
Mentre i riflettori europei erano accesi sui dazi imposti dal presidente americano Donald Trump, non ci accorgevamo che la Cina ci invadeva con i suoi prodotti. Un assalto al mercato europeo che si è intensificato nel 2025 usando anche la triangolazione con Paesi del Sud Est asiatico, come Vietnam e Cambogia per bypassare lo sbarramento delle tariffe. L’invasione ha approfittato anche del fatto che tutta l’attenzione politica e mediatica era rivolta al «gigante cattivo» cioè gli Stati Uniti.
Dalla tabella dell’Istat che riporta i saldi della bilancia commerciale italiana con i Paesi extra Ue, emerge che mentre le esportazioni verso gli Usa nel 2025 hanno continuato ad aumentare (+7,2%) nonostante la politica dei dazi, determinando con Washington un surplus commerciale di 34,2 miliardi di euro a fronte di importazioni in crescita del 34,2%, c’è stato un intensificarsi del flusso di merci provenienti dalla Cina (+16,4%), che hanno creato un deficit commerciale di 46,3 miliardi di euro per l’Italia con una riduzione del 6,6% delle esportazioni. Basti pensare che l’anno precedente, nel 2024, le importazioni avevano avuto un incremento del 6,9%. Nel 2025 quindi c’è stato un raddoppio.
Nel 2025 la Cina ha segnato complessivamente un nuovo record nella sua bilancia commerciale, registrando un surplus di 1.189 miliardi di dollari, in netto aumento rispetto ai 993 miliardi dell’anno precedente. Un risultato che conferma la centralità dell’export nell’economia del Dragone, nonostante le continue pressioni commerciali provenienti dagli Stati Uniti e un quadro geopolitico instabile. L’aumento del surplus è il frutto combinato di un’espansione delle esportazioni del 5,5% e di importazioni sostanzialmente stabili. Solo nel mese di dicembre, il surplus ha toccato i 114,1 miliardi, segnando il settimo mese consecutivo sopra i 100 miliardi.
Un dato interessante considerando che il commercio con gli Stati Uniti è in contrazione. L’anno scorso le esportazioni verso il mercato americano sono crollate del 20%, con un calo del 30% solo a dicembre. A compensare questa perdita è stato l’aumento delle vendite in altre aree del mondo. Le esportazioni verso l’Unione europea sono cresciute dell’8,4%.
La Cina quindi ha reagito alla chiusura del mercato americano dirottando parte della produzione verso Paesi alternativi, sfruttando anche una rete capillare di porti internazionali, oltre un centinaio, che le consente una flessibilità logistica fuori portata per molti concorrenti. Ha ridisegnato la mappa dei mercati di sbocco, ovvero meno Stati Uniti e più Asia (+13%) e Europa.
I dati ci raccontano anche un’altra realtà, ovvero che la bassa domanda interna del Dragone si traduce in altrettanto basse importazioni e nella necessità per le imprese di vendere all’estero gli eccessi delle rispettive produzioni. I consumi delle famiglie pesano per meno del 40% del Pil contro quasi il 70% negli Usa e intorno al 52% nell’Unione Europea. Viceversa, gli investimenti risultano doppi rispetto alla quota in Ue e Usa con un rapporto stabile sopra il 40%.
Quella cinese era un’invasione annunciata da quando il presidente Donald Trump annunciò i dazi. Bruxelles non ha fatto quasi nulla per arginare tale marea, salvo immaginare un’imposta di 2 euro sui pacchi di basso valore e raddoppiare i dazi sull’acciaio. Poca cosa. È il segnale del fallimento della Commissione Ue nell’incapacità di reagire con politiche accorte. Un esempio è la miopia della Germania che aveva pensato di conquistare il mercato cinese con le sue auto ma ha finito per comprarle da Pechino e chiudere i propri stabilimenti.
Ma c’è un altro pericolo che incombe. Sempre l’Istat evidenzia che le importazioni sono aumentate particolarmente anche dai Paesi del Sudamerica (+15%). Il recente accordo commerciale siglato dalla Commissione europea con i Paesi del Mercosur è destinato a spalancare anche queste porte.






