2021-08-06
Tutti i guai della carta verde
Ansa
Il green pass è palesemente uno strumento di discriminazione, ma l'unico modo per ovviare parzialmente a questa situazione sarebbe stato di prevedere la gratuità del tampone. Invece ci sarà il prezzo calmierato (tra i 7 e i 10 euro) e solo per gli studenti delle scuole secondarie, tra i 12 e i 18 anni. Con quelle cifre, per una cena al ristorante, significa praticamente dover pagare una pizza due volte. La gratuità è stata scartata perché avrebbe potuto disincentivare i più giovani a immunizzarsi. In questo modo, però, per una famiglia che va a cena fuori, la pizza del figlio verrebbe a costare il doppio, dovendo presentare l'esito del tampone. Il test inoltre ha una durata limitata e va ripetuto ogni volta che si vuole entrare in locale chiuso. Non è certo la più semplice delle soluzioni e ha anche un costo. Poi si stanno creando alcune differenziazioni regionali. La Regione Umbria ha approvato una delibera in base alla quale, a partire dal 9 agosto e fino al 31, i residenti di età compresa tra 12 e 30 anni che hanno già preaderito alla vaccinazione o lo faranno durante questo arco temporale, potranno usufruire gratuitamente dei test diagnostici, se la data dell'appuntamento per il vaccino non consente loro di ottenere il green pass.
I gestori dei locali saranno costretti a svolgere funzioni di pubblici ufficiali
Il green pass è un gran caos anche per chi deve fare da controllore. Proprietari di ristoranti, piscine, palestre, locali dovranno trasformarsi in una sorta di pubblico ufficiale, stando ben attenti che qualcuno non eluda la sorveglianza. Mentre i cittadini sprovvisti del certificato rischiano una multa fino a 400 euro, ridotta se pagata entro cinque giorni, per gli esercenti distratti, la sanzione è più salata. Dopo due violazioni commesse in giornate diverse, si applica la chiusura da uno a dieci giorni. Gli esercenti dovranno fare la spola tra la cassa e l'ingresso o delegare un dipendente a questo particolare servizio. Si prospettano disagi e discussioni e alcune situazioni imbarazzanti. Il gestore dovrà controllare anche l'età dei minori. Il certificato è obbligatorio per frequentare tali esercizi, per chi ha più di 12 anni. Vita difficile per i ristoranti di montagna, che di solito hanno pochi tavoli all'aperto perché la temperatura, specie di sera, anche d'estate richiede un ambiente chiuso. C'è poi una categoria di persone che non ha potuto effettuare la vaccinazione perché con situazioni di salute che non lo consentono. Per costoro è previsto un certificato di esenzione. All'ultimo momento è stato deciso che non è necessario specificare il motivo dell'esenzione dal vaccino, ma può risultare comunque imbarazzante sia per chi deve esporre questo documento sia per chi deve controllare.
Stroncato il turismo che si doveva rilanciare
Il green pass era stato concepito, all'inizio, come uno strumento per facilitare gli spostamenti e quindi rimettere in moto il turismo che aveva sofferto con le restrizioni della pandemia. In realtà tra lentezze della campagna vaccinale, problemi nella consegna del certificato e incertezze sul perimetro dell'obbligatorietà, si è trasformato in un altro ostacolo. Le disposizioni governative arrivano giornalmente. A estate inoltrata, con tante prenotazioni sospese, aleggia l'incognita del passaggio di alcune Regioni in zona gialla. Se questo dovesse avvenire, cosa accadrà a chi ha il green pass? È stato detto che nelle zone gialla, arancione e rossa, il certificato è valido per accedere a tutti «i servizi e le attività consentiti e alle condizioni previste per le singole zone». C'è l'orientamento di tenere la capienza dei trasporti all'80% anche in zona gialla. Insomma, il foglio verde è un pass condizionato. Negli alberghi non è obbligatorio, ma il turista deve averlo se vuole visitare musei, mostre o partecipare a spettacoli. Situazione paradossale per le strutture alberghiere che hanno al loro interno un centro termale e benessere. Quando si entra in zona terme, o in una piscina coperta, si presenta il certificato che non è obbligatorio nelle altre aree dell'albergo.
Regole Ue e professioni discriminate
Il certificato verde è una palese violazione del Regolamento Ue del 15 giugno, in cui si fa espresso divieto di discriminare «in modo diretto e indiretto le persone che non sono vaccinate». Tra le varie situazioni comunque meritevoli di rispetto, infatti, c'è anche quella di chi non vuole vaccinarsi. Ma per il premier Mario Draghi questa volta possiamo snobbare Bruxelles. Ha detto esplicitamente che «bisogna essere pratici. Se il coordinamento europeo non funziona, bisogna andare per conto proprio».
Il green pass è la concreta dimostrazione, allora, che l'Italia può seguire la propria linea, se vuole. Ma allora, è il tema che si porrà a breve quando bisognerà riattivare il Patto di stabilità: potremmo fare lo stesso per l'austerità economica e i vincoli di bilancio, no?
Poi, c'è un secondo livello di discriminazione: quella tra professioni. Non a tutti i lavoratori, infatti, è imposto l'obbligo del certificato verde. Dovrà averlo il personale scolastico, come era già accaduto ai sanitari. I docenti che non si adeguano saranno costretti ad assentarsi e, dopo cinque giorni, rimarranno senza stipendio. Eppure, l'obbligatorietà - almeno al momento - non vale per le altre categorie di lavoratori. Eppure, l'articolo 32, secondo comma, della Costituzione, dice che l'obbligo di un trattamento sanitario deve essere stabilito da una legge.
Sull’Alta velocità sì, sui regionali affollati no
Il paradosso del green pass raggiunge una delle massime vette per quanto riguarda il capitolo trasporti.
Dal primo settembre, il foglio verde sarà obbligatorio sui treni a lunga percorrenza, quindi Alta velocità e Intercity e per i traghetti extraregionali, ma non per i mezzi che viaggiano all'interno della stessa Regione. La stranezza è che proprio i treni regionali sono i più frequentati e affollati, perché servono i pendolari che si spostano quotidianamente per lavoro o per studio. Quindi, i passeggeri di questi convogli prima viaggiano stretti come sardine, gomito a gomito con chi potrebbe non essere vaccinato, poi però, entrando in un ristorante o nella saletta di un bar, devono esibire il certificato verde.
Altro paradosso riguarda i traghetti: nessun obbligo di avere il lasciapassare se si raggiungono isole della stessa Regione, ma se poi da queste ci si sposta in altre, allora è richiesto (con l'eccezione di chi transita sullo Stretto di Messina: perché?). Come dire che il virus viaggia con il contachilometri: più è lungo il percorso e più colpisce. Ma è stato accertato che basta qualche secondo per infettarsi. Inoltre, per la lunga percorrenza (treni, traghetti e aerei) la capienza dovrebbe passare dal 50% all'80% dei posti disponibili. E sui mezzi pubblici, la capienza dovrebbe essere conservata all'80% anche in zona gialla - quando, cioè, inizia a crescere considerevolmente la pressione sugli ospedali. Che senso ha?
«Garanzia» anti virus smentita dagli studi
Il green pass dopo una sola dose è la solita soluzione di compromesso che contraddice le evidenze cliniche. Per farlo digerire più facilmente, il premier Mario Draghi ha detto che avrebbe dato la sicurezza di stare a contatto con persone che non sono contagiose. Niente di più errato. La situazione epidemiologica in Israele e nel Regno Unito, che sono più avanti con la vaccinazione, è la dimostrazione che anche chi ha completato il ciclo con due dosi può essere colpito dal virus e può trasmetterlo. A maggior ragione dopo una sola puntura, che è la condizione prevista per avere il certificato verde. Quindi il green pass non è affatto la garanzia che si è al sicuro dal contagio. Non a caso il governo impone, a chi entra a Palazzo Chigi e anche se ha completato il ciclo vaccinale, il tampone. Per partecipare alla conferenza stampa di Draghi, o all'incontro con il ministro dei sindacati, è stata richiesta questa verifica. La situazione è paradossale. Per entrare nella sede del governo non basta il green pass che è invece sufficiente per chi cena nei locali chiusi di un ristorante. Altra assurdità è che chi ha il certificato potrebbe essere servito da un cameriere che ne è sprovvisto e che non si è vaccinato. Per il personale, al momento, non è obbligatorio.
Centralino ministeriale. L’odissea dei guariti
In molti casi, il numero 1500 è l'unica chiave per ottenere l'agognato green pass ed evitare un'estate in semi isolamento. È una sorta di numero magico, dal momento che occorre molta fortuna per riuscire a collegarsi. Serve soprattutto a coloro che non hanno ancora ricevuto il messaggio o la mail dal ministero della Salute con il codice Authcode da inserire in uno specifico link. Costoro sono in una sorta di limbo.
I dimenticati dalla sanità sono in maggioranza guariti dal Covid che avrebbero dovuto ottenere subito la certificazione, al momento della guarigione o quantomeno essere trattati come gli altri.
Dopo che il governo ha deciso di estendere il green pass ad alcuni servizi, è aumentato il numero delle persone che hanno contattato questo numero, che però risulta spesso occupato. C'è un altro aspetto. Man mano che ci si avvicina a Ferragosto e cresce la voglia di lasciare le città, diventa più difficile vaccinarsi o completare il ciclo con la seconda dose. Nel Lazio, il blackout informatico della Regione sta rallentando il ritmo delle somministrazioni e, per di più, a giorni, numerosi hub chiuderanno per ferie.
Insomma, chi ha avuto, ha avuto. Agli altri, non resta che la trafila dei tamponi.
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La beffa dei tamponi «calmierati»: come pagare due volte la cena.Proprietari di ristoranti, piscine, palestre e locali dovranno trasformarsi in una sorta di pubblico ufficiale.Avrebbe dovuto facilitare gli spostamenti e rimettere in moto il turismo. In realtà si è trasformato in un altro ostacolo.È una palese violazione del Regolamento Ue del 15 giugno, in cui si fa espresso divieto di discriminare «in modo diretto e indiretto le persone che non sono vaccinate».Il paradosso sui trasporti: dal primo settembre, il foglio verde sarà obbligatorio sull'Alta velocità e per i traghetti extraregionali, ma non per i mezzi che viaggiano all'interno della stessa Regione.Il green pass non è affatto la garanzia che si è al sicuro dal contagioIl numero 1500 è l'unica chiave per ottenere il certificato per chi non ha ancora ricevuto il codice Authcode. Ma è una sorta di numero magico, dal momento che occorre molta fortuna per riuscire a collegarsi.Lo speciale contiene sette articoli.Il green pass è palesemente uno strumento di discriminazione, ma l'unico modo per ovviare parzialmente a questa situazione sarebbe stato di prevedere la gratuità del tampone. Invece ci sarà il prezzo calmierato (tra i 7 e i 10 euro) e solo per gli studenti delle scuole secondarie, tra i 12 e i 18 anni. Con quelle cifre, per una cena al ristorante, significa praticamente dover pagare una pizza due volte. La gratuità è stata scartata perché avrebbe potuto disincentivare i più giovani a immunizzarsi. In questo modo, però, per una famiglia che va a cena fuori, la pizza del figlio verrebbe a costare il doppio, dovendo presentare l'esito del tampone. Il test inoltre ha una durata limitata e va ripetuto ogni volta che si vuole entrare in locale chiuso. Non è certo la più semplice delle soluzioni e ha anche un costo. Poi si stanno creando alcune differenziazioni regionali. La Regione Umbria ha approvato una delibera in base alla quale, a partire dal 9 agosto e fino al 31, i residenti di età compresa tra 12 e 30 anni che hanno già preaderito alla vaccinazione o lo faranno durante questo arco temporale, potranno usufruire gratuitamente dei test diagnostici, se la data dell'appuntamento per il vaccino non consente loro di ottenere il green pass.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-gestori-dei-locali-saranno-costretti-a-svolgere-funzioni-di-pubblici-ufficiali" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> I gestori dei locali saranno costretti a svolgere funzioni di pubblici ufficiali Il green pass è un gran caos anche per chi deve fare da controllore. Proprietari di ristoranti, piscine, palestre, locali dovranno trasformarsi in una sorta di pubblico ufficiale, stando ben attenti che qualcuno non eluda la sorveglianza. Mentre i cittadini sprovvisti del certificato rischiano una multa fino a 400 euro, ridotta se pagata entro cinque giorni, per gli esercenti distratti, la sanzione è più salata. Dopo due violazioni commesse in giornate diverse, si applica la chiusura da uno a dieci giorni. Gli esercenti dovranno fare la spola tra la cassa e l'ingresso o delegare un dipendente a questo particolare servizio. Si prospettano disagi e discussioni e alcune situazioni imbarazzanti. Il gestore dovrà controllare anche l'età dei minori. Il certificato è obbligatorio per frequentare tali esercizi, per chi ha più di 12 anni. Vita difficile per i ristoranti di montagna, che di solito hanno pochi tavoli all'aperto perché la temperatura, specie di sera, anche d'estate richiede un ambiente chiuso. C'è poi una categoria di persone che non ha potuto effettuare la vaccinazione perché con situazioni di salute che non lo consentono. Per costoro è previsto un certificato di esenzione. All'ultimo momento è stato deciso che non è necessario specificare il motivo dell'esenzione dal vaccino, ma può risultare comunque imbarazzante sia per chi deve esporre questo documento sia per chi deve controllare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="stroncato-il-turismo-che-si-doveva-rilanciare" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Stroncato il turismo che si doveva rilanciare Il green pass era stato concepito, all'inizio, come uno strumento per facilitare gli spostamenti e quindi rimettere in moto il turismo che aveva sofferto con le restrizioni della pandemia. In realtà tra lentezze della campagna vaccinale, problemi nella consegna del certificato e incertezze sul perimetro dell'obbligatorietà, si è trasformato in un altro ostacolo. Le disposizioni governative arrivano giornalmente. A estate inoltrata, con tante prenotazioni sospese, aleggia l'incognita del passaggio di alcune Regioni in zona gialla. Se questo dovesse avvenire, cosa accadrà a chi ha il green pass? È stato detto che nelle zone gialla, arancione e rossa, il certificato è valido per accedere a tutti «i servizi e le attività consentiti e alle condizioni previste per le singole zone». C'è l'orientamento di tenere la capienza dei trasporti all'80% anche in zona gialla. Insomma, il foglio verde è un pass condizionato. Negli alberghi non è obbligatorio, ma il turista deve averlo se vuole visitare musei, mostre o partecipare a spettacoli. Situazione paradossale per le strutture alberghiere che hanno al loro interno un centro termale e benessere. Quando si entra in zona terme, o in una piscina coperta, si presenta il certificato che non è obbligatorio nelle altre aree dell'albergo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="regole-ue-e-professioni-discriminate" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Regole Ue e professioni discriminate Il certificato verde è una palese violazione del Regolamento Ue del 15 giugno, in cui si fa espresso divieto di discriminare «in modo diretto e indiretto le persone che non sono vaccinate». Tra le varie situazioni comunque meritevoli di rispetto, infatti, c'è anche quella di chi non vuole vaccinarsi. Ma per il premier Mario Draghi questa volta possiamo snobbare Bruxelles. Ha detto esplicitamente che «bisogna essere pratici. Se il coordinamento europeo non funziona, bisogna andare per conto proprio». Il green pass è la concreta dimostrazione, allora, che l'Italia può seguire la propria linea, se vuole. Ma allora, è il tema che si porrà a breve quando bisognerà riattivare il Patto di stabilità: potremmo fare lo stesso per l'austerità economica e i vincoli di bilancio, no? Poi, c'è un secondo livello di discriminazione: quella tra professioni. Non a tutti i lavoratori, infatti, è imposto l'obbligo del certificato verde. Dovrà averlo il personale scolastico, come era già accaduto ai sanitari. I docenti che non si adeguano saranno costretti ad assentarsi e, dopo cinque giorni, rimarranno senza stipendio. Eppure, l'obbligatorietà - almeno al momento - non vale per le altre categorie di lavoratori. Eppure, l'articolo 32, secondo comma, della Costituzione, dice che l'obbligo di un trattamento sanitario deve essere stabilito da una legge. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="sullalta-velocita-si-sui-regionali-affollati-no" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Sull’Alta velocità sì, sui regionali affollati no Il paradosso del green pass raggiunge una delle massime vette per quanto riguarda il capitolo trasporti. Dal primo settembre, il foglio verde sarà obbligatorio sui treni a lunga percorrenza, quindi Alta velocità e Intercity e per i traghetti extraregionali, ma non per i mezzi che viaggiano all'interno della stessa Regione. La stranezza è che proprio i treni regionali sono i più frequentati e affollati, perché servono i pendolari che si spostano quotidianamente per lavoro o per studio. Quindi, i passeggeri di questi convogli prima viaggiano stretti come sardine, gomito a gomito con chi potrebbe non essere vaccinato, poi però, entrando in un ristorante o nella saletta di un bar, devono esibire il certificato verde. Altro paradosso riguarda i traghetti: nessun obbligo di avere il lasciapassare se si raggiungono isole della stessa Regione, ma se poi da queste ci si sposta in altre, allora è richiesto (con l'eccezione di chi transita sullo Stretto di Messina: perché?). Come dire che il virus viaggia con il contachilometri: più è lungo il percorso e più colpisce. Ma è stato accertato che basta qualche secondo per infettarsi. Inoltre, per la lunga percorrenza (treni, traghetti e aerei) la capienza dovrebbe passare dal 50% all'80% dei posti disponibili. E sui mezzi pubblici, la capienza dovrebbe essere conservata all'80% anche in zona gialla - quando, cioè, inizia a crescere considerevolmente la pressione sugli ospedali. Che senso ha? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="garanzia-anti-virus-smentita-dagli-studi" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> «Garanzia» anti virus smentita dagli studi Il green pass dopo una sola dose è la solita soluzione di compromesso che contraddice le evidenze cliniche. Per farlo digerire più facilmente, il premier Mario Draghi ha detto che avrebbe dato la sicurezza di stare a contatto con persone che non sono contagiose. Niente di più errato. La situazione epidemiologica in Israele e nel Regno Unito, che sono più avanti con la vaccinazione, è la dimostrazione che anche chi ha completato il ciclo con due dosi può essere colpito dal virus e può trasmetterlo. A maggior ragione dopo una sola puntura, che è la condizione prevista per avere il certificato verde. Quindi il green pass non è affatto la garanzia che si è al sicuro dal contagio. Non a caso il governo impone, a chi entra a Palazzo Chigi e anche se ha completato il ciclo vaccinale, il tampone. Per partecipare alla conferenza stampa di Draghi, o all'incontro con il ministro dei sindacati, è stata richiesta questa verifica. La situazione è paradossale. Per entrare nella sede del governo non basta il green pass che è invece sufficiente per chi cena nei locali chiusi di un ristorante. Altra assurdità è che chi ha il certificato potrebbe essere servito da un cameriere che ne è sprovvisto e che non si è vaccinato. Per il personale, al momento, non è obbligatorio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="centralino-ministeriale-lodissea-dei-guariti" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Centralino ministeriale. L’odissea dei guariti In molti casi, il numero 1500 è l'unica chiave per ottenere l'agognato green pass ed evitare un'estate in semi isolamento. È una sorta di numero magico, dal momento che occorre molta fortuna per riuscire a collegarsi. Serve soprattutto a coloro che non hanno ancora ricevuto il messaggio o la mail dal ministero della Salute con il codice Authcode da inserire in uno specifico link. Costoro sono in una sorta di limbo. I dimenticati dalla sanità sono in maggioranza guariti dal Covid che avrebbero dovuto ottenere subito la certificazione, al momento della guarigione o quantomeno essere trattati come gli altri. Dopo che il governo ha deciso di estendere il green pass ad alcuni servizi, è aumentato il numero delle persone che hanno contattato questo numero, che però risulta spesso occupato. C'è un altro aspetto. Man mano che ci si avvicina a Ferragosto e cresce la voglia di lasciare le città, diventa più difficile vaccinarsi o completare il ciclo con la seconda dose. Nel Lazio, il blackout informatico della Regione sta rallentando il ritmo delle somministrazioni e, per di più, a giorni, numerosi hub chiuderanno per ferie. Insomma, chi ha avuto, ha avuto. Agli altri, non resta che la trafila dei tamponi.
Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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Il Myanmar, noto al mondo come Birmania fino all’inizio degli anni Novanta, quando i militari dopo uno dei tanti colpi di stato le cambiarono il nome, vive da sempre in una specie di limbo intriso di riservatezza. La nazione asiatica ha avuto una storia travagliata liberandosi dal dominio britannico dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dal 1948 quella che ancora si chiamava Birmania è stata scossa da lotte interne delle tante etnie che la compongono e che hanno sempre convissuto malvolentieri. Nel 1962 il primo colpo di stato inaugurava il periodo della Repubblica Socialista Birmana, un regime che sarebbe durato per 26 anni e caratterizzato dal monopartitismo e dal totale dominio dell’esercito.
Dal 1974 era iniziato un periodo di governo misto civile e militare, ma nel 1988 l’ala più dura delle Forze Armate aveva ripresa totalmente in mano il potere. I militari reagirono alle proteste popolari chiamate «Rivolta 8888», nata nelle università dopo l’uccisione di uno studente che manifestava. Gli studenti indissero per l'8 agosto 1988 uno sciopero generale e la scelta del giorno 8-8-'88 era un simbolico riferimento all'anno 888 dell'era birmana, corrispondente al 1527, anno in cui la confederazione degli Shan aveva riunito la nazione. Il 18 settembre l’esercito riprese il controllo della Birmania uccidendo migliaia di persone ed istaurando la più dura giunta militare della storia della nazione asiatica. Nel 1990 si tennero dopo 30 anni le prime elezioni libere e la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e figlia dell’eroe nazionale Aung San, stravinse ottenendo una maggioranza schiacciante. La giunta militare rifiutò però di cedere il potere sciogliendo il parlamento neo-eletto ed arrestando Aung San Suu Kyi e molti dirigenti del suo partito.
Anche alla capitale Rangoon venne cambiato nome in Yangon e nel 2005 venne retrocessa a capoluogo regionale, mentre il governo si spostava a Naypyidaw, sperduto centro abitato dell’interno. Lo spostamento sembra sia stato consigliato dall’indovino personale del generale Than Shwe, leader della dittatura militare, che aveva scelto anche la data di inaugurazione ed una serie di azioni da compiere per avere fortuna. Intanto le sanzioni internazionali applicate dall’inizio degli anni 90 stavano strangolando la fragile economia birmana e nel 2010 la giunta concesse delle elezioni dopo aver cambiato la costituzione garantendo per legge all’esercito il 25% dei seggi parlamentari. Queste elezioni farsa furono boicottate dal partito di Aung San Suu Kyi e furono vinte dall'USDP (Partito dell'Unione della Solidarietà e dello Sviluppo) che candidava soltanto militari. Dal 2011 l’esercito ha concesso alcune riforme ed ha liberato la leader dell’opposizione che è riuscita a partecipare ed a vincere nelle elezioni del 2015. Per sei anni il Myanmar, fra mille difficoltà e problemi, è stato governato da un governo civile, ma nel 2021 l’ennesimo colpo di stato ha riportato un generale al vertice dello stato creando un governo provvisorio. Nel 2025 lo stesso generale Min Aung Hlaing è diventato presidente del Myanmar, svestendo la divisa dell’esercito.
Oggi il governo illegittimo di Min Aung Hlaing amministra la regione della capitale ed il sud del paese, arrivando a stento al 50& del totale del paese. il resto è in mano alla resistenza, formata da decine di milizie etniche, spesso anche in lotta fra di loro. La guerra civile è già costata diverse decine di migliaia di morti e oltre tre milioni e mezzo di sfollati interni, oltre a quasi un milione nelle nazioni confinanti. Il Myanmar è un paese complesso dove ci sono 135 gruppi etnici diversi, divisi in stati che si amministrano da soli come i Kachin, i Chin, gli Shan, i Kayah, i Kayin, i Mon e i Rakhine. Nelle zone cosiddette liberate, l’esercito continua a bombardare con forze aeree o artiglieria, aumentando il numero delle vittime civili e delle persone che fuggono, ma ormai anche la Cina, autentico mentore della giunta, chiede un cessate il fuoco. L’ex Birmania è un caposaldo del Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino che agisce come primo investitore. Nel 2020, durante la visita di Xi Jinping, sono stati firmati 33 accordi per infrastrutture milionarie in tutto lo stato, comprese aree non più controllate dalla giunta. Tra il 1988 e il 2018, il Myanmar ha ricevuto circa 75 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri per il 90% dalla Cina.
Con il BRI Pechino ha rafforzato il suo interesse sul Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC), trasformando il porto di Kyaukpyu nel suo sbocco sull’Oceano Indiano. Per la Cina la Birmania è fondamentale per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca in Malesia, che ha alzato le tariffe di transito. Kyaukpyu è affacciato sul Golfo del Bengala e qui Pechino ha già investito 10 miliardi di dollari per il porto ed una zona economica speciale in mano cinese per 75 anni. Pechino ha fatto arrivare qui un gasdotto lungo 800 chilometri costato 1,5 miliardi di dollari, con una capacità di 12 miliardi di metri cubi all’anno determinante per lo sviluppo cinese. Il gasdotto collega Kunming, capitale della provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, con le città birmane di Mandalay, Yangon e Kyaukpyu pompando energia nel motore della Repubblica Popolare. Senza dimenticare che Pechino sta valutando questa località come base navale per la sua flotta, una diretta minaccia alla potenza navale indiana distante poche centinaia di miglia.
Gli italiani in Birmania (1870-1885)
Per l’Italia unita da pochi anni, l’avventura coloniale non cominciò in Africa, ma in Asia. In particolare i primi passi verso l’espansione territoriale del Regno furono diretti verso la Birmania (oggi Myanmar). Ancora prima del 1860 l’idea nacque nell’entourage di Camillo Cavour, durante la carica di primo ministro del Regno di Sardegna grazie alla consulenza del futuro fondatore della Società Geografica Italiana, accademico e diplomatico durante gli ultimi anni preunitari, Cristoforo Negri. Durante gli anni dell’attività di diplomatico, Negri era venuto in stretto contatto con il missionario italiano Paolo Abbona, in Birmania dal 1839 e profondo conoscitore della cultura e della lingua del Paese asiatico. Durante la permanenza nell’allora capitale Mandalay si era guadagnato la fiducia dei dignitari di corte e dello stesso re Mindon Min, sovrano illuminato e aperto all’interscambio con l’occidente del mondo. Abbona fu testimone della strenua difesa del territorio che Mindon guidò durante l’aggressione militare britannica nella seconda guerra anglo-birmana del 1852, conclusa con l’annessione di ampi territori della Birmania meridionale da parte di Londra. Considerata l’arretratezza dell’esercito birmano nei confronti di quello britannico, il sovrano sfruttò gli ottimi rapporti con Abbona per avviare un flusso migratorio di tecnici specializzati. Questi avrebbero dovuto occuparsi della modernizzazione della Birmania sia in campo civile (opere infrastrutturali e industria) che militari, con l’introduzione di armamenti moderni e addestramento al combattimento.
Nel 1871 i contatti tra Birmania e Italia furono formalizzati durante il lungo viaggio in Oriente dal comandante della corvetta «Principessa Clotilde», Carlo Alberto Racchia. Nel trattato di amicizia Italia-Birmania siglato dall’ufficiale di Marina piemontese e dal ministro degli esteri Kinwun erano contenuti i termini della collaborazione dei tecnici italiani. La scelta di rivolgersi all’Italia, piuttosto che francesi o britannici, nasceva dal fatto che il nuovo Stato europeo non rappresentava ancora una minaccia coloniale diretta. La corte birmana vedeva negli italiani collaboratori neutrali e utili per importare conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili alla modernizzazione. A partire dalla metà degli anni ’70 del secolo XIX furono decine gli ingegneri, i tecnici ma anche scienziati e medici che si trasferirono al servizio del governo birmano. Molti furono addetti allo sviluppo e al mantenimento dell’industria siderurgica in particolare delle armi. In Birmania fu attivo Antonio Glisenti, imprenditore bresciano delle armi, che riuscì ad aggirare l’embargo britannico importando numerosi fucili moderni per l’esercito di Mindon. Nelle infrastrutture si distinse l’ingegnere spezzino Francesco Federici che nel 1874 realizzò due ponti sul fiume Irrawaddy, mentre il genovese Giovanni Battista Comotto si occupò di riorganizzare la marina fluviale, oltre a raccogliere molte notizie sull’entomologia della Birmania. Anche la prima luce elettrica fu portata a Mandalay da un italiano, Ainsi Pedrone, che importò anche le prime cucine economiche da campo in uso al regio Esercito. Gli italiani che lavorarono in Birmania furono presenti in svariati campi dell’industria, che comprese anche l’introduzione dell’allevamento e della filatura della seta. In campo sanitario, si distinse il nobile lodigiano Luigi Barbieri di Introini, diventato medico personale di re Mindon.
Dal punto di vista della consulenza militare, in Birmania si trasferirono a partire dalla metà degli anni ’70 dell’Ottocento, diversi ufficiali delle varie specialità dell’esercito. Il Tenente Colonnello dei bersaglieri Tersilio Barberis, in congedo volontario, fu attivo nell’addestramento della fanteria, oltre ad occuparsi di interessi commerciali. Con lui negli stessi anni fu Aristide Perucca, ufficiale che fu nominato «tenascié» dell’esercito birmano durante la sua permanenza. Come lui, anche Valentino Molinari entrò nei ranghi delle forze armate. Nel 1878 re Mindon morì, lasciando il trono all’erede Thibaw Min. Il cambio di reggenza significò un peggioramento dei rapporti tra i dignitari birmani e i tecnici italiani, rallentati nella loro opera anche a causa di una burocrazia paralizzante. A complicare la situazione contribuì in parte anche un personaggio importante della comunità italiana in Birmania, l’ambasciatore a Mandalay Giovanni Andreino. Figura controversa, il diplomatico fu al centro delle polemiche per un supposto doppio gioco in favore dei francesi, che miravano a limitare l’influenza britannica nel Sudest asiatico. La presenza degli italiani e l’ostilità francese spinsero il governo britannico a completare l’opera di assoggettamento del regno di Birmania, dando il via alla terza e ultima guerra anglo-birmana, durata meno di un mese dal 7 al 29 novembre 1885. Nelle ostilità furono coinvolti anche gli ufficiali italiani Barberis, Perucca e Molinari che parteciparono alla difesa della fortificazione di Minhla, sulle rive del fiume Irrawaddy. Impossibilitati a resistere dalle soverchianti forze nemiche, si arrenderanno agli inglesi pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità. La caduta del regno di Birmania e l’inizio della dominazione britannica metteranno la parola fine a quel primordiale tentativo italiano di radicare la presenza nel Sudest asiatico, da allora dominio quasi totale anglo-francese. La maggior parte dei tecnici italiani farà rientro in Patria, mentre alcuni tenteranno nuova fortuna in paesi come Giappone e Cina. Appena cinque anni dopo la fine della presenza italiana in Birmania, il 1°gennaio 1890, l’Italia ebbe la sua prima colonia in Africa: l’Eritrea.
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