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2022-10-10
Trump: negoziati subito tra russi e ucraini
Donald Trump (Ansa)
«Ora abbiamo una guerra tra Russia e Ucraina con potenzialmente centinaia di migliaia di morti. Dobbiamo iniziare immediatamente a negoziare per una fine pacifica della guerra in Ucraina o finiremo nella terza guerra mondiale, e non rimarrà più niente del nostro pianeta, perché persone stupide non comprendono la potenza nucleare». Così Donald Trump si è espresso sabato, durante un comizio in Nevada. Ora, prima che qualcuno cominci a dire che l’ex presidente Usa è un filorusso, vale la pena di fare qualche precisazione. Ad aprile, Trump definì la guerra in Ucraina un «genocidio». Inoltre, per quanto da presidente avesse avuto un rapporto personale cordiale con Vladimir Putin, non ha mai portato avanti una politica filorussa. Era dicembre 2019, quando inflisse sanzioni al Nord Stream 2: gasdotto caldeggiato invece da Mosca e Berlino. Sempre Trump aveva del resto criticato la Germania per la sua eccessiva dipendenza energetica dalla Russia.
Era invece maggio 2018 quando si sfilò dal controverso accordo sul nucleare iraniano: accordo appoggiato da Bruxelles e Mosca. Tra l’altro, andrebbe rammentato che è stato proprio Joe Biden a tentare di rilanciare l’intesa sul nucleare e a togliere le sanzioni al Nord Stream 2: tutto questo, senza ottenere alcuna contropartita concreta da Putin. Se c’è quindi qualcuno che è tacciabile di appeasement verso il leader russo (soprattutto tra aprile e luglio dell’anno scorso), quello è proprio Biden. Trump, di contro, ha costantemente lavorato, con Mike Pompeo, per un’efficace strategia di deterrenza verso gli avversari degli Usa. D’altronde, sarà un caso: ma Putin ha aggredito l’Ucraina sempre quando nello studio ovale sedevano presidenti dem (nel 2014, ai tempi di Barack Obama, e nel 2022 con Biden). Detto en passant: appena quattro giorni prima dell’invasione russa, Kamala Harris affermò che la strategia di deterrenza della Casa Bianca stava funzionando.
Tuttavia le parole pronunciate sabato da Trump sono rivolte anche alla politica interna. L’8 novembre si terranno le elezioni di metà mandato e, secondo i sondaggi, i repubblicani riprenderanno quasi certamente il controllo almeno della Camera. Ebbene, un grosso punto interrogativo riguarda proprio l’impatto della crisi ucraina sugli umori degli elettori. Secondo un recente sondaggio Ipsos, circa tre quarti degli americani sono favorevoli a mantenere il sostegno a Kiev. Larga parte del Partito repubblicano è di quest’idea. Le incognite sorgono tuttavia sotto due aspetti: gli impatti indiretti della crisi ucraina e le modalità di aiuto a Kiev.
Quanto agli impatti indiretti, il dossier principale è il caro energia: un nodo che si sta ripresentando dopo la recente decisione dell’Opec di tagliare la produzione di petrolio. Si tratta di un grattacapo che rischia di affossare Biden e i dem nelle settimane immediatamente precedenti al voto. Inoltre, il suddetto sondaggio Ipsos registra che il 58% degli americani teme uno scontro nucleare con Mosca. In secondo luogo, c’è la questione della modalità di aiuto agli ucraini. Sebbene gran parte dei repubblicani abbia votato a favore dei pacchetti di sostegno a Kiev, alcuni settori conservatori stanno lanciando allarmi. E non ci riferiamo solo alla minoranza isolazionista che considera trascurati i dossier di politica interna (come il controllo della frontiera a Sud). No: ci riferiamo anche a figure istituzionali. È per esempio il caso del presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts. «Heritage ha sostenuto e continua a sostenere un aiuto militare responsabile all’Ucraina. Ma la politica estera dovrebbe garantire ciò che è meglio per i contribuenti americani e fornire risultati, non solo gettare soldi su un problema, senza una strategia, senza un piano e senza un obiettivo finale», ha scritto in un recente editoriale. Heritage è il principale think tank conservatore americano e, oltre ad aver sempre espresso posizioni critiche verso il Cremlino, esercita storicamente una forte influenza sul Partito repubblicano. Lo stesso Pompeo, da sempre pro Ucraina, ha biasimato le parole di Biden sull’Armageddon, sostenendo di sperare che la Casa Bianca stia usando la «diplomazia silenziosa» per dissuadere Putin dall’uso di armi nucleari.
Tutto ciò non vuol quindi dire che, se i repubblicani riprenderanno il Congresso, l’Ucraina sarà abbandonata a sé stessa. Significa, semmai, che spingeranno probabilmente Biden a una spesa più attenta e a elaborare una strategia maggiormente coerente: una strategia che cerchi di ripristinare innanzitutto la deterrenza perduta. Un passo, questo, fondamentale se si vuole cercare di uscire dalla crisi, evitando uno scenario nucleare.
Stampa americana e Putin d’accordo: «C’è Kiev dietro l’attentato al ponte»
A quarantotto ore dall’attacco al ponte di Crimea sono ancora molte le domande su come si sono svolti realmente i fatti. È stato davvero un camion bomba? Oppure è stato lanciato un missile Mgm-140 (Atacms)? E chi è stato? Le parti si accusano reciprocamente: secondo Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, quanto accaduto al ponte di Kerch sarebbe «una manifestazione del conflitto tra le forze di sicurezza russe, in particolare tra l’Fsb (i servizi di sicurezza interni) da un lato e il ministero della Difesa e lo Stato maggiore dall’altro».
I russi invece non hanno dubbi sul fatto che ad attaccare il ponte simbolo della annessione della Crimea alla Russia sia stata una squadra speciale dello Sbu, il servizio segreto di Kiev. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che chi ha fatto esplodere il ponte di Crimea sono «i servizi speciali dell’Ucraina», che hanno commesso «un atto di terrorismo». Il New York Times ha riferito che un alto funzionario ucraino protetto dall’anonimato ha dichiarato: «L’intelligence ucraina ha partecipato all’esplosione». Le autorità russe, che nel frattempo hanno istituito una commissione d’inchiesta per far luce sui fatti, hanno anche ordinato ai sommozzatori della Marina militare «di esaminare l’entità dei danni causati dalla potente esplosione di un camion bomba».
I sub hanno iniziato a lavorare ieri mattina alle 6 (le 5 in Italia), mentre i risultati di un’indagine più dettagliata dei danni dovrebbe essere disponibile già nella giornata odierna. Dell’attacco ha parlato il governatore della Crimea insediato dal Cremlino, Sergei Aksyonov, che ha dichiarato: «Naturalmente si sono scatenate le emozioni e c’è un sano desiderio di vendetta. La situazione è gestibile: è spiacevole, ma non fatale». Una prima risposta russa è arrivata l’altra notte con i 12 attacchi contro Zaporizhzhia che hanno interessato una serie di aree residenziali: il bilancio provvisorio parla di almeno 17 morti (ci sono bambini) e 87 feriti.
Del bombardamento ha parlato il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba che su Twitter ha chiesto nuove armi all’Occidente: «Abbiamo urgente bisogno di più moderni sistemi di difesa aerea e missilistica per salvare vite innocenti. Invito i partner ad accelerare le consegne». A lui ha risposto Aleksei Polishchuk, direttore del secondo dipartimento per la Csi al ministero degli Esteri russo, che alla Tass ha affermato: «Le consegne da parte dell’Occidente a Kiev di armi a lungo raggio o più potenti diventeranno una linea rossa per la Russia».
Di armi (quelle atomiche) ha parlato alla Abc il portavoce del Consiglio di sicurezza della Casa Bianca John Kirby che sulle recenti dichiarazioni del presidente Usa, Joe Biden, sul rischio di un Armageddon atomico ha detto: «I commenti riflettono l’elevatissima posta in gioco ma non sono basati su dati di intelligence recenti né su nuove indicazioni sul fatto che Putin abbia preso la decisione di usare armi nucleari. Non abbiamo alcuna indicazione che abbia preso questo genere di decisione, né abbiamo visto qualcosa che ci spinga a riconsiderare la nostra postura nucleare strategica nei nostri sforzi a difesa dei nostri interessi in campo di sicurezza nazionale».
Oggi si terrà una riunione del Consiglio di sicurezza russo (38 membri), presente anche il presidente Vladimir Putin. Di sicuro ci saranno il primo ministro, i presidenti delle due camere (Consiglio federale e Duma di stato), il capo dello staff di Putin, tre ministri (Difesa, Esteri e Interno), i direttori di Fsb, Svr, Guardia russa e il segretario del Consiglio. Si discuterà della guerra e di quanto accaduto sul ponte di Crimea; tuttavia, potrebbe essere anche l’occasione per annunciare nuovi cambiamenti all’interno dello Stato russo. Quali? Il canale Telegram della Compagnia militare privata Wagner, di proprietà dell’oligarca Yevgeny Prigozhin, fedelissimo di Putin, da giorni ha preso di mira il ministro della Difesa Sergeij Shoigu e il capo di Stato maggiore, Valerij Gerasimov, entrambi accusati pubblicamente dal leader ceceno Razman Kadyrov e dallo stesso Prigozhin di essere i responabili anche del tracollo avvenuto durante la controffensiva ucraina. Secondo quanto affermato, Shoigu e Gerasimov verrebbero sostituiti con il governatore di Tula Alexey Dyumin e il vice comandante in capo delle forze di terra, il tenente generale Alexander Matovnikov. In serata si è appreso, attraverso il governatore Serhiy Gaidai, che l’esercito ucraino ha riconquistato sette nuovi insediamenti nella regione orientale di Lugansk, proprio quella annessa alla Russia la scorsa settimana.
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«Persone stupide non comprendono la potenza nucleare»: appello a trattative urgenti dell’ex presidente, da sempre più anti Putin di Joe Biden. Anche i conservatori, in testa ai sondaggi, premono perché gli Stati Uniti riprendano il loro ruolo nella deterrenza bellica.Bombe su Zaporizhzhia come rappresaglia. A Mosca alcuni ministri sono a rischio.Lo speciale contiene due articoli.«Ora abbiamo una guerra tra Russia e Ucraina con potenzialmente centinaia di migliaia di morti. Dobbiamo iniziare immediatamente a negoziare per una fine pacifica della guerra in Ucraina o finiremo nella terza guerra mondiale, e non rimarrà più niente del nostro pianeta, perché persone stupide non comprendono la potenza nucleare». Così Donald Trump si è espresso sabato, durante un comizio in Nevada. Ora, prima che qualcuno cominci a dire che l’ex presidente Usa è un filorusso, vale la pena di fare qualche precisazione. Ad aprile, Trump definì la guerra in Ucraina un «genocidio». Inoltre, per quanto da presidente avesse avuto un rapporto personale cordiale con Vladimir Putin, non ha mai portato avanti una politica filorussa. Era dicembre 2019, quando inflisse sanzioni al Nord Stream 2: gasdotto caldeggiato invece da Mosca e Berlino. Sempre Trump aveva del resto criticato la Germania per la sua eccessiva dipendenza energetica dalla Russia. Era invece maggio 2018 quando si sfilò dal controverso accordo sul nucleare iraniano: accordo appoggiato da Bruxelles e Mosca. Tra l’altro, andrebbe rammentato che è stato proprio Joe Biden a tentare di rilanciare l’intesa sul nucleare e a togliere le sanzioni al Nord Stream 2: tutto questo, senza ottenere alcuna contropartita concreta da Putin. Se c’è quindi qualcuno che è tacciabile di appeasement verso il leader russo (soprattutto tra aprile e luglio dell’anno scorso), quello è proprio Biden. Trump, di contro, ha costantemente lavorato, con Mike Pompeo, per un’efficace strategia di deterrenza verso gli avversari degli Usa. D’altronde, sarà un caso: ma Putin ha aggredito l’Ucraina sempre quando nello studio ovale sedevano presidenti dem (nel 2014, ai tempi di Barack Obama, e nel 2022 con Biden). Detto en passant: appena quattro giorni prima dell’invasione russa, Kamala Harris affermò che la strategia di deterrenza della Casa Bianca stava funzionando. Tuttavia le parole pronunciate sabato da Trump sono rivolte anche alla politica interna. L’8 novembre si terranno le elezioni di metà mandato e, secondo i sondaggi, i repubblicani riprenderanno quasi certamente il controllo almeno della Camera. Ebbene, un grosso punto interrogativo riguarda proprio l’impatto della crisi ucraina sugli umori degli elettori. Secondo un recente sondaggio Ipsos, circa tre quarti degli americani sono favorevoli a mantenere il sostegno a Kiev. Larga parte del Partito repubblicano è di quest’idea. Le incognite sorgono tuttavia sotto due aspetti: gli impatti indiretti della crisi ucraina e le modalità di aiuto a Kiev.Quanto agli impatti indiretti, il dossier principale è il caro energia: un nodo che si sta ripresentando dopo la recente decisione dell’Opec di tagliare la produzione di petrolio. Si tratta di un grattacapo che rischia di affossare Biden e i dem nelle settimane immediatamente precedenti al voto. Inoltre, il suddetto sondaggio Ipsos registra che il 58% degli americani teme uno scontro nucleare con Mosca. In secondo luogo, c’è la questione della modalità di aiuto agli ucraini. Sebbene gran parte dei repubblicani abbia votato a favore dei pacchetti di sostegno a Kiev, alcuni settori conservatori stanno lanciando allarmi. E non ci riferiamo solo alla minoranza isolazionista che considera trascurati i dossier di politica interna (come il controllo della frontiera a Sud). No: ci riferiamo anche a figure istituzionali. È per esempio il caso del presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts. «Heritage ha sostenuto e continua a sostenere un aiuto militare responsabile all’Ucraina. Ma la politica estera dovrebbe garantire ciò che è meglio per i contribuenti americani e fornire risultati, non solo gettare soldi su un problema, senza una strategia, senza un piano e senza un obiettivo finale», ha scritto in un recente editoriale. Heritage è il principale think tank conservatore americano e, oltre ad aver sempre espresso posizioni critiche verso il Cremlino, esercita storicamente una forte influenza sul Partito repubblicano. Lo stesso Pompeo, da sempre pro Ucraina, ha biasimato le parole di Biden sull’Armageddon, sostenendo di sperare che la Casa Bianca stia usando la «diplomazia silenziosa» per dissuadere Putin dall’uso di armi nucleari. Tutto ciò non vuol quindi dire che, se i repubblicani riprenderanno il Congresso, l’Ucraina sarà abbandonata a sé stessa. Significa, semmai, che spingeranno probabilmente Biden a una spesa più attenta e a elaborare una strategia maggiormente coerente: una strategia che cerchi di ripristinare innanzitutto la deterrenza perduta. Un passo, questo, fondamentale se si vuole cercare di uscire dalla crisi, evitando uno scenario nucleare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-negoziati-subito-russi-ucraini-2658417020.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stampa-americana-e-putin-daccordo-ce-kiev-dietro-lattentato-al-ponte" data-post-id="2658417020" data-published-at="1665351083" data-use-pagination="False"> Stampa americana e Putin d’accordo: «C’è Kiev dietro l’attentato al ponte» A quarantotto ore dall’attacco al ponte di Crimea sono ancora molte le domande su come si sono svolti realmente i fatti. È stato davvero un camion bomba? Oppure è stato lanciato un missile Mgm-140 (Atacms)? E chi è stato? Le parti si accusano reciprocamente: secondo Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, quanto accaduto al ponte di Kerch sarebbe «una manifestazione del conflitto tra le forze di sicurezza russe, in particolare tra l’Fsb (i servizi di sicurezza interni) da un lato e il ministero della Difesa e lo Stato maggiore dall’altro». I russi invece non hanno dubbi sul fatto che ad attaccare il ponte simbolo della annessione della Crimea alla Russia sia stata una squadra speciale dello Sbu, il servizio segreto di Kiev. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che chi ha fatto esplodere il ponte di Crimea sono «i servizi speciali dell’Ucraina», che hanno commesso «un atto di terrorismo». Il New York Times ha riferito che un alto funzionario ucraino protetto dall’anonimato ha dichiarato: «L’intelligence ucraina ha partecipato all’esplosione». Le autorità russe, che nel frattempo hanno istituito una commissione d’inchiesta per far luce sui fatti, hanno anche ordinato ai sommozzatori della Marina militare «di esaminare l’entità dei danni causati dalla potente esplosione di un camion bomba». I sub hanno iniziato a lavorare ieri mattina alle 6 (le 5 in Italia), mentre i risultati di un’indagine più dettagliata dei danni dovrebbe essere disponibile già nella giornata odierna. Dell’attacco ha parlato il governatore della Crimea insediato dal Cremlino, Sergei Aksyonov, che ha dichiarato: «Naturalmente si sono scatenate le emozioni e c’è un sano desiderio di vendetta. La situazione è gestibile: è spiacevole, ma non fatale». Una prima risposta russa è arrivata l’altra notte con i 12 attacchi contro Zaporizhzhia che hanno interessato una serie di aree residenziali: il bilancio provvisorio parla di almeno 17 morti (ci sono bambini) e 87 feriti. Del bombardamento ha parlato il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba che su Twitter ha chiesto nuove armi all’Occidente: «Abbiamo urgente bisogno di più moderni sistemi di difesa aerea e missilistica per salvare vite innocenti. Invito i partner ad accelerare le consegne». A lui ha risposto Aleksei Polishchuk, direttore del secondo dipartimento per la Csi al ministero degli Esteri russo, che alla Tass ha affermato: «Le consegne da parte dell’Occidente a Kiev di armi a lungo raggio o più potenti diventeranno una linea rossa per la Russia». Di armi (quelle atomiche) ha parlato alla Abc il portavoce del Consiglio di sicurezza della Casa Bianca John Kirby che sulle recenti dichiarazioni del presidente Usa, Joe Biden, sul rischio di un Armageddon atomico ha detto: «I commenti riflettono l’elevatissima posta in gioco ma non sono basati su dati di intelligence recenti né su nuove indicazioni sul fatto che Putin abbia preso la decisione di usare armi nucleari. Non abbiamo alcuna indicazione che abbia preso questo genere di decisione, né abbiamo visto qualcosa che ci spinga a riconsiderare la nostra postura nucleare strategica nei nostri sforzi a difesa dei nostri interessi in campo di sicurezza nazionale». Oggi si terrà una riunione del Consiglio di sicurezza russo (38 membri), presente anche il presidente Vladimir Putin. Di sicuro ci saranno il primo ministro, i presidenti delle due camere (Consiglio federale e Duma di stato), il capo dello staff di Putin, tre ministri (Difesa, Esteri e Interno), i direttori di Fsb, Svr, Guardia russa e il segretario del Consiglio. Si discuterà della guerra e di quanto accaduto sul ponte di Crimea; tuttavia, potrebbe essere anche l’occasione per annunciare nuovi cambiamenti all’interno dello Stato russo. Quali? Il canale Telegram della Compagnia militare privata Wagner, di proprietà dell’oligarca Yevgeny Prigozhin, fedelissimo di Putin, da giorni ha preso di mira il ministro della Difesa Sergeij Shoigu e il capo di Stato maggiore, Valerij Gerasimov, entrambi accusati pubblicamente dal leader ceceno Razman Kadyrov e dallo stesso Prigozhin di essere i responabili anche del tracollo avvenuto durante la controffensiva ucraina. Secondo quanto affermato, Shoigu e Gerasimov verrebbero sostituiti con il governatore di Tula Alexey Dyumin e il vice comandante in capo delle forze di terra, il tenente generale Alexander Matovnikov. In serata si è appreso, attraverso il governatore Serhiy Gaidai, che l’esercito ucraino ha riconquistato sette nuovi insediamenti nella regione orientale di Lugansk, proprio quella annessa alla Russia la scorsa settimana.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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