione la professionalità: «Non ho mai parlato con lui», dice, «ma ha usato la “diffamazione anonima" che è stata pubblicata da un altro “sicario" honduregno in un giornale locale che costantemente mi insulta e mi calunnia. Chi sono io, arcivescovo di una piccola diocesi e un piccolo Paese per apparire diffamato nella stampa mondiale, senza possibilità di difendermi?».
Sarà anche piccola, la diocesi di Tegucigalpa, ma sembra ben attrezzata in quanto a mezzi finanziari, visto che una della questioni sollevate da Pentin sul conto di Maradiaga riguarda la fine che ha fatto una sovvenzione caritatevole di 1,3 milioni di dollari che il vescovo ausiliare del cardinale, José Pineda Fasquelle, ha ottenuto dal governo dell'Honduras, ma che non è mai stata resa nota. Pineda, 57 anni, ha visto le proprie dimissioni accettate da papa Francesco lo scorso 20 luglio, dopo un'indagine che il Vaticano ha condotto per mano del vescovo argentino Alcides Casaretto. Le accuse al braccio destro di Maradiaga (Pineda era suo ausiliare dal 2005) riguardano sia cattiva e opaca gestione finanziaria che comportamenti sessuali inappropriati anche con giovani seminaristi. Su questa faccenda il «sicario» Pentin ha avuto l'ardire di porre una domanda: cosa può dire il cardinale Maradiaga a proposito del suo ausiliare? Era a conoscenza di queste situazioni?
Inoltre, il «sicario» ha reso nota una lettera scritta da 48 seminaristi su 180 iscritti nel seminario della diocesi di Maradiaga. «Stiamo vivendo e sperimentando», hanno scritto, «un tempo di tensione nella nostra casa a causa di situazioni gravemente immorali, soprattutto di omosessualità attiva all'interno del seminario», cosa che evidentemente è in contrasto con le attuali norme della Chiesa rispetto all'ingresso nelle case di formazione. La cosa, denunciano i seminaristi ai loro insegnanti, andrebbe avanti da tempo, tanto che «per il fatto di aver insabbiato e penalizzato questa situazione, il problema si è rafforzato, diventando, come un sacerdote ha detto non molto tempo fa, una “epidemia nel seminario"». La lettera ha fatto seguito anche al fallito tentativo di suicidio di un seminarista della diocesi honduregna di Santa Rosa de Copán, il quale aveva scoperto che il suo amante nel seminario era impegnato in un'altra relazione.
Pentin sostiene anche di avere in mano «prove fotografiche di pornografia omosessuale, scambiate su Whatsapp tra seminaristi che non hanno firmato la lettera». I messaggi «sono stati verificati come autentici da specialisti informatici presso l'Università cattolica dell'Honduras che hanno perquisito la memoria del computer e hanno consegnato gli scambi ai vescovi del Paese». Il tutto sarebbe poi stato discusso dai vescovi che hanno respinto le accuse, sebbene abbiano riconosciuto che c'è una «fragilità affettiva e sessuale che ci colpisce tutti e che può generare atteggiamenti e comportamenti inappropriati». Maradiaga da parte sua avrebbe liquidato la lettera e le notizie di Pentin come «chiacchiere». E ora accusa di killeraggio un giornalista che non rinuncia a fare il proprio mestiere. Il cardinale dice di non avere avuto dal «sicario» la possibilità di difendersi, ma forse non la racconta tutta. Ha dichiarato Pentin all'inglese Catholic Herald: «Ho scritto al cardinale quattro volte quest'anno chiedendogli di commentare tutti questi problemi e di dare la sua versione della storia, invitandolo anche a incontrarmi quando fosse passato qui a Roma. Un collega che ha collaborato con me lo ha contattato in diverse occasioni per un commento. Tutte queste richieste non hanno mai avuto risposta».
Eppure il cardinale ha già mostrato di conoscere la deontologia professionale dei cronisti. Emiliano Fittipaldi aveva tirato in ballo Maradiaga sul settimanale L'Espresso sul finire del 2017 per una prebenda di 35.000 euro ricevuta mensilmente, per anni, dall'Università cattolica dell'Honduras, dove il porporato era gran cancelliere, ma soprattutto per alcune manovre intorno a grandi somme di denaro della diocesi girate a finanziarie londinesi e di cui si sarebbero perse le tracce, oltre che per un'inchiesta della Corte dei conti dell'Honduras condotta sui bilanci della diocesi per il periodo 2012-2014. Dopo quella inchiesta giornalistica il Papa telefonò a Maradiaga per sostenerlo, e lui poi dichiarò alla Stampa la sua completa innocenza: «È tutta una calunnia», pubblicata da «un giornalista con poca etica». Perché, aggiunse Maradiaga, «una regola di base dell'etica professionale del comunicatore è che quando si tratta di diffondere qualcosa che riguarda una persona bisogna fare prima lo sforzo di parlare con essa».
A questo punto però anche a noi abbiamo una domanda da fare al cardinale esperto di comunicazione: se Fittipaldi era colpevole di non averla interpellata, perché Pentin il «sicario», che dichiara di averle scritto quattro volte e quindi di aver fatto «lo sforzo» di parlare con lei, non ha mai ricevuto risposta? Il rapporto tra prelati e giornalisti ultimamente è davvero problematico. Se non si fanno domande non si segue l'etica professionale, ma se si fanno domande non si riceve risposta.
Lorenzo Bertocchi
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Il documento di Carlo Maria Viganò illumina le ragioni della svolta «liberal» impressa da Francesco alla Chiesa Usa A partire dalla sostituzione di Raymond Burke, firmatario dei Dubia, con Donald William Wuerl, pupillo del porporato molestatore.L'honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, accusato anche dalla testimonianza dell'ex nunzio, insulta un cronista perché scrive degli scandali gay che lo circondano a Tegucigalpa. Ma una lettera di 48 seminaristi della sua diocesi conferma: qui l'omosessualità è una «epidemia».Lo speciale contiene due articoliSi potrebbe provare a leggere il memoriale Viganò, e anche il silenzio di Bergoglio sulla veridicità o meno dello stesso, in questo modo: nel dialogo tra l'ex nunzio e papa Francesco, riguardo al cardinale Theodore McCarrick, il Pontefice si trova spiazzato, perché da una parte sospetta di lui (non è detto che abbia alcuna prova), dall'altra gli è grato, sebbene non direttamente. La sua domanda, «McCarrick com'è?», può nascondere proprio questo scrupolo: Bergoglio sa di dovergli, in parte, l'elezione, ma conosce anche i sospetti su di lui. Perché il Papa poteva essere grato a McCarrick, ma «non direttamente»? Semplicemente perché il cardinale ha partecipato agli incontri pre conclave, ma non al conclave stesso, dove però sembra essere stato protagonista un suo pupillo, il cardinale Donald Wuerl, che nel 2006 aveva sostituito proprio McCarrick come arcivescovo di Washington. Se rileggiamo alcune ricostruzioni del conclave del 2013, come quella del vaticanista di Repubblica Paolo Rodari (15 marzo 2013), troviamo questa affermazione: «Insieme agli italiani (sodaniani e bertoniani, ndr) anche gli americani», sono stati «spinti su Bergoglio dal loro principale Pope Maker: l'arcivescovo di Washington Donald Wuerl». Anche alcuni giornalisti americani all'epoca presentarono Wuerl, se non come il «Pope Maker», come uno di essi.Questo aiuta a capire un passaggio successivo: papa da soli sette mesi, Bergoglio rimuove dall'importantissima congregazione dei vescovi il cardinale Raymond Burke (forse uno degli americani che non lo avevano votato? Certamente un vescovo molto lontano da Wuerl) e vi mette proprio Donald Wuerl. Il seguito è noto: i pupilli di McCarrick, cioè Kevin Farrell, Joseph William Tobin, Blase Cupich, tutte personalità inclini a un dialogo stretto con il mondo Lgbt e favorevoli ad Amoris laetitia, vengono nominati cardinali. Chi li ha segnalati a Francesco? Forse non il cardinale omosessuale e abusatore McCarrick, ma il suo fedelissimo Wuerl. Che dunque può essere stato il tramite, più «presentabile» e credibile.Un ulteriore dettaglio: Viganò scrive che il Papa, incontrandolo nel giugno 2013, subito lo «investì con tono di rimprovero con queste parole: “I vescovi degli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere pastori!"».Il video dell'incontro sembra dare ragione a Viganò. Infatti, dopo un veloce saluto di circostanza, mostra Bergoglio che afferma: «Ma negli Stati Uniti…». Poi il video si ferma. Quel «ma» deciso, all'inizio del colloquio, sembra indicare che per Francesco qualcosa negli Usa non va. Poco dopo, come detto, le nomine cambieranno direzione, rispetto all'epoca di Benedetto XVI, e verranno promossi per lo più vescovi «liberal», come i cardinali già citati, a discapito dei «conservatori».Commentando l'esclusione di Burke e la nomina di Wuerl alla congregazione dei vescovi, il vaticanista dell'Espresso Sandro Magister il 20 dicembre 2013 scrive: «Al posto di Burke il Papa ha scelto Wuerl, che […] ha un atteggiamento molto più morbido di Burke nei confronti dei politici pro aborto. Questo cambiamento è stato salutato positivamente nel mondo “liberal" americano, che ora spera nella scelta di vescovi più progressisti rispetto a quelli nominati negli ultimi anni».Analoga la linea adottata in Italia: basti ricordare che uno dei primi discorsi di monsignor Nunzio Galantino, scelto da Bergoglio come segretario della Cei, fu contro le persone che pregano davanti agli ospedali contro l'aborto, mentre buona parte del suo impegno successivo è stato per boicottare i due Family day contro il gender, l'utero in affitto e la legge Cirinnà, in discontinuità con l'azione della Cei di Camillo Ruini e Angelo Bagnasco.Infine, una curiosità: in seguito alla pubblicazione dei famosi Dubia, Wuerl lanciò l'idea che forse era il caso, per Burke, di rinunciare alla berretta cardinalizia, facendo un paragone piuttosto esplicito con quanto avvenuto ai tempi di Pio XI con Louis Billot. Subito diversi giornalisti italiani e non, tra cui Andrea Tornielli e Alberto Melloni, rilanciarono molto misericordiosamente la proposta, fingendo di ignorare quanti sono stati nella storia della Chiesa gli scontri tra pontefici e alti ecclesiastici, a partire da San Pietro e San Paolo. Oggi Burke conserva la sua berretta, mentre l'ha persa, perché considerato colpevole, il padrino di Wuerl, McCarrick. Di più, sia Wuerl che Farrell sono al centro di una campagna mediatica fortissima, alimentata dagli stessi cattolici e anche da giornali «liberal» americani, che ne chiedono le dimissioni da cardinale, in nome dell'intima vicinanza dei due a McCarrick e dei risultati del rapporto del grand jury della Pennsylvania, secondo il quale Wuerl, quando era vescovo di Pittsburgh, «trasferì e spostò preti che avevano abusato di adolescenti maschi, nascondendo le notizie alle autorità civili e addirittura pagando uno di loro perché tacesse».Stefano Agnoli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-i-vescovi-legati-a-mccarrick-hanno-fatto-guerra-ai-conservatori-2600814638.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cardinale-da-del-sicario-al-giornalista" data-post-id="2600814638" data-published-at="1772358627" data-use-pagination="False"> Il cardinale dà del «sicario» al giornalista 75 anni, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del gruppo di 9 cardinali che coadiuva Francesco nel governo della Chiesa. Intervistato dalla testata in lingua spagnola Periodista digital, Maradiaga ha risposto alla domanda sul caso Viganò e le accuse che lo riguardano nel memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti. Da «circa tre anni», ha detto, «sono vittima di un “sicario" che pratica molestie sui media. Il suo nome è Edward Pentin e lavora per un giornale della rete Ewt chiamato National Catholic Register». Si dà il caso che il Register sia uno dei media che domenica scorsa, insieme alla Verità, ha diffuso il memoriale di Viganò, perciò il riferimento al «sicario» potrebbe voler dire che per il cardinale tutto il dossier si riduce a una operazione dei soliti nemici. Penne al servizio di chissà chi e dedite non all'informazione, ma alla demolizione prezzolata dell'avversario. È una narrazione (non dimostrata) che va per la maggiore sul caso Viganò, sostenuta da tanti media paravaticani che tirano in ballo poteri forti statunitensi, piogge di dollari e magari, aggiungiamo noi, anche James Bond. Maradiaga si difende dal «sicario» Pentin e ne mette in discussione la professionalità: «Non ho mai parlato con lui», dice, «ma ha usato la “diffamazione anonima" che è stata pubblicata da un altro “sicario" honduregno in un giornale locale che costantemente mi insulta e mi calunnia. Chi sono io, arcivescovo di una piccola diocesi e un piccolo Paese per apparire diffamato nella stampa mondiale, senza possibilità di difendermi?». Sarà anche piccola, la diocesi di Tegucigalpa, ma sembra ben attrezzata in quanto a mezzi finanziari, visto che una della questioni sollevate da Pentin sul conto di Maradiaga riguarda la fine che ha fatto una sovvenzione caritatevole di 1,3 milioni di dollari che il vescovo ausiliare del cardinale, José Pineda Fasquelle, ha ottenuto dal governo dell'Honduras, ma che non è mai stata resa nota. Pineda, 57 anni, ha visto le proprie dimissioni accettate da papa Francesco lo scorso 20 luglio, dopo un'indagine che il Vaticano ha condotto per mano del vescovo argentino Alcides Casaretto. Le accuse al braccio destro di Maradiaga (Pineda era suo ausiliare dal 2005) riguardano sia cattiva e opaca gestione finanziaria che comportamenti sessuali inappropriati anche con giovani seminaristi. Su questa faccenda il «sicario» Pentin ha avuto l'ardire di porre una domanda: cosa può dire il cardinale Maradiaga a proposito del suo ausiliare? Era a conoscenza di queste situazioni? Inoltre, il «sicario» ha reso nota una lettera scritta da 48 seminaristi su 180 iscritti nel seminario della diocesi di Maradiaga. «Stiamo vivendo e sperimentando», hanno scritto, «un tempo di tensione nella nostra casa a causa di situazioni gravemente immorali, soprattutto di omosessualità attiva all'interno del seminario», cosa che evidentemente è in contrasto con le attuali norme della Chiesa rispetto all'ingresso nelle case di formazione. La cosa, denunciano i seminaristi ai loro insegnanti, andrebbe avanti da tempo, tanto che «per il fatto di aver insabbiato e penalizzato questa situazione, il problema si è rafforzato, diventando, come un sacerdote ha detto non molto tempo fa, una “epidemia nel seminario"». La lettera ha fatto seguito anche al fallito tentativo di suicidio di un seminarista della diocesi honduregna di Santa Rosa de Copán, il quale aveva scoperto che il suo amante nel seminario era impegnato in un'altra relazione. Pentin sostiene anche di avere in mano «prove fotografiche di pornografia omosessuale, scambiate su Whatsapp tra seminaristi che non hanno firmato la lettera». I messaggi «sono stati verificati come autentici da specialisti informatici presso l'Università cattolica dell'Honduras che hanno perquisito la memoria del computer e hanno consegnato gli scambi ai vescovi del Paese». Il tutto sarebbe poi stato discusso dai vescovi che hanno respinto le accuse, sebbene abbiano riconosciuto che c'è una «fragilità affettiva e sessuale che ci colpisce tutti e che può generare atteggiamenti e comportamenti inappropriati». Maradiaga da parte sua avrebbe liquidato la lettera e le notizie di Pentin come «chiacchiere». E ora accusa di killeraggio un giornalista che non rinuncia a fare il proprio mestiere. Il cardinale dice di non avere avuto dal «sicario» la possibilità di difendersi, ma forse non la racconta tutta. Ha dichiarato Pentin all'inglese Catholic Herald: «Ho scritto al cardinale quattro volte quest'anno chiedendogli di commentare tutti questi problemi e di dare la sua versione della storia, invitandolo anche a incontrarmi quando fosse passato qui a Roma. Un collega che ha collaborato con me lo ha contattato in diverse occasioni per un commento. Tutte queste richieste non hanno mai avuto risposta». Eppure il cardinale ha già mostrato di conoscere la deontologia professionale dei cronisti. Emiliano Fittipaldi aveva tirato in ballo Maradiaga sul settimanale L'Espresso sul finire del 2017 per una prebenda di 35.000 euro ricevuta mensilmente, per anni, dall'Università cattolica dell'Honduras, dove il porporato era gran cancelliere, ma soprattutto per alcune manovre intorno a grandi somme di denaro della diocesi girate a finanziarie londinesi e di cui si sarebbero perse le tracce, oltre che per un'inchiesta della Corte dei conti dell'Honduras condotta sui bilanci della diocesi per il periodo 2012-2014. Dopo quella inchiesta giornalistica il Papa telefonò a Maradiaga per sostenerlo, e lui poi dichiarò alla Stampa la sua completa innocenza: «È tutta una calunnia», pubblicata da «un giornalista con poca etica». Perché, aggiunse Maradiaga, «una regola di base dell'etica professionale del comunicatore è che quando si tratta di diffondere qualcosa che riguarda una persona bisogna fare prima lo sforzo di parlare con essa». A questo punto però anche a noi abbiamo una domanda da fare al cardinale esperto di comunicazione: se Fittipaldi era colpevole di non averla interpellata, perché Pentin il «sicario», che dichiara di averle scritto quattro volte e quindi di aver fatto «lo sforzo» di parlare con lei, non ha mai ricevuto risposta? Il rapporto tra prelati e giornalisti ultimamente è davvero problematico. Se non si fanno domande non si segue l'etica professionale, ma se si fanno domande non si riceve risposta. Lorenzo Bertocchi
Romano Prodi premier nel 2006 (Ansa)
L’editorialista di Repubblica ha citato Giuseppe Conte spiegando che la nuova norma sarebbe peggiore della legge truffa e della legge Acerbo del 1923 che concesse la maggioranza alla lista di Benito Mussolini. «Stiamo virando dalle democrazie rappresentative alle autocrazie elettive», ha affermato in diretta un preoccupatissimo Giannini. A suo dire, esiste un piano di Giorgia Meloni che coincide con quello di Donald Trump in cui la riforma della giustizia, il premierato e, appunto, la legge elettorale si incastrano quali tasselli di un mosaico eversivo. Il centrodestra sarebbe, dunque, alla «ricerca di pieni poteri» e usa la legge elettorale come «scorciatoia per raggiungerli il prima possibile». Tale norma, infatti, «consente alla maggioranza di prendere tutto, dove tutto significa non solo il Parlamento, ma anche le nomine e le elezioni di tutti gli organi di garanzia, la Corte costituzionale, il Csm e la presidenza della Repubblica».
Ed eccolo qui il vero problema. La sinistra accusa Meloni di voler mettere le mani sul Colle e questo è semplicemente inaccettabile per un sola, cristallina ragione: il Quirinale è prerogativa progressista, non sia mai che vi salga qualcuno su cui il Partito democratico non abbia fatto calare la sua entusiastica benedizione. Per questo motivo i dem dichiarano ai quattro venti che il testo di legge è «inaccettabile» e «irricevibile». Elly Schlein ripete che «può essere molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti. Quindi, da questo punto di vista», ribadisce il segretario del Pd, «rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica».
Ovviamente, queste grida scomposte e allarmate sono strumentali e piuttosto pretestuose. Posto che, come notava qualcuno, questa legge potrebbe persino giovare alla Schlein, garantendole, in mancanza di altri leader credibili, di inchiodarsi alla guida del suo partito, non è affatto detto che una nuova norma avvantaggi la destra. Anzi, la storia recente insegna che le leggi elettorali pensate da una maggioranza per assicurarsi maggiore stabilità non hanno mai funzionato granché, rivelandosi più spesso un boomerang.
In ogni caso, è bene rinfrescarsi un poco la memoria a proposito di alchimie elettorali, premi di maggioranza e pieni poteri, anche solo per svelare l’ipocrisia democratica sul tema. Quelli che ora berciano di deriva autoritaria e si struggono per il premio di maggioranza abbondante, in passato hanno profittato eccome dei premi offerti dalle leggi elettorali vigenti. Nel 2006, per dire, si andò a votare con il famigerato Porcellum di cui va riconosciuta la paternità a Roberto Calderoli. Quella norma prevedeva un premio di maggioranza su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato. Il partito più votato risultò essere Forza Italia, ma vinse l’Unione di Romano Prodi con un margine risicatissimo, grazie ai famigerati voti esteri. Alla Camera, il centrosinistra prese il 49,81% dei voti contro il 49,74% del centrodestra. Grazie al premio, la sinistra prese 67 seggi in più e tanti saluti. Romano Prodi divenne presidente del Consiglio e, a stretto giro, la sinistra elesse Giorgio Napolitano al Quirinale. Nessuno si fece scrupoli, non ci furono pianti sulla deriva autoritaria e la legge elettorale pensata a destra alla fine fu un bel regalo per la sinistra. Altro giro e altro regalo nel 2013, di nuovo con il Porcellum. Il partito più votato alla Camera risultò essere il Movimento 5 stelle, che si era sempre opposto al Porcellum giudicandolo addirittura immorale. Il centrosinistra prese il 29,54% dei voti, il centrodestra il 29,18%, i grillini arrivarono al 25,5%. Grazie al premio previsto dalla legge, la sinistra ottenne 220 seggi in più e, dunque, la maggioranza alla Camera e, dato che Pier Luigi Bersani non fu in grado di trovare un accordo con i pentastellati, nacque il governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Il Pd, insomma, si prese senza restarci troppo male la presidenza del Consiglio e di lì a un paio di anni circa si avviò serenamente a scegliere Sergio Mattarella quale presidente della Repubblica.
In buona sostanza, quando c’è stato da prendere il potere, il Partito democratico non si è mai fatto troppi scrupoli, e non si è dato gran pena per il rispetto delle decisioni degli elettori, la concentrazione dei poteri. Come al solito, la deriva autoritaria non è deriva e non è autoritaria se favorisce il Pd.
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Il Bitcoin è scivolato sotto la soglia psicologica dei 64.000 dollari, bruciando - secondo i dati riportati da Bloomberg - qualcosa come 128 miliardi di capitalizzazione in poche ore. Ethereum ha fatto anche peggio, con cadute vicine all’8%.
Gli analisti lo chiamano «risk-off». Vuol dire che quando iniziano a volare i missili gli investitori cambiamo spalla al fucile. Vista la situazione puntano sulla concretezza dell’oro, che comunque è salito molto.
Il punto non è tanto quanto petrolio produce l’Iran - circa 3,45 milioni di barili al giorno, meno del 3% dell’offerta globale secondo la International Energy Agency.
Il punto è dove passa il petrolio degli altri. Il collo di bottiglia si chiama Stretto di Hormuz di cui ieri i pasdaran iraniani hanno annunciato la chiusura. Da lì transita circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio: qualcosa come 21 milioni di barili al giorno provenienti da tutto il Golfo. Non è una rotta. È la rotta. Alternative? Poche, complicate e molto più costose. Tradotto: se Hormuz si inceppa, il prezzo dell’energia non sale. Vola.
Secondo Capital Economics, citata dal Wall Street Journal, il blocco del traffico nello stretto potrebbe spingere il greggio fino a 100 dollari al barile, trascinando anche il gas naturale.
Uno scenario che aggiungerebbe tra lo 0,6% e lo 0,7% all’inflazione globale media. In altre parole: proprio quello che le banche centrali non volevano vedere mentre iniziavano a sognare il taglio dei tassi. Il rischio - sottolinea ancora il giornale americano - è quello di mandare all’aria una convalescenza economica già fragile, rallentata da guerre commerciali e crescita asfittica. Paradossalmente, la perdita dei barili iraniani, da sola, sarebbe gestibile. Analisti di Ubs osservano che Arabia Saudita e altri produttori potrebbero compensare eventuali stop temporanei. In questo senso una prima risposta potrebbe arrivare dalla riunione dei Paesi Opec di oggi. Il vero problema è l’effetto domino: assicurazioni marittime che esplodono, navi che evitano l’area, traffico che rallenta anche senza un blocco formale. Negli anni Ottanta Teheran minò quelle acque: i mercati se lo ricordano benissimo. Un petrolio stabilmente a tre cifre significherebbe inflazione di ritorno, proprio quando sembrava sconfitta. Banche centrali costrette a fermare, o invertire, i tagli dei tassi. Crescita rallentata in Europa e Stati Uniti. Nuova pressione sui Paesi emergenti importatori di energia. In sintesi: la geopolitica che si trasforma immediatamente in macroeconomia.
La globalizzazione digitale, l’Intelligenza artificiale, la finanza algoritmica. Tutto modernissimo. Poi basta un tratto di mare tra Iran e Oman per ricordare che l’economia mondiale funziona ancora con logiche ottocentesche: navi, petrolio, strozzature fisiche. Le criptovalute dovevano essere il futuro senza confini. Alla prima crisi vera, hanno reagito come qualsiasi asset speculativo: scendendo. Il petrolio, invece, continua a fare quello che fa da un secolo: comanda. E oggi, più che nei palazzi della diplomazia, il destino dell’economia mondiale si decide lì, nello Stretto di Hormuz. Dove non passa solo il greggio. Passa il sangue dei mercati.
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Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer (Ansa)
«A seguito della situazione in corso in Iran, lunedì convocherò un collegio speciale dei commissari», ha scritto su X la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Nelle stesse ore, la numero uno dell’esecutivo comunitario ha sottolineato che «per la sicurezza e la stabilità regionale è di fondamentale importanza che non si verifichi un’ulteriore escalation attraverso gli attacchi ingiustificati dell’Iran contro i partner della regione». Dalla Commissione Ue e dal Servizio europeo per l’azione esterna è arrivato anche l’ormai rituale invito alla «massima moderazione», al «pieno rispetto del diritto internazionale» e alla protezione dei civili. Il lessico è quello tipico delle crisi internazionali: «grande preoccupazione», «stabilità regionale», «de-escalation». Nessuna iniziativa diplomatica autonoma, insomma, ma l’annuncio di un collegio straordinario e l’ennesimo appello alla prudenza.
Leggermente diverso, almeno nelle forme, l’atteggiamento dei cosiddetti «volenterosi». Germania, Francia e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui affermano di «condannare gli attacchi iraniani nella regione» e chiedono che Teheran «si astenga da ulteriori azioni destabilizzanti e torni al tavolo dei negoziati». I tre leader precisano di «non aver partecipato ai raid», ma di restare «in stretto coordinamento con gli alleati». È un ricompattamento che mira a dare un segnale politico, pur muovendosi dentro il perimetro atlantico e, di fatto, oltre Bruxelles, ancora una volta scavalcata. Il premier britannico Keir Starmer ha inoltre confermato che «jet britannici sono stati coinvolti in operazioni di difesa degli alleati», chiarendo che Londra non ha preso parte all’attacco. Anche Berlino si è mossa sul piano dei contatti diretti: il cancelliere Friedrich Merz ha parlato al telefono con il premier israeliano Benjamin Netanyahu nelle ore successive all’inizio dell’operazione, secondo quanto riferito da fonti del governo tedesco. Parigi, dal canto suo, ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il presidente Emmanuel Macron ha parlato di «gravi conseguenze per la pace e la sicurezza internazionali» e ha sollecitato una ripresa dei negoziati sul programma nucleare e sui missili iraniani, insistendo sulla necessità di «evitare un allargamento del conflitto» e di «privilegiare la via diplomatica».
Posizioni ritenute evidentemente morbide dal repubblicano Lindsey Graham, che ha definito «un eufemismo» dire di essere deluso dalla posizione europea, sostenendo che le democrazie occidentali «perdono la passione per la giustizia e il senso del bene e del male quanto più l’evento si svolge lontano dalle loro coste».
Ben diverse le reazioni di Mosca e Pechino. Il ministero degli Esteri russo ha definito i raid «un atto di aggressione armata non provocata», denunciando il rischio di una «pericolosa escalation» e chiedendo la convocazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Anche la Cina si è detta «fortemente preoccupata» e ha chiesto «l’immediata cessazione delle operazioni militari», richiamando al rispetto della «sovranità, sicurezza e integrità territoriale» dell’Iran. Pechino ha invitato tutte le parti a «evitare ulteriori escalation» e a tornare «al dialogo e ai negoziati» per salvaguardare pace e stabilità in Medio Oriente.
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Ingredienti – 360 gr di pasta di semola di grando duro italiano (scegliete i formati corti: eliche, fusilloni, tortiglioni noi abbiamo optato per le orecchiette) 250 gr di champignon o altri funghi coltivati (se non li avete potete sostituire con 80 gr di funghi secchi da far rinvenire in acqua tiepida per una buona mezz’ora), due salsicce opime (diciamo almeno 300 gr) e fresche, due spicchi d’aglio, due peperoncini, un ciuffo di prezzemolo, 40 gr di olio extravergine di oliva sale q.b.
Procedimento – Mondate i funghi e fateli a fettine di circa 3 millimetri di spessore (se avete i funghi secchi una volta rinvenuti strizzateli e tritali grossolanamente), sgranate le salsicce in modo da avere dei pizzicotti di carne, tritate finemente il prezzemolo e liberate dalla buccia i due spicchi d’aglio poi tagliateli a metà per la lunghezza ed eventualmente togliete l’anima all’interno se la vedete verde. Mettete sul fuoco una pentola con abbondante acqua per cuocere la pasta. Ora in una padella capace, ci dovete saltare la pasta, mettete un filo d’olio extravergine e poi fate sudare a fuoco basso i pezzetti di salsiccia in modo che rilascino il grasso. Toglieteli dalla padella e ora aggiungete l’aglio e il peperoncino, fate prendere calore, aggiungete altro olio extravergine di oliva e mettete in padella i funghi, fateli andare a fuoco moderato. Lessate la pasta salando l’acqua e a un paio di minuti dalla cottura ritirate l’aglio e il peperoncino e aggiungete di nuovo ai funghi la salsiccia, aggiustate di sale e alzate la fiamma. Scolate la pasta e saltatela nel sugo di funghi e salsiccia aggiungendo il prezzemolo tritato e se vi va mantecate con un po’ di formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di sgranare le salsicce.
Abbinamento – In onore di Francesco Redi noi abbiamo scelto un Chianti dei Colli Aretini, ci va benissimo un Montepulciano d’Abruzzo o se volete stare al Sud un Aglianico del Vulture.
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