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2025-04-22
Trump ottimista su un’intesa Russia-Ucraina in settimana, Kiev può dimenticarsi la Nato
Vladimir Putin (Ansa)
Dopo una Pasqua segnata da un fragile cessate il fuoco durato appena 30 ore, in Ucraina si è tornati a combattere. Lo scambio di accuse tra Mosca e Kiev sui responsabili delle violazioni è solo il riflesso diplomatico di una tregua mai davvero osservata. Secondo le autorità ucraine, la Russia ha infranto la propria promessa di sospendere le ostilità con oltre 2.900 violazioni, con attacchi che hanno coinvolto infrastrutture civili, raid aerei e l’impiego massiccio di droni. Dall’altro lato, il ministero della Difesa russo ribatte che è stata Kiev a violare l’intesa per ben 4.900 volte, sostenendo di aver subito attacchi su obiettivi militari e civili durante tutto l’arco del cessate il fuoco. La ripresa dei bombardamenti russi ha riguardato principalmente il fronte orientale con lanci di droni kamikaze, missili Onyx e Kh-31P sulle aree di Kharkiv, Mykolaiv e Sumy, dove gli attacchi non si sono mai fermati del tutto e secondo il comandante ucraino Oleksandr Syrskyi, Mosca avrebbe tentato - senza riuscirci - di sfondare. Nella notte tra domenica e lunedì, la Russia ha lanciato 96 droni e tre missili, alcuni diretti verso Kiev. A Kherson è stato colpito un obiettivo costiero, a Zaporizhzhia si sono sentite forti esplosioni. L’Ucraina ha rivendicato un attacco a una base russa per droni nella regione di Kursk, uccidendo almeno venti operatori. Una sequenza di attacchi che ha segnato la ripresa delle ostilità tra le parti e ha riportato il conflitto in prima linea.
Tuttavia, mentre cresce la tensione sul piano militare, su quello diplomatico si apre una settimana decisiva per il possibile cessate il fuoco. Donald Trump ha parlato di «buone chance di un accordo tra Russia e Ucraina in settimana». Da domani, invece, dopo che il vertice dei volenterosi a Parigi si è chiuso con un nulla di fatto, l’iniziativa diplomatica torna nelle mani del fronte anglosassone. A Londra si riaprirà il tavolo dei negoziati: nell’agenda del vertice a cui parteciperanno rappresentanti di Kiev, Washington, Parigi e Londra stessa, si discuterà della possibilità di raggiungere in tempi brevi un cessate il fuoco immediato e duraturo. Anche la Cina ha fatto sapere di considerare «positivi» gli sforzi in corso per un cessate il fuoco. «Siamo pronti a procedere nel modo più costruttivo possibile», ha scritto Volodymyr Zelensky su X. «Al cessate il fuoco si risponde con un cessate il fuoco, agli attacchi con la difesa». La linea ucraina non cambia, ma il clima sì: gli Stati Uniti, oltre ad aver lasciato intendere che un’intesa è vicina, hanno avuto colloqui riservati in cui, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, avrebbero proposto a Kiev un pacchetto articolato che include lo stop all’ingresso nella Nato e l’accettazione dell’annessione russa della Crimea. Ipotesi che per ora restano politicamente impraticabili per Zelensky, ma che confermano quanto il pressing americano stia aumentando.
«L’Ucraina non discute la questione dell’integrità territoriale con i suoi partner nei negoziati per la fine della guerra. Questo è contrario alla Costituzione» ha affermato il consigliere del capo dell’Ufficio presidenziale, Serhiy Leshchenko, «Tutti i negoziatori che partecipano alle riunioni in Arabia Saudita o in Francia dicono chiaramente che la questione dell’integrità territoriale dell’Ucraina non viene discussa affatto». Il Cremlino ha fatto sapere di aver ricevuto «segnali positivi» da parte americana proprio su questo fronte.
«Una adesione dell’Ucraina alla Nato resta una minaccia diretta alla Federazione russa», ha ribadito il portavoce Dmitry Peskov, «Washington ci ha assicurato a vari livelli che l’adesione dell’Ucraina alla Nato è fuori questione. Questo ci soddisfa e coincide con la nostra posizione». Vladimir Putin, dopo aver detto durante un incontro con i capi delle municipalità a Mosca che «nessuno dubita della vittoria russa», ha fatto sapere che valuterà la proposta di una tregua di 30 giorni per evitare attacchi a obiettivi civili. «Bisogna trovare un modo per impedire che vengano colpiti i civili», ha dichiarato. Poi ha aggiunto che «Kiev continua a usare le infrastrutture civili per scopi militari». Dichiarazioni ambigue, come il comunicato russo che ha rivendicato l’attacco di sabato a Sumy che ha causato 35 vittime civili, sostenendo che si stesse celebrando «una cerimonia per militari ucraini coinvolti nei crimini nella regione di Kursk», definendo quindi l’attacco «una meritata punizione».
Nel frattempo il capo del Cremlino, stando a quanto scritto ieri dall’agenzia Tass, ha firmato la legge sulla ratifica dell’accordo sul partenariato strategico globale con l’Iran che era stato siglato lo scorso gennaio in occasione della visita del presidente iraniano Masoud Pezeshkian a Mosca. L’accordo va a definire il quadro giuridico per l’ulteriore sviluppo della cooperazione tra i due Paesi in una prospettiva a lungo termine in settori strategici che riguardano la difesa, la lotta al terrorismo, l’energia, la finanza, i trasporti, l’industria, l’agricoltura, la scienza, la cultura e le tecnologie.
Un’altra chat mette nei guai Hegseth
«Secondo alcune persone a conoscenza dei fatti, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth avrebbe inviato informazioni sensibili sugli attacchi in Yemen in una chat crittografata che includeva la moglie e il fratello». A dare la notizia è il New York Times.
Hegseth ha condiviso informazioni dettagliate su imminenti attacchi rivolti contro obiettivi Huthi il 15 marzo in una chat privata sull’app di messaggistica crittografata Signal, che includeva sua moglie, ex produttrice di Fox News, Jennifer Cunningham Hegseth, suo fratello, Phil Hegseth, il suo avvocato personale, Tim Parlatore e una decina di persone della sua cerchia personale e professionale. Fatti che il presidente americano Donald Trump ha bollato come «fake news» messe in giro da «impiegati insoddisfatti». «Hegseth sta facendo un grande lavoro. Chiedete agli Huthi», ha dichiarato ieri.
Eppure, alcuni tra i soggetti a conoscenza di questa chat hanno riferito, secondo il quotidiano newyorkese, che le informazioni condivise da Hegseth nella chat comprendevano gli orari di volo dei caccia destinati a colpire gli Huthi in Yemen. «In pratica», scrivono i giornalisti Greg Jaffe, Eric Schmitt e Maggie Haberman, «gli stessi piani d’attacco che aveva condiviso, sempre quel giorno, in un’altra chat su Signal nella quale era stato erroneamente incluso il caporedattore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg».
La moglie di Hegseth, Jennifer, non è una dipendente del Pentagono, sede del dipartimento della Difesa, ma ha viaggiato con lui all’estero e non sono mancate le critiche nei suoi confronti per aver preso parte a incontri riservati con leader stranieri.
Il fratello, Phil, e Tim Parlatore, invece, lavorano entrambi al Pentagono, ma, secondo il giornale, «non è ancora chiaro perché i due avrebbero avuto bisogno di conoscere i dettagli di imminenti attacchi militari contro gli Huthi in Yemen».
«L’esistenza di una seconda chat su Signal in cui Hegseth ha condiviso informazioni militari altamente riservate e che finora non era stata riportata rappresenta l’ultimo sviluppo di una serie di eventi che stanno mettendo sotto esame la sua gestione della Difesa e il suo giudizio». E, stando all’analisi del Times, «a differenza della chat in cui fu erroneamente incluso l’Atlantic, quella appena rivelata era stata creata da Hegseth stesso. Includeva sua moglie e gente a lui professionalmente legata ed era stata avviata a gennaio, prima della sua conferma come segretario alla Difesa». Pare, inoltre, che il capo del Pentagono accedesse alla chat tramite il suo telefono personale, non quello governativo.
Invece, la chat rivelata dall’Atlantic a marzo era stata creata dal consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Donald Trump, Mike Waltz, per consentire il coordinamento tra i principali funzionari della Sicurezza nazionale dell’esecutivo, come il vicepresidente J.D. Vance, il direttore dell’intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, e Hegseth stesso, in vista degli attacchi statunitensi.
La prima volta Waltz si era assunto la responsabilità di aver incluso per errore nella chat il reporter dell’Atlantic, Goldberg. L’aveva chiamata «Huthi Pc small group» per riflettere la presenza di membri delle alte sfere dell’amministrazione, che si riunisce per discutere le questioni di sicurezza nazionale più delicate.
Il mantenimento nella chat della moglie, del fratello e dell’avvocato di Hegseth, «nessuno dei quali sembra avere motivo per essere informato su dettagli operativi di un’azione militare in corso», commenta il giornale, «solleva interrogativi sul rispetto dei protocolli di sicurezza da parte di Hegseth».
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Volodymyr Zelensky alle strette: gli Usa premono per la concessione della Crimea e garantiscono a Mosca l’esclusione degli invasi dal Patto atlantico. Vladimir Putin fa ripartire i bombardamenti.Intanto, dopo i dossier riservati finiti in mano all’«Atlantic», il capo del Pentagono, Pete Hegseth, avrebbe mandato a moglie e fratello i piani di attacco in Yemen. Il tycoon lo difende: «Fake news».Lo speciale contiene due articoli Dopo una Pasqua segnata da un fragile cessate il fuoco durato appena 30 ore, in Ucraina si è tornati a combattere. Lo scambio di accuse tra Mosca e Kiev sui responsabili delle violazioni è solo il riflesso diplomatico di una tregua mai davvero osservata. Secondo le autorità ucraine, la Russia ha infranto la propria promessa di sospendere le ostilità con oltre 2.900 violazioni, con attacchi che hanno coinvolto infrastrutture civili, raid aerei e l’impiego massiccio di droni. Dall’altro lato, il ministero della Difesa russo ribatte che è stata Kiev a violare l’intesa per ben 4.900 volte, sostenendo di aver subito attacchi su obiettivi militari e civili durante tutto l’arco del cessate il fuoco. La ripresa dei bombardamenti russi ha riguardato principalmente il fronte orientale con lanci di droni kamikaze, missili Onyx e Kh-31P sulle aree di Kharkiv, Mykolaiv e Sumy, dove gli attacchi non si sono mai fermati del tutto e secondo il comandante ucraino Oleksandr Syrskyi, Mosca avrebbe tentato - senza riuscirci - di sfondare. Nella notte tra domenica e lunedì, la Russia ha lanciato 96 droni e tre missili, alcuni diretti verso Kiev. A Kherson è stato colpito un obiettivo costiero, a Zaporizhzhia si sono sentite forti esplosioni. L’Ucraina ha rivendicato un attacco a una base russa per droni nella regione di Kursk, uccidendo almeno venti operatori. Una sequenza di attacchi che ha segnato la ripresa delle ostilità tra le parti e ha riportato il conflitto in prima linea.Tuttavia, mentre cresce la tensione sul piano militare, su quello diplomatico si apre una settimana decisiva per il possibile cessate il fuoco. Donald Trump ha parlato di «buone chance di un accordo tra Russia e Ucraina in settimana». Da domani, invece, dopo che il vertice dei volenterosi a Parigi si è chiuso con un nulla di fatto, l’iniziativa diplomatica torna nelle mani del fronte anglosassone. A Londra si riaprirà il tavolo dei negoziati: nell’agenda del vertice a cui parteciperanno rappresentanti di Kiev, Washington, Parigi e Londra stessa, si discuterà della possibilità di raggiungere in tempi brevi un cessate il fuoco immediato e duraturo. Anche la Cina ha fatto sapere di considerare «positivi» gli sforzi in corso per un cessate il fuoco. «Siamo pronti a procedere nel modo più costruttivo possibile», ha scritto Volodymyr Zelensky su X. «Al cessate il fuoco si risponde con un cessate il fuoco, agli attacchi con la difesa». La linea ucraina non cambia, ma il clima sì: gli Stati Uniti, oltre ad aver lasciato intendere che un’intesa è vicina, hanno avuto colloqui riservati in cui, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, avrebbero proposto a Kiev un pacchetto articolato che include lo stop all’ingresso nella Nato e l’accettazione dell’annessione russa della Crimea. Ipotesi che per ora restano politicamente impraticabili per Zelensky, ma che confermano quanto il pressing americano stia aumentando. «L’Ucraina non discute la questione dell’integrità territoriale con i suoi partner nei negoziati per la fine della guerra. Questo è contrario alla Costituzione» ha affermato il consigliere del capo dell’Ufficio presidenziale, Serhiy Leshchenko, «Tutti i negoziatori che partecipano alle riunioni in Arabia Saudita o in Francia dicono chiaramente che la questione dell’integrità territoriale dell’Ucraina non viene discussa affatto». Il Cremlino ha fatto sapere di aver ricevuto «segnali positivi» da parte americana proprio su questo fronte. «Una adesione dell’Ucraina alla Nato resta una minaccia diretta alla Federazione russa», ha ribadito il portavoce Dmitry Peskov, «Washington ci ha assicurato a vari livelli che l’adesione dell’Ucraina alla Nato è fuori questione. Questo ci soddisfa e coincide con la nostra posizione». Vladimir Putin, dopo aver detto durante un incontro con i capi delle municipalità a Mosca che «nessuno dubita della vittoria russa», ha fatto sapere che valuterà la proposta di una tregua di 30 giorni per evitare attacchi a obiettivi civili. «Bisogna trovare un modo per impedire che vengano colpiti i civili», ha dichiarato. Poi ha aggiunto che «Kiev continua a usare le infrastrutture civili per scopi militari». Dichiarazioni ambigue, come il comunicato russo che ha rivendicato l’attacco di sabato a Sumy che ha causato 35 vittime civili, sostenendo che si stesse celebrando «una cerimonia per militari ucraini coinvolti nei crimini nella regione di Kursk», definendo quindi l’attacco «una meritata punizione».Nel frattempo il capo del Cremlino, stando a quanto scritto ieri dall’agenzia Tass, ha firmato la legge sulla ratifica dell’accordo sul partenariato strategico globale con l’Iran che era stato siglato lo scorso gennaio in occasione della visita del presidente iraniano Masoud Pezeshkian a Mosca. L’accordo va a definire il quadro giuridico per l’ulteriore sviluppo della cooperazione tra i due Paesi in una prospettiva a lungo termine in settori strategici che riguardano la difesa, la lotta al terrorismo, l’energia, la finanza, i trasporti, l’industria, l’agricoltura, la scienza, la cultura e le tecnologie.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-putin-intesa-guerra-ucraina-2671816461.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="unaltra-chat-mette-nei-guai-hegseth" data-post-id="2671816461" data-published-at="1745269013" data-use-pagination="False"> Un’altra chat mette nei guai Hegseth «Secondo alcune persone a conoscenza dei fatti, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth avrebbe inviato informazioni sensibili sugli attacchi in Yemen in una chat crittografata che includeva la moglie e il fratello». A dare la notizia è il New York Times. Hegseth ha condiviso informazioni dettagliate su imminenti attacchi rivolti contro obiettivi Huthi il 15 marzo in una chat privata sull’app di messaggistica crittografata Signal, che includeva sua moglie, ex produttrice di Fox News, Jennifer Cunningham Hegseth, suo fratello, Phil Hegseth, il suo avvocato personale, Tim Parlatore e una decina di persone della sua cerchia personale e professionale. Fatti che il presidente americano Donald Trump ha bollato come «fake news» messe in giro da «impiegati insoddisfatti». «Hegseth sta facendo un grande lavoro. Chiedete agli Huthi», ha dichiarato ieri. Eppure, alcuni tra i soggetti a conoscenza di questa chat hanno riferito, secondo il quotidiano newyorkese, che le informazioni condivise da Hegseth nella chat comprendevano gli orari di volo dei caccia destinati a colpire gli Huthi in Yemen. «In pratica», scrivono i giornalisti Greg Jaffe, Eric Schmitt e Maggie Haberman, «gli stessi piani d’attacco che aveva condiviso, sempre quel giorno, in un’altra chat su Signal nella quale era stato erroneamente incluso il caporedattore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg». La moglie di Hegseth, Jennifer, non è una dipendente del Pentagono, sede del dipartimento della Difesa, ma ha viaggiato con lui all’estero e non sono mancate le critiche nei suoi confronti per aver preso parte a incontri riservati con leader stranieri. Il fratello, Phil, e Tim Parlatore, invece, lavorano entrambi al Pentagono, ma, secondo il giornale, «non è ancora chiaro perché i due avrebbero avuto bisogno di conoscere i dettagli di imminenti attacchi militari contro gli Huthi in Yemen». «L’esistenza di una seconda chat su Signal in cui Hegseth ha condiviso informazioni militari altamente riservate e che finora non era stata riportata rappresenta l’ultimo sviluppo di una serie di eventi che stanno mettendo sotto esame la sua gestione della Difesa e il suo giudizio». E, stando all’analisi del Times, «a differenza della chat in cui fu erroneamente incluso l’Atlantic, quella appena rivelata era stata creata da Hegseth stesso. Includeva sua moglie e gente a lui professionalmente legata ed era stata avviata a gennaio, prima della sua conferma come segretario alla Difesa». Pare, inoltre, che il capo del Pentagono accedesse alla chat tramite il suo telefono personale, non quello governativo. Invece, la chat rivelata dall’Atlantic a marzo era stata creata dal consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Donald Trump, Mike Waltz, per consentire il coordinamento tra i principali funzionari della Sicurezza nazionale dell’esecutivo, come il vicepresidente J.D. Vance, il direttore dell’intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, e Hegseth stesso, in vista degli attacchi statunitensi. La prima volta Waltz si era assunto la responsabilità di aver incluso per errore nella chat il reporter dell’Atlantic, Goldberg. L’aveva chiamata «Huthi Pc small group» per riflettere la presenza di membri delle alte sfere dell’amministrazione, che si riunisce per discutere le questioni di sicurezza nazionale più delicate. Il mantenimento nella chat della moglie, del fratello e dell’avvocato di Hegseth, «nessuno dei quali sembra avere motivo per essere informato su dettagli operativi di un’azione militare in corso», commenta il giornale, «solleva interrogativi sul rispetto dei protocolli di sicurezza da parte di Hegseth».
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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