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2025-10-01
Rowling e Venezi: due donne scomode che vengono odiate anche dalle donne
J.K. Rowling e Beatrice Venezi (Ansa)
Suzanne Moore, commentatrice femminista tra le più celebri del Regno Unito, ha definito Emma Watson una «ipocrita illusa», e non ha per nulla torto. È per lo meno da tre anni che la attrice, esplosa grazie alla saga di Harry Potter, punzecchia e attacca l’autrice. E la ragione è nota: J.K. Rowling ha da tempo preso posizione contro i deliri dell’attivismo transgender, e questa sua postura certo non può piacere al mainstream hollywoodiano e al wokismo da battaglia che impera nella mecca del cinema. Per questo motivo, gli attori che hanno interpretato i personaggi creati dalla scrittrice si sono affrettati a prendere le distanze da lei, alcuni con parole piuttosto ruvide. Tra questi, oltre a Daniel Radcliffe, c’è la Watson.
Nel marzo del 2022, la giovane attrice salì sul palco dei Bafta Awards e dedicò il premio ricevuto «a tutte le streghe», peritandosi di pubblicare sui social il video di quel momento corredato da una bandiera arcobaleno. Nel corso degli anni, la situazione non è affatto migliorata. Tanto che qualche mese fa Chris Columbus, regista dei primi due film di Harry Potter, ha dichiarato che non sarà mai possibile una reunion del cast originale, ovviamente a causa della questione trans: «Ogni membro del cast ha la propria opinione, che è diversa da quella della Rowling, il che rende tutto impossibile. Non so che cosa le sia successo». Ovviamente, la colpa del dissidio viene fatta ricadere sulla «transfobica» J.K.
L’ultimo capitolo della saga è in corso in queste ore. La Watson ha concesso una intervista al podcaster Jay Shetty e ha voluto esibire toni appena più concilianti. Ha detto di non voler cancellare la sua ex amica. Ma sul punto dei (presunti) diritti non cambia idea: «Il mio desiderio più profondo è che chi non è d’accordo con me possa comunque amarmi, e io spero di poter continuare ad amare persone con cui non condivido la stessa opinione», ha detto. Quanto alla Rowling, ha aggiunto: «Posso amarla, e so che anche lei mia ama. Posso esserle grata, posso essere d’accordo con alcune cose che ha detto e non con altre. Ma non posso dimenticare cosa ha fatto, nessuno potrà mai togliermelo».
La risposta di J.K. non è stata delle più dolci. L’autrice ha colto la palla al balzo per levarsi qualche sassolino dalla scarpa. I giornali di mezzo mondo la stanno avvisando di avere «attaccato» la Watson, ma le cose stanno in maniera opposta. Quando l’attrice fece la sua dichiarazione ai Bafta, ha spiegato la Rowling sui social, «le minacce di morte, stupro e tortura contro di me erano al culmine». Subito dopo l’evento, «Emma ha chiesto a qualcuno di consegnarmi un biglietto scritto a mano da lei, che conteneva la frase “Mi dispiace tanto per quello che stai passando (hai il mio numero di telefono)”. Aveva appena gettato pubblicamente altra benzina sul fuoco, eppure ha pensato che una sola riga di preoccupazione da parte sua mi avrebbe rassicurato della sua fondamentale simpatia e gentilezza». Già: da un lato la Watson prendeva le distanze dalla donna che le aveva regalato il successo, dall’altro fingeva ancora di esserle amica. La Rowling non gliel’ha perdonata.
«Come altre persone che non hanno mai sperimentato la vita adulta senza ricchezza e fama, Emma ha così poca esperienza della vita reale che ignora quanto sia ignorante», ha scritto la Rowling. «Non ero multimilionaria a quattordici anni. Ho vissuto in povertà mentre scrivevo il libro che ha reso famosa Emma. Quindi capisco per esperienza personale cosa significhi per le donne e le ragazze prive dei suoi privilegi la violazione dei diritti delle donne, a cui Emma ha partecipato con tanto entusiasmo. La più grande ironia qui è che, se Emma non avesse deciso nella sua ultima intervista di dichiarare che mi ama e mi apprezza - un cambio di rotta che sospetto abbia adottato perché ha notato che condannarmi a gran voce non è più così di moda come una volta - forse non sarei mai stata così onesta. Gli adulti non possono aspettarsi di ingraziarsi un movimento di attivisti che chiede regolarmente l’assassinio di un amico, per poi rivendicare il loro diritto all’amore dell’ex amico, come se l’amico fosse in realtà la loro madre. Emma è giustamente libera di non essere d’accordo con me e di esprimere pubblicamente i suoi sentimenti nei miei confronti, ma io ho lo stesso diritto e ho finalmente deciso di esercitarlo».
Risultato: in poche righe, la Rowling ha demolito la Watson e le sue pose da paladina trans: «Non avrà mai bisogno di un rifugio per senzatetto, non finirà in un reparto ospedaliero misto del servizio sanitario pubblico, non avrà mai bisogno di un centro antistupro che rifiuta di garantire un servizio esclusivamente femminile». Fine della disputa.
Da questa vicenda, al di là del gossip, c’è molto da imparare. Per prima cosa, si comprende a fondo il funzionamento dello show business e dei circoli culturali alla moda. Per convenienza, questi ambienti si sono fatti sostenitori del politicamente corretto a oltranza e del wokismo sfrenato. Ora che il vento è leggermente cambiato e il pubblico si è stufato delle scempiaggini delle minoranze risentite, ecco che anche i vip cercano di riposizionarsi o comunque di tenere il piede in due staffe.
L’altra lezione riguarda i diritti delle donne. Anni fa, durante l’esplosione del movimento me too e della psicosi sulle molestie sessuali, non passava giorno senza che qualche celebrità - anche in Italia - dichiarasse il suo rispetto per il genere femminile. Lo slogan era «believe women», credete alle donne sempre e comunque (anche quando le molestie non c’erano). Poi, passata la buriana e emerse altre cause nobili da difendere, abbiamo appreso che attaccare le donne furiosamente è possibile eccome. È successo alla Rowling con una violenza inaudita, e continua a succedere, a dispetto delle moine pelose della Watson. Succede anche da noi in queste ore con la vicenda che vede suo malgrado protagonista Beatrice Venezi. Da giorni, dopo che è stata indicata per dirigere La Fenice di Venezia, nei suoi confronti piovono accuse feroci. Dicono che sia inadeguata, incompetente, non abbastanza brava. Non la attaccano perché è donna, ma perché non fa parte del circolo giusto. A parità di curriculum, una più inserita negli ambienti che contano avrebbe avuto la strada spianata. Ma la Venezi ha il torto di avere espresso idee sgradite, proprio come ha fatto la Rowling. Per cui il massacro è concesso, l’ingiuria è approvata. Magari da parte degli stessi media ipocriti che un tempo la incensavano proprio perché femmina. Questo è il modello progressista: si difendono i diritti, veri o falsi che siano, solo se portano soldi e consensi. In tutti gli altri casi, all’ordine del giorno è l’odio.
«Vogliono fare fuori la direttrice solamente perché è di destra»
«Se dovessi stilare la lista degli incapaci che hanno occupato posti di maggiore importanza della Fenice cominceremmo adesso e finiremmo dopodomani». Con l’ironia che lo contraddistingue, Enrico Stinchelli apre la sua intervista a Francesco Borgonovo su Radio Cusano Campus, durante Il commento di oggi. Regista, conduttore radiofonico, storico volto de La Barcaccia, Stinchelli prende posizione senza esitazioni a difesa di Beatrice Venezi, la nuova direttrice musicale della Fenice finita al centro di una contestazione clamorosa.
Non gli interessano le coreografie di protesta, i volantini piovuti sui palchi, gli orchestrali in rivolta: «La nomina spetta al sovrintendente. I sindacati possono anche inscenare sfilate in gondola, con tanto di striscioni, ma non hanno titolo per mettere becco sulle questioni artistiche». E aggiunge: «Mi sembra evidente che la Venezi subisca da anni una gogna mediatica. Fino a quando non ha dichiarato la sua simpatia politica, tutto filava liscio. Da quel momento è iniziata la guerra». Durante la trasmissione, Borgonovo ha portato in studio le parole di Anna Fratta, direttrice d’orchestra pluripremiata, che ha preso posizione con toni molto netti: «Non interessa a nessuno che quella di Beatrice Venezi sia una nomina politica. Agli orchestrali che hanno protestato importa solo una cosa: essere diretti da qualcuno capace di ottenere il miglior risultato possibile». Per Fratta: «Se a opporsi sono stati tutti gli enti lirici e sinfonici del Paese, un motivo ci sarà». La replica di Stinchelli è immediata: «Trovo di pessimo gusto che una collega si scagli così contro un’altra collega. Ma ormai, nel nostro Paese, il gusto è stato superato da tempo. Andiamo al dunque: non è un esercito compatto di orchestrali o di professori del coro che si uniscono in blocco giudicandola un’incapace. Qui c’è un gruppo che guida la protesta, e di conseguenza gli iscritti ai vari sindacati si accodano. È tipico: parte uno, si uniscono gli altri. Ma se li vai a prendere uno a uno, non c’è questo astio. Anzi: se guardiamo il suo curriculum, Venezi ha diretto in tanti teatri e ha un repertorio vasto, nonostante la giovane età». Alle accuse di inesperienza, Stinchelli risponde ancora con i fatti: «Il flauto magico, La Favorita, la Turandot di Busoni, Le nozze di Figaro, fino ai concerti con Plácido Domingo. Ma davvero si pensa che Domingo rischi la sua immagine con una direttrice incapace? È assurdo». E insiste: «È evidente che c’è stata una manipolazione a tavolino. Vogliono farla fuori perché la vedono come l’alter ego di Giorgia Meloni sul podio».
Per spiegare la durezza degli attacchi, Stinchelli allarga lo sguardo al mondo della lirica: «Qui contano invidie, antipatie, salotti che decidono. Maria Callas fu insultata per tutta la vita, Daniel Harding ricevette critiche ferocissime. È un ambiente piccolo, dove certe logiche pesano più del giudizio tecnico». E ricorda anche la storia politica della cultura italiana: «Dopo la guerra, la spartizione fu chiara: la cultura alla sinistra, i lavori pesanti alla destra. È stata una lottizzazione, e chi lo nega è ipocrita». Alla Fenice, intanto, gli orchestrali parlano di «fiducia irrimediabilmente compromessa» con il sovrintendente Nicola Colabianchi, che però difende la scelta definendola «un investimento sul futuro». Tra accuse di inesperienza e sospetti di condizionamento politico, resta la voce di Stinchelli: «Se fosse davvero così inadeguata, le proteste sarebbero esplose da tempo. Invece no, sono arrivate solo dopo il suo outing politico. Questo dovrebbe far riflettere».
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Emma Watson attacca ancora la creatrice di Harry Potter colpevole di avere posizioni contro woke e transgender.Per Enrico Stinchelli le accuse di incompetenza alla Venezi sono un pretesto per attaccarla.Lo speciale contiene due articoli. Suzanne Moore, commentatrice femminista tra le più celebri del Regno Unito, ha definito Emma Watson una «ipocrita illusa», e non ha per nulla torto. È per lo meno da tre anni che la attrice, esplosa grazie alla saga di Harry Potter, punzecchia e attacca l’autrice. E la ragione è nota: J.K. Rowling ha da tempo preso posizione contro i deliri dell’attivismo transgender, e questa sua postura certo non può piacere al mainstream hollywoodiano e al wokismo da battaglia che impera nella mecca del cinema. Per questo motivo, gli attori che hanno interpretato i personaggi creati dalla scrittrice si sono affrettati a prendere le distanze da lei, alcuni con parole piuttosto ruvide. Tra questi, oltre a Daniel Radcliffe, c’è la Watson.Nel marzo del 2022, la giovane attrice salì sul palco dei Bafta Awards e dedicò il premio ricevuto «a tutte le streghe», peritandosi di pubblicare sui social il video di quel momento corredato da una bandiera arcobaleno. Nel corso degli anni, la situazione non è affatto migliorata. Tanto che qualche mese fa Chris Columbus, regista dei primi due film di Harry Potter, ha dichiarato che non sarà mai possibile una reunion del cast originale, ovviamente a causa della questione trans: «Ogni membro del cast ha la propria opinione, che è diversa da quella della Rowling, il che rende tutto impossibile. Non so che cosa le sia successo». Ovviamente, la colpa del dissidio viene fatta ricadere sulla «transfobica» J.K.L’ultimo capitolo della saga è in corso in queste ore. La Watson ha concesso una intervista al podcaster Jay Shetty e ha voluto esibire toni appena più concilianti. Ha detto di non voler cancellare la sua ex amica. Ma sul punto dei (presunti) diritti non cambia idea: «Il mio desiderio più profondo è che chi non è d’accordo con me possa comunque amarmi, e io spero di poter continuare ad amare persone con cui non condivido la stessa opinione», ha detto. Quanto alla Rowling, ha aggiunto: «Posso amarla, e so che anche lei mia ama. Posso esserle grata, posso essere d’accordo con alcune cose che ha detto e non con altre. Ma non posso dimenticare cosa ha fatto, nessuno potrà mai togliermelo».La risposta di J.K. non è stata delle più dolci. L’autrice ha colto la palla al balzo per levarsi qualche sassolino dalla scarpa. I giornali di mezzo mondo la stanno avvisando di avere «attaccato» la Watson, ma le cose stanno in maniera opposta. Quando l’attrice fece la sua dichiarazione ai Bafta, ha spiegato la Rowling sui social, «le minacce di morte, stupro e tortura contro di me erano al culmine». Subito dopo l’evento, «Emma ha chiesto a qualcuno di consegnarmi un biglietto scritto a mano da lei, che conteneva la frase “Mi dispiace tanto per quello che stai passando (hai il mio numero di telefono)”. Aveva appena gettato pubblicamente altra benzina sul fuoco, eppure ha pensato che una sola riga di preoccupazione da parte sua mi avrebbe rassicurato della sua fondamentale simpatia e gentilezza». Già: da un lato la Watson prendeva le distanze dalla donna che le aveva regalato il successo, dall’altro fingeva ancora di esserle amica. La Rowling non gliel’ha perdonata.«Come altre persone che non hanno mai sperimentato la vita adulta senza ricchezza e fama, Emma ha così poca esperienza della vita reale che ignora quanto sia ignorante», ha scritto la Rowling. «Non ero multimilionaria a quattordici anni. Ho vissuto in povertà mentre scrivevo il libro che ha reso famosa Emma. Quindi capisco per esperienza personale cosa significhi per le donne e le ragazze prive dei suoi privilegi la violazione dei diritti delle donne, a cui Emma ha partecipato con tanto entusiasmo. La più grande ironia qui è che, se Emma non avesse deciso nella sua ultima intervista di dichiarare che mi ama e mi apprezza - un cambio di rotta che sospetto abbia adottato perché ha notato che condannarmi a gran voce non è più così di moda come una volta - forse non sarei mai stata così onesta. Gli adulti non possono aspettarsi di ingraziarsi un movimento di attivisti che chiede regolarmente l’assassinio di un amico, per poi rivendicare il loro diritto all’amore dell’ex amico, come se l’amico fosse in realtà la loro madre. Emma è giustamente libera di non essere d’accordo con me e di esprimere pubblicamente i suoi sentimenti nei miei confronti, ma io ho lo stesso diritto e ho finalmente deciso di esercitarlo». Risultato: in poche righe, la Rowling ha demolito la Watson e le sue pose da paladina trans: «Non avrà mai bisogno di un rifugio per senzatetto, non finirà in un reparto ospedaliero misto del servizio sanitario pubblico, non avrà mai bisogno di un centro antistupro che rifiuta di garantire un servizio esclusivamente femminile». Fine della disputa.Da questa vicenda, al di là del gossip, c’è molto da imparare. Per prima cosa, si comprende a fondo il funzionamento dello show business e dei circoli culturali alla moda. Per convenienza, questi ambienti si sono fatti sostenitori del politicamente corretto a oltranza e del wokismo sfrenato. Ora che il vento è leggermente cambiato e il pubblico si è stufato delle scempiaggini delle minoranze risentite, ecco che anche i vip cercano di riposizionarsi o comunque di tenere il piede in due staffe.L’altra lezione riguarda i diritti delle donne. Anni fa, durante l’esplosione del movimento me too e della psicosi sulle molestie sessuali, non passava giorno senza che qualche celebrità - anche in Italia - dichiarasse il suo rispetto per il genere femminile. Lo slogan era «believe women», credete alle donne sempre e comunque (anche quando le molestie non c’erano). Poi, passata la buriana e emerse altre cause nobili da difendere, abbiamo appreso che attaccare le donne furiosamente è possibile eccome. È successo alla Rowling con una violenza inaudita, e continua a succedere, a dispetto delle moine pelose della Watson. Succede anche da noi in queste ore con la vicenda che vede suo malgrado protagonista Beatrice Venezi. Da giorni, dopo che è stata indicata per dirigere La Fenice di Venezia, nei suoi confronti piovono accuse feroci. Dicono che sia inadeguata, incompetente, non abbastanza brava. Non la attaccano perché è donna, ma perché non fa parte del circolo giusto. A parità di curriculum, una più inserita negli ambienti che contano avrebbe avuto la strada spianata. Ma la Venezi ha il torto di avere espresso idee sgradite, proprio come ha fatto la Rowling. Per cui il massacro è concesso, l’ingiuria è approvata. Magari da parte degli stessi media ipocriti che un tempo la incensavano proprio perché femmina. Questo è il modello progressista: si difendono i diritti, veri o falsi che siano, solo se portano soldi e consensi. In tutti gli altri casi, all’ordine del giorno è l’odio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/venezi-rowling-odio-sinistra-2674142839.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vogliono-fare-fuori-la-direttrice-solamente-perche-e-di-destra" data-post-id="2674142839" data-published-at="1759315854" data-use-pagination="False"> «Vogliono fare fuori la direttrice solamente perché è di destra» «Se dovessi stilare la lista degli incapaci che hanno occupato posti di maggiore importanza della Fenice cominceremmo adesso e finiremmo dopodomani». Con l’ironia che lo contraddistingue, Enrico Stinchelli apre la sua intervista a Francesco Borgonovo su Radio Cusano Campus, durante Il commento di oggi. Regista, conduttore radiofonico, storico volto de La Barcaccia, Stinchelli prende posizione senza esitazioni a difesa di Beatrice Venezi, la nuova direttrice musicale della Fenice finita al centro di una contestazione clamorosa.Non gli interessano le coreografie di protesta, i volantini piovuti sui palchi, gli orchestrali in rivolta: «La nomina spetta al sovrintendente. I sindacati possono anche inscenare sfilate in gondola, con tanto di striscioni, ma non hanno titolo per mettere becco sulle questioni artistiche». E aggiunge: «Mi sembra evidente che la Venezi subisca da anni una gogna mediatica. Fino a quando non ha dichiarato la sua simpatia politica, tutto filava liscio. Da quel momento è iniziata la guerra». Durante la trasmissione, Borgonovo ha portato in studio le parole di Anna Fratta, direttrice d’orchestra pluripremiata, che ha preso posizione con toni molto netti: «Non interessa a nessuno che quella di Beatrice Venezi sia una nomina politica. Agli orchestrali che hanno protestato importa solo una cosa: essere diretti da qualcuno capace di ottenere il miglior risultato possibile». Per Fratta: «Se a opporsi sono stati tutti gli enti lirici e sinfonici del Paese, un motivo ci sarà». La replica di Stinchelli è immediata: «Trovo di pessimo gusto che una collega si scagli così contro un’altra collega. Ma ormai, nel nostro Paese, il gusto è stato superato da tempo. Andiamo al dunque: non è un esercito compatto di orchestrali o di professori del coro che si uniscono in blocco giudicandola un’incapace. Qui c’è un gruppo che guida la protesta, e di conseguenza gli iscritti ai vari sindacati si accodano. È tipico: parte uno, si uniscono gli altri. Ma se li vai a prendere uno a uno, non c’è questo astio. Anzi: se guardiamo il suo curriculum, Venezi ha diretto in tanti teatri e ha un repertorio vasto, nonostante la giovane età». Alle accuse di inesperienza, Stinchelli risponde ancora con i fatti: «Il flauto magico, La Favorita, la Turandot di Busoni, Le nozze di Figaro, fino ai concerti con Plácido Domingo. Ma davvero si pensa che Domingo rischi la sua immagine con una direttrice incapace? È assurdo». E insiste: «È evidente che c’è stata una manipolazione a tavolino. Vogliono farla fuori perché la vedono come l’alter ego di Giorgia Meloni sul podio».Per spiegare la durezza degli attacchi, Stinchelli allarga lo sguardo al mondo della lirica: «Qui contano invidie, antipatie, salotti che decidono. Maria Callas fu insultata per tutta la vita, Daniel Harding ricevette critiche ferocissime. È un ambiente piccolo, dove certe logiche pesano più del giudizio tecnico». E ricorda anche la storia politica della cultura italiana: «Dopo la guerra, la spartizione fu chiara: la cultura alla sinistra, i lavori pesanti alla destra. È stata una lottizzazione, e chi lo nega è ipocrita». Alla Fenice, intanto, gli orchestrali parlano di «fiducia irrimediabilmente compromessa» con il sovrintendente Nicola Colabianchi, che però difende la scelta definendola «un investimento sul futuro». Tra accuse di inesperienza e sospetti di condizionamento politico, resta la voce di Stinchelli: «Se fosse davvero così inadeguata, le proteste sarebbero esplose da tempo. Invece no, sono arrivate solo dopo il suo outing politico. Questo dovrebbe far riflettere».
Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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Nicole Minetti (Getty Images)
Cioè, il presidente della Repubblica sarebbe stato tratto in inganno da qualcuno dentro al ministero della Giustizia, che gli avrebbe portato la pratica riguardante l’ex consigliere regionale lombardo di Forza Italia, nascondendo o ignorando alcuni aspetti della vita dell’igienista dentale. Ma le cose non stanno così. Il Quirinale non è stato buggerato da Carlo Nordio o dalla sua ex capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, come ora, con la collaborazione di gran parte di una stampa appecoronata, si cerca di far credere. Per il semplice motivo che la domanda di grazia non soltanto è stata inviata a Sergio Mattarella direttamente dallo studio legale che assiste Nicole Minetti, ma il 6 agosto dello scorso anno è stato il Colle a sollecitare il ministero ad aprire la pratica per valutare la grazia alla donna condannata per aver favorito la prostituzione. La nostra non è un’interpretazione: a parlare è la documentazione, a partire da quella che regola la concessione degli atti di clemenza da parte del presidente della Repubblica.
Cominciamo, dunque, dall’inizio di questa faccenda, la cui responsabilità si sta provando a scaricare su altri. Vent’anni fa, precisamente il 18 maggio del 2006, la Corte costituzionale, a cui si era appellato Carlo Azeglio Ciampi, chiarì che il potere di grazia non era condiviso con il ministro della Giustizia, ma era di esclusiva titolarità del capo dello Stato. Cioè competeva solo al presidente della Repubblica dire sì o no a una richiesta di clemenza e la sua decisione non era soggetta al vaglio del numero uno di via Arenula. Per effetto di questa sentenza, non soltanto il ministero non si chiama più di Grazia e Giustizia, ma lo stesso giorno di 20 anni fa Giorgio Napolitano, subentrato a Ciampi, comunicò l’istituzione presso il Quirinale di un dipartimento per gli Affari dell’amministrazione della giustizia, direttamente competente per istruire e valutare le domande di cittadini condannati. Basta collegarsi al sito della presidenza della Repubblica per rendersi conto di quali funzioni svolga questo ufficio, che è diviso in quattro settori, uno dei quali esamina e istruisce le richieste di grazia o commutazione delle pene. A guidarlo è un consigliere di Cassazione, il dottor Enrico Gallucci, il quale dispone di tre collaboratori.
Chiarito il quadro normativo e il ruolo del Colle, torniamo a Nicole Minetti. Il 27 luglio dello scorso anno i legali dell’ex igienista dentale scrivono a Sergio Mattarella invocando la grazia per la loro assistita. A firmare è l’avvocato Antonella Calcaterra, dello studio Iusway di Milano. Il 6 agosto, cioè meno di dieci giorni dopo, weekend compreso, Enrico Gallucci, capo dell’ufficio Grazie, sollecita il ministero a istruire la pratica di clemenza in favore di Nicole Minetti. A volte l’iter delle domande è lungo, qualche volta anche un anno o due. Ma stranamente, nel caso dell’ex consigliere lombardo, tutto fila liscio e, soprattutto, spedito. Al punto che pochi mesi dopo, il 9 gennaio 2026, ossia a 166 giorni dalla data della presentazione della domanda, arriva il via libera della Procura generale della Corte d’Appello di Milano: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. E, un mese dopo, ecco il provvedimento di clemenza. In sei mesi e nonostante le ferie di mezzo, Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna ai servizi sociali. Nessuno dà notizia del provvedimento del capo dello Stato quando Mattarella firma. Però quando Mi manda Rai 3 rivela la notizia, dal Quirinale prima si rivendica la correttezza dell’operato del presidente («C’è una relazione favorevole molto ampia del procuratore competente. È un caso molto particolare. Purtroppo non posso rivelare dettagli perché c’è di mezzo la tutela di un minore… Ma sono sicuro che se sapesse le motivazioni condividerebbe», scrive l’11 aprile Giovanni Grasso, portavoce del Quirinale). Poi, quando Il Fatto quotidiano mette in dubbio che Nicole Minetti sia tornata sulla retta via e che non si occupi più di prostituzione, sul Colle si cade dalle nuvole e si dà la colpa al ministero, come se il Quirinale non c’entrasse nulla in questa storia, e accreditando l’idea che qualcuno abbia buggerato gli uffici di Sergio Mattarella.
Può darsi che qualcuno si sia approfittato del capo dello Stato, ma di certo non va cercato molto lontano dal Quirinale. E se i cronisti, invece di bendarsi gli occhi di fronte a ogni velina che plana dalla presidenza della Repubblica, si facessero qualche domanda, forse potrebbero scoprire perché la pratica della Minetti abbia viaggiato così spedita. E perché al Tribunale di Milano nessuno si sia chiesto se davvero la ex consigliere fosse diventato una via di mezzo tra Maria Goretti e Santa Caterina da Siena.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Il giorno dopo il terremoto provocato dalla lettera del Colle, il capo dello Stato si è svegliato sereno ma davanti a una spremuta di stampa mainstream (Corriere della Sera, Repubblica, Stampa) si è subito preoccupato: lo hanno dipinto come un calligrafo amanuense che copia una pagina di Aristotele, come la mano incorporea di Cornelis Escher con la matita fra le dita. Hanno banalizzato in poche righe (e con eccessi fantozziani) quel ruolo supremo di dominus con facoltà costituzionale di concedere, con decreto proprio, l’atto di clemenza e commutare le pene.
«Se qualcuno ha sbagliato va cercato al ministero» titola il Corriere per mettere le cose in chiaro, neanche fossimo in Terza B e a rubare la merendina sia stato «lui con i bermuda a righe». Che poi sarebbe sempre Carlo Nordio. «Il Quirinale è stato ingannato?» si chiede Repubblica in ambasce, scambiando la batteria dei consiglieri giuridici di Mattarella per un educandato irlandese. La Stampa si butta sui giochi da tavolo: «La contromossa del presidente», come se attribuire una grazia fosse una partita a scacchi fra contendenti con obiettivi opposti. Uno scenario stupefacente nel suo semplicismo, mossa del cavallo compresa. Con due punti fermi a colonna dorica: 1) se volete un colpevole cercatelo nella pelata del Guardasigilli, 2) il Quirinale non ha alcuna responsabilità. Anche se potrebbe avere caldeggiato la grazia (non è escluso). Anche se nel secondo mandato ha firmato proprio questa (con altre 26) su 1.500 richieste. Anche se la domanda di grazia è diretta per legge al capo dello Stato. Anche se ridurre il presidente a semplice notaio è un insulto mascherato da carezza.
Però in questo scenario da scaricabarile fa comodo. «Il Quirinale scaccia le nubi dal proprio cielo e le soffia su quello di via Arenula», spiega il Corriere con una metafora eolica, di fatto confermando il passaggio all’ala destra, quella destinata a prendersi gli insulti dello stadio. «Al Colle fanno notare che per la grazia non dispongono di alcun potere di verifica nel merito, possono valutare solo i profili giuridici e procedurali», insiste Repubblica facendo credere che la massima istituzione del Paese abbia forma di astronave e vaghi nell’iperuranio. Senza alcun contatto diretto con i magistrati di via Arenula e con quelli della Procura generale di Corte d’Appello di Milano. La sintesi più colorita è raccolta dalla Stampa: «Non potevamo mandare i corazzieri», a conferma che nel rimbalzo di responsabilità tutto fa brodo, anche il folclore.
In un giorno feriale come tanti vengono ribaltate realtà che pensavamo granitiche. È l’emendamento Houdini. Il Colle, fino a ieri definito dagli stessi media «l’occhiuto e vigile custode della Costituzione che impedisce interpretazioni fallaci e derive non volute dalla Carta» (per esempio sul decreto Sicurezza), improvvisamente diventa inconsapevole, inerme, in balia delle amnesie altrui, incapace di garantire a Mattarella la graniticità di una firma. Ovviamente non è così. E con l’umile approccio di chi crede nella forza dell’istituzione, ci pare che l’approfondito, sofferto, quasi metafisico percorso del presidente Toni Servillo nel film di Paolo Sorrentino La grazia sia più verosimile dello scenario descritto ieri dai quirinalisti travestiti da corazzieri di cartone.
Ma non è finita, sull’argomento il giurista collettivo di redazione riesce ad andare oltre l’immaginabile. A sottolineare oggi «la forza del dubbio» del Colle sono gli stessi giornali che alla notizia dell’atto di clemenza a favore di Nicole Minetti si erano esibiti in messe cantate nei confronti «dell’umanità profonda contenuta in un gesto nobile»; avevano preso le distanze «dalla volgarità, dalla malafede di chi vede favoritismi e agita la coda di paglia del complottismo». Allora «la salute dei congiunti era stata spesso decisiva nella concessione della grazia». Adesso fanno un tifo pavloviano per revocarla. Come diceva Luciano De Crescenzo, eppure è sempre vero anche il contrario.
Nel giorno dello scaricabarile tutti agitano come una coperta di Linus la sentenza numero 200 della Corte Costituzionale nel 2006. Risolveva il conflitto di attribuzione sollevato dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nei confronti del ministro della Giustizia Roberto Castelli proprio sul potere di grazia riguardo all’opportunità di darla ad Adriano Sofri che neppure l’aveva chiesta. Per lui si era mossa «la nota lobby» (copyright di Francesco Cossiga). La Consulta sottolineò che il Guardasigilli deve istruire la pratica ma il capo dello Stato è titolare dell’atto. Poi ci sono Eolo, i corazzieri, le contromosse, le cortine fumogene e il dogma della Stampa: «La controffensiva del Quirinale è sul terreno della verità». Sì, quella divina.
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