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2026-03-20
Nell’Italia dei tagli e di Big Pharma la salute non è più un diritto di tutti
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Quello che conta, infatti, è la sostanza, che tu racconti bene, e che dunque non ho nessun motivo di anticipare o di «bruciare». Vorrei dire solo una cosa: la salute in Italia non è più un diritto garantito. Semplicemente: non lo è più. Eppure, tutti coloro che si riempiono la bocca a più riprese con la Costituzione più bella del mondo non spendono una parola, nemmeno una, per la più clamorosa e devastante violazione della Costituzione che avviene ogni giorno nel nostro Paese. Che avviene negli ospedali, nelle Asl e nei famigerati Cup, i Centri unici di prenotazione, diventati ormai un girone infernale per chiunque sia malato. Perché la verità è questa: oggi in Italia si può curare solo chi è ricco. Chi ha i soldi. Chi può permettersi visite, esami e operazioni privatamente. Per tutti gli altri c’è solo l’infinita attesa. Il rinvio al 2027. O magari al 2028. Lo sportello sbattuto in faccia. La lista chiusa. L’angoscia. La paura. E, infine, la condanna a morte.
Ecco: i «ladri di salute» sono coloro che hanno provocato tutto ciò. Sono coloro che hanno sforbiciato le spese sanitarie senza pietà (dal 2010 al 2020 37 miliardi di euro in meno). Sono coloro che in nome del bilancio hanno chiuso reparti, ridotto i medici, massacrato gli infermieri. Sono coloro che ci continuano a ripetere che bisogna ridurre i costi perché non si possono fare debiti per curare i malati (mentre si possono fare per comprare 800 miliardi di armi). Sono coloro che strizzano l’occhio ai guadagni dei privati. A chi fa business sulla pelle dei malati. Sono coloro che hanno trasformato la sanità in un gigantesco affare che ormai non pensa a curare chi soffre ma pensa solo a curare i bilanci delle aziende. I «ladri di salute» sono coloro che hanno messo il dio denaro davanti alla pietà del medico, il fatturato di Big Pharma davanti all’umanità della sofferenza. E, se permetti, i «ladri di salute» sono anche tutti quelli che si continuano a riempire la bocca di promesse, a volte anche trasformate in leggi e decreti, che non cambiano nulla. E illudono soltanto chi sta male senza tirarlo fuori dal suo orrore quotidiano.
In questi mesi ti ho vista, cara Natasha, scagliarti con coraggio contro i «ladri di salute». E ti ho vista buttarti nel racconto di questa tragedia diffusa, silenziosa e dimenticata con la passione di chi ama non solo il nostro mestiere, ma anche la vita. Non è un dettaglio da poco. Ho sempre pensato infatti che per fare bene il giornalista non basti avere la tecnica, bisogna avere anche il cuore. E tu hai entrambi, li hai sempre avuti. E in abbondanza. Essere mamma, e aver conosciuto da mamma la sofferenza dei bimbi e i sentieri tortuosi degli ospedali, ti ha permesso di avvicinarti alle storie con una forza e insieme con una dolcezza che raramente si vedono in un inviato. Ora, per la prima volta, cerchi di trasferire tutto ciò in un libro. Dici all’inizio di sentirti inadeguata, ma i lettori ci metteranno un attimo a capire che non lo sei. Non appena cominceranno a leggere.
E allora lo vedi che queste mie righe fanno solo perdere tempo? Che altro c’è da dire? Abbiamo visto passare, insieme, tanti volti e tante storie, nel nostro studio. Tanti ne hai incontrati sul campo. Tanti casi li abbiamo risolti. Tanti sono rimasti irrisolti, a testimonianza di un problema troppo grande e drammatico per essere contenuto dalle nostre forze. Ma resta il bisogno di raccontare quello che c’è dietro i numeri, dietro le statistiche, dietro i dati ministeriali, il Gimbe e l’Agenas. E quello che c’è, è la vita delle persone. Ci sono le loro sofferenze, i loro palpiti, le loro delusioni, la loro rabbia per aver avuto per tanti anni fiducia in uno Stato che ora li abbandona, per aver pagato tasse che non servono nemmeno ad avere una visita cardiologica, ci sono tinelli pieni di dignità e di amarezza, ci sono pugni sbattuti sul tavolo, telefoni che restano muti, giorni avvolti dal tormento e notti travolte dagli incubi. Ci sono le ferite in una carne che troppo spesso è considerata solo carne da macello. E che invece qui, tra queste pagine, ritrova dignità e un filo di speranza. Andatele a leggere subito dunque, queste pagine, saltando una Prefazione che ha come unico merito quello di aver dato ragione, tanti anni dopo, al mio vecchio editore: ha dimostrato che le Prefazioni non servono a nulla.
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Austerità, business sulla pelle dei malati, promesse non mantenute: un libro racconta come siamo arrivati a consentire solo ai ricchi la possibilità di curarsi. Nel silenzio di chi loda la Costituzione più bella del mondo.Cara Natasha, quando ho scritto il mio primo libro, ormai tanti anni fa, chiesi al mio editore: «A chi facciamo fare la prefazione?». Lui mi rispose: «A nessuno». Da allora mi sono convinto che le prefazioni siano proprio inutili, un esercizio narcisistico di qualche trombone, un riempitivo di pagine che è bene saltare a piè pari per andare subito laddove c’è il succo. Per questo mi ero ripromesso di non scriverne più. Per non passare per trombone, e per non fare esercizi di narcisismo: di quelli ne faccio già fin troppi, sarebbe meglio fare qualche esercizio per gli addominali, piuttosto. Però quando tu e Lorenzo Bertocchi, che ha voluto questo libro, mi avete chiesto una Prefazione, non ho saputo dire di no. Un po’ per la stima che ho per voi. Un po’ perché i «ladri di salute» li sento miei, dal momento che quel titolo è nato e cresciuto dentro Fuori dal Coro. E mi sarebbe sembrato di tradire un po’ noi stessi se avessi negato queste poche righe, pur continuando a pensare che siano del tutto inutili.Quello che conta, infatti, è la sostanza, che tu racconti bene, e che dunque non ho nessun motivo di anticipare o di «bruciare». Vorrei dire solo una cosa: la salute in Italia non è più un diritto garantito. Semplicemente: non lo è più. Eppure, tutti coloro che si riempiono la bocca a più riprese con la Costituzione più bella del mondo non spendono una parola, nemmeno una, per la più clamorosa e devastante violazione della Costituzione che avviene ogni giorno nel nostro Paese. Che avviene negli ospedali, nelle Asl e nei famigerati Cup, i Centri unici di prenotazione, diventati ormai un girone infernale per chiunque sia malato. Perché la verità è questa: oggi in Italia si può curare solo chi è ricco. Chi ha i soldi. Chi può permettersi visite, esami e operazioni privatamente. Per tutti gli altri c’è solo l’infinita attesa. Il rinvio al 2027. O magari al 2028. Lo sportello sbattuto in faccia. La lista chiusa. L’angoscia. La paura. E, infine, la condanna a morte.Ecco: i «ladri di salute» sono coloro che hanno provocato tutto ciò. Sono coloro che hanno sforbiciato le spese sanitarie senza pietà (dal 2010 al 2020 37 miliardi di euro in meno). Sono coloro che in nome del bilancio hanno chiuso reparti, ridotto i medici, massacrato gli infermieri. Sono coloro che ci continuano a ripetere che bisogna ridurre i costi perché non si possono fare debiti per curare i malati (mentre si possono fare per comprare 800 miliardi di armi). Sono coloro che strizzano l’occhio ai guadagni dei privati. A chi fa business sulla pelle dei malati. Sono coloro che hanno trasformato la sanità in un gigantesco affare che ormai non pensa a curare chi soffre ma pensa solo a curare i bilanci delle aziende. I «ladri di salute» sono coloro che hanno messo il dio denaro davanti alla pietà del medico, il fatturato di Big Pharma davanti all’umanità della sofferenza. E, se permetti, i «ladri di salute» sono anche tutti quelli che si continuano a riempire la bocca di promesse, a volte anche trasformate in leggi e decreti, che non cambiano nulla. E illudono soltanto chi sta male senza tirarlo fuori dal suo orrore quotidiano.In questi mesi ti ho vista, cara Natasha, scagliarti con coraggio contro i «ladri di salute». E ti ho vista buttarti nel racconto di questa tragedia diffusa, silenziosa e dimenticata con la passione di chi ama non solo il nostro mestiere, ma anche la vita. Non è un dettaglio da poco. Ho sempre pensato infatti che per fare bene il giornalista non basti avere la tecnica, bisogna avere anche il cuore. E tu hai entrambi, li hai sempre avuti. E in abbondanza. Essere mamma, e aver conosciuto da mamma la sofferenza dei bimbi e i sentieri tortuosi degli ospedali, ti ha permesso di avvicinarti alle storie con una forza e insieme con una dolcezza che raramente si vedono in un inviato. Ora, per la prima volta, cerchi di trasferire tutto ciò in un libro. Dici all’inizio di sentirti inadeguata, ma i lettori ci metteranno un attimo a capire che non lo sei. Non appena cominceranno a leggere.E allora lo vedi che queste mie righe fanno solo perdere tempo? Che altro c’è da dire? Abbiamo visto passare, insieme, tanti volti e tante storie, nel nostro studio. Tanti ne hai incontrati sul campo. Tanti casi li abbiamo risolti. Tanti sono rimasti irrisolti, a testimonianza di un problema troppo grande e drammatico per essere contenuto dalle nostre forze. Ma resta il bisogno di raccontare quello che c’è dietro i numeri, dietro le statistiche, dietro i dati ministeriali, il Gimbe e l’Agenas. E quello che c’è, è la vita delle persone. Ci sono le loro sofferenze, i loro palpiti, le loro delusioni, la loro rabbia per aver avuto per tanti anni fiducia in uno Stato che ora li abbandona, per aver pagato tasse che non servono nemmeno ad avere una visita cardiologica, ci sono tinelli pieni di dignità e di amarezza, ci sono pugni sbattuti sul tavolo, telefoni che restano muti, giorni avvolti dal tormento e notti travolte dagli incubi. Ci sono le ferite in una carne che troppo spesso è considerata solo carne da macello. E che invece qui, tra queste pagine, ritrova dignità e un filo di speranza. Andatele a leggere subito dunque, queste pagine, saltando una Prefazione che ha come unico merito quello di aver dato ragione, tanti anni dopo, al mio vecchio editore: ha dimostrato che le Prefazioni non servono a nulla.
«Lucky Luke» (Disney+)
Dal cowboy creato dal fumettista belga Morris (Maurice De Bevere) nel 1946 al debutto su Disney+: la serie live-action prova a ricostruire atmosfere e ironia del fumetto. Tra ambizione visiva e nuove dinamiche narrative, resta la sfida di adattarne lo spirito originale.
L'immagine classica del cowboy, con il cappello a tesa larga a coprire gli occhi furbi e il naso adunco. Lucky Luke, cui Morris in prima battuta cercò di dare un aspetto diverso, tozzo e massiccio, portava stivali e cinturone, le gambe strette e la figura snella. Sparava, più velocemente della propria ombra. Movimenti rapidi, fluidi. Così, prima ancora che il fumettista belga potesse avere il tempo di rendersene conto, diventò un'icona: il cowboy per eccellenza, deputato a scrivere una sorta di canone, cui negli anni a venire si sarebbero rifatti tutti coloro che ambivano a passare per il Far West. Lucky Luke si fece leggenda, lui che era nato per restituire leggerezza alla Francia del dopoguerra. Valicò i confini nazionali e divenne un caso globale, tradotto, venduto, protagonista di decine di fumetti. Oggi, di una serie televisiva.
Lucky Luke, al debutto su Disney+ lunedì 23 marzo, è il primo adattamento live-action della striscia creata da Morris. E, in soli otto episodi, con un impianto scenico mostruoso - nell'accezione migliore che l'aggettivo possa portare con sé - cerca di ritrovarne le atmosfere. L'immensità piena di promesse del Far West, la sua durezza e, pure, il divertimento cui ogni cowboy sembrava aver facile accesso. Lucky Luke, con Alban Lenoir ad interpretarne il protagonista, vorrebbe candidarsi ad essere un western da manuale, costruito per celebrare un personaggio che del genere ha saputo scrivere la storia. E ha saputo farlo con un'ironia tutta europea, dissacrante per quel che all'epoca pareva consentito.Quando Lucky Luke ha fatto la sua prima comparsa, correva l'anno 1946. Il western era statunitense, la prospettiva loro. Morris, però, riuscì in un capolavoro: insinuarsi in quel mondo lontano, sfruttarne l'immaginario e, con un'eleganza tutta francese, farsene beffe. Il risultato fu sorprendente. Lucky Luke sapeva incarnare il cowboy archetipico e, al contempo, ridere dei suoi aspetti più macchiettistici.
Tratto, questo, che ottant'anni più tardi, ha reso complesso e insidioso il lavoro degli sceneggiatori. Se la storia, quella del western, con Calamity Jean e Billy the Kid a popolare le sterpaglie americane, può essere di facile adattamento, altrettanto non può dirsi dell'ironia sottile, maliziosa di Lucky Luke. Un'ironia che gli autori dello show Disney si dice abbiano sperato di stimolare attraverso il confronto con un personaggio femminile.Nei suoi otto episodi, girati per lo più in terra spagnola, la serie vede Lucky Luke farsi carico di Louise, ragazzina la cui madre è scomparsa in circostanze misteriose. Un viaggio lungo li attende, un viaggio che permette loro di scandagliare quei luoghi brulli, incontrando i personaggi - Dalton compresi - che li hanno resi eterni.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 febbraio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini commentiamo l'azzardo di Trump in Iran.