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2022-10-10
Trump: negoziati subito tra russi e ucraini
Donald Trump (Ansa)
«Ora abbiamo una guerra tra Russia e Ucraina con potenzialmente centinaia di migliaia di morti. Dobbiamo iniziare immediatamente a negoziare per una fine pacifica della guerra in Ucraina o finiremo nella terza guerra mondiale, e non rimarrà più niente del nostro pianeta, perché persone stupide non comprendono la potenza nucleare». Così Donald Trump si è espresso sabato, durante un comizio in Nevada. Ora, prima che qualcuno cominci a dire che l’ex presidente Usa è un filorusso, vale la pena di fare qualche precisazione. Ad aprile, Trump definì la guerra in Ucraina un «genocidio». Inoltre, per quanto da presidente avesse avuto un rapporto personale cordiale con Vladimir Putin, non ha mai portato avanti una politica filorussa. Era dicembre 2019, quando inflisse sanzioni al Nord Stream 2: gasdotto caldeggiato invece da Mosca e Berlino. Sempre Trump aveva del resto criticato la Germania per la sua eccessiva dipendenza energetica dalla Russia.
Era invece maggio 2018 quando si sfilò dal controverso accordo sul nucleare iraniano: accordo appoggiato da Bruxelles e Mosca. Tra l’altro, andrebbe rammentato che è stato proprio Joe Biden a tentare di rilanciare l’intesa sul nucleare e a togliere le sanzioni al Nord Stream 2: tutto questo, senza ottenere alcuna contropartita concreta da Putin. Se c’è quindi qualcuno che è tacciabile di appeasement verso il leader russo (soprattutto tra aprile e luglio dell’anno scorso), quello è proprio Biden. Trump, di contro, ha costantemente lavorato, con Mike Pompeo, per un’efficace strategia di deterrenza verso gli avversari degli Usa. D’altronde, sarà un caso: ma Putin ha aggredito l’Ucraina sempre quando nello studio ovale sedevano presidenti dem (nel 2014, ai tempi di Barack Obama, e nel 2022 con Biden). Detto en passant: appena quattro giorni prima dell’invasione russa, Kamala Harris affermò che la strategia di deterrenza della Casa Bianca stava funzionando.
Tuttavia le parole pronunciate sabato da Trump sono rivolte anche alla politica interna. L’8 novembre si terranno le elezioni di metà mandato e, secondo i sondaggi, i repubblicani riprenderanno quasi certamente il controllo almeno della Camera. Ebbene, un grosso punto interrogativo riguarda proprio l’impatto della crisi ucraina sugli umori degli elettori. Secondo un recente sondaggio Ipsos, circa tre quarti degli americani sono favorevoli a mantenere il sostegno a Kiev. Larga parte del Partito repubblicano è di quest’idea. Le incognite sorgono tuttavia sotto due aspetti: gli impatti indiretti della crisi ucraina e le modalità di aiuto a Kiev.
Quanto agli impatti indiretti, il dossier principale è il caro energia: un nodo che si sta ripresentando dopo la recente decisione dell’Opec di tagliare la produzione di petrolio. Si tratta di un grattacapo che rischia di affossare Biden e i dem nelle settimane immediatamente precedenti al voto. Inoltre, il suddetto sondaggio Ipsos registra che il 58% degli americani teme uno scontro nucleare con Mosca. In secondo luogo, c’è la questione della modalità di aiuto agli ucraini. Sebbene gran parte dei repubblicani abbia votato a favore dei pacchetti di sostegno a Kiev, alcuni settori conservatori stanno lanciando allarmi. E non ci riferiamo solo alla minoranza isolazionista che considera trascurati i dossier di politica interna (come il controllo della frontiera a Sud). No: ci riferiamo anche a figure istituzionali. È per esempio il caso del presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts. «Heritage ha sostenuto e continua a sostenere un aiuto militare responsabile all’Ucraina. Ma la politica estera dovrebbe garantire ciò che è meglio per i contribuenti americani e fornire risultati, non solo gettare soldi su un problema, senza una strategia, senza un piano e senza un obiettivo finale», ha scritto in un recente editoriale. Heritage è il principale think tank conservatore americano e, oltre ad aver sempre espresso posizioni critiche verso il Cremlino, esercita storicamente una forte influenza sul Partito repubblicano. Lo stesso Pompeo, da sempre pro Ucraina, ha biasimato le parole di Biden sull’Armageddon, sostenendo di sperare che la Casa Bianca stia usando la «diplomazia silenziosa» per dissuadere Putin dall’uso di armi nucleari.
Tutto ciò non vuol quindi dire che, se i repubblicani riprenderanno il Congresso, l’Ucraina sarà abbandonata a sé stessa. Significa, semmai, che spingeranno probabilmente Biden a una spesa più attenta e a elaborare una strategia maggiormente coerente: una strategia che cerchi di ripristinare innanzitutto la deterrenza perduta. Un passo, questo, fondamentale se si vuole cercare di uscire dalla crisi, evitando uno scenario nucleare.
Stampa americana e Putin d’accordo: «C’è Kiev dietro l’attentato al ponte»
A quarantotto ore dall’attacco al ponte di Crimea sono ancora molte le domande su come si sono svolti realmente i fatti. È stato davvero un camion bomba? Oppure è stato lanciato un missile Mgm-140 (Atacms)? E chi è stato? Le parti si accusano reciprocamente: secondo Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, quanto accaduto al ponte di Kerch sarebbe «una manifestazione del conflitto tra le forze di sicurezza russe, in particolare tra l’Fsb (i servizi di sicurezza interni) da un lato e il ministero della Difesa e lo Stato maggiore dall’altro».
I russi invece non hanno dubbi sul fatto che ad attaccare il ponte simbolo della annessione della Crimea alla Russia sia stata una squadra speciale dello Sbu, il servizio segreto di Kiev. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che chi ha fatto esplodere il ponte di Crimea sono «i servizi speciali dell’Ucraina», che hanno commesso «un atto di terrorismo». Il New York Times ha riferito che un alto funzionario ucraino protetto dall’anonimato ha dichiarato: «L’intelligence ucraina ha partecipato all’esplosione». Le autorità russe, che nel frattempo hanno istituito una commissione d’inchiesta per far luce sui fatti, hanno anche ordinato ai sommozzatori della Marina militare «di esaminare l’entità dei danni causati dalla potente esplosione di un camion bomba».
I sub hanno iniziato a lavorare ieri mattina alle 6 (le 5 in Italia), mentre i risultati di un’indagine più dettagliata dei danni dovrebbe essere disponibile già nella giornata odierna. Dell’attacco ha parlato il governatore della Crimea insediato dal Cremlino, Sergei Aksyonov, che ha dichiarato: «Naturalmente si sono scatenate le emozioni e c’è un sano desiderio di vendetta. La situazione è gestibile: è spiacevole, ma non fatale». Una prima risposta russa è arrivata l’altra notte con i 12 attacchi contro Zaporizhzhia che hanno interessato una serie di aree residenziali: il bilancio provvisorio parla di almeno 17 morti (ci sono bambini) e 87 feriti.
Del bombardamento ha parlato il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba che su Twitter ha chiesto nuove armi all’Occidente: «Abbiamo urgente bisogno di più moderni sistemi di difesa aerea e missilistica per salvare vite innocenti. Invito i partner ad accelerare le consegne». A lui ha risposto Aleksei Polishchuk, direttore del secondo dipartimento per la Csi al ministero degli Esteri russo, che alla Tass ha affermato: «Le consegne da parte dell’Occidente a Kiev di armi a lungo raggio o più potenti diventeranno una linea rossa per la Russia».
Di armi (quelle atomiche) ha parlato alla Abc il portavoce del Consiglio di sicurezza della Casa Bianca John Kirby che sulle recenti dichiarazioni del presidente Usa, Joe Biden, sul rischio di un Armageddon atomico ha detto: «I commenti riflettono l’elevatissima posta in gioco ma non sono basati su dati di intelligence recenti né su nuove indicazioni sul fatto che Putin abbia preso la decisione di usare armi nucleari. Non abbiamo alcuna indicazione che abbia preso questo genere di decisione, né abbiamo visto qualcosa che ci spinga a riconsiderare la nostra postura nucleare strategica nei nostri sforzi a difesa dei nostri interessi in campo di sicurezza nazionale».
Oggi si terrà una riunione del Consiglio di sicurezza russo (38 membri), presente anche il presidente Vladimir Putin. Di sicuro ci saranno il primo ministro, i presidenti delle due camere (Consiglio federale e Duma di stato), il capo dello staff di Putin, tre ministri (Difesa, Esteri e Interno), i direttori di Fsb, Svr, Guardia russa e il segretario del Consiglio. Si discuterà della guerra e di quanto accaduto sul ponte di Crimea; tuttavia, potrebbe essere anche l’occasione per annunciare nuovi cambiamenti all’interno dello Stato russo. Quali? Il canale Telegram della Compagnia militare privata Wagner, di proprietà dell’oligarca Yevgeny Prigozhin, fedelissimo di Putin, da giorni ha preso di mira il ministro della Difesa Sergeij Shoigu e il capo di Stato maggiore, Valerij Gerasimov, entrambi accusati pubblicamente dal leader ceceno Razman Kadyrov e dallo stesso Prigozhin di essere i responabili anche del tracollo avvenuto durante la controffensiva ucraina. Secondo quanto affermato, Shoigu e Gerasimov verrebbero sostituiti con il governatore di Tula Alexey Dyumin e il vice comandante in capo delle forze di terra, il tenente generale Alexander Matovnikov. In serata si è appreso, attraverso il governatore Serhiy Gaidai, che l’esercito ucraino ha riconquistato sette nuovi insediamenti nella regione orientale di Lugansk, proprio quella annessa alla Russia la scorsa settimana.
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«Persone stupide non comprendono la potenza nucleare»: appello a trattative urgenti dell’ex presidente, da sempre più anti Putin di Joe Biden. Anche i conservatori, in testa ai sondaggi, premono perché gli Stati Uniti riprendano il loro ruolo nella deterrenza bellica.Bombe su Zaporizhzhia come rappresaglia. A Mosca alcuni ministri sono a rischio.Lo speciale contiene due articoli.«Ora abbiamo una guerra tra Russia e Ucraina con potenzialmente centinaia di migliaia di morti. Dobbiamo iniziare immediatamente a negoziare per una fine pacifica della guerra in Ucraina o finiremo nella terza guerra mondiale, e non rimarrà più niente del nostro pianeta, perché persone stupide non comprendono la potenza nucleare». Così Donald Trump si è espresso sabato, durante un comizio in Nevada. Ora, prima che qualcuno cominci a dire che l’ex presidente Usa è un filorusso, vale la pena di fare qualche precisazione. Ad aprile, Trump definì la guerra in Ucraina un «genocidio». Inoltre, per quanto da presidente avesse avuto un rapporto personale cordiale con Vladimir Putin, non ha mai portato avanti una politica filorussa. Era dicembre 2019, quando inflisse sanzioni al Nord Stream 2: gasdotto caldeggiato invece da Mosca e Berlino. Sempre Trump aveva del resto criticato la Germania per la sua eccessiva dipendenza energetica dalla Russia. Era invece maggio 2018 quando si sfilò dal controverso accordo sul nucleare iraniano: accordo appoggiato da Bruxelles e Mosca. Tra l’altro, andrebbe rammentato che è stato proprio Joe Biden a tentare di rilanciare l’intesa sul nucleare e a togliere le sanzioni al Nord Stream 2: tutto questo, senza ottenere alcuna contropartita concreta da Putin. Se c’è quindi qualcuno che è tacciabile di appeasement verso il leader russo (soprattutto tra aprile e luglio dell’anno scorso), quello è proprio Biden. Trump, di contro, ha costantemente lavorato, con Mike Pompeo, per un’efficace strategia di deterrenza verso gli avversari degli Usa. D’altronde, sarà un caso: ma Putin ha aggredito l’Ucraina sempre quando nello studio ovale sedevano presidenti dem (nel 2014, ai tempi di Barack Obama, e nel 2022 con Biden). Detto en passant: appena quattro giorni prima dell’invasione russa, Kamala Harris affermò che la strategia di deterrenza della Casa Bianca stava funzionando. Tuttavia le parole pronunciate sabato da Trump sono rivolte anche alla politica interna. L’8 novembre si terranno le elezioni di metà mandato e, secondo i sondaggi, i repubblicani riprenderanno quasi certamente il controllo almeno della Camera. Ebbene, un grosso punto interrogativo riguarda proprio l’impatto della crisi ucraina sugli umori degli elettori. Secondo un recente sondaggio Ipsos, circa tre quarti degli americani sono favorevoli a mantenere il sostegno a Kiev. Larga parte del Partito repubblicano è di quest’idea. Le incognite sorgono tuttavia sotto due aspetti: gli impatti indiretti della crisi ucraina e le modalità di aiuto a Kiev.Quanto agli impatti indiretti, il dossier principale è il caro energia: un nodo che si sta ripresentando dopo la recente decisione dell’Opec di tagliare la produzione di petrolio. Si tratta di un grattacapo che rischia di affossare Biden e i dem nelle settimane immediatamente precedenti al voto. Inoltre, il suddetto sondaggio Ipsos registra che il 58% degli americani teme uno scontro nucleare con Mosca. In secondo luogo, c’è la questione della modalità di aiuto agli ucraini. Sebbene gran parte dei repubblicani abbia votato a favore dei pacchetti di sostegno a Kiev, alcuni settori conservatori stanno lanciando allarmi. E non ci riferiamo solo alla minoranza isolazionista che considera trascurati i dossier di politica interna (come il controllo della frontiera a Sud). No: ci riferiamo anche a figure istituzionali. È per esempio il caso del presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts. «Heritage ha sostenuto e continua a sostenere un aiuto militare responsabile all’Ucraina. Ma la politica estera dovrebbe garantire ciò che è meglio per i contribuenti americani e fornire risultati, non solo gettare soldi su un problema, senza una strategia, senza un piano e senza un obiettivo finale», ha scritto in un recente editoriale. Heritage è il principale think tank conservatore americano e, oltre ad aver sempre espresso posizioni critiche verso il Cremlino, esercita storicamente una forte influenza sul Partito repubblicano. Lo stesso Pompeo, da sempre pro Ucraina, ha biasimato le parole di Biden sull’Armageddon, sostenendo di sperare che la Casa Bianca stia usando la «diplomazia silenziosa» per dissuadere Putin dall’uso di armi nucleari. Tutto ciò non vuol quindi dire che, se i repubblicani riprenderanno il Congresso, l’Ucraina sarà abbandonata a sé stessa. Significa, semmai, che spingeranno probabilmente Biden a una spesa più attenta e a elaborare una strategia maggiormente coerente: una strategia che cerchi di ripristinare innanzitutto la deterrenza perduta. Un passo, questo, fondamentale se si vuole cercare di uscire dalla crisi, evitando uno scenario nucleare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-negoziati-subito-russi-ucraini-2658417020.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stampa-americana-e-putin-daccordo-ce-kiev-dietro-lattentato-al-ponte" data-post-id="2658417020" data-published-at="1665351083" data-use-pagination="False"> Stampa americana e Putin d’accordo: «C’è Kiev dietro l’attentato al ponte» A quarantotto ore dall’attacco al ponte di Crimea sono ancora molte le domande su come si sono svolti realmente i fatti. È stato davvero un camion bomba? Oppure è stato lanciato un missile Mgm-140 (Atacms)? E chi è stato? Le parti si accusano reciprocamente: secondo Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, quanto accaduto al ponte di Kerch sarebbe «una manifestazione del conflitto tra le forze di sicurezza russe, in particolare tra l’Fsb (i servizi di sicurezza interni) da un lato e il ministero della Difesa e lo Stato maggiore dall’altro». I russi invece non hanno dubbi sul fatto che ad attaccare il ponte simbolo della annessione della Crimea alla Russia sia stata una squadra speciale dello Sbu, il servizio segreto di Kiev. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che chi ha fatto esplodere il ponte di Crimea sono «i servizi speciali dell’Ucraina», che hanno commesso «un atto di terrorismo». Il New York Times ha riferito che un alto funzionario ucraino protetto dall’anonimato ha dichiarato: «L’intelligence ucraina ha partecipato all’esplosione». Le autorità russe, che nel frattempo hanno istituito una commissione d’inchiesta per far luce sui fatti, hanno anche ordinato ai sommozzatori della Marina militare «di esaminare l’entità dei danni causati dalla potente esplosione di un camion bomba». I sub hanno iniziato a lavorare ieri mattina alle 6 (le 5 in Italia), mentre i risultati di un’indagine più dettagliata dei danni dovrebbe essere disponibile già nella giornata odierna. Dell’attacco ha parlato il governatore della Crimea insediato dal Cremlino, Sergei Aksyonov, che ha dichiarato: «Naturalmente si sono scatenate le emozioni e c’è un sano desiderio di vendetta. La situazione è gestibile: è spiacevole, ma non fatale». Una prima risposta russa è arrivata l’altra notte con i 12 attacchi contro Zaporizhzhia che hanno interessato una serie di aree residenziali: il bilancio provvisorio parla di almeno 17 morti (ci sono bambini) e 87 feriti. Del bombardamento ha parlato il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba che su Twitter ha chiesto nuove armi all’Occidente: «Abbiamo urgente bisogno di più moderni sistemi di difesa aerea e missilistica per salvare vite innocenti. Invito i partner ad accelerare le consegne». A lui ha risposto Aleksei Polishchuk, direttore del secondo dipartimento per la Csi al ministero degli Esteri russo, che alla Tass ha affermato: «Le consegne da parte dell’Occidente a Kiev di armi a lungo raggio o più potenti diventeranno una linea rossa per la Russia». Di armi (quelle atomiche) ha parlato alla Abc il portavoce del Consiglio di sicurezza della Casa Bianca John Kirby che sulle recenti dichiarazioni del presidente Usa, Joe Biden, sul rischio di un Armageddon atomico ha detto: «I commenti riflettono l’elevatissima posta in gioco ma non sono basati su dati di intelligence recenti né su nuove indicazioni sul fatto che Putin abbia preso la decisione di usare armi nucleari. Non abbiamo alcuna indicazione che abbia preso questo genere di decisione, né abbiamo visto qualcosa che ci spinga a riconsiderare la nostra postura nucleare strategica nei nostri sforzi a difesa dei nostri interessi in campo di sicurezza nazionale». Oggi si terrà una riunione del Consiglio di sicurezza russo (38 membri), presente anche il presidente Vladimir Putin. Di sicuro ci saranno il primo ministro, i presidenti delle due camere (Consiglio federale e Duma di stato), il capo dello staff di Putin, tre ministri (Difesa, Esteri e Interno), i direttori di Fsb, Svr, Guardia russa e il segretario del Consiglio. Si discuterà della guerra e di quanto accaduto sul ponte di Crimea; tuttavia, potrebbe essere anche l’occasione per annunciare nuovi cambiamenti all’interno dello Stato russo. Quali? Il canale Telegram della Compagnia militare privata Wagner, di proprietà dell’oligarca Yevgeny Prigozhin, fedelissimo di Putin, da giorni ha preso di mira il ministro della Difesa Sergeij Shoigu e il capo di Stato maggiore, Valerij Gerasimov, entrambi accusati pubblicamente dal leader ceceno Razman Kadyrov e dallo stesso Prigozhin di essere i responabili anche del tracollo avvenuto durante la controffensiva ucraina. Secondo quanto affermato, Shoigu e Gerasimov verrebbero sostituiti con il governatore di Tula Alexey Dyumin e il vice comandante in capo delle forze di terra, il tenente generale Alexander Matovnikov. In serata si è appreso, attraverso il governatore Serhiy Gaidai, che l’esercito ucraino ha riconquistato sette nuovi insediamenti nella regione orientale di Lugansk, proprio quella annessa alla Russia la scorsa settimana.
Federico Cafiero De Raho (Ansa)
In questo quadro si colloca il rapporto tra Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, e il quotidiano Domani, fondato e controllato da Carlo De Benedetti, indicato come uno degli snodi attraverso cui quel sistema avrebbe prodotto effetti concreti, con informazioni riservate confluite in articoli di stampa. L’origine dell’indagine viene ricondotta all’ottobre del 2022, quando il ministro Guido Crosetto presenta denuncia dopo la pubblicazione di articoli basati su dati «non acquisibili da fonti aperte», dando avvio agli accertamenti sugli accessi alle banche dati. È da qui che emerge la figura di Striano e, soprattutto, l’anomalia quantitativa delle sue consultazioni: nel periodo analizzato, secondo quanto riportato, il militare avrebbe effettuato oltre 400.000 interrogazioni di banche dati riservate, un volume definito dalla commissione «oggettivamente abnorme» e tale da escludere qualsiasi ricostruzione episodica o casuale. Questo dato diventa centrale non solo per attribuire le singole condotte, ma per chiamare in causa i vertici dell’Antimafia. La relazione, pur escludendo profili di responsabilità penale diretta, parla apertamente di gravi carenze nei sistemi di controllo interno della Dna.
La relazione poi evidenzia il collegamento con l’attività giornalistica. Attraverso il raffronto sistematico tra articoli pubblicati e segnalazioni di operazioni sospette, la commissione richiama atti della Procura di Perugia che parlano di 57 pezzi contenenti informazioni tratte da Sos consultate da Striano prima della pubblicazione, di cui ben 27, editi per lo più tra il 2019 e il 2021, riguardanti la Lega (e un’altra ventina su soggetti legati agli altri partiti del centrodestra). Un dato che, nel documento, non è presentato come neutro o casuale, ma come indice di un metodo.
Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla commissione, questi articoli contenevano dati riconducibili a segnalazioni di operazioni sospette relative a movimentazioni finanziarie e profili patrimoniali di soggetti collegati al partito. Il raffronto tra il contenuto degli articoli e le informazioni estraibili dalle banche dati consultate da Striano porta gli inquirenti a ritenere che «la fonte non possa essere di altri, se non Striano», in assenza di «qualsivoglia interesse istituzionale» della Direzione nazionale antimafia che giustificasse quelle consultazioni.
La relazione non colloca questa vicenda in un vuoto istituzionale. Al contrario, ricostruisce anche le tensioni interne alla magistratura che accompagnano la vicenda. In particolare, viene richiamato il contrasto tra la Procura di Milano, guidata all’epoca da Francesco Greco, e la Direzione nazionale antimafia, allora diretta da Federico Cafiero De Raho. La Commissione ricorda come, già prima dell’esplosione del caso Striano, vi fossero stati attriti e divergenze sul perimetro delle competenze e sull’uso delle informazioni antimafia, culminati in uno scontro istituzionale che evidenziava una frattura tra livelli diversi dell’azione giudiziaria. I nomi dei giornalisti coinvolti sono quelli di Giovanni Tizian, Stefano Vergine e Nello Trocchia. Vengono descritti come interlocutori diretti di Striano, protagonisti di una relazione che la Commissione definisce strutturale e consolidata nel tempo.
La relazione riferisce che «in plurime occasioni» Tizian si sarebbe attivato «nel richiedere i dati dei quali aveva bisogno per collazionare i suoi articoli», indicando in modo mirato i soggetti e l’utilizzo successivo delle informazioni. Non una ricezione passiva, dunque, ma una sollecitazione mirata. In alcuni casi Striano e Tizian «si erano accordati per incontrarsi di persona» per la consegna dei dati, in altri il trasferimento sarebbe avvenuto via email. Il caso Crosetto segna il punto di massima tensione. Dopo la denuncia, secondo la commissione, i giornalisti avrebbero tentato di costruire una giustificazione a posteriori: la relazione parla di una memoria redatta «proprio al fine di dare una veste di liceità all’attività invece illecita per la quale oggi si procede», attribuendone la paternità a Vergine e Tizian.
In questo passaggio del documento si legge: «Sono stati dunque i due giornalisti a “vestire” le visure su Crosetto collegandole a quelle con i fratelli Mangione», e aggiunge che «il Vergine ed il Tizian si sono attivati per assicurare protezione alla loro fonte, cercando di elaborare una giustificazione per quegli accessi illegittimi che hanno consentito la redazione degli articoli oggetto di denuncia». La relazione richiama anche l’audizione di Emiliano Fittipaldi, direttore di Domani, che ha affermato «con vigore» che il giornalismo deve pubblicare notizie vere e di interesse pubblico, «indipendentemente dalla natura della fonte», precisando di aver assunto la direzione solo nel 2023 e negando qualsiasi ingerenza dell’editore Carlo De Benedetti nella linea editoriale. Nelle conclusioni, tuttavia, la Commissione giudica queste affermazioni «quantomeno allarmanti», richiamando i limiti posti dalla giurisprudenza alla libertà di stampa quando si traduce nell’utilizzazione consapevole di condotte illecite di pubblici ufficiali.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato il capo delegazione di Fratelli d'Italia al Parlamento europeo di Bruxelles, in seguito all'approvazione del pacchetto vino da parte della Commissione Agricoltura.