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2025-10-01
Hamas tergiversa sull’armistizio. Leone: «Proposta realistica, accetti»
Donald Trump (Getty Images)
Benjamin Netanyahu ha voluto chiudere la sua trasferta negli Stati Uniti con un messaggio filmato pensato per lasciare un segno. Prima a New York, per l’Assemblea generale delle Nazioni unite, poi a Washington con Donald Trump, il premier israeliano ha parlato di un viaggio «straordinario, dall’esordio alle Nazioni unite alla chiusura a Washington». E ha rivendicato di aver «isolato Hamas invece di subire l’isolamento da parte di Hamas». A suo dire il viaggio ha segnato un cambio di paradigma: Israele non è più sulla difensiva, ma sostenuto da un fronte mondiale crescente. Il piano presentato da Trump ruota intorno a tre assi: liberazione di tutti gli ostaggi, permanenza delle Forze di difesa israeliane (Idf) su larga parte di Gaza, eliminazione della capacità politico-militare di Hamas. Netanyahu li ha definiti punti «inderogabili» e ha ribadito la contrarietà alla creazione di uno Stato palestinese: «Non è contemplato e rappresenterebbe un premio al terrorismo». Donald Trump ha concesso «tre o quattro giorni» per ricevere la risposta: «Tutte le nazioni arabe hanno aderito, Israele ha aderito e se Hamas boccia il piano per Gaza espierà all’inferno». «Con il piano di pace per il Medio Oriente proposto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è finalmente aperta una speranza di accordo per porre fine alla guerra e alla sofferenza della popolazione civile palestinese e stabilizzare la regione», il commento del presidente Giorgia Meloni. In serata è intervenuto il Papa: quella della Casa Bianca, ha detto, sembra «una proposta realista. Importante ci sia il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Ci sono elementi interessanti. Spero Hamas accetti nel tempo stabilito».
Il premier israeliano ha insistito sulla dimensione globale della questione Hamas. Trump ha ringraziato singolarmente Giordania, Egitto, monarchie del Golfo e persino l’Indonesia, prospettando loro l’ingresso nella «sfera di prosperità e sicurezza» degli Accordi di Abramo, purché la regione sia stabilizzata e Hamas «totalmente annientato». Il messaggio: non solo pacificazione a Gaza, ma ridefinizione dell’intero equilibrio mediorientale con Israele come interlocutore centrale. L’inviato Usa Steve Witkoff ha parlato a Fox News di «consenso allargato» sul piano da parte di Paesi arabi ed europei. La Russia «sostiene e accoglie con favore» il piano e auspica che «venga realizzato» per consentire una soluzione «pacifica», come ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.
Anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha sollecitato «tutte le parti ad accettare e attuare l’accordo», lodando il ruolo dei Paesi arabi e musulmani nel processo. Per l’analista Giovanni Giacalone «il progetto appare favorevole a Israele perché punta alla liberazione di tutti i prigionieri entro 72 ore, togliendo a Hamas la principale leva di pressione. Il movimento verrebbe disarmato ed escluso politicamente da Gaza, ridotto in un vicolo cieco. Ma, vista la scarsa affidabilità dell’organizzazione, il rischio di fallimento resta elevato. Sono inoltre scettico sul rilascio di centinaia di detenuti palestinesi, non vedo come possa facilitare la pace». Secondo la Bbc è molto probabile che Hamas respinga il piano per mettere fine alla guerra a Gaza. Lo ha indicato un funzionario di primo piano del gruppo palestinese all’emittente britannica, osservando che la proposta «fa gli interessi di Israele» e «ignora quelli del popolo palestinese». Secondo la fonte palestinese, inoltre, difficilmente Hamas accetterà di consegnare le armi, una delle condizioni centrali del piano presentato dal presidente Usa. Il movimento islamista si oppone anche al dispiegamento di una Forza internazionale di stabilizzazione, considerandola una nuova «forma di occupazione». Un alto funzionario palestinese ha riferito che le consultazioni sul piano coinvolgono la leadership di Hamas sia dentro che fuori dalla Striscia, ma il comandante militare a Gaza, Ez al-Din al-Haddad, sarebbe deciso a proseguire la lotta armata.
Intanto il Qatar ha annunciato che la Turchia si unirà al team di mediazione, con una delegazione che incontrerà Hamas nelle prossime ore. «Durante il nostro incontro di ieri abbiamo spiegato ad Hamas che il nostro obiettivo primario è fermare la guerra. Hamas ha agito responsabilmente e ha promesso di studiare il piano». Così ad Al Jazeera il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani, ha auspicato che tutte le parti «considerino il piano in modo costruttivo e colgano l’opportunità di porre fine alla guerra». Ma, ha aggiunto, quello presentato ieri era un elenco di «principi», «i cui dettagli devono essere discussi» anche se il piano «raggiunge l’obiettivo primario di porre fine alla guerra».
Sul terreno, l’Idf si prepara a «giorni difficili e pericolosi». Il capo di Stato maggiore Eyal Zamir, giunto nella Striscia meno di dodici ore dopo le dichiarazioni di Trump e Netanyahu, ha avvertito i comandanti della necessità di massima vigilanza e presenza in prima linea. I media israeliani parlano di un’imminente intensificazione dei combattimenti, con piani d’attacco già approvati, mentre Hamas tenterà di strappare risultati militari prima di un eventuale ritiro israeliano. Il nodo centrale resta Hamas: per Netanyahu il fatto che sia ormai percepito come una minaccia globale rappresenta già un risultato politico, ma sarà la leadership di Gaza a determinare se il piano di Trump aprirà un percorso verso la stabilità o sfocerà in una nuova escalation. Per il movimento jihadista le opzioni sono due: accettare l’intesa o affrontare il rischio di essere annientato militarmente. Pochi giorni e ne sapremo di più.
I Paesi arabi benedicono il piano Usa
Il piano in 20 punti che il presidente statunitense Donald Trump ha presentato per Gaza insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, potrebbe segnare la svolta e mettere fine alla guerra. L’accordo prevede la liberazione di tutti gli ostaggi, compresa la restituzione dei corpi, la scarcerazione di 250 ergastolani e 1.700 cittadini di Gaza detenuti dopo il 7 ottobre, l’amnistia per gli uomini di Hamas che rinunciano alle armi e l’esilio per i leader. Nascerà un governo provvisorio formato da tecnocrati apolitici diretto dagli Usa e guidato dall’ex premier britannico Tony Blair, dove Hamas e le altre fazioni non avranno alcun ruolo, direttamente, indirettamente o in qualsiasi altra forma. Tutto per raggiungere una pace eterna, come ha sottolineato il tycoon americano e la sua proposta ha riscosso un grande successo internazionale, soprattutto nel mondo arabo. Ayman Safadi è vice primo ministro e ministro degli Esteri del Regno Hashemita di Giordania ed è membro della comunità drusa. «Voglio ribadire con forza quanto abbiamo dichiarato insieme ai ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Indonesia, Egitto e Turchia: siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti per finalizzare e attuare l’accordo, che dovrebbe portare a una soluzione a due Stati, in base alla quale Gaza sarà pienamente integrata con la Cisgiordania in uno stato palestinese. Si tratta di una grande occasione che è necessario sfruttare per porre fine alla guerra, per ricostruire Gaza e soprattutto evitare lo sfollamento della popolazione gazawi nei paesi confinanti. Noi abbiamo apprezzato molto anche la decisione di Trump di non permettere mai che Israele annetta la Cisgiordania, ma servono misure concrete per aiutare i palestinesi a costruire la loro nazione e questo piano va nella direzione giusta. La Giordania ha vissuto sulla sua pelle tutti i problemi del Medioriente e piangiamo per la sorte dei palestinesi. Circa il 60% della popolazione giordana è di origine palestinese, così come la regina Rania e per questo motivo il nostro legame va oltre la solidarietà e la fratellanza arabo-musulmana. Il nostro re ha subito accolto la proposta di questo piano e la Giordania sarà una protagonista della pace».
L’Egitto è stato sempre fra i grandi negoziatori, perché stimato sia dai palestinesi che da israeliani e americani. Il Cairo è stato fra i primi ad esprimere soddisfazione per il piano così come racconta l’ambasciatore Badr Ahmed Mohamed Abdelatty, plenipotenziario degli Esteri egiziani. «Questo piano è stato discusso fra il presidente Trump e i principali leader arabi il 23 settembre e poi approvato dal primo ministro israeliano il 29 settembre. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha immediatamente dichiarato il proprio sostegno e lo ha descritto come un passo verso una pace permanente e globale nella regione. Il nostro presidente ha apprezzato molto il lavoro portato avanti dall’amministrazione statunitense e ha schierato l’Egitto per portare avanti la visione del presidente americano per ripristinare la stabilità in Medioriente. Siamo molto soddisfatti di quanto proposto perché molte delle nostre richieste sono state ascoltate. Ci eravamo opposti ad alcuni piani precedenti perché non rispettavano la dignità del popolo palestinese, ma adesso tutto è cambiato. Noi abbiamo già presentato un progetto di ricostruzione di Gaza nel marzo scorso per un totale di 53 miliardi di dollari ed è stato approvato dalle nazioni arabe. La nostra proposta prevede che Gaza venga ricostruita in cinque anni ed è strutturata in tre fasi, volte a stabilizzare, ricostruire e sviluppare la regione in un’economia autosufficiente, ma soprattutto i cittadini di Gaza rimarranno nella loro patria per tutto il periodo. Inizia una nuova epoca per il Medioriente, un’epoca di pace e di prosperità dove l’Egitto avrà un ruolo determinante».
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Ultimatum di Trump: «Tre-quattro giorni per dire di sì, poi sarà l’inferno». Doha: i miliziani intendono studiare l’accordo, però servono dei chiarimenti. Per fonti palestinesi, è probabile il niet dei jihadisti.Si distendono i toni sul futuro della Striscia tra Washington e gli Stati islamici, tra cui Arabia, Giordania, Emirati ed Egitto. Al-Sisi: «Inizia una nuova era per il Medio Oriente».Lo speciale contiene due articoli.Benjamin Netanyahu ha voluto chiudere la sua trasferta negli Stati Uniti con un messaggio filmato pensato per lasciare un segno. Prima a New York, per l’Assemblea generale delle Nazioni unite, poi a Washington con Donald Trump, il premier israeliano ha parlato di un viaggio «straordinario, dall’esordio alle Nazioni unite alla chiusura a Washington». E ha rivendicato di aver «isolato Hamas invece di subire l’isolamento da parte di Hamas». A suo dire il viaggio ha segnato un cambio di paradigma: Israele non è più sulla difensiva, ma sostenuto da un fronte mondiale crescente. Il piano presentato da Trump ruota intorno a tre assi: liberazione di tutti gli ostaggi, permanenza delle Forze di difesa israeliane (Idf) su larga parte di Gaza, eliminazione della capacità politico-militare di Hamas. Netanyahu li ha definiti punti «inderogabili» e ha ribadito la contrarietà alla creazione di uno Stato palestinese: «Non è contemplato e rappresenterebbe un premio al terrorismo». Donald Trump ha concesso «tre o quattro giorni» per ricevere la risposta: «Tutte le nazioni arabe hanno aderito, Israele ha aderito e se Hamas boccia il piano per Gaza espierà all’inferno». «Con il piano di pace per il Medio Oriente proposto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è finalmente aperta una speranza di accordo per porre fine alla guerra e alla sofferenza della popolazione civile palestinese e stabilizzare la regione», il commento del presidente Giorgia Meloni. In serata è intervenuto il Papa: quella della Casa Bianca, ha detto, sembra «una proposta realista. Importante ci sia il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Ci sono elementi interessanti. Spero Hamas accetti nel tempo stabilito». Il premier israeliano ha insistito sulla dimensione globale della questione Hamas. Trump ha ringraziato singolarmente Giordania, Egitto, monarchie del Golfo e persino l’Indonesia, prospettando loro l’ingresso nella «sfera di prosperità e sicurezza» degli Accordi di Abramo, purché la regione sia stabilizzata e Hamas «totalmente annientato». Il messaggio: non solo pacificazione a Gaza, ma ridefinizione dell’intero equilibrio mediorientale con Israele come interlocutore centrale. L’inviato Usa Steve Witkoff ha parlato a Fox News di «consenso allargato» sul piano da parte di Paesi arabi ed europei. La Russia «sostiene e accoglie con favore» il piano e auspica che «venga realizzato» per consentire una soluzione «pacifica», come ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. Anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha sollecitato «tutte le parti ad accettare e attuare l’accordo», lodando il ruolo dei Paesi arabi e musulmani nel processo. Per l’analista Giovanni Giacalone «il progetto appare favorevole a Israele perché punta alla liberazione di tutti i prigionieri entro 72 ore, togliendo a Hamas la principale leva di pressione. Il movimento verrebbe disarmato ed escluso politicamente da Gaza, ridotto in un vicolo cieco. Ma, vista la scarsa affidabilità dell’organizzazione, il rischio di fallimento resta elevato. Sono inoltre scettico sul rilascio di centinaia di detenuti palestinesi, non vedo come possa facilitare la pace». Secondo la Bbc è molto probabile che Hamas respinga il piano per mettere fine alla guerra a Gaza. Lo ha indicato un funzionario di primo piano del gruppo palestinese all’emittente britannica, osservando che la proposta «fa gli interessi di Israele» e «ignora quelli del popolo palestinese». Secondo la fonte palestinese, inoltre, difficilmente Hamas accetterà di consegnare le armi, una delle condizioni centrali del piano presentato dal presidente Usa. Il movimento islamista si oppone anche al dispiegamento di una Forza internazionale di stabilizzazione, considerandola una nuova «forma di occupazione». Un alto funzionario palestinese ha riferito che le consultazioni sul piano coinvolgono la leadership di Hamas sia dentro che fuori dalla Striscia, ma il comandante militare a Gaza, Ez al-Din al-Haddad, sarebbe deciso a proseguire la lotta armata.Intanto il Qatar ha annunciato che la Turchia si unirà al team di mediazione, con una delegazione che incontrerà Hamas nelle prossime ore. «Durante il nostro incontro di ieri abbiamo spiegato ad Hamas che il nostro obiettivo primario è fermare la guerra. Hamas ha agito responsabilmente e ha promesso di studiare il piano». Così ad Al Jazeera il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani, ha auspicato che tutte le parti «considerino il piano in modo costruttivo e colgano l’opportunità di porre fine alla guerra». Ma, ha aggiunto, quello presentato ieri era un elenco di «principi», «i cui dettagli devono essere discussi» anche se il piano «raggiunge l’obiettivo primario di porre fine alla guerra». Sul terreno, l’Idf si prepara a «giorni difficili e pericolosi». Il capo di Stato maggiore Eyal Zamir, giunto nella Striscia meno di dodici ore dopo le dichiarazioni di Trump e Netanyahu, ha avvertito i comandanti della necessità di massima vigilanza e presenza in prima linea. I media israeliani parlano di un’imminente intensificazione dei combattimenti, con piani d’attacco già approvati, mentre Hamas tenterà di strappare risultati militari prima di un eventuale ritiro israeliano. Il nodo centrale resta Hamas: per Netanyahu il fatto che sia ormai percepito come una minaccia globale rappresenta già un risultato politico, ma sarà la leadership di Gaza a determinare se il piano di Trump aprirà un percorso verso la stabilità o sfocerà in una nuova escalation. Per il movimento jihadista le opzioni sono due: accettare l’intesa o affrontare il rischio di essere annientato militarmente. Pochi giorni e ne sapremo di più.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-tregua-hamas-2674142722.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-paesi-arabi-benedicono-il-piano-usa" data-post-id="2674142722" data-published-at="1759315074" data-use-pagination="False"> I Paesi arabi benedicono il piano Usa Il piano in 20 punti che il presidente statunitense Donald Trump ha presentato per Gaza insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, potrebbe segnare la svolta e mettere fine alla guerra. L’accordo prevede la liberazione di tutti gli ostaggi, compresa la restituzione dei corpi, la scarcerazione di 250 ergastolani e 1.700 cittadini di Gaza detenuti dopo il 7 ottobre, l’amnistia per gli uomini di Hamas che rinunciano alle armi e l’esilio per i leader. Nascerà un governo provvisorio formato da tecnocrati apolitici diretto dagli Usa e guidato dall’ex premier britannico Tony Blair, dove Hamas e le altre fazioni non avranno alcun ruolo, direttamente, indirettamente o in qualsiasi altra forma. Tutto per raggiungere una pace eterna, come ha sottolineato il tycoon americano e la sua proposta ha riscosso un grande successo internazionale, soprattutto nel mondo arabo. Ayman Safadi è vice primo ministro e ministro degli Esteri del Regno Hashemita di Giordania ed è membro della comunità drusa. «Voglio ribadire con forza quanto abbiamo dichiarato insieme ai ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Indonesia, Egitto e Turchia: siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti per finalizzare e attuare l’accordo, che dovrebbe portare a una soluzione a due Stati, in base alla quale Gaza sarà pienamente integrata con la Cisgiordania in uno stato palestinese. Si tratta di una grande occasione che è necessario sfruttare per porre fine alla guerra, per ricostruire Gaza e soprattutto evitare lo sfollamento della popolazione gazawi nei paesi confinanti. Noi abbiamo apprezzato molto anche la decisione di Trump di non permettere mai che Israele annetta la Cisgiordania, ma servono misure concrete per aiutare i palestinesi a costruire la loro nazione e questo piano va nella direzione giusta. La Giordania ha vissuto sulla sua pelle tutti i problemi del Medioriente e piangiamo per la sorte dei palestinesi. Circa il 60% della popolazione giordana è di origine palestinese, così come la regina Rania e per questo motivo il nostro legame va oltre la solidarietà e la fratellanza arabo-musulmana. Il nostro re ha subito accolto la proposta di questo piano e la Giordania sarà una protagonista della pace».L’Egitto è stato sempre fra i grandi negoziatori, perché stimato sia dai palestinesi che da israeliani e americani. Il Cairo è stato fra i primi ad esprimere soddisfazione per il piano così come racconta l’ambasciatore Badr Ahmed Mohamed Abdelatty, plenipotenziario degli Esteri egiziani. «Questo piano è stato discusso fra il presidente Trump e i principali leader arabi il 23 settembre e poi approvato dal primo ministro israeliano il 29 settembre. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha immediatamente dichiarato il proprio sostegno e lo ha descritto come un passo verso una pace permanente e globale nella regione. Il nostro presidente ha apprezzato molto il lavoro portato avanti dall’amministrazione statunitense e ha schierato l’Egitto per portare avanti la visione del presidente americano per ripristinare la stabilità in Medioriente. Siamo molto soddisfatti di quanto proposto perché molte delle nostre richieste sono state ascoltate. Ci eravamo opposti ad alcuni piani precedenti perché non rispettavano la dignità del popolo palestinese, ma adesso tutto è cambiato. Noi abbiamo già presentato un progetto di ricostruzione di Gaza nel marzo scorso per un totale di 53 miliardi di dollari ed è stato approvato dalle nazioni arabe. La nostra proposta prevede che Gaza venga ricostruita in cinque anni ed è strutturata in tre fasi, volte a stabilizzare, ricostruire e sviluppare la regione in un’economia autosufficiente, ma soprattutto i cittadini di Gaza rimarranno nella loro patria per tutto il periodo. Inizia una nuova epoca per il Medioriente, un’epoca di pace e di prosperità dove l’Egitto avrà un ruolo determinante».
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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