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2022-12-21
Tutti i nomi della rete di Panzeri
L'ex eurodeputato Antonio Panzeri con l'attuale ambasciatore del Marocco a Varsavia Abderrahim Atmoun in una foto postata nel maggio 2019 sul profilo Facebook dell'Ambasciata del Marocco in Polonia. Nella foto anche Francesco Giorgi che nel 2019 era assistente dell'ex eurodeputato (Ansa)
Nel decreto di perquisizione e di ispezione dei sistemi informatici emesso dalla Procura di Milano (in esecuzione di un ordine europeo di indagine) nei confronti di Pier Antonio Panzeri sono elencati dieci nomi. I quali, secondo gli inquirenti, rappresenterebbero la rete dell’ex eurodeputato pd. Il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale ha chiesto agli uomini delle Fiamme gialle inviati a casa dell’ex sindacalista a Calusco d’Adda (Bergamo) di andare alla ricerca di «titoli, contanti, oro, orologi di valore, di documenti, anche informatici, relativi a conti bancari in Italia e all’estero, presso la Lift bank (Brasile) e altrove; tutti i documenti, anche informatici, relativi alle relazioni con il Marocco e con il Qatar; tutti i documenti, anche informatici, o altri oggetti relativi alle seguenti persone». E subito dopo, con numeri romani, viene stilato un elenco di dieci soggetti che evidentemente a giudizio degli inquirenti belgi formerebbero il cerchio magico di Panzeri.
Al primo posto c’è Francesco Giorgi, l’ex assistente parlamentare arrestato a Bruxelles e tuttora in carcere. È considerato una figura chiave dell’inchiesta e sembra aver coinvolto nei suoi magheggi anche il padre Luciano e il fratello Stefano, i quali hanno dato vita a una Srl chiamata Equality consultancy, che offriva servizi nel settore delle relazioni internazionali e delle organizzazioni non governative. C’è poi il capo mondiale dei sindacalisti Luca Visentini che, come rivelato dalla Verità, ha ricevuto tre buste con circa 50.000 euro da Panzeri come finanziamento all’Ituc («Sotto forma di donazione per rimborsare alcuni costi della mia campagna per il congresso»). La lista continua con Giuseppe Meroni, già collaboratore all’Europarlamento prima di Panzeri e poi, per pochi mesi, dell’eurodeputata Lara Comi , che lo ha immediatamente licenziato dopo lo scoppio dello scandalo; con Nicolò Figà Talamanca, segretario generale della Ong No peace without justice, organizzazione fondata da Emma Bonino. Figà Talamanca è ancora in carcere anche perché uno dei principali indagati dell’inchiesta, Francesco Giorgi, spiegava ai suoi interlocutori che le Ong servivano per far girare i soldi. Ieri il gip di Aosta ha fatto sequestrare in via preventiva la casa di Cervinia comprata dalla sua società Nakaz Development: un acquisto al centro del filone per riciclaggio di cui avevamo dato notizia in esclusiva. Al quinto posto c’è Simona Russo, segretaria della Ong di Panzeri, Fight Impunity. Al sesto Carlo Bittarelli, ex consulente politico del gruppo dei Socialisti e democratici, nonché impiegato nella sub commissione per i diritti umani del Parlamento europeo, presieduta sino al 2019 proprio da Panzeri. La settima piazza è riservata a Eva Kaili, ex vicepresidente dell’Europarlamento, la quale, come vedremo, ha iniziato a scaricare le responsabilità sull’ex sindacalista della Cgil di origini bergamasche. Segue Mychelle Rieu, ovvero la capo segreteria della già citata subcommissione. Tra il 14 e il 15 dicembre alla donna è stato perquisito e sigillato l’ufficio. Al nono posto c’è Donatella Rostagno, assistente dell’europarlamentare belga di origini italiane Maria Arena.L’ultimo dell’elenco è Davide Zoggia, ex deputato pd e oggi assistente dell’europarlamentare Pietro Bartolo (ex sindaco di Lampedusa), suo compagno di partito. Ricordiamo che il figlio di Bartolo, Giacomo, è stato assunto per un periodo, a 1.900 euro al mese, presso la Ong di Panzeri.
Ovviamente questo presunto network è in fase di verifica e molte delle figure indicate potrebbero presto allontanare da sé i sospetti del giudice istruttore Michel Claise. Il quale, in questa caccia ai ladri, è assistito da due poliziotti (entrambi «ispettore principale») di grande esperienza: Bruno Arnold e Ceferino Alvarez Rodriguez. Quest’ultimo si è occupato di criminalità organizzata, riciclaggio e finanziamento al terrorismo per 26 anni, per poi passare all’ufficio centrale per la lotta alla corruzione. Risulta consulente esperto dell’Unodc, cioè l’ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. Ieri quando abbiamo contattato Arnold, quest’ultimo, prima di interrompere la chiamata, ci ha solo chiesto: «Chi vi ha dato il mio numero di cellulare?».
Ieri, intanto, la Corte d’appello di Brescia ha rinviato al 3 gennaio l’udienza sull’estradizione di Silvia Panzeri. I giudici italiani cercheranno informazioni sulle condizioni carcerarie in Belgio, prima di decidere se consegnare o meno la donna. In Marocco la trentottenne bergamasca e la madre, Maria Dolores (Colleoni), sarebbero state trattate come personalità di rilievo. Una serie di intercettazioni effettuate dalla Sûreté nationale (il servizio segreto belga), che il quotidiano Le Soir ha divulgato ieri, offre un quadro del contesto che ha portato le autorità a chiedere l’arresto e l’estradizione. Il 4 giugno 2022 le donne sono in Marocco. Panzeri chiama la consorte per chiedere notizie. La Colleoni risponde: «È andato tutto bene, siamo state presentate come Vip, siamo andati da Atmoun (Abderrahim, un diplomatico marocchino citato negli atti, ndr) a prendere un caffè…». A quel punto Panzeri sembra alludere ai «regali» citati nei mandati di cattura: «Hai visto le scatole?». La Colleoni risponde: «Sì, viste! Perché dopo ha infilato qualche prodotto nei sacchetti prima di andare via! Eh eh!». Gli investigatori annotano che Panzeri ricambia la risata. L’intercettazione è contenuta in una nota dei servizi belgi, declassificata per l’invio alla Procura federale. Gli 007 di Bruxelles sono convinti che il viaggio non fosse di piacere, ma avesse come scopo «riportare (in Italia, ndr) possibili retribuzioni per attività di ingerenza a favore del Marocco». È la telefonata che ha portato ai domiciliari le due donne. Nei mandati di cattura internazionali, come prova del loro presunto coinvolgimento, è annotato che «sembrano essere pienamente a conoscenza delle attività del loro marito/padre e si occupano persino del trasporto dei “doni” dati in Marocco da Abderrahim Atmoun, l’ambasciatore del Marocco in Polonia». Poche ore dopo la telefonata è lo stesso Atmoun a confermare a Panzeri (che accoglie la notizia con una risata) di aver messo «prodotti» nella borsa della moglie. Poi i due parlano di affari e Panzeri chiede notizie sulla «cosa di sua figlia» alla quale intende far scrivere una «bozza di convenzione», apparentemente riferita al «consiglio dei marocchini nel mondo» che avrebbe inviato lui stesso ad Atmoun. Il diplomatico conferma e parla di un contratto «per l’anno». In un’intercettazione ambientale risalente a fine luglio 2022 nella residenza italiana della coppia, trascritta dalla Sûreté nationale, parlano di beni acquisiti in modo potenzialmente illecito. I belgi hanno piazzato nell’appartamento italiano dei Panzeri delle microspie e queste hanno intercettato una frase della Colleoni, considerata molto importante, ma che tradotta in francese dagli inquirenti, non risulta chiarissima: «Dobbiamo sperare di non tornare qui, troveremmo di tutto e di più!». Il quotidiano belga ricorda che proprio in quella abitazione gli investigatori italiani hanno rinvenuto 17.000 euro in contanti.
Panzeri intanto avrebbe iniziato a collaborare e avrebbe spiegato che cosa prevedesse l’accordo occulto: «Che avremmo lavorato per evitare delle risoluzioni contro i Paesi e in cambio avremmo ricevuto 50.000 euro». Poi, però, avrebbe accusato l’ex collega belga Marc Tarabella e fatto allusioni anche su Andrea Cozzolino: «Non ho prove, ma voi dovreste controllare il presidente attuale della delegazione del Maghreb». Intanto, seguendo le orme del compagno Giorgi, anche l’ex vicepresidente (S&D) del Parlamento europeo, la greca Eva Kaili, avrebbe iniziato a parlare con i magistrati. In particolare avrebbe ammesso di essere stata lei a chiedere a suo padre di nascondere i 600.000 poi rinvenuti nel trolley che l’uomo aveva con sé. Il genitore è stato fermato poche ore dopo l’arresto di Giorgi, mentre cercava rifugio al Sofitel di Bruxelles. Nel mandato di cattura emesso contro la Kaili il 9 dicembre dal giudice istruttore Claise si legge, infatti, che «l’imputata ha ammesso di aver incaricato il padre di nascondere il denaro». E ancora: «Afferma di aver saputo in passato dell’attività del marito (Francesco Giorgi, ndr) con il signor Panzeri e che per il suo appartamento passavano valigie di biglietti». Quando la polizia piomba sul marito che aveva appena lasciato il loro appartamento in rue Wiertz, la Kaili avrebbe perso la testa. Oltre a coinvolgere il padre, la donna «ha tentato di avvertire Panzeri, ma anche due eurodeputati citati nella presente inchiesta». Ma secondo i media greci Michalis Dimitrakopoulos, legale della politica, avrebbe respinto l’indiscrezione: «La signora Kaili non ha mai confessato di aver chiesto a suo padre di trasferire denaro per nasconderlo». E avrebbe aggiunto che la sua assistita «ha saputo di questi soldi all’ultimo minuto e ha chiesto subito che andassero al loro proprietario». Che secondo Dimitrakopoulos sarebbe «il signor Panzeri». In base alla ricostruzione dell’avvocato della Kaili quindi, più che di un tentativo di nascondere i soldi si sarebbe trattato di un maldestro tentativo di restituzione. Per gli inquirenti belgi, però, sarebbe stata la stessa europarlamentare a intervenire «a difesa degli interessi del Qatar, avendo incontrato», su richiesta di Panzeri, «il ministro del Lavoro» del governo di Doha. Lo stesso che, a ottobre, aveva portato il denaro da consegnare, diviso in tre buste, al sindacalista Visentini. Panzeri «avrebbe impartito» i suoi ordini alla Kaili, annotano gli inquirenti, «per il tramite del marito». L’ex eurodeputato Pd sarebbe arrivato a intimare a Giorgi: «Eva non deve parlare con l’olandese!». Ricordiamo che, secondo quanto risulta alla Verità, sarebbero stati uno o più eurodeputati dei Paesi bassi a far partire l’inchiesta, denunciando i tentativi dei servizi segreti marocchini di ingerire nell’attività dell’Europarlamento.
Infine le indiscrezioni sull’indagine pubblicate sui media hanno messo in allarme i magistrati belgi, che hanno annunciato di aver aperto un fascicolo per fughe di notizie.
Da critico a neutrale Piroette dell’indagato sui diritti umani e il regime di Baku
Un approccio nei confronti dell’Azerbaijan che da fortemente critico diventa «costruttivo», quello di Pier Antonio Panzeri. La giravolta, ricostruita attraverso i cablo dell’ambasciata azera in Belgio, è rapida. E segue un incontro tra il rappresentante diplomatico azero a Bruxelles e Panzeri stesso, all’indomani della nomina dell’allora eurodeputato al vertice della subcommissione Diritti umani, nel 2016.
Con lo scandalo delle ingerenze di Qatar e Marocco al Parlamento europeo, a molti osservatori è tornata alla mente la vicenda della «diplomazia del caviale», lo scandalo che sconvolse il Consiglio d’Europa per le ingerenze dell’Azerbaijan. Siamo a metà del decennio passato e al Paese ex sovietico sta a cuore la posizione dell’Europa sui diritti umani e la sua azione nelle istituzioni europee, in quegli anni, è molto incisiva, tanto per usare un eufemismo. Al Consiglio d’Europa (che non c’entra nulla con la Ue) c’è stato perfino un parlamentare (anche in questo caso italiano, Luca Volontè) condannato per aver preso soldi dagli azeri in cambio dell’ammorbidimento di un rapporto sui diritti umani nel Paese.
«più equilibrato»
Una serie di cablo recuperati grazie a un leak di documenti ufficiali azeri del 2018 consente di ricostruire le attenzioni che le autorità del Paese rivolgono al Parlamento europeo. Il 31 gennaio del 2016, l’ambasciata «riepiloga» al proprio ministero degli Esteri le relazioni con l’Europarlamento dopo la formazione della subcommissione Diritti umani. «Quanto ad A. Panzeri, appena eletto presidente, si è occupato a lungo di diritti umani […]. È tra i deputati che hanno tenuto discorsi critici e, secondo la sua posizione, le clausole sui diritti umani dovrebbero essere obbligatorie in tutti gli accordi» di partenariato della Ue. In questo ambito, Panzeri si è occupato «di molti Paesi» e nel corso della sua attività ha formulato «discorsi critici contro l’Azerbaijan».
«Va notato», prosegue il cablo, «che l’ambasciatore Iskenderov ha incontrato A. Panzeri e al termine della riunione il membro del Parlamento europeo ha assunto una posizione più equilibrata. Inoltre ha spiegato che i presidenti dei comitati assumono una posizione neutrale su questioni contrastanti». Non è proprio così, ma il cablo non si addentra negli argomenti utilizzati dall’ambasciatore per convincere Panzeri ad avere una posizione «più equilibrata» o «neutrale» su una questione - i diritti umani in Azerbaijan e il conflitto con l’Armenia sul Nagorno-Karabak - che in quel periodo come detto interessavano molto a Baku. Va precisato che al momento non risultano indagini in corso sulla vicenda, né è stato possibile avere riscontri in merito dalle autorità che indagano sullo scandalo di corruzione che sta scuotendo Bruxelles.
Nello stesso cablo è citato anche un neo componente della commissione Diritti umani (detta Droi nel linguaggio delle istituzioni Ue). Si tratta del rumeno Cristian Dan Preda del Partito popolare europeo, che «ha un approccio costruttivo» e con il quale «abbiamo rapporti […] efficaci». Nel settembre dell’anno precedente, era stato proprio Preda, nel corso di una animata sessione plenaria dell’Europarlamento dedicata ai diritti umani in Azerbaijan, a ergersi a «difensore» del regime di Baku, senza peraltro riuscire a evitare un voto di condanna da parte dell’assemblea. Panzeri era stato uno dei coautori della risoluzione, ricorda il cablo citato in precedenza, ma questo avveniva prima del cambio di linea politica e del passaggio all’atteggiamento «costruttivo». Con lo stesso termine - «costruttivo» - l’ex europarlamentare viene definito anche in un cablo successivo che contiene uno schema dettagliato sull’atteggiamento di una serie di europarlamentari rispetto ai temi che interessano a Baku. Su Panzeri il giudizio è «positivo - supporta l’Azerbaijan», riporta ancora la nota.
la questione karabak
Un anno più tardi, nell’aprile del 2017, è ancora Panzeri a rassicurare gli azeri su una conferenza stampa organizzata da un parlamentare del Ppe nel febbraio precedente per dare voce agli armeni del Nagorno-Karabak. Una «iniziativa personale» del parlamentare, scrive Panzeri replicando alle proteste dell’ambasciata, e non una «iniziativa del Parlamento». Una lettera formale, con la quale Panzeri ricorda che il Nagorno-Karabak non è riconosciuto come un Paese indipendente dalla Ue e nella quale ribadisce il proprio impegno per un dialogo «franco e costruttivo» con Baku.
D’altra parte quell’incontro aveva causato molta irritazione, fino alla minaccia di interruzione delle relazioni interparlamentari da parte dell’ambasciatore azero. Le rassicurazioni formali erano state precedute da quelle informali. Con il rumeno Prada, referente principale degli azeri all’Europarlamento e dello stesso partito dell’organizzatore (il lussemburghese Franck Engel), che aveva assicurato di non saperne nulla e di essere stato persino assente quel giorno.
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Il cerchio dei pm belgi che indagano sulle mazzette di Qatar e Marocco si stringe attorno a dieci collaboratori. La Kaili scarica l’ex sindacalista. Nelle intercettazioni moglie e figlia parlano di regali e contratti con Rabat.La metamorfosi di Antonio Panzeri nei cablo dell’ambasciata azera Dal 2016, con l’eurodeputato era sorto un rapporto «costruttivo».Lo speciale contiene due articoli Nel decreto di perquisizione e di ispezione dei sistemi informatici emesso dalla Procura di Milano (in esecuzione di un ordine europeo di indagine) nei confronti di Pier Antonio Panzeri sono elencati dieci nomi. I quali, secondo gli inquirenti, rappresenterebbero la rete dell’ex eurodeputato pd. Il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale ha chiesto agli uomini delle Fiamme gialle inviati a casa dell’ex sindacalista a Calusco d’Adda (Bergamo) di andare alla ricerca di «titoli, contanti, oro, orologi di valore, di documenti, anche informatici, relativi a conti bancari in Italia e all’estero, presso la Lift bank (Brasile) e altrove; tutti i documenti, anche informatici, relativi alle relazioni con il Marocco e con il Qatar; tutti i documenti, anche informatici, o altri oggetti relativi alle seguenti persone». E subito dopo, con numeri romani, viene stilato un elenco di dieci soggetti che evidentemente a giudizio degli inquirenti belgi formerebbero il cerchio magico di Panzeri. Al primo posto c’è Francesco Giorgi, l’ex assistente parlamentare arrestato a Bruxelles e tuttora in carcere. È considerato una figura chiave dell’inchiesta e sembra aver coinvolto nei suoi magheggi anche il padre Luciano e il fratello Stefano, i quali hanno dato vita a una Srl chiamata Equality consultancy, che offriva servizi nel settore delle relazioni internazionali e delle organizzazioni non governative. C’è poi il capo mondiale dei sindacalisti Luca Visentini che, come rivelato dalla Verità, ha ricevuto tre buste con circa 50.000 euro da Panzeri come finanziamento all’Ituc («Sotto forma di donazione per rimborsare alcuni costi della mia campagna per il congresso»). La lista continua con Giuseppe Meroni, già collaboratore all’Europarlamento prima di Panzeri e poi, per pochi mesi, dell’eurodeputata Lara Comi , che lo ha immediatamente licenziato dopo lo scoppio dello scandalo; con Nicolò Figà Talamanca, segretario generale della Ong No peace without justice, organizzazione fondata da Emma Bonino. Figà Talamanca è ancora in carcere anche perché uno dei principali indagati dell’inchiesta, Francesco Giorgi, spiegava ai suoi interlocutori che le Ong servivano per far girare i soldi. Ieri il gip di Aosta ha fatto sequestrare in via preventiva la casa di Cervinia comprata dalla sua società Nakaz Development: un acquisto al centro del filone per riciclaggio di cui avevamo dato notizia in esclusiva. Al quinto posto c’è Simona Russo, segretaria della Ong di Panzeri, Fight Impunity. Al sesto Carlo Bittarelli, ex consulente politico del gruppo dei Socialisti e democratici, nonché impiegato nella sub commissione per i diritti umani del Parlamento europeo, presieduta sino al 2019 proprio da Panzeri. La settima piazza è riservata a Eva Kaili, ex vicepresidente dell’Europarlamento, la quale, come vedremo, ha iniziato a scaricare le responsabilità sull’ex sindacalista della Cgil di origini bergamasche. Segue Mychelle Rieu, ovvero la capo segreteria della già citata subcommissione. Tra il 14 e il 15 dicembre alla donna è stato perquisito e sigillato l’ufficio. Al nono posto c’è Donatella Rostagno, assistente dell’europarlamentare belga di origini italiane Maria Arena.L’ultimo dell’elenco è Davide Zoggia, ex deputato pd e oggi assistente dell’europarlamentare Pietro Bartolo (ex sindaco di Lampedusa), suo compagno di partito. Ricordiamo che il figlio di Bartolo, Giacomo, è stato assunto per un periodo, a 1.900 euro al mese, presso la Ong di Panzeri. Ovviamente questo presunto network è in fase di verifica e molte delle figure indicate potrebbero presto allontanare da sé i sospetti del giudice istruttore Michel Claise. Il quale, in questa caccia ai ladri, è assistito da due poliziotti (entrambi «ispettore principale») di grande esperienza: Bruno Arnold e Ceferino Alvarez Rodriguez. Quest’ultimo si è occupato di criminalità organizzata, riciclaggio e finanziamento al terrorismo per 26 anni, per poi passare all’ufficio centrale per la lotta alla corruzione. Risulta consulente esperto dell’Unodc, cioè l’ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. Ieri quando abbiamo contattato Arnold, quest’ultimo, prima di interrompere la chiamata, ci ha solo chiesto: «Chi vi ha dato il mio numero di cellulare?». Ieri, intanto, la Corte d’appello di Brescia ha rinviato al 3 gennaio l’udienza sull’estradizione di Silvia Panzeri. I giudici italiani cercheranno informazioni sulle condizioni carcerarie in Belgio, prima di decidere se consegnare o meno la donna. In Marocco la trentottenne bergamasca e la madre, Maria Dolores (Colleoni), sarebbero state trattate come personalità di rilievo. Una serie di intercettazioni effettuate dalla Sûreté nationale (il servizio segreto belga), che il quotidiano Le Soir ha divulgato ieri, offre un quadro del contesto che ha portato le autorità a chiedere l’arresto e l’estradizione. Il 4 giugno 2022 le donne sono in Marocco. Panzeri chiama la consorte per chiedere notizie. La Colleoni risponde: «È andato tutto bene, siamo state presentate come Vip, siamo andati da Atmoun (Abderrahim, un diplomatico marocchino citato negli atti, ndr) a prendere un caffè…». A quel punto Panzeri sembra alludere ai «regali» citati nei mandati di cattura: «Hai visto le scatole?». La Colleoni risponde: «Sì, viste! Perché dopo ha infilato qualche prodotto nei sacchetti prima di andare via! Eh eh!». Gli investigatori annotano che Panzeri ricambia la risata. L’intercettazione è contenuta in una nota dei servizi belgi, declassificata per l’invio alla Procura federale. Gli 007 di Bruxelles sono convinti che il viaggio non fosse di piacere, ma avesse come scopo «riportare (in Italia, ndr) possibili retribuzioni per attività di ingerenza a favore del Marocco». È la telefonata che ha portato ai domiciliari le due donne. Nei mandati di cattura internazionali, come prova del loro presunto coinvolgimento, è annotato che «sembrano essere pienamente a conoscenza delle attività del loro marito/padre e si occupano persino del trasporto dei “doni” dati in Marocco da Abderrahim Atmoun, l’ambasciatore del Marocco in Polonia». Poche ore dopo la telefonata è lo stesso Atmoun a confermare a Panzeri (che accoglie la notizia con una risata) di aver messo «prodotti» nella borsa della moglie. Poi i due parlano di affari e Panzeri chiede notizie sulla «cosa di sua figlia» alla quale intende far scrivere una «bozza di convenzione», apparentemente riferita al «consiglio dei marocchini nel mondo» che avrebbe inviato lui stesso ad Atmoun. Il diplomatico conferma e parla di un contratto «per l’anno». In un’intercettazione ambientale risalente a fine luglio 2022 nella residenza italiana della coppia, trascritta dalla Sûreté nationale, parlano di beni acquisiti in modo potenzialmente illecito. I belgi hanno piazzato nell’appartamento italiano dei Panzeri delle microspie e queste hanno intercettato una frase della Colleoni, considerata molto importante, ma che tradotta in francese dagli inquirenti, non risulta chiarissima: «Dobbiamo sperare di non tornare qui, troveremmo di tutto e di più!». Il quotidiano belga ricorda che proprio in quella abitazione gli investigatori italiani hanno rinvenuto 17.000 euro in contanti. Panzeri intanto avrebbe iniziato a collaborare e avrebbe spiegato che cosa prevedesse l’accordo occulto: «Che avremmo lavorato per evitare delle risoluzioni contro i Paesi e in cambio avremmo ricevuto 50.000 euro». Poi, però, avrebbe accusato l’ex collega belga Marc Tarabella e fatto allusioni anche su Andrea Cozzolino: «Non ho prove, ma voi dovreste controllare il presidente attuale della delegazione del Maghreb». Intanto, seguendo le orme del compagno Giorgi, anche l’ex vicepresidente (S&D) del Parlamento europeo, la greca Eva Kaili, avrebbe iniziato a parlare con i magistrati. In particolare avrebbe ammesso di essere stata lei a chiedere a suo padre di nascondere i 600.000 poi rinvenuti nel trolley che l’uomo aveva con sé. Il genitore è stato fermato poche ore dopo l’arresto di Giorgi, mentre cercava rifugio al Sofitel di Bruxelles. Nel mandato di cattura emesso contro la Kaili il 9 dicembre dal giudice istruttore Claise si legge, infatti, che «l’imputata ha ammesso di aver incaricato il padre di nascondere il denaro». E ancora: «Afferma di aver saputo in passato dell’attività del marito (Francesco Giorgi, ndr) con il signor Panzeri e che per il suo appartamento passavano valigie di biglietti». Quando la polizia piomba sul marito che aveva appena lasciato il loro appartamento in rue Wiertz, la Kaili avrebbe perso la testa. Oltre a coinvolgere il padre, la donna «ha tentato di avvertire Panzeri, ma anche due eurodeputati citati nella presente inchiesta». Ma secondo i media greci Michalis Dimitrakopoulos, legale della politica, avrebbe respinto l’indiscrezione: «La signora Kaili non ha mai confessato di aver chiesto a suo padre di trasferire denaro per nasconderlo». E avrebbe aggiunto che la sua assistita «ha saputo di questi soldi all’ultimo minuto e ha chiesto subito che andassero al loro proprietario». Che secondo Dimitrakopoulos sarebbe «il signor Panzeri». In base alla ricostruzione dell’avvocato della Kaili quindi, più che di un tentativo di nascondere i soldi si sarebbe trattato di un maldestro tentativo di restituzione. Per gli inquirenti belgi, però, sarebbe stata la stessa europarlamentare a intervenire «a difesa degli interessi del Qatar, avendo incontrato», su richiesta di Panzeri, «il ministro del Lavoro» del governo di Doha. Lo stesso che, a ottobre, aveva portato il denaro da consegnare, diviso in tre buste, al sindacalista Visentini. Panzeri «avrebbe impartito» i suoi ordini alla Kaili, annotano gli inquirenti, «per il tramite del marito». L’ex eurodeputato Pd sarebbe arrivato a intimare a Giorgi: «Eva non deve parlare con l’olandese!». Ricordiamo che, secondo quanto risulta alla Verità, sarebbero stati uno o più eurodeputati dei Paesi bassi a far partire l’inchiesta, denunciando i tentativi dei servizi segreti marocchini di ingerire nell’attività dell’Europarlamento. 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E segue un incontro tra il rappresentante diplomatico azero a Bruxelles e Panzeri stesso, all’indomani della nomina dell’allora eurodeputato al vertice della subcommissione Diritti umani, nel 2016. Con lo scandalo delle ingerenze di Qatar e Marocco al Parlamento europeo, a molti osservatori è tornata alla mente la vicenda della «diplomazia del caviale», lo scandalo che sconvolse il Consiglio d’Europa per le ingerenze dell’Azerbaijan. Siamo a metà del decennio passato e al Paese ex sovietico sta a cuore la posizione dell’Europa sui diritti umani e la sua azione nelle istituzioni europee, in quegli anni, è molto incisiva, tanto per usare un eufemismo. Al Consiglio d’Europa (che non c’entra nulla con la Ue) c’è stato perfino un parlamentare (anche in questo caso italiano, Luca Volontè) condannato per aver preso soldi dagli azeri in cambio dell’ammorbidimento di un rapporto sui diritti umani nel Paese. «più equilibrato» Una serie di cablo recuperati grazie a un leak di documenti ufficiali azeri del 2018 consente di ricostruire le attenzioni che le autorità del Paese rivolgono al Parlamento europeo. Il 31 gennaio del 2016, l’ambasciata «riepiloga» al proprio ministero degli Esteri le relazioni con l’Europarlamento dopo la formazione della subcommissione Diritti umani. «Quanto ad A. Panzeri, appena eletto presidente, si è occupato a lungo di diritti umani […]. È tra i deputati che hanno tenuto discorsi critici e, secondo la sua posizione, le clausole sui diritti umani dovrebbero essere obbligatorie in tutti gli accordi» di partenariato della Ue. In questo ambito, Panzeri si è occupato «di molti Paesi» e nel corso della sua attività ha formulato «discorsi critici contro l’Azerbaijan». «Va notato», prosegue il cablo, «che l’ambasciatore Iskenderov ha incontrato A. Panzeri e al termine della riunione il membro del Parlamento europeo ha assunto una posizione più equilibrata. Inoltre ha spiegato che i presidenti dei comitati assumono una posizione neutrale su questioni contrastanti». Non è proprio così, ma il cablo non si addentra negli argomenti utilizzati dall’ambasciatore per convincere Panzeri ad avere una posizione «più equilibrata» o «neutrale» su una questione - i diritti umani in Azerbaijan e il conflitto con l’Armenia sul Nagorno-Karabak - che in quel periodo come detto interessavano molto a Baku. Va precisato che al momento non risultano indagini in corso sulla vicenda, né è stato possibile avere riscontri in merito dalle autorità che indagano sullo scandalo di corruzione che sta scuotendo Bruxelles. Nello stesso cablo è citato anche un neo componente della commissione Diritti umani (detta Droi nel linguaggio delle istituzioni Ue). Si tratta del rumeno Cristian Dan Preda del Partito popolare europeo, che «ha un approccio costruttivo» e con il quale «abbiamo rapporti […] efficaci». Nel settembre dell’anno precedente, era stato proprio Preda, nel corso di una animata sessione plenaria dell’Europarlamento dedicata ai diritti umani in Azerbaijan, a ergersi a «difensore» del regime di Baku, senza peraltro riuscire a evitare un voto di condanna da parte dell’assemblea. Panzeri era stato uno dei coautori della risoluzione, ricorda il cablo citato in precedenza, ma questo avveniva prima del cambio di linea politica e del passaggio all’atteggiamento «costruttivo». Con lo stesso termine - «costruttivo» - l’ex europarlamentare viene definito anche in un cablo successivo che contiene uno schema dettagliato sull’atteggiamento di una serie di europarlamentari rispetto ai temi che interessano a Baku. Su Panzeri il giudizio è «positivo - supporta l’Azerbaijan», riporta ancora la nota. la questione karabak Un anno più tardi, nell’aprile del 2017, è ancora Panzeri a rassicurare gli azeri su una conferenza stampa organizzata da un parlamentare del Ppe nel febbraio precedente per dare voce agli armeni del Nagorno-Karabak. Una «iniziativa personale» del parlamentare, scrive Panzeri replicando alle proteste dell’ambasciata, e non una «iniziativa del Parlamento». Una lettera formale, con la quale Panzeri ricorda che il Nagorno-Karabak non è riconosciuto come un Paese indipendente dalla Ue e nella quale ribadisce il proprio impegno per un dialogo «franco e costruttivo» con Baku. D’altra parte quell’incontro aveva causato molta irritazione, fino alla minaccia di interruzione delle relazioni interparlamentari da parte dell’ambasciatore azero. Le rassicurazioni formali erano state precedute da quelle informali. Con il rumeno Prada, referente principale degli azeri all’Europarlamento e dello stesso partito dell’organizzatore (il lussemburghese Franck Engel), che aveva assicurato di non saperne nulla e di essere stato persino assente quel giorno.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.