2021-08-06
Tutti i guai della carta verde
Ansa
Il green pass è palesemente uno strumento di discriminazione, ma l'unico modo per ovviare parzialmente a questa situazione sarebbe stato di prevedere la gratuità del tampone. Invece ci sarà il prezzo calmierato (tra i 7 e i 10 euro) e solo per gli studenti delle scuole secondarie, tra i 12 e i 18 anni. Con quelle cifre, per una cena al ristorante, significa praticamente dover pagare una pizza due volte. La gratuità è stata scartata perché avrebbe potuto disincentivare i più giovani a immunizzarsi. In questo modo, però, per una famiglia che va a cena fuori, la pizza del figlio verrebbe a costare il doppio, dovendo presentare l'esito del tampone. Il test inoltre ha una durata limitata e va ripetuto ogni volta che si vuole entrare in locale chiuso. Non è certo la più semplice delle soluzioni e ha anche un costo. Poi si stanno creando alcune differenziazioni regionali. La Regione Umbria ha approvato una delibera in base alla quale, a partire dal 9 agosto e fino al 31, i residenti di età compresa tra 12 e 30 anni che hanno già preaderito alla vaccinazione o lo faranno durante questo arco temporale, potranno usufruire gratuitamente dei test diagnostici, se la data dell'appuntamento per il vaccino non consente loro di ottenere il green pass.
I gestori dei locali saranno costretti a svolgere funzioni di pubblici ufficiali
Il green pass è un gran caos anche per chi deve fare da controllore. Proprietari di ristoranti, piscine, palestre, locali dovranno trasformarsi in una sorta di pubblico ufficiale, stando ben attenti che qualcuno non eluda la sorveglianza. Mentre i cittadini sprovvisti del certificato rischiano una multa fino a 400 euro, ridotta se pagata entro cinque giorni, per gli esercenti distratti, la sanzione è più salata. Dopo due violazioni commesse in giornate diverse, si applica la chiusura da uno a dieci giorni. Gli esercenti dovranno fare la spola tra la cassa e l'ingresso o delegare un dipendente a questo particolare servizio. Si prospettano disagi e discussioni e alcune situazioni imbarazzanti. Il gestore dovrà controllare anche l'età dei minori. Il certificato è obbligatorio per frequentare tali esercizi, per chi ha più di 12 anni. Vita difficile per i ristoranti di montagna, che di solito hanno pochi tavoli all'aperto perché la temperatura, specie di sera, anche d'estate richiede un ambiente chiuso. C'è poi una categoria di persone che non ha potuto effettuare la vaccinazione perché con situazioni di salute che non lo consentono. Per costoro è previsto un certificato di esenzione. All'ultimo momento è stato deciso che non è necessario specificare il motivo dell'esenzione dal vaccino, ma può risultare comunque imbarazzante sia per chi deve esporre questo documento sia per chi deve controllare.
Stroncato il turismo che si doveva rilanciare
Il green pass era stato concepito, all'inizio, come uno strumento per facilitare gli spostamenti e quindi rimettere in moto il turismo che aveva sofferto con le restrizioni della pandemia. In realtà tra lentezze della campagna vaccinale, problemi nella consegna del certificato e incertezze sul perimetro dell'obbligatorietà, si è trasformato in un altro ostacolo. Le disposizioni governative arrivano giornalmente. A estate inoltrata, con tante prenotazioni sospese, aleggia l'incognita del passaggio di alcune Regioni in zona gialla. Se questo dovesse avvenire, cosa accadrà a chi ha il green pass? È stato detto che nelle zone gialla, arancione e rossa, il certificato è valido per accedere a tutti «i servizi e le attività consentiti e alle condizioni previste per le singole zone». C'è l'orientamento di tenere la capienza dei trasporti all'80% anche in zona gialla. Insomma, il foglio verde è un pass condizionato. Negli alberghi non è obbligatorio, ma il turista deve averlo se vuole visitare musei, mostre o partecipare a spettacoli. Situazione paradossale per le strutture alberghiere che hanno al loro interno un centro termale e benessere. Quando si entra in zona terme, o in una piscina coperta, si presenta il certificato che non è obbligatorio nelle altre aree dell'albergo.
Regole Ue e professioni discriminate
Il certificato verde è una palese violazione del Regolamento Ue del 15 giugno, in cui si fa espresso divieto di discriminare «in modo diretto e indiretto le persone che non sono vaccinate». Tra le varie situazioni comunque meritevoli di rispetto, infatti, c'è anche quella di chi non vuole vaccinarsi. Ma per il premier Mario Draghi questa volta possiamo snobbare Bruxelles. Ha detto esplicitamente che «bisogna essere pratici. Se il coordinamento europeo non funziona, bisogna andare per conto proprio».
Il green pass è la concreta dimostrazione, allora, che l'Italia può seguire la propria linea, se vuole. Ma allora, è il tema che si porrà a breve quando bisognerà riattivare il Patto di stabilità: potremmo fare lo stesso per l'austerità economica e i vincoli di bilancio, no?
Poi, c'è un secondo livello di discriminazione: quella tra professioni. Non a tutti i lavoratori, infatti, è imposto l'obbligo del certificato verde. Dovrà averlo il personale scolastico, come era già accaduto ai sanitari. I docenti che non si adeguano saranno costretti ad assentarsi e, dopo cinque giorni, rimarranno senza stipendio. Eppure, l'obbligatorietà - almeno al momento - non vale per le altre categorie di lavoratori. Eppure, l'articolo 32, secondo comma, della Costituzione, dice che l'obbligo di un trattamento sanitario deve essere stabilito da una legge.
Sull’Alta velocità sì, sui regionali affollati no
Il paradosso del green pass raggiunge una delle massime vette per quanto riguarda il capitolo trasporti.
Dal primo settembre, il foglio verde sarà obbligatorio sui treni a lunga percorrenza, quindi Alta velocità e Intercity e per i traghetti extraregionali, ma non per i mezzi che viaggiano all'interno della stessa Regione. La stranezza è che proprio i treni regionali sono i più frequentati e affollati, perché servono i pendolari che si spostano quotidianamente per lavoro o per studio. Quindi, i passeggeri di questi convogli prima viaggiano stretti come sardine, gomito a gomito con chi potrebbe non essere vaccinato, poi però, entrando in un ristorante o nella saletta di un bar, devono esibire il certificato verde.
Altro paradosso riguarda i traghetti: nessun obbligo di avere il lasciapassare se si raggiungono isole della stessa Regione, ma se poi da queste ci si sposta in altre, allora è richiesto (con l'eccezione di chi transita sullo Stretto di Messina: perché?). Come dire che il virus viaggia con il contachilometri: più è lungo il percorso e più colpisce. Ma è stato accertato che basta qualche secondo per infettarsi. Inoltre, per la lunga percorrenza (treni, traghetti e aerei) la capienza dovrebbe passare dal 50% all'80% dei posti disponibili. E sui mezzi pubblici, la capienza dovrebbe essere conservata all'80% anche in zona gialla - quando, cioè, inizia a crescere considerevolmente la pressione sugli ospedali. Che senso ha?
«Garanzia» anti virus smentita dagli studi
Il green pass dopo una sola dose è la solita soluzione di compromesso che contraddice le evidenze cliniche. Per farlo digerire più facilmente, il premier Mario Draghi ha detto che avrebbe dato la sicurezza di stare a contatto con persone che non sono contagiose. Niente di più errato. La situazione epidemiologica in Israele e nel Regno Unito, che sono più avanti con la vaccinazione, è la dimostrazione che anche chi ha completato il ciclo con due dosi può essere colpito dal virus e può trasmetterlo. A maggior ragione dopo una sola puntura, che è la condizione prevista per avere il certificato verde. Quindi il green pass non è affatto la garanzia che si è al sicuro dal contagio. Non a caso il governo impone, a chi entra a Palazzo Chigi e anche se ha completato il ciclo vaccinale, il tampone. Per partecipare alla conferenza stampa di Draghi, o all'incontro con il ministro dei sindacati, è stata richiesta questa verifica. La situazione è paradossale. Per entrare nella sede del governo non basta il green pass che è invece sufficiente per chi cena nei locali chiusi di un ristorante. Altra assurdità è che chi ha il certificato potrebbe essere servito da un cameriere che ne è sprovvisto e che non si è vaccinato. Per il personale, al momento, non è obbligatorio.
Centralino ministeriale. L’odissea dei guariti
In molti casi, il numero 1500 è l'unica chiave per ottenere l'agognato green pass ed evitare un'estate in semi isolamento. È una sorta di numero magico, dal momento che occorre molta fortuna per riuscire a collegarsi. Serve soprattutto a coloro che non hanno ancora ricevuto il messaggio o la mail dal ministero della Salute con il codice Authcode da inserire in uno specifico link. Costoro sono in una sorta di limbo.
I dimenticati dalla sanità sono in maggioranza guariti dal Covid che avrebbero dovuto ottenere subito la certificazione, al momento della guarigione o quantomeno essere trattati come gli altri.
Dopo che il governo ha deciso di estendere il green pass ad alcuni servizi, è aumentato il numero delle persone che hanno contattato questo numero, che però risulta spesso occupato. C'è un altro aspetto. Man mano che ci si avvicina a Ferragosto e cresce la voglia di lasciare le città, diventa più difficile vaccinarsi o completare il ciclo con la seconda dose. Nel Lazio, il blackout informatico della Regione sta rallentando il ritmo delle somministrazioni e, per di più, a giorni, numerosi hub chiuderanno per ferie.
Insomma, chi ha avuto, ha avuto. Agli altri, non resta che la trafila dei tamponi.
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La beffa dei tamponi «calmierati»: come pagare due volte la cena.Proprietari di ristoranti, piscine, palestre e locali dovranno trasformarsi in una sorta di pubblico ufficiale.Avrebbe dovuto facilitare gli spostamenti e rimettere in moto il turismo. In realtà si è trasformato in un altro ostacolo.È una palese violazione del Regolamento Ue del 15 giugno, in cui si fa espresso divieto di discriminare «in modo diretto e indiretto le persone che non sono vaccinate».Il paradosso sui trasporti: dal primo settembre, il foglio verde sarà obbligatorio sull'Alta velocità e per i traghetti extraregionali, ma non per i mezzi che viaggiano all'interno della stessa Regione.Il green pass non è affatto la garanzia che si è al sicuro dal contagioIl numero 1500 è l'unica chiave per ottenere il certificato per chi non ha ancora ricevuto il codice Authcode. Ma è una sorta di numero magico, dal momento che occorre molta fortuna per riuscire a collegarsi.Lo speciale contiene sette articoli.Il green pass è palesemente uno strumento di discriminazione, ma l'unico modo per ovviare parzialmente a questa situazione sarebbe stato di prevedere la gratuità del tampone. Invece ci sarà il prezzo calmierato (tra i 7 e i 10 euro) e solo per gli studenti delle scuole secondarie, tra i 12 e i 18 anni. Con quelle cifre, per una cena al ristorante, significa praticamente dover pagare una pizza due volte. La gratuità è stata scartata perché avrebbe potuto disincentivare i più giovani a immunizzarsi. In questo modo, però, per una famiglia che va a cena fuori, la pizza del figlio verrebbe a costare il doppio, dovendo presentare l'esito del tampone. Il test inoltre ha una durata limitata e va ripetuto ogni volta che si vuole entrare in locale chiuso. Non è certo la più semplice delle soluzioni e ha anche un costo. Poi si stanno creando alcune differenziazioni regionali. La Regione Umbria ha approvato una delibera in base alla quale, a partire dal 9 agosto e fino al 31, i residenti di età compresa tra 12 e 30 anni che hanno già preaderito alla vaccinazione o lo faranno durante questo arco temporale, potranno usufruire gratuitamente dei test diagnostici, se la data dell'appuntamento per il vaccino non consente loro di ottenere il green pass.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-gestori-dei-locali-saranno-costretti-a-svolgere-funzioni-di-pubblici-ufficiali" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> I gestori dei locali saranno costretti a svolgere funzioni di pubblici ufficiali Il green pass è un gran caos anche per chi deve fare da controllore. Proprietari di ristoranti, piscine, palestre, locali dovranno trasformarsi in una sorta di pubblico ufficiale, stando ben attenti che qualcuno non eluda la sorveglianza. Mentre i cittadini sprovvisti del certificato rischiano una multa fino a 400 euro, ridotta se pagata entro cinque giorni, per gli esercenti distratti, la sanzione è più salata. Dopo due violazioni commesse in giornate diverse, si applica la chiusura da uno a dieci giorni. Gli esercenti dovranno fare la spola tra la cassa e l'ingresso o delegare un dipendente a questo particolare servizio. Si prospettano disagi e discussioni e alcune situazioni imbarazzanti. Il gestore dovrà controllare anche l'età dei minori. Il certificato è obbligatorio per frequentare tali esercizi, per chi ha più di 12 anni. Vita difficile per i ristoranti di montagna, che di solito hanno pochi tavoli all'aperto perché la temperatura, specie di sera, anche d'estate richiede un ambiente chiuso. C'è poi una categoria di persone che non ha potuto effettuare la vaccinazione perché con situazioni di salute che non lo consentono. Per costoro è previsto un certificato di esenzione. All'ultimo momento è stato deciso che non è necessario specificare il motivo dell'esenzione dal vaccino, ma può risultare comunque imbarazzante sia per chi deve esporre questo documento sia per chi deve controllare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="stroncato-il-turismo-che-si-doveva-rilanciare" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Stroncato il turismo che si doveva rilanciare Il green pass era stato concepito, all'inizio, come uno strumento per facilitare gli spostamenti e quindi rimettere in moto il turismo che aveva sofferto con le restrizioni della pandemia. In realtà tra lentezze della campagna vaccinale, problemi nella consegna del certificato e incertezze sul perimetro dell'obbligatorietà, si è trasformato in un altro ostacolo. Le disposizioni governative arrivano giornalmente. A estate inoltrata, con tante prenotazioni sospese, aleggia l'incognita del passaggio di alcune Regioni in zona gialla. Se questo dovesse avvenire, cosa accadrà a chi ha il green pass? È stato detto che nelle zone gialla, arancione e rossa, il certificato è valido per accedere a tutti «i servizi e le attività consentiti e alle condizioni previste per le singole zone». C'è l'orientamento di tenere la capienza dei trasporti all'80% anche in zona gialla. Insomma, il foglio verde è un pass condizionato. Negli alberghi non è obbligatorio, ma il turista deve averlo se vuole visitare musei, mostre o partecipare a spettacoli. Situazione paradossale per le strutture alberghiere che hanno al loro interno un centro termale e benessere. Quando si entra in zona terme, o in una piscina coperta, si presenta il certificato che non è obbligatorio nelle altre aree dell'albergo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="regole-ue-e-professioni-discriminate" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Regole Ue e professioni discriminate Il certificato verde è una palese violazione del Regolamento Ue del 15 giugno, in cui si fa espresso divieto di discriminare «in modo diretto e indiretto le persone che non sono vaccinate». Tra le varie situazioni comunque meritevoli di rispetto, infatti, c'è anche quella di chi non vuole vaccinarsi. Ma per il premier Mario Draghi questa volta possiamo snobbare Bruxelles. Ha detto esplicitamente che «bisogna essere pratici. Se il coordinamento europeo non funziona, bisogna andare per conto proprio». Il green pass è la concreta dimostrazione, allora, che l'Italia può seguire la propria linea, se vuole. Ma allora, è il tema che si porrà a breve quando bisognerà riattivare il Patto di stabilità: potremmo fare lo stesso per l'austerità economica e i vincoli di bilancio, no? Poi, c'è un secondo livello di discriminazione: quella tra professioni. Non a tutti i lavoratori, infatti, è imposto l'obbligo del certificato verde. Dovrà averlo il personale scolastico, come era già accaduto ai sanitari. I docenti che non si adeguano saranno costretti ad assentarsi e, dopo cinque giorni, rimarranno senza stipendio. Eppure, l'obbligatorietà - almeno al momento - non vale per le altre categorie di lavoratori. Eppure, l'articolo 32, secondo comma, della Costituzione, dice che l'obbligo di un trattamento sanitario deve essere stabilito da una legge. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="sullalta-velocita-si-sui-regionali-affollati-no" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Sull’Alta velocità sì, sui regionali affollati no Il paradosso del green pass raggiunge una delle massime vette per quanto riguarda il capitolo trasporti. Dal primo settembre, il foglio verde sarà obbligatorio sui treni a lunga percorrenza, quindi Alta velocità e Intercity e per i traghetti extraregionali, ma non per i mezzi che viaggiano all'interno della stessa Regione. La stranezza è che proprio i treni regionali sono i più frequentati e affollati, perché servono i pendolari che si spostano quotidianamente per lavoro o per studio. Quindi, i passeggeri di questi convogli prima viaggiano stretti come sardine, gomito a gomito con chi potrebbe non essere vaccinato, poi però, entrando in un ristorante o nella saletta di un bar, devono esibire il certificato verde. Altro paradosso riguarda i traghetti: nessun obbligo di avere il lasciapassare se si raggiungono isole della stessa Regione, ma se poi da queste ci si sposta in altre, allora è richiesto (con l'eccezione di chi transita sullo Stretto di Messina: perché?). Come dire che il virus viaggia con il contachilometri: più è lungo il percorso e più colpisce. Ma è stato accertato che basta qualche secondo per infettarsi. Inoltre, per la lunga percorrenza (treni, traghetti e aerei) la capienza dovrebbe passare dal 50% all'80% dei posti disponibili. E sui mezzi pubblici, la capienza dovrebbe essere conservata all'80% anche in zona gialla - quando, cioè, inizia a crescere considerevolmente la pressione sugli ospedali. Che senso ha? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="garanzia-anti-virus-smentita-dagli-studi" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> «Garanzia» anti virus smentita dagli studi Il green pass dopo una sola dose è la solita soluzione di compromesso che contraddice le evidenze cliniche. Per farlo digerire più facilmente, il premier Mario Draghi ha detto che avrebbe dato la sicurezza di stare a contatto con persone che non sono contagiose. Niente di più errato. La situazione epidemiologica in Israele e nel Regno Unito, che sono più avanti con la vaccinazione, è la dimostrazione che anche chi ha completato il ciclo con due dosi può essere colpito dal virus e può trasmetterlo. A maggior ragione dopo una sola puntura, che è la condizione prevista per avere il certificato verde. Quindi il green pass non è affatto la garanzia che si è al sicuro dal contagio. Non a caso il governo impone, a chi entra a Palazzo Chigi e anche se ha completato il ciclo vaccinale, il tampone. Per partecipare alla conferenza stampa di Draghi, o all'incontro con il ministro dei sindacati, è stata richiesta questa verifica. La situazione è paradossale. Per entrare nella sede del governo non basta il green pass che è invece sufficiente per chi cena nei locali chiusi di un ristorante. Altra assurdità è che chi ha il certificato potrebbe essere servito da un cameriere che ne è sprovvisto e che non si è vaccinato. Per il personale, al momento, non è obbligatorio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="centralino-ministeriale-lodissea-dei-guariti" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Centralino ministeriale. L’odissea dei guariti In molti casi, il numero 1500 è l'unica chiave per ottenere l'agognato green pass ed evitare un'estate in semi isolamento. È una sorta di numero magico, dal momento che occorre molta fortuna per riuscire a collegarsi. Serve soprattutto a coloro che non hanno ancora ricevuto il messaggio o la mail dal ministero della Salute con il codice Authcode da inserire in uno specifico link. Costoro sono in una sorta di limbo. I dimenticati dalla sanità sono in maggioranza guariti dal Covid che avrebbero dovuto ottenere subito la certificazione, al momento della guarigione o quantomeno essere trattati come gli altri. Dopo che il governo ha deciso di estendere il green pass ad alcuni servizi, è aumentato il numero delle persone che hanno contattato questo numero, che però risulta spesso occupato. C'è un altro aspetto. Man mano che ci si avvicina a Ferragosto e cresce la voglia di lasciare le città, diventa più difficile vaccinarsi o completare il ciclo con la seconda dose. Nel Lazio, il blackout informatico della Regione sta rallentando il ritmo delle somministrazioni e, per di più, a giorni, numerosi hub chiuderanno per ferie. Insomma, chi ha avuto, ha avuto. Agli altri, non resta che la trafila dei tamponi.
Getty Images
Fattura da 108.000 euro per tre brevi ricoveri in ospedale. Lo Stato che non ha fatto i controlli sul locale della strage presenta il conto per i doverosi soccorsi alle vittime. Ira dell’Italia: «Scordatevelo». La Meloni: «Richiesta ignobile, mi auguro che la notizia si riveli infondata».
«Sono un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo con l’eccezione di qualche cantone svizzero», diceva Woody Allen in una delle sue folgoranti battute. Oggi sappiamo con certezza che uno di quei cantoni non baciati dall’intelligenza divina è quello Vallese nel cui territorio e sotto la sua giurisdizione è avvenuta la tragedia di Crans Montana. E non mi riferisco soltanto al rogo del Costellation, che già in sé è un importante indizio.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Non solo: vuole anche dire che soltanto 1,4 milioni di contribuenti dichiarano di avere un reddito superiore a 75.000 euro. A qualcuno forse queste cifre non faranno impressione, ma per quanto mi riguarda, essendo affascinato dai numeri, quando ho letto le percentuali mi è andato di traverso il caffè del mattino. Come è possibile che più di 11 milioni di italiani vivano del generoso sistema di welfare italiano senza pagare niente? Capisco che ci sono tante famiglie che campano con redditi esigui, ma 11 milioni di persone sono superiori alla popolazione dell’intera Lombardia, ovvero della regione con il maggior numero di abitanti. E allo stesso tempo, come si giustifica il fatto che soltanto un’esigua minoranza abbia un reddito lordo annuale di 75.000 euro? A qualcuno questa cifra sembrerà uno stipendio da nababbo, ma se la si divide per 13 e si sottraggono le tasse e i contributi si arriva a una somma di poco superiore a 3.000 euro mensili. Una retribuzione del genere è certamente superiore a quello di moltissimi lavoratori, ma se si vive in una grande città non si può certo pensare che un tale salario consenta di fare una vita agiata. Aggiungo di più: secondo le statistiche del Mef, solo lo 0,2 per cento dei contribuenti, ovvero 85.000 persone, dichiara un reddito complessivo lordo maggiore di 300.000 euro, somma che garantisce una retribuzione netta all’incirca di 11.000 euro.
Dopo aver appreso tutto ciò, mi sono chiesto come si giustifichi il tenore di vita che spesso vedo ostentato in alberghi di lusso e locali alla moda. Va bene il turismo straniero, comprendo che esista una quota di super ricchi che se la spassano, ma gli altri chi sono? E soprattutto, come fanno a permettersi una vita sopra le righe? È evidente che qualcuno fa il furbo. Anzi, a svicolare quando si tratta di presentare la dichiarazione dei redditi credo siano tanti. Molti anni fa, dedicando una copertina di Panorama all’argomento, mi sono chiesto chi siano questi italiani a reddito zero: milioni di persone che sembrano vivere d’aria. D’accordo, ci sono i poveri, ma neanche l’Istat arriva a sostenere che un quarto della popolazione è sul lastrico. Al massimo si parla di 5 milioni di soggetti, che hanno un reddito insufficiente ad assicurare una vita decorosa (anche su questi naturalmente ci sarebbe da dire e anche da indagare, ma per ora prendiamo per buono il dato del nostro Istituto di statistica). E gli altri 6 milioni chi sono?
Ve lo dico io: tolti i pensionati al minimo, levati i disoccupati, c’è un pezzo di Paese che vive a sbafo, sulle spalle dei contribuenti onesti. Del resto, ci vuole poco a capirlo: basta mettere in fila alcuni altri numeri forniti dal Mef. Se solo 85.000 persone dichiarano più di 300.000 euro lordi l’anno, come mai ci sono 123.000 soggetti che dichiarano di avere una casa all’estero, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro? E come mai 368.000 italiani hanno attività finanziarie estere per 191 miliardi? E come si concilia tutto ciò con il fatto che, sempre secondo le statistiche (questa volta di Boston consulting group) in Italia ci sono 457.000 milionari, di cui 115.000 sarebbero concentrati nella sola Milano? So che un conto è il patrimonio e un altro il reddito, ma mi riesce difficile credere che chi ha attività finanziarie all’estero e conti milionari poi abbia un introito annuale ridotto al lumicino.
Perché faccio questo discorso, che apparentemente potrebbe essere fatto in ogni stagione dell’anno? La ragione è semplice: in questi giorni invochiamo uno sforamento del Patto di stabilità per dare ossigeno, cioè quattrini, a famiglie e imprese. La crisi petrolifera rischia di azzoppare i consumi, dunque servono aiuti. Ma i soldi non possono finire agli evasori. Ogni anno si distribuiscono molti sussidi, ma non sempre arrivano nelle tasche giuste. Troppo spesso invece che i contribuenti onesti finiscono per sostenere chi fa il furbo. E questo, oltre a essere inutile per risollevare aziende e famiglie, è intollerabile. E la prima a ritenerla tale dovrebbe essere l’Agenzia delle entrate, che dovrebbe lasciare in pace gli onesti e perseguire chi sgarra.
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I loggionisti del Piermarini (foto Carlo Melato)
Dopo una vita in coda e in silenzio (più o meno), sfidando ogni tipo di temperatura e di condizione atmosferica, gli ultimi romantici dell’opera hanno infatti deciso di prendere carta, penna e tablet per inviare una bella Pec ai piani elevati della Fabbrica dei sogni. La grande paura degli irriducibili melomani è che, passettino dopo passettino, chi guida il Piermarini stia gentilmente accompagnando verso l’uscita una gloriosa tradizione, aprendo le porte al regno incontrastato della vendita online.
«Cara Scala, amato Teatro», scrivono gli ultrà del melodramma che, a forza di aspettare il loro turno nel porticato di via Filodrammatici per accaparrarsi uno dei 140 ticket per tutte le tasche, sono diventati una specie di famiglia allargata, «siamo un gruppo di loggionisti, affezionati alla coda fisica per la conquista di un posto ai piani alti, economico e soprattutto disponibile il giorno stesso. È una tradizione che riteniamo bellissima e che fa onore al teatro; del resto, lasciatecelo dire, anche la Scala dovrebbe essere fiera di avere degli affezionati disposti, in certe occasioni, a qualsiasi sacrificio pur di entrare nella sala del Piermarini». «Però, da qualche tempo», e qui il coro di oltre 200 voci (e firme in calce) inizia a farsi sentire come un vero e proprio personaggio collettivo, «ci sembra - ma speriamo di sbagliarci - che la famigerata coda sia mal sopportata, forse all’insegna del progresso che vorrebbe che tutto si facesse online». D’altra parte i più esperti hanno iniziato ad alzare le antenne quando i tagliandi «popolari» per il balletto e i concerti sono scesi da 140 a 80 (e molti ricordano che prima del passaggio forzato al Teatro Arcimboldi erano addirittura 200), gli orari per l’appello sono cambiati (dalle 13 alle 17, con un’ora soltanto per sbrigare tutte le pratiche prima della vendita Urbi et Orbi delle 18) e le istruzioni per l’uso del manualone scaligero hanno iniziato a mutare.
«Essere legati a una tradizione», prosegue l’appello, «non significa essere vecchi e contrari all’innovazione; l’etimologia dice che significa tramandare, quindi passare alle nuove generazioni. E di fatto, insieme ai vecchi appassionati, ci sono molti giovani che si mettono in coda, spesso quelli che hanno assistito a una “primina” e sono desiderosi di tornare, confortati dal costo davvero esiguo degli ingressi last minute di Loggione». E su questo è difficile eccepire. Come ha dimostrato la recente e acclamata Tetralogia wagneriana, la percentuale di capelli bianchi è inversamente proporzionale al numero di scalini che bisogna salire (ai giovani non manca la passione, ma i dané, direbbe Monsieur de La Palisse). «Con tutto il nostro cuore ci auguriamo che non venga tolta la coda fisica, una tradizione che rappresenta il respiro profondo del Teatro, il segno della passione che vive e si tramanda!».
«A quel grido il ciel risponde», direbbe Giuseppe Verdi, e la Scala, interpellata dalla Verità, prova con grande prontezza a tranquillizzare il popolo del Loggione, anima insostituibile del Teatro. «Non esiste alcun progetto di riduzione», spiegano dal Piermarini, «ma il problema esiste e per questo ci sono stati degli incontri con l’associazione L’Accordo, che gestisce la coda. Abbiamo registrato un calo, soprattutto nel balletto. Ora bisogna trovare un equilibrio per migliorare la distribuzione ed evitare che i biglietti restino invenduti».
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Un tesoretto da 7,4 miliardi. L’obiettivo? Finanziare l’acquisto di Banco Bpm e contribuire alla nascita del famoso terzo polo bancario nazionale. Creatura mitologica evocata nei convegni e mai avvistata in natura. Sarebbe, sempre secondo il Financial Times, anche un tassello del progetto del governo italiano per ridisegnare il sistema creditizio. Cinque persone vicine al dossier - numero sempre rassicurante, perché dispari e quindi apparentemente credibile - avrebbero raccontato a FT che Luigi Lovaglio, amministratore delegato del Monte, appena tornato in sella immagina di vendere la quota del Leone a investitori italiani di lungo periodo.
Chi sarebbero i compratori? Il casting è blasonato. Il primo nome che circola è UniCredit, già salito all’8,7% di Generali e sempre pronto a stare dove succede qualcosa. L’altro nome è Intesa Sanpaolo, che però ha sempre smentito. L’amministratore delegato Carlo Messina ha ammesso di aver pensato a Generali una decina d’anni fa. Poi ha rinunciato preferendo costruire una grande assicurazione in casa.
Puntuale. però, è arrivata la smentita da Siena. Nessuna ipotesi allo studio, nessuna vendita della quota Generali, nessun dossier sul tavolo. Mps ha fatto sapere di essere «interamente focalizzata» sulla fusione con Mediobanca, il vero progetto industriale del momento. Per la serie: non disturbate il conducente, stiamo ancora parcheggiando la macchina a Piazzetta Cuccia.
Il piano di Lovaglio, almeno sulla carta, prevede di completare l’operazione entro fine 2026. Ogni altra ipotesi, dicono da Siena, è prematura. Ma alla precisazione non credono in molti. Nel lessico della finanza prima una voce è «prematura», poi diventa «una valutazione», infine «strategicamente coerente». Tuttavia queste non sono giornate da giochi d’artificio a Piazza Affari. Generali è salita dello 0,6%, il Banco dello 0,4% e Mps ha perso l’1,2%. Certo la storia ha una sua razionalità. Mps è tornata centrale, dopo anni passati tra ristrutturazioni, aumenti di capitale e salvataggi pubblici che avrebbero fiaccato anche una quercia secolare. Lovaglio ha rimesso in ordine i conti, l’assemblea gli ha rinnovato, a sorpresa, la fiducia, e adesso Siena torna a pensarsi grande. Non più banca da museo del dissesto, ma perno di un nuovo consolidamento nazionale. Certo, c’è il dettaglio non secondario della quota Generali. Un asset prezioso, politicamente sensibile e strategicamente ingombrante. Tenerlo significa contare in Italia. Venderlo significa fare cassa e comprare futuro Sul fondo resta il regista silenzioso: Delfin, la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio. È anche grazie al suo voto, insieme a Banco Bpm, che Lovaglio è rimasto saldo al timone del Monte. E Delfin, come noto, ha interessi trasversali: Mediobanca, UniCredit, Generali. In pratica, se si muove una sedia nel salotto finanziario italiano, da qualche parte c’è sempre un comando che porta in Lussemburgo.
Ed è proprio lì che si gioca il prossimo capitolo. Lunedì gli otto eredi Del Vecchio si ritroveranno per decidere se aprire la strada a Leonardo Maria Del Vecchio, tramite il veicolo Lmdv Fin, per acquistare il 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola. Valore dell’operazione: circa 10 miliardi di euro. Una cifra che trasforma ogni litigio familiare in tema da consiglio di amministrazione.
Se l’operazione andasse in porto, Leonardo Maria salirebbe al 37,5% di Delfin, diventandone il dominus di fatto. A sostenerlo ci sarebbe un pool bancario di tutto rispetto: UniCredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas.
Serve anche cambiare le regole interne, togliendo il tetto che limita al 10% degli utili i dividendi distribuibili. Tema apparentemente tecnico, ma in realtà centrale: nelle holding di famiglia i sentimenti contano, ma il cash flow aiuta. Quanto alla vendita delle partecipazioni finanziarie di Delfin, al momento non risulta sul tavolo. Ma anche qui vale la regola aurea della finanza: ciò che non è sul tavolo oggi può essere nel comunicato di domani.
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