I mercati vedono Mediobanca dentro Siena
2026-02-05

Mentre va avanti il processo di vendita di Ita, il governo cerca di fare il possibile per dare una mano al turismo. E lo fa anche attraverso la società guidata da Fabio Lazzerini che ieri ha comunicato di essere main partner di True Italian experience, un hub digitale per il rilancio del turismo in Italia di proprietà della società di comunicazione Assist group.
«Un progetto accolto con entusiasmo e interesse dalle istituzioni» come spiega una nota stampa di Ita. Incluso il ministero del Turismo. «L’iniziativa di Ita Airways con True Italian Experience è una sfida vincente che va nella direzione di un maggior coinvolgimento di tutti gli operatori per una migliore offerta turistica nazionale – ha dichiarato il ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, nel corso della presentazione dell’iniziativa ieri a Roma al Chiostro del Bramante -. Quest’anno ci aspettiamo una ripartenza del turismo. Ci siamo dati come obiettivo della stagione turistica il raggiungimento dei dati del 2019, anno record per le presenze straniere in Italia. É ambizioso, ma è un dovere che abbiamo nei confronti di tutti gli operatori dopo due anni di blocco dato dalla pandemia».
C’è decisamente molto da fare se si pensa che a gennaio l’Italia è il Paese numero uno in termini di click, ma poi a consuntivo rappresenta la quinta meta turistica, nonostante l’ingente patrimonio culturale e le bellezze paesaggistiche. Per questo secondo Lazzerini, True Italian Experience può essere uno strumento adeguato al rilancio dal momento che mette assieme tutti i soggetti della filiera turistica.
«Stiamo lavorando a questo progetto da tre anni - ha spiegato Maurizio Rota, amministratore delegato di True Italian Experience, - Abbiamo un’offerta di 1800 esperienze diverse in Italia sparse su tutto il territorio nazionale. Puntiamo ad arrivare a 4mila entro la fine dell’anno». Il progetto di True Italian Experience dovrebbe quindi rendere più facile al turista straniero l’organizzazione del suo viaggio in Italia. Contando anche su Ita che, come ha spiegato Lazzerini, «è la compagnia di bandiera a servizio del territorio nazionale».
Almeno per il momento visto che il processo di cessione verrà ultimato a giugno e ben presto Ita potrebbe essere controllata dai francesi di AirFrance-Klm, in cordata con il fondo Cerberus e Delta, o dai tedeschi della Lufthansa, in tandem con Msc). O ancora dalla Indigo Partners, il fondo che controlla l’ungherese Wizz Air. Salvo che, last minute, non si manifestino altri potenziali acquirenti. In compenso, come ha spiegato il ministro del Tesoro, Daniele Franco, lo Stato italiano dovrebbe mantenere una partecipazione sul lungo termine a tutela dell’occupazione. E magari anche dei flussi turistici che AirFrance-Klm è interessata a dirottare principalmente sugli aeroporti di Parigi, mentre Lufthansa su quello di Francoforte.
CESSIONE A BREVE
«Siamo tutti estremamente fiduciosi» nel successo del processo di vendita di Ita Airways, ha dichiarato a margine dell’incontro il presidente esecutivo di Ita, Alfredo Altavilla. Sono fiduciosi «il ministro Franco e tutta la struttura del Mef per primi» ha aggiunto, precisando che «non c'è un vincitore scontato, come è giusto che sia in questo momento del processo».
Per Altavilla «tutti i partecipanti alla gara (che si chiuderà il 23 maggio, ndr) stanno giocando le proprie carte e avranno la possibilità di esprimersi con le loro proposte; poi il Tesoro farà le sue valutazioni per scegliere il partner ideale della compagnia. La fiducia nel successo del processo è totale». Il risultato si vedrà a giugno.
Riparte il risiko. Corre Mediobanca scommettendo su un nuovo blitz di Mps per arrivare alla fusione. Si fa vivo anche Credit Agricole riaprendo il fronte Banco-Bpm: «Abbiamo obiettivi molto ambiziosi per l’Italia», ricorda l’amministratore delegato del gruppo, Olivier Gavalda. Per quanto riguarda Banco Bpm, sottolinea di voler «avere una posizione equivalente alla nostra rappresentanza del 20% nel consiglio di amministrazione». Secondo le indiscrezioni i francesi puntano ad avere fra quattro e cinque consiglieri.
I riflettori più potenti, però, sono puntati altrove. A Siena l’assemblea ha votato il cambio di governance della banca che dovrebbe portare alla conferma di Nicola Maione alla presidenza e Luigi Lovaglio come amministratore delegato. Una continuità che, a quanto pare trova il gradimento del ministero dell’Economia. L’ultima parola, però, spetta alla Bce.
Nel frattempo corre Mediobanca ha chiuso la seduta con un balzo di circa il 5,8% a 19 euro. Messaggio chiarissimo: il mercato ha ricominciato a scommettere su una nuova Opa di Mps che potrebbe portare l’istituto fondato da Enrico Cuccia fuori da Piazza Affari.
Il gruppo toscano non ha voluto rubare la scena. Si è limitato a un progresso più sobrio, +1,5% a 9,06 euro.
Ma non è affatto detto che delisting e fusione fra le due banche siano la strada migliore. Secondo quanto filtra da fonti di mercato sentite da Adnkronos, l’incorporazione sarebbe molto costosa, Tre miliardi da spendere per la nuova e 500 milioni di spese. Totale: 3,5 miliardi. Una cifra che le stesse fonti non esitano a definire «monstre», soprattutto se messa a confronto con le sinergie stimate, circa 700 milioni. Dettaglio tutt’altro che secondario: quelle sinergie, assicurano i ben informati, potrebbero essere realizzate anche senza fusione. Insomma, il conto è salato e il dessert non è nemmeno obbligatorio.
Mentre il mercato faceva i suoi calcoli, a Siena si scriveva un altro capitolo della giornata, più silenzioso ma non meno significativo. Si è infatti tenuta l’assemblea straordinaria degli azionisti di Banca Monte dei Paschi, presieduta da Nicola Maione. Partecipazione robusta: 68,01% del capitale sociale, tutto transitato attraverso il rappresentante designato, secondo la liturgia assembleare dei tempi moderni.
All’ordine del giorno c’era un solo punto, ma bello corposo: le modifiche allo statuto. E qui l’assemblea non ha fatto prigionieri. Tutte le delibere sono state approvate con percentuali superiori al 99% del capitale rappresentato. Una di quelle sedute in cui il verbo «approvare» si coniuga senza esitazioni.
Tra le decisioni principali spiccano la possibilità per il consiglio di amministrazione uscente di presentare una propria lista di candidati per il rinnovo dell’organo, la modifica delle regole di cooptazione dei consiglieri in corso di mandato e l’eliminazione del limite massimo di anni per la rieleggibilità degli amministratori. In pratica: più flessibilità, meno paletti. Una scelta di continuità. Non solo: il consiglio avrà anche la facoltà di distribuire fino al 100% degli utili, aprendo la strada a un dividendo più generoso. La riserva legale sarà portata al 5%. Anche questo un modo per alzare la remunerazione.
Una bella ripulita, insomma, all’architettura interna. La banca, però, mette le mani avanti. Tutto approvato, sì, ma non ancora efficace. Alla data odierna, infatti, la Banca centrale europea non ha rilasciato il provvedimento autorizzativo sulle modifiche statutarie. Traduzione: finché Francoforte non timbra, nulla si muove. La vigilanza resta l’ultimo semaforo.
E c’è anche un’assenza che non passa inosservata. Il ministero dell’Economia e delle Finanze non avrebbe partecipato alla votazione dell’assemblea straordinaria di Mps. Una di quelle non-presenze che, nel linguaggio della finanza, pesano quasi quanto una dichiarazione.
Morale della giornata? Mediobanca corre, Mps cammina (+1,15% a 9,04 euro), il mercato sogna, i conti tornano (più o meno) e Siena continua a essere uno dei palcoscenici più osservati del grande romanzo bancario italiano. Il prossimo capitolo è atteso a fine febbraio. E, come sempre, nessuno ha ancora letto l’ultima pagina.
Nel 2021 il Comune rimuove i cartelloni antiabortisti di Pro vita & famiglia dopo averne autorizzato l’affissione. Ora il Tar dà ragione all’amministrazione appellandosi a una norma entrata in vigore mesi dopo i fatti. L’associazione annuncia ricorso e denuncia l’uso del Codice della strada come strumento di censura ideologica contro chi difende maternità e famiglia.
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», afferma il presidente di Pro vita & famiglia Toni Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra».
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
