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2026-01-08
Le truppe a Kiev sono già in ritirata. E Zelensky si lamenta con gli europei
Volodymyr Zelensky (Ansa)
La Germania, dal canto suo, si era immediatamente sfilata dal progetto dei volenterosi per mettere gli stivali sul terreno. Il cancelliere, Friedrich Merz, aveva aperto almeno alla possibilità di spedire degli uomini in un altro Paese Nato vicino all’Ucraina. Ieri, comunque, il segretario generale del suo partito, la Cdu, ha fissato i paletti: niente insegne della Bundeswehr al fronte. Le forze armate, ha spiegato Cartsen Linnemann, «sono già schierate a difesa degli Stati baltici». E tanto basta. L’architettura securitaria e la proiezione geopolitica di Berlino, impegnata in un massiccio riarmo, guarda alle regioni dell’ex impero prussiano.
Anche Varsavia, che un giorno sì e l’altro pure parla come se fosse già in guerra con la Russia, non ne vuol sapere di seguire Macron. E poi, seguirlo dove? A Leopoli o a Kiev, ad addestrare le prossime leve dell’esercito alleato? O magari nel Donbass, dove 10.000 soldati anglofrancesi, 15.000 al massimo, stando alle stime del Times, magari 30.000 totali in un anno, considerando gli avvicendamenti, dovrebbero presidiare 60.000 chilometri quadrati di polveriera?
La posizione italiana è nota: nessun soldato a Est. Semmai, si dovrà varare un meccanismo simile alla clausola di mutua assistenza militare, prevista dall’articolo 5 del Trattato Nato.
L’altra nazione mediterranea, la Spagna del socialista Pedro Sánchez, ha manifestato un qualche interesse per l’iniziativa transalpina, ma a una condizione: che si tiri in ballo l’Onu. Mosca e Pechino, entrambe dotate di potere di veto in seno al Consiglio di sicurezza, non vedranno l’ora di dare il loro via libera. Di nuovo, è la sovranistissima e cattivissima Ungheria a suonare la sveglia: la proposta dei volenterosi, ha commentato Budapest, «spinge l’Europa verso un confronto diretto con la Russia». La quale ha invaso l’Ucraina, seguendo la stessa logica della dottrina Monroe o Donroe di Donald Trump in Venezuela, per non ritrovarsi la Nato nel «cortile di casa». Adesso dovrebbe tollerare che le truppe dell’Alleanza atlantica, uscite dalla porta, rientrino dalla finestra? Quelli del Vecchio continente sono i classici conti fatti senza l’oste. Che la guerra, per di più, la sta vincendo e, pertanto, non ha motivo di accettare condizioni sfavorevoli.
La vera pietra tombale sulla missione rischia di metterla l’unica potenza il cui contributo conta sul serio: gli Stati Uniti. Trump, con un post su Truth, ci ha tenuto a ricordarlo, con i soliti toni da gradasso: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti». Politico ha notato che i rappresentanti di Washington non hanno firmato la dichiarazione sulle garanzie di sicurezza adottata a Parigi, dando adito a dubbi sulla volontà americana di collaborare tramite droni, satelliti e altri sistemi elettronici, capaci di sopperire alla scarsità di uomini che si troveranno dinanzi a un’armata da mezzo milione di unità, che lo zar può mobilitare rapidamente. Secondo la testata, i dettagli sul contributo Usa alla forza multinazionale sono stati rimossi da una bozza iniziale, nella quale era scritto che l’esercito a stelle e strisce sarebbe stato vincolato a intervenire «in caso di attacco» nemico e a fornire assistenza logistica e di intelligence.
Con gli Stati Uniti, poi, rimane aperta la questione dei territori e del controllo della centrale di Zaporizhzhia; temi di cui l’inviato di Trump, Steve Witkoff, ha continuato a discutere ieri, sempre nella capitale francese, con l’ucraino Rustem Umerov.
Zelensky, nel frattempo, era volato a Cipro, il Paese più «putianiano» tra i 27, cui tocca la presidenza di turno del Consiglio, per parlare dell’adesione dell’Ucraina all’Ue. Un percorso che, a suo avviso, andrebbe coordinato con quello della Moldavia. Ha chiesto che Washington catturi il leader ceceno Ramzan Kadyrov come ha fatto con Nicolás Maduro. Ma a chi sa attribuire peso alle parole, in realtà è parso che abbia ridimensionato le sue aspettative: prima esigeva una «pace giusta», ora si accontenta di una «pace degna». Deve aver intuito che, al di là dei proclami, l’Eliseo ha allestito una messinscena, più che un protocollo a tutela dell’Ucraina. Il presidente, infatti, ha lamentato di «non aver ricevuto una risposta chiara» dagli europei su come reagirebbero in caso di nuova offensiva russa. «È esattamente la domanda che ho posto a tutti i nostri partner. Finora, non ho ricevuto una risposta chiara e inequivocabile». Quando il gioco si fa duro, i duri per finta smettono di giocare.
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Germania e Polonia scaricano Macron, l’America non firma il documento dei volenterosi, Starmer si rimette al Parlamento, Madrid invoca l’Onu. Il capo della resistenza protesta: «Dagli alleati non ho risposte chiare».Nel giro di 24 ore, la passerella di Parigi per l’Ucraina si è sbriciolata: le truppe occidentali che c’erano, ma solo dopo la tregua che ancora non c’è, già non ci sono più. La Francia di Emmanuel Macron insiste per l’invio di un contingente, che in ogni caso sarebbe risicatissimo, a monitorare la linea di contatto tra i belligeranti. Ma dall’unico partner da sempre disposto a seguirla, il Regno Unito, è arrivata una prima frenata: il premier britannico, Keir Starmer, ha annunciato che dovrà interpellare il Parlamento. A casa sua, Volodymyr Zelensky ha risolto la pratica introducendo la legge marziale; ma alle nostre latitudini, le democrazie funzionano diversamente. Con la notevole eccezione dell’Italia che bombardò la Serbia, ai tempi di Massimo D’Alema presidente del Consiglio e di Sergio Mattarella suo vice. La Germania, dal canto suo, si era immediatamente sfilata dal progetto dei volenterosi per mettere gli stivali sul terreno. Il cancelliere, Friedrich Merz, aveva aperto almeno alla possibilità di spedire degli uomini in un altro Paese Nato vicino all’Ucraina. Ieri, comunque, il segretario generale del suo partito, la Cdu, ha fissato i paletti: niente insegne della Bundeswehr al fronte. Le forze armate, ha spiegato Cartsen Linnemann, «sono già schierate a difesa degli Stati baltici». E tanto basta. L’architettura securitaria e la proiezione geopolitica di Berlino, impegnata in un massiccio riarmo, guarda alle regioni dell’ex impero prussiano. Anche Varsavia, che un giorno sì e l’altro pure parla come se fosse già in guerra con la Russia, non ne vuol sapere di seguire Macron. E poi, seguirlo dove? A Leopoli o a Kiev, ad addestrare le prossime leve dell’esercito alleato? O magari nel Donbass, dove 10.000 soldati anglofrancesi, 15.000 al massimo, stando alle stime del Times, magari 30.000 totali in un anno, considerando gli avvicendamenti, dovrebbero presidiare 60.000 chilometri quadrati di polveriera?La posizione italiana è nota: nessun soldato a Est. Semmai, si dovrà varare un meccanismo simile alla clausola di mutua assistenza militare, prevista dall’articolo 5 del Trattato Nato.L’altra nazione mediterranea, la Spagna del socialista Pedro Sánchez, ha manifestato un qualche interesse per l’iniziativa transalpina, ma a una condizione: che si tiri in ballo l’Onu. Mosca e Pechino, entrambe dotate di potere di veto in seno al Consiglio di sicurezza, non vedranno l’ora di dare il loro via libera. Di nuovo, è la sovranistissima e cattivissima Ungheria a suonare la sveglia: la proposta dei volenterosi, ha commentato Budapest, «spinge l’Europa verso un confronto diretto con la Russia». La quale ha invaso l’Ucraina, seguendo la stessa logica della dottrina Monroe o Donroe di Donald Trump in Venezuela, per non ritrovarsi la Nato nel «cortile di casa». Adesso dovrebbe tollerare che le truppe dell’Alleanza atlantica, uscite dalla porta, rientrino dalla finestra? Quelli del Vecchio continente sono i classici conti fatti senza l’oste. Che la guerra, per di più, la sta vincendo e, pertanto, non ha motivo di accettare condizioni sfavorevoli.La vera pietra tombale sulla missione rischia di metterla l’unica potenza il cui contributo conta sul serio: gli Stati Uniti. Trump, con un post su Truth, ci ha tenuto a ricordarlo, con i soliti toni da gradasso: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti». Politico ha notato che i rappresentanti di Washington non hanno firmato la dichiarazione sulle garanzie di sicurezza adottata a Parigi, dando adito a dubbi sulla volontà americana di collaborare tramite droni, satelliti e altri sistemi elettronici, capaci di sopperire alla scarsità di uomini che si troveranno dinanzi a un’armata da mezzo milione di unità, che lo zar può mobilitare rapidamente. Secondo la testata, i dettagli sul contributo Usa alla forza multinazionale sono stati rimossi da una bozza iniziale, nella quale era scritto che l’esercito a stelle e strisce sarebbe stato vincolato a intervenire «in caso di attacco» nemico e a fornire assistenza logistica e di intelligence.Con gli Stati Uniti, poi, rimane aperta la questione dei territori e del controllo della centrale di Zaporizhzhia; temi di cui l’inviato di Trump, Steve Witkoff, ha continuato a discutere ieri, sempre nella capitale francese, con l’ucraino Rustem Umerov. Zelensky, nel frattempo, era volato a Cipro, il Paese più «putianiano» tra i 27, cui tocca la presidenza di turno del Consiglio, per parlare dell’adesione dell’Ucraina all’Ue. Un percorso che, a suo avviso, andrebbe coordinato con quello della Moldavia. Ha chiesto che Washington catturi il leader ceceno Ramzan Kadyrov come ha fatto con Nicolás Maduro. Ma a chi sa attribuire peso alle parole, in realtà è parso che abbia ridimensionato le sue aspettative: prima esigeva una «pace giusta», ora si accontenta di una «pace degna». Deve aver intuito che, al di là dei proclami, l’Eliseo ha allestito una messinscena, più che un protocollo a tutela dell’Ucraina. Il presidente, infatti, ha lamentato di «non aver ricevuto una risposta chiara» dagli europei su come reagirebbero in caso di nuova offensiva russa. «È esattamente la domanda che ho posto a tutti i nostri partner. Finora, non ho ricevuto una risposta chiara e inequivocabile». Quando il gioco si fa duro, i duri per finta smettono di giocare.
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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