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2025-10-01
Hamas tergiversa sull’armistizio. Leone: «Proposta realistica, accetti»
Donald Trump (Getty Images)
Benjamin Netanyahu ha voluto chiudere la sua trasferta negli Stati Uniti con un messaggio filmato pensato per lasciare un segno. Prima a New York, per l’Assemblea generale delle Nazioni unite, poi a Washington con Donald Trump, il premier israeliano ha parlato di un viaggio «straordinario, dall’esordio alle Nazioni unite alla chiusura a Washington». E ha rivendicato di aver «isolato Hamas invece di subire l’isolamento da parte di Hamas». A suo dire il viaggio ha segnato un cambio di paradigma: Israele non è più sulla difensiva, ma sostenuto da un fronte mondiale crescente. Il piano presentato da Trump ruota intorno a tre assi: liberazione di tutti gli ostaggi, permanenza delle Forze di difesa israeliane (Idf) su larga parte di Gaza, eliminazione della capacità politico-militare di Hamas. Netanyahu li ha definiti punti «inderogabili» e ha ribadito la contrarietà alla creazione di uno Stato palestinese: «Non è contemplato e rappresenterebbe un premio al terrorismo». Donald Trump ha concesso «tre o quattro giorni» per ricevere la risposta: «Tutte le nazioni arabe hanno aderito, Israele ha aderito e se Hamas boccia il piano per Gaza espierà all’inferno». «Con il piano di pace per il Medio Oriente proposto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è finalmente aperta una speranza di accordo per porre fine alla guerra e alla sofferenza della popolazione civile palestinese e stabilizzare la regione», il commento del presidente Giorgia Meloni. In serata è intervenuto il Papa: quella della Casa Bianca, ha detto, sembra «una proposta realista. Importante ci sia il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Ci sono elementi interessanti. Spero Hamas accetti nel tempo stabilito».
Il premier israeliano ha insistito sulla dimensione globale della questione Hamas. Trump ha ringraziato singolarmente Giordania, Egitto, monarchie del Golfo e persino l’Indonesia, prospettando loro l’ingresso nella «sfera di prosperità e sicurezza» degli Accordi di Abramo, purché la regione sia stabilizzata e Hamas «totalmente annientato». Il messaggio: non solo pacificazione a Gaza, ma ridefinizione dell’intero equilibrio mediorientale con Israele come interlocutore centrale. L’inviato Usa Steve Witkoff ha parlato a Fox News di «consenso allargato» sul piano da parte di Paesi arabi ed europei. La Russia «sostiene e accoglie con favore» il piano e auspica che «venga realizzato» per consentire una soluzione «pacifica», come ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.
Anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha sollecitato «tutte le parti ad accettare e attuare l’accordo», lodando il ruolo dei Paesi arabi e musulmani nel processo. Per l’analista Giovanni Giacalone «il progetto appare favorevole a Israele perché punta alla liberazione di tutti i prigionieri entro 72 ore, togliendo a Hamas la principale leva di pressione. Il movimento verrebbe disarmato ed escluso politicamente da Gaza, ridotto in un vicolo cieco. Ma, vista la scarsa affidabilità dell’organizzazione, il rischio di fallimento resta elevato. Sono inoltre scettico sul rilascio di centinaia di detenuti palestinesi, non vedo come possa facilitare la pace». Secondo la Bbc è molto probabile che Hamas respinga il piano per mettere fine alla guerra a Gaza. Lo ha indicato un funzionario di primo piano del gruppo palestinese all’emittente britannica, osservando che la proposta «fa gli interessi di Israele» e «ignora quelli del popolo palestinese». Secondo la fonte palestinese, inoltre, difficilmente Hamas accetterà di consegnare le armi, una delle condizioni centrali del piano presentato dal presidente Usa. Il movimento islamista si oppone anche al dispiegamento di una Forza internazionale di stabilizzazione, considerandola una nuova «forma di occupazione». Un alto funzionario palestinese ha riferito che le consultazioni sul piano coinvolgono la leadership di Hamas sia dentro che fuori dalla Striscia, ma il comandante militare a Gaza, Ez al-Din al-Haddad, sarebbe deciso a proseguire la lotta armata.
Intanto il Qatar ha annunciato che la Turchia si unirà al team di mediazione, con una delegazione che incontrerà Hamas nelle prossime ore. «Durante il nostro incontro di ieri abbiamo spiegato ad Hamas che il nostro obiettivo primario è fermare la guerra. Hamas ha agito responsabilmente e ha promesso di studiare il piano». Così ad Al Jazeera il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani, ha auspicato che tutte le parti «considerino il piano in modo costruttivo e colgano l’opportunità di porre fine alla guerra». Ma, ha aggiunto, quello presentato ieri era un elenco di «principi», «i cui dettagli devono essere discussi» anche se il piano «raggiunge l’obiettivo primario di porre fine alla guerra».
Sul terreno, l’Idf si prepara a «giorni difficili e pericolosi». Il capo di Stato maggiore Eyal Zamir, giunto nella Striscia meno di dodici ore dopo le dichiarazioni di Trump e Netanyahu, ha avvertito i comandanti della necessità di massima vigilanza e presenza in prima linea. I media israeliani parlano di un’imminente intensificazione dei combattimenti, con piani d’attacco già approvati, mentre Hamas tenterà di strappare risultati militari prima di un eventuale ritiro israeliano. Il nodo centrale resta Hamas: per Netanyahu il fatto che sia ormai percepito come una minaccia globale rappresenta già un risultato politico, ma sarà la leadership di Gaza a determinare se il piano di Trump aprirà un percorso verso la stabilità o sfocerà in una nuova escalation. Per il movimento jihadista le opzioni sono due: accettare l’intesa o affrontare il rischio di essere annientato militarmente. Pochi giorni e ne sapremo di più.
I Paesi arabi benedicono il piano Usa
Il piano in 20 punti che il presidente statunitense Donald Trump ha presentato per Gaza insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, potrebbe segnare la svolta e mettere fine alla guerra. L’accordo prevede la liberazione di tutti gli ostaggi, compresa la restituzione dei corpi, la scarcerazione di 250 ergastolani e 1.700 cittadini di Gaza detenuti dopo il 7 ottobre, l’amnistia per gli uomini di Hamas che rinunciano alle armi e l’esilio per i leader. Nascerà un governo provvisorio formato da tecnocrati apolitici diretto dagli Usa e guidato dall’ex premier britannico Tony Blair, dove Hamas e le altre fazioni non avranno alcun ruolo, direttamente, indirettamente o in qualsiasi altra forma. Tutto per raggiungere una pace eterna, come ha sottolineato il tycoon americano e la sua proposta ha riscosso un grande successo internazionale, soprattutto nel mondo arabo. Ayman Safadi è vice primo ministro e ministro degli Esteri del Regno Hashemita di Giordania ed è membro della comunità drusa. «Voglio ribadire con forza quanto abbiamo dichiarato insieme ai ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Indonesia, Egitto e Turchia: siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti per finalizzare e attuare l’accordo, che dovrebbe portare a una soluzione a due Stati, in base alla quale Gaza sarà pienamente integrata con la Cisgiordania in uno stato palestinese. Si tratta di una grande occasione che è necessario sfruttare per porre fine alla guerra, per ricostruire Gaza e soprattutto evitare lo sfollamento della popolazione gazawi nei paesi confinanti. Noi abbiamo apprezzato molto anche la decisione di Trump di non permettere mai che Israele annetta la Cisgiordania, ma servono misure concrete per aiutare i palestinesi a costruire la loro nazione e questo piano va nella direzione giusta. La Giordania ha vissuto sulla sua pelle tutti i problemi del Medioriente e piangiamo per la sorte dei palestinesi. Circa il 60% della popolazione giordana è di origine palestinese, così come la regina Rania e per questo motivo il nostro legame va oltre la solidarietà e la fratellanza arabo-musulmana. Il nostro re ha subito accolto la proposta di questo piano e la Giordania sarà una protagonista della pace».
L’Egitto è stato sempre fra i grandi negoziatori, perché stimato sia dai palestinesi che da israeliani e americani. Il Cairo è stato fra i primi ad esprimere soddisfazione per il piano così come racconta l’ambasciatore Badr Ahmed Mohamed Abdelatty, plenipotenziario degli Esteri egiziani. «Questo piano è stato discusso fra il presidente Trump e i principali leader arabi il 23 settembre e poi approvato dal primo ministro israeliano il 29 settembre. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha immediatamente dichiarato il proprio sostegno e lo ha descritto come un passo verso una pace permanente e globale nella regione. Il nostro presidente ha apprezzato molto il lavoro portato avanti dall’amministrazione statunitense e ha schierato l’Egitto per portare avanti la visione del presidente americano per ripristinare la stabilità in Medioriente. Siamo molto soddisfatti di quanto proposto perché molte delle nostre richieste sono state ascoltate. Ci eravamo opposti ad alcuni piani precedenti perché non rispettavano la dignità del popolo palestinese, ma adesso tutto è cambiato. Noi abbiamo già presentato un progetto di ricostruzione di Gaza nel marzo scorso per un totale di 53 miliardi di dollari ed è stato approvato dalle nazioni arabe. La nostra proposta prevede che Gaza venga ricostruita in cinque anni ed è strutturata in tre fasi, volte a stabilizzare, ricostruire e sviluppare la regione in un’economia autosufficiente, ma soprattutto i cittadini di Gaza rimarranno nella loro patria per tutto il periodo. Inizia una nuova epoca per il Medioriente, un’epoca di pace e di prosperità dove l’Egitto avrà un ruolo determinante».
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Ultimatum di Trump: «Tre-quattro giorni per dire di sì, poi sarà l’inferno». Doha: i miliziani intendono studiare l’accordo, però servono dei chiarimenti. Per fonti palestinesi, è probabile il niet dei jihadisti.Si distendono i toni sul futuro della Striscia tra Washington e gli Stati islamici, tra cui Arabia, Giordania, Emirati ed Egitto. Al-Sisi: «Inizia una nuova era per il Medio Oriente».Lo speciale contiene due articoli.Benjamin Netanyahu ha voluto chiudere la sua trasferta negli Stati Uniti con un messaggio filmato pensato per lasciare un segno. Prima a New York, per l’Assemblea generale delle Nazioni unite, poi a Washington con Donald Trump, il premier israeliano ha parlato di un viaggio «straordinario, dall’esordio alle Nazioni unite alla chiusura a Washington». E ha rivendicato di aver «isolato Hamas invece di subire l’isolamento da parte di Hamas». A suo dire il viaggio ha segnato un cambio di paradigma: Israele non è più sulla difensiva, ma sostenuto da un fronte mondiale crescente. Il piano presentato da Trump ruota intorno a tre assi: liberazione di tutti gli ostaggi, permanenza delle Forze di difesa israeliane (Idf) su larga parte di Gaza, eliminazione della capacità politico-militare di Hamas. Netanyahu li ha definiti punti «inderogabili» e ha ribadito la contrarietà alla creazione di uno Stato palestinese: «Non è contemplato e rappresenterebbe un premio al terrorismo». Donald Trump ha concesso «tre o quattro giorni» per ricevere la risposta: «Tutte le nazioni arabe hanno aderito, Israele ha aderito e se Hamas boccia il piano per Gaza espierà all’inferno». «Con il piano di pace per il Medio Oriente proposto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è finalmente aperta una speranza di accordo per porre fine alla guerra e alla sofferenza della popolazione civile palestinese e stabilizzare la regione», il commento del presidente Giorgia Meloni. In serata è intervenuto il Papa: quella della Casa Bianca, ha detto, sembra «una proposta realista. Importante ci sia il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Ci sono elementi interessanti. Spero Hamas accetti nel tempo stabilito». Il premier israeliano ha insistito sulla dimensione globale della questione Hamas. Trump ha ringraziato singolarmente Giordania, Egitto, monarchie del Golfo e persino l’Indonesia, prospettando loro l’ingresso nella «sfera di prosperità e sicurezza» degli Accordi di Abramo, purché la regione sia stabilizzata e Hamas «totalmente annientato». Il messaggio: non solo pacificazione a Gaza, ma ridefinizione dell’intero equilibrio mediorientale con Israele come interlocutore centrale. L’inviato Usa Steve Witkoff ha parlato a Fox News di «consenso allargato» sul piano da parte di Paesi arabi ed europei. La Russia «sostiene e accoglie con favore» il piano e auspica che «venga realizzato» per consentire una soluzione «pacifica», come ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. Anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha sollecitato «tutte le parti ad accettare e attuare l’accordo», lodando il ruolo dei Paesi arabi e musulmani nel processo. Per l’analista Giovanni Giacalone «il progetto appare favorevole a Israele perché punta alla liberazione di tutti i prigionieri entro 72 ore, togliendo a Hamas la principale leva di pressione. Il movimento verrebbe disarmato ed escluso politicamente da Gaza, ridotto in un vicolo cieco. Ma, vista la scarsa affidabilità dell’organizzazione, il rischio di fallimento resta elevato. Sono inoltre scettico sul rilascio di centinaia di detenuti palestinesi, non vedo come possa facilitare la pace». Secondo la Bbc è molto probabile che Hamas respinga il piano per mettere fine alla guerra a Gaza. Lo ha indicato un funzionario di primo piano del gruppo palestinese all’emittente britannica, osservando che la proposta «fa gli interessi di Israele» e «ignora quelli del popolo palestinese». Secondo la fonte palestinese, inoltre, difficilmente Hamas accetterà di consegnare le armi, una delle condizioni centrali del piano presentato dal presidente Usa. Il movimento islamista si oppone anche al dispiegamento di una Forza internazionale di stabilizzazione, considerandola una nuova «forma di occupazione». Un alto funzionario palestinese ha riferito che le consultazioni sul piano coinvolgono la leadership di Hamas sia dentro che fuori dalla Striscia, ma il comandante militare a Gaza, Ez al-Din al-Haddad, sarebbe deciso a proseguire la lotta armata.Intanto il Qatar ha annunciato che la Turchia si unirà al team di mediazione, con una delegazione che incontrerà Hamas nelle prossime ore. «Durante il nostro incontro di ieri abbiamo spiegato ad Hamas che il nostro obiettivo primario è fermare la guerra. Hamas ha agito responsabilmente e ha promesso di studiare il piano». Così ad Al Jazeera il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani, ha auspicato che tutte le parti «considerino il piano in modo costruttivo e colgano l’opportunità di porre fine alla guerra». Ma, ha aggiunto, quello presentato ieri era un elenco di «principi», «i cui dettagli devono essere discussi» anche se il piano «raggiunge l’obiettivo primario di porre fine alla guerra». Sul terreno, l’Idf si prepara a «giorni difficili e pericolosi». Il capo di Stato maggiore Eyal Zamir, giunto nella Striscia meno di dodici ore dopo le dichiarazioni di Trump e Netanyahu, ha avvertito i comandanti della necessità di massima vigilanza e presenza in prima linea. I media israeliani parlano di un’imminente intensificazione dei combattimenti, con piani d’attacco già approvati, mentre Hamas tenterà di strappare risultati militari prima di un eventuale ritiro israeliano. Il nodo centrale resta Hamas: per Netanyahu il fatto che sia ormai percepito come una minaccia globale rappresenta già un risultato politico, ma sarà la leadership di Gaza a determinare se il piano di Trump aprirà un percorso verso la stabilità o sfocerà in una nuova escalation. Per il movimento jihadista le opzioni sono due: accettare l’intesa o affrontare il rischio di essere annientato militarmente. Pochi giorni e ne sapremo di più.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-tregua-hamas-2674142722.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-paesi-arabi-benedicono-il-piano-usa" data-post-id="2674142722" data-published-at="1759315074" data-use-pagination="False"> I Paesi arabi benedicono il piano Usa Il piano in 20 punti che il presidente statunitense Donald Trump ha presentato per Gaza insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, potrebbe segnare la svolta e mettere fine alla guerra. L’accordo prevede la liberazione di tutti gli ostaggi, compresa la restituzione dei corpi, la scarcerazione di 250 ergastolani e 1.700 cittadini di Gaza detenuti dopo il 7 ottobre, l’amnistia per gli uomini di Hamas che rinunciano alle armi e l’esilio per i leader. Nascerà un governo provvisorio formato da tecnocrati apolitici diretto dagli Usa e guidato dall’ex premier britannico Tony Blair, dove Hamas e le altre fazioni non avranno alcun ruolo, direttamente, indirettamente o in qualsiasi altra forma. Tutto per raggiungere una pace eterna, come ha sottolineato il tycoon americano e la sua proposta ha riscosso un grande successo internazionale, soprattutto nel mondo arabo. Ayman Safadi è vice primo ministro e ministro degli Esteri del Regno Hashemita di Giordania ed è membro della comunità drusa. «Voglio ribadire con forza quanto abbiamo dichiarato insieme ai ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Indonesia, Egitto e Turchia: siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti per finalizzare e attuare l’accordo, che dovrebbe portare a una soluzione a due Stati, in base alla quale Gaza sarà pienamente integrata con la Cisgiordania in uno stato palestinese. Si tratta di una grande occasione che è necessario sfruttare per porre fine alla guerra, per ricostruire Gaza e soprattutto evitare lo sfollamento della popolazione gazawi nei paesi confinanti. Noi abbiamo apprezzato molto anche la decisione di Trump di non permettere mai che Israele annetta la Cisgiordania, ma servono misure concrete per aiutare i palestinesi a costruire la loro nazione e questo piano va nella direzione giusta. La Giordania ha vissuto sulla sua pelle tutti i problemi del Medioriente e piangiamo per la sorte dei palestinesi. Circa il 60% della popolazione giordana è di origine palestinese, così come la regina Rania e per questo motivo il nostro legame va oltre la solidarietà e la fratellanza arabo-musulmana. Il nostro re ha subito accolto la proposta di questo piano e la Giordania sarà una protagonista della pace».L’Egitto è stato sempre fra i grandi negoziatori, perché stimato sia dai palestinesi che da israeliani e americani. Il Cairo è stato fra i primi ad esprimere soddisfazione per il piano così come racconta l’ambasciatore Badr Ahmed Mohamed Abdelatty, plenipotenziario degli Esteri egiziani. «Questo piano è stato discusso fra il presidente Trump e i principali leader arabi il 23 settembre e poi approvato dal primo ministro israeliano il 29 settembre. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha immediatamente dichiarato il proprio sostegno e lo ha descritto come un passo verso una pace permanente e globale nella regione. Il nostro presidente ha apprezzato molto il lavoro portato avanti dall’amministrazione statunitense e ha schierato l’Egitto per portare avanti la visione del presidente americano per ripristinare la stabilità in Medioriente. Siamo molto soddisfatti di quanto proposto perché molte delle nostre richieste sono state ascoltate. Ci eravamo opposti ad alcuni piani precedenti perché non rispettavano la dignità del popolo palestinese, ma adesso tutto è cambiato. Noi abbiamo già presentato un progetto di ricostruzione di Gaza nel marzo scorso per un totale di 53 miliardi di dollari ed è stato approvato dalle nazioni arabe. La nostra proposta prevede che Gaza venga ricostruita in cinque anni ed è strutturata in tre fasi, volte a stabilizzare, ricostruire e sviluppare la regione in un’economia autosufficiente, ma soprattutto i cittadini di Gaza rimarranno nella loro patria per tutto il periodo. Inizia una nuova epoca per il Medioriente, un’epoca di pace e di prosperità dove l’Egitto avrà un ruolo determinante».
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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