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2020-10-06
Trump dimesso: «Sono ringiovanito». La campagna elettorale si riapre
Donald Trump (Tia Dufour/The White House/ Getty Images)
Donald Trump è stato dimesso ieri dall'ospedale. A riferirlo, lui stesso con un tweet. «Oggi alle 18:30 lascerò il grande Walter Reed Medical Center. Mi sento davvero bene! Non abbiate paura di Covid. Non lasciate che domini la vostra vita. Abbiamo sviluppato, sotto l'amministrazione Trump, alcuni farmaci e conoscenze davvero eccezionali. Mi sento meglio di 20 anni fa!». Un cauto ottimismo era del resto già stato espresso, alcune ore prima, dal capo dello staff della Casa Bianca, Mark Meadows, che aveva pronunciato parole di speranza. «Ho parlato con il presidente questa mattina», aveva detto. «Ha continuato a migliorare durante la notte ed è pronto per tornare a un normale programma di lavoro».
Nel frattempo, polemiche non sono mancate a causa del fatto che, domenica scorsa, Trump sia uscito temporaneamente dall'ospedale – in automobile e indossando una mascherina – per salutare alcuni sostenitori che si erano riuniti davanti al Walter Reed Medical Center. In particolare, le critiche si sono concentrate sui rischi sanitari che potrebbero aver corso gli agenti della sicurezza che hanno accompagnato il presidente nel suo breve giro automobilistico. Interpellato sulla questione, il dottor Anthony Fauci ha rifiutato ieri di commentare. Secondo quanto riferito dal sito Axios, il presidente sarebbe stato curato con Desametasone e Remdesivir: soprattutto l'utilizzo del primo – suggerisce la testata americana – potrebbe lasciar intendere che la situazione sanitaria dell'inquilino della Casa Bianca sia stata seriamente a rischio. Lo stesso Wall Street Journal ieri ha ipotizzato che potrebbero ancora esserci delle problematiche in corso.
Tuttavia che le condizioni di salute di Trump fossero migliorate è testimoniato dalla raffica di tweet elettorali che ha postato nella giornata di ieri («Legge e ordine! Votate»; «Il più forte esercito di sempre! Votate»; «Libertà religiosa! Votate»). Un atteggiamento ben diverso dal silenzio social di venerdì scorso, poche ore dopo aver contratto il coronavirus. L'inquilino della Casa Bianca ha anche pubblicato un video su Twitter, in cui, rivolgendosi ai propri sostenitori, ha detto di «aver imparato molto dal Covid». Notizie incoraggianti anche per la first lady, Melania Trump, che ieri ha dichiarato di sentirsi bene e di proseguire la convalescenza dalla Casa Bianca.
Resta per il momento ancora in forse il dibattito televisivo del 15 ottobre a Miami, che dovrebbe vedere nuovamente confrontarsi sul palco il presidente e il suo sfidante democratico, Joe Biden. Quest'ultimo ha confermato ieri la propria disponibilità a partecipare, purché – ha precisato – i medici diano parere favorevole in termini di sicurezza sanitaria. Dibattito meno in forse dovrebbe invece essere quello previsto per domani sera a Salt Lake City tra Mike Pence e Kamala Harris. L'attuale vicepresidente americano è risultato ieri negativo al tampone, mentre – da quanto si apprende – gli organizzatori del confronto televisivo avrebbero introdotto norme di distanziamento ancor più rigide di quelle stabilite in precedenza. Pence deve comunque stare particolarmente attento alla propria salute, dal momento che – finché Trump non sarà del tutto fuori pericolo – resta sul tavolo l'ipotesi di un trasferimento temporaneo dei poteri presidenziali (secondo quanto prescrive il XXV Emendamento). Del resto, che ci sia una certa preoccupazione su questo fronte è testimoniato anche dalle parole, pronunciate ieri, dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, secondo cui gli Stati Uniti sono «completamente preparati» contro eventuali «attori canaglia» che volessero agire durante la malattia di Trump.
Nel frattempo Biden sta proseguendo la campagna elettorale in Florida e Arizona, mentre resta nettamente in testa ai sondaggi, con una rilevazione Nbc/Wsj che lo dà 14 punti avanti a livello nazionale. Va tuttavia sottolineato che questo sondaggio sia antecedente alla notizia del contagio di Trump. E non è quindi ancora esattamente chiaro quale impatto la malattia del presidente avrà in termini di consensi elettorali. Secondo i critici, questo elemento affosserà Trump, reo – a loro dire – di aver gestito pessimamente l'emergenza sanitaria. Eppure non è escluso che possa passare anche un altro messaggio tra gli elettori americani: valutare positivamente, cioè, un presidente che – pur tra errori e mancanze – si è esposto, ci ha messo la faccia e che, anche per questo, si è alla fine infettato. Non è, in altre parole, del tutto escludibile un «effetto empatia», in grado di far leva soprattutto sul fatto che Biden – dall'altra parte – se ne sia stato per mesi rinchiuso in un seminterrato del Delaware. Quindi, prima di affidarci alle percentuali bulgare dei sondaggi, andiamoci piano. Perché questa «sorpresa di ottobre» potrebbe rivelarsi un'incognita scivolosa. Soprattutto per Joe Biden.
Giudice Barrett, nomina in bilico
Il Covid potrebbe far slittare la ratifica della nomina di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema. Negli ultimi giorni, sono tre i senatori repubblicani risultati positivi al coronavirus: Ron Johnson, Mike Lee e Thom Tillis.
E proprio il processo di conferma della giudice –attualmente negativa al tampone– potrebbe adesso risentire delle conseguenze. Non dimentichiamo infatti che, in base a quanto prescrive la Costituzione, i componenti della Corte suprema siano nominati dal presidente previa approvazione del Senato. Un Senato che, pur essendo attualmente a maggioranza repubblicana, rischia adesso di non avere i numeri per approvare la ratifica. L'elefantino detiene infatti 53 seggi. E – oltre alla positività di Johnson, Lee e Tillis – due senatrici repubblicane, Susan Collins e Lisa Murkowski, avevano già fatto sapere di non essere intenzionate a sostenere la ratifica della Barrett prima del 3 novembre: giorno in cui si voterà per la Casa Bianca e per rinnovare un terzo del Senato.
Alla luce di tutto questo, i democratici – che non hanno mai digerito la Barrett per le sue posizioni critiche dell'aborto – hanno chiesto di ritardare il processo di approvazione. Per il momento, i lavori in plenaria della camera alta sono stati di fatto sospesi fino al 19 ottobre. La commissione Giustizia del Senato dovrebbe ciononostante riunirsi il 12 di questo mese, per avviare le audizioni della giudice. Il problema risiede nel fatto che tre giorni dopo – il 15– sia previsto il primo voto per ratificare la nomina. Ora, la commissione Giustizia ha 10 senatori democratici e 12 repubblicani: di questi ultimi, due (Tillis e Lee) risultano attualmente infettati. Come sottolineato dalla Cnn, il presidente della commissione, Lindsey Graham, ha estrema necessità che almeno uno dei due sia presente, per avere un quorum in grado di blindare la nomina della Barrett.
Insomma il rischio è che la ratifica possa slittare a dopo le elezioni del 3 novembre: esattamente quanto auspicato dal Partito democratico. Tra l'altro, nel caso in cui i tre senatori infetti non dovessero riprendersi rapidamente, alcuni rischi si configurerebbero anche in riferimento al voto in plenaria: soprattutto alla luce del fatto che anche alcuni senatori repubblicani attualmente sani risultino comunque dei «sorvegliati speciali» (è per esempio il caso di Chuck Grassley). Ricordiamo infatti che il vicepresidente Mike Pence possa intervenire solo in caso di parità.
I repubblicani ostentano comunque ottimismo e hanno ribadito che la tabella di marcia sarà rispettata. In particolare, si sta facendo strada l'ipotesi che l'audizione della Barrett possa avvenire per via telematica: un'idea che il capogruppo democratico al Senato, Chuck Schumer, ha respinto. Eppure, come ha polemicamente ricordato il senatore repubblicano Tom Cotton domenica scorsa, erano stati proprio i democratici a chiedere di lavorare tramite connessione elettronica durante la fase più buia della pandemia, per permettere al Congresso di proseguire le proprie attività.
Non si spengono frattanto le preoccupazioni per le condizioni di salute dei componenti dell'entourage presidenziale. La portavoce della Casa Bianca Kayleigh McEnany ha annunciato di aver contratto il Covid, pur non riscontrando al momento sintomi. Sempre ieri, è stato reso noto che il ministro della Giustizia, William Barr, si è sottoposto a un autoisolamento precauzionale. Una scelta probabilmente dettata dal contatto avuto, durante la presentazione della Barrett, con l'ex consigliera della Casa Bianca Kellyanne Conway, risultata di recente positiva al Covid. Come che sia, Barr – i cui tamponi si sono rivelati negativi negli scorsi giorni – avrebbe intenzione di tornare al lavoro già a metà di questa settimana. Al momento, gli altri ministri monitorati (Pompeo, Esper, Carson e Ross) risulterebbero fuori pericolo.
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Il presidente lascia l'ospedale militare: «Non lasciatevi dominare dalla paura del virus». Pure la first lady Melania è quasi guarita. Sondaggi, Joe Biden avanti ma ora teme l'«effetto empatia» per lo scampato pericoloRepubblicani falcidiati in Senato, il seggio in Corte suprema potrebbe essere votato dopo le elezioni del 3 novembre. Anche William Barr, ministro della Giustizia, in isolamentoLo speciale contiene due articoliDonald Trump è stato dimesso ieri dall'ospedale. A riferirlo, lui stesso con un tweet. «Oggi alle 18:30 lascerò il grande Walter Reed Medical Center. Mi sento davvero bene! Non abbiate paura di Covid. Non lasciate che domini la vostra vita. Abbiamo sviluppato, sotto l'amministrazione Trump, alcuni farmaci e conoscenze davvero eccezionali. Mi sento meglio di 20 anni fa!». Un cauto ottimismo era del resto già stato espresso, alcune ore prima, dal capo dello staff della Casa Bianca, Mark Meadows, che aveva pronunciato parole di speranza. «Ho parlato con il presidente questa mattina», aveva detto. «Ha continuato a migliorare durante la notte ed è pronto per tornare a un normale programma di lavoro». Nel frattempo, polemiche non sono mancate a causa del fatto che, domenica scorsa, Trump sia uscito temporaneamente dall'ospedale – in automobile e indossando una mascherina – per salutare alcuni sostenitori che si erano riuniti davanti al Walter Reed Medical Center. In particolare, le critiche si sono concentrate sui rischi sanitari che potrebbero aver corso gli agenti della sicurezza che hanno accompagnato il presidente nel suo breve giro automobilistico. Interpellato sulla questione, il dottor Anthony Fauci ha rifiutato ieri di commentare. Secondo quanto riferito dal sito Axios, il presidente sarebbe stato curato con Desametasone e Remdesivir: soprattutto l'utilizzo del primo – suggerisce la testata americana – potrebbe lasciar intendere che la situazione sanitaria dell'inquilino della Casa Bianca sia stata seriamente a rischio. Lo stesso Wall Street Journal ieri ha ipotizzato che potrebbero ancora esserci delle problematiche in corso. Tuttavia che le condizioni di salute di Trump fossero migliorate è testimoniato dalla raffica di tweet elettorali che ha postato nella giornata di ieri («Legge e ordine! Votate»; «Il più forte esercito di sempre! Votate»; «Libertà religiosa! Votate»). Un atteggiamento ben diverso dal silenzio social di venerdì scorso, poche ore dopo aver contratto il coronavirus. L'inquilino della Casa Bianca ha anche pubblicato un video su Twitter, in cui, rivolgendosi ai propri sostenitori, ha detto di «aver imparato molto dal Covid». Notizie incoraggianti anche per la first lady, Melania Trump, che ieri ha dichiarato di sentirsi bene e di proseguire la convalescenza dalla Casa Bianca. Resta per il momento ancora in forse il dibattito televisivo del 15 ottobre a Miami, che dovrebbe vedere nuovamente confrontarsi sul palco il presidente e il suo sfidante democratico, Joe Biden. Quest'ultimo ha confermato ieri la propria disponibilità a partecipare, purché – ha precisato – i medici diano parere favorevole in termini di sicurezza sanitaria. Dibattito meno in forse dovrebbe invece essere quello previsto per domani sera a Salt Lake City tra Mike Pence e Kamala Harris. L'attuale vicepresidente americano è risultato ieri negativo al tampone, mentre – da quanto si apprende – gli organizzatori del confronto televisivo avrebbero introdotto norme di distanziamento ancor più rigide di quelle stabilite in precedenza. Pence deve comunque stare particolarmente attento alla propria salute, dal momento che – finché Trump non sarà del tutto fuori pericolo – resta sul tavolo l'ipotesi di un trasferimento temporaneo dei poteri presidenziali (secondo quanto prescrive il XXV Emendamento). Del resto, che ci sia una certa preoccupazione su questo fronte è testimoniato anche dalle parole, pronunciate ieri, dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, secondo cui gli Stati Uniti sono «completamente preparati» contro eventuali «attori canaglia» che volessero agire durante la malattia di Trump. Nel frattempo Biden sta proseguendo la campagna elettorale in Florida e Arizona, mentre resta nettamente in testa ai sondaggi, con una rilevazione Nbc/Wsj che lo dà 14 punti avanti a livello nazionale. Va tuttavia sottolineato che questo sondaggio sia antecedente alla notizia del contagio di Trump. E non è quindi ancora esattamente chiaro quale impatto la malattia del presidente avrà in termini di consensi elettorali. Secondo i critici, questo elemento affosserà Trump, reo – a loro dire – di aver gestito pessimamente l'emergenza sanitaria. Eppure non è escluso che possa passare anche un altro messaggio tra gli elettori americani: valutare positivamente, cioè, un presidente che – pur tra errori e mancanze – si è esposto, ci ha messo la faccia e che, anche per questo, si è alla fine infettato. Non è, in altre parole, del tutto escludibile un «effetto empatia», in grado di far leva soprattutto sul fatto che Biden – dall'altra parte – se ne sia stato per mesi rinchiuso in un seminterrato del Delaware. Quindi, prima di affidarci alle percentuali bulgare dei sondaggi, andiamoci piano. Perché questa «sorpresa di ottobre» potrebbe rivelarsi un'incognita scivolosa. Soprattutto per Joe Biden.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-dimesso-sono-ringiovanito-la-campagna-elettorale-si-riapre-2648106604.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giudice-barrett-nomina-in-bilico" data-post-id="2648106604" data-published-at="1601924600" data-use-pagination="False"> Giudice Barrett, nomina in bilico Il Covid potrebbe far slittare la ratifica della nomina di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema. Negli ultimi giorni, sono tre i senatori repubblicani risultati positivi al coronavirus: Ron Johnson, Mike Lee e Thom Tillis. E proprio il processo di conferma della giudice –attualmente negativa al tampone– potrebbe adesso risentire delle conseguenze. Non dimentichiamo infatti che, in base a quanto prescrive la Costituzione, i componenti della Corte suprema siano nominati dal presidente previa approvazione del Senato. Un Senato che, pur essendo attualmente a maggioranza repubblicana, rischia adesso di non avere i numeri per approvare la ratifica. L'elefantino detiene infatti 53 seggi. E – oltre alla positività di Johnson, Lee e Tillis – due senatrici repubblicane, Susan Collins e Lisa Murkowski, avevano già fatto sapere di non essere intenzionate a sostenere la ratifica della Barrett prima del 3 novembre: giorno in cui si voterà per la Casa Bianca e per rinnovare un terzo del Senato. Alla luce di tutto questo, i democratici – che non hanno mai digerito la Barrett per le sue posizioni critiche dell'aborto – hanno chiesto di ritardare il processo di approvazione. Per il momento, i lavori in plenaria della camera alta sono stati di fatto sospesi fino al 19 ottobre. La commissione Giustizia del Senato dovrebbe ciononostante riunirsi il 12 di questo mese, per avviare le audizioni della giudice. Il problema risiede nel fatto che tre giorni dopo – il 15– sia previsto il primo voto per ratificare la nomina. Ora, la commissione Giustizia ha 10 senatori democratici e 12 repubblicani: di questi ultimi, due (Tillis e Lee) risultano attualmente infettati. Come sottolineato dalla Cnn, il presidente della commissione, Lindsey Graham, ha estrema necessità che almeno uno dei due sia presente, per avere un quorum in grado di blindare la nomina della Barrett. Insomma il rischio è che la ratifica possa slittare a dopo le elezioni del 3 novembre: esattamente quanto auspicato dal Partito democratico. Tra l'altro, nel caso in cui i tre senatori infetti non dovessero riprendersi rapidamente, alcuni rischi si configurerebbero anche in riferimento al voto in plenaria: soprattutto alla luce del fatto che anche alcuni senatori repubblicani attualmente sani risultino comunque dei «sorvegliati speciali» (è per esempio il caso di Chuck Grassley). Ricordiamo infatti che il vicepresidente Mike Pence possa intervenire solo in caso di parità. I repubblicani ostentano comunque ottimismo e hanno ribadito che la tabella di marcia sarà rispettata. In particolare, si sta facendo strada l'ipotesi che l'audizione della Barrett possa avvenire per via telematica: un'idea che il capogruppo democratico al Senato, Chuck Schumer, ha respinto. Eppure, come ha polemicamente ricordato il senatore repubblicano Tom Cotton domenica scorsa, erano stati proprio i democratici a chiedere di lavorare tramite connessione elettronica durante la fase più buia della pandemia, per permettere al Congresso di proseguire le proprie attività. Non si spengono frattanto le preoccupazioni per le condizioni di salute dei componenti dell'entourage presidenziale. La portavoce della Casa Bianca Kayleigh McEnany ha annunciato di aver contratto il Covid, pur non riscontrando al momento sintomi. Sempre ieri, è stato reso noto che il ministro della Giustizia, William Barr, si è sottoposto a un autoisolamento precauzionale. Una scelta probabilmente dettata dal contatto avuto, durante la presentazione della Barrett, con l'ex consigliera della Casa Bianca Kellyanne Conway, risultata di recente positiva al Covid. Come che sia, Barr – i cui tamponi si sono rivelati negativi negli scorsi giorni – avrebbe intenzione di tornare al lavoro già a metà di questa settimana. Al momento, gli altri ministri monitorati (Pompeo, Esper, Carson e Ross) risulterebbero fuori pericolo.
Ilaria Salis (al centro) con il gruppo The Left all'Europarlamento
Uno in particolare sottolineava «la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti». Una proposta che chiedeva sostanzialmente la legalizzazione delle occupazioni abusive in determinati casi, tra l’altro non distinguendo chi possiede immensi patrimoni immobiliari da chi può contare su due o tre abitazioni di famiglia.
«Gli emendamenti di Ilaria Salis e dei suoi colleghi», commenta con La Verità il presidente nazionale di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, «chiedevano in sostanza di sopprimere il diritto di proprietà attraverso la legittimazione di un reato, il furto di case, e della violazione dei contratti, col divieto di sfratto per morosità in alcuni casi. Respingerli era il minimo che si potesse fare, trattandosi di misure che non fatico a definire eversive. Il problema è che a risultati simili a quelli indicati negli emendamenti si giunge quotidianamente, almeno in Italia, attraverso comportamenti di fatto che sono frutto di mentalità diffuse e dure a morire». Soddisfatta la vicepresidente del Parlamento europeo ed eurodeputata di Fratelli d’Italia Antonella Sberna: «Con il voto sulla relazione del Parlamento europeo sulla crisi abitativa», sottolinea la Sberna, «abbiamo portato la casa in una nuova prospettiva e messo fine all’egemonia della sinistra sul tema. Lo dimostrano il voto contrario di Verdi e Sinistra al testo finale e la bocciatura degli emendamenti presentati dall’eurodeputata Ilaria Salis e dai suoi colleghi, che sostengono l’esproprio delle multiproprietà pubbliche e private e legittimano le occupazioni abusive. Proprio quegli emendamenti rappresentano una distorsione inaccettabile del diritto alla casa, soprattutto nei confronti di tutti coloro che ogni giorno lavorano duramente per pagare un affitto o la rata di un mutuo. Senza considerare che, dove si verificano occupazioni abusive, i quartieri diventano più insicuri».
Esprime apprezzamento per la bocciatura degli emendamenti presentati dalla Salis anche la eurodeputata della Lega Anna Cisint: «Abbiamo votato no all’ennesima proposta ideologica della sinistra europea», argomenta la Cisint, «che rappresenta una vera e propria invasione di campo dell’Ue nelle politiche abitative nazionali, che devono invece rimanere in mano agli Stati. E quando si parla di case non poteva mancare una delle geniali proposte di Ilaria Salis e di The Left: la legalizzazione dei ladri di case, la possibilità di occupare le seconde abitazioni per chi commette la “colpa” di lasciarle sfitte e persino uno scudo economico europeo per chi non paga l’affitto. Una vergognosa idea tipica della sinistra», sottolinea la Cisint, «avanzata da colei che ha fatto dell’occupazione delle case altrui una battaglia politica sulle pelle dei cittadini che rispettano la legge». «La proprietà privata non si tocca e gli sgomberi delle case occupate abusivamente non possono essere messi in discussione, con buona pace della collega Salis», ha ribadito la collega leghista Isabella Tovaglieri.
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Danni alle strutture del circolo Meazza di Milano
Secondo quanto riferito dal consigliere regionale Chiara Valcepina e dal consigliere comunale Francesco Rocca, nella notte alcuni individui sono entrati nei locali del circolo, in via Michele Lessona 21, sfondando i vetri e devastando parte degli spazi. Oltre ai danni alle strutture e alle attrezzature, sarebbero stati rubati i soldi della cassa, alcuni oggetti e un computer. Su una cattedra è stata anche lasciata la scritta «fascista». Il conto complessivo dei danni, spiegano gli organizzatori, si aggirerebbe intorno ai cinquemila euro.
Il circolo avrebbe dovuto ospitare questa sera alle 18.30 un incontro intitolato «Referendum Giustizia: le ragioni del Sì», con la partecipazione di esponenti politici e di alcuni avvocati. La locandina dell’evento era stata esposta nei giorni scorsi all’interno dello spazio.
Il Circolo culturale Meazza, attivo dal 1967 nel quartiere di Quarto Oggiaro, si definisce apolitico e apartitico e negli anni ha svolto attività sociali e ricreative nella zona. Nel 2022 gli è stato conferito l’Ambrogino d’Oro per l’impegno sociale nel quartiere.
Valcepina ha espresso «profonda indignazione» per quanto accaduto, definendo il circolo una realtà storica del territorio e auspicando che le forze dell’ordine possano fare rapidamente chiarezza sull’episodio e individuare i responsabili. Il consigliere regionale ha aggiunto di voler credere che non si tratti di un atto intimidatorio legato all’incontro previsto per la serata.
Di diverso avviso Rocca, che parla invece di «vile atto intimidatorio» compiuto durante la notte ai danni di uno spazio sociale attivo da decenni a Quarto Oggiaro. Il consigliere comunale sottolinea che il circolo negli anni ha ospitato iniziative di vario tipo e che l’episodio verrà portato all’attenzione del Consiglio comunale e del Municipio 8, oltre alla denuncia per i danni subiti.
Sulla vicenda è intervenuto anche l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza, capodelegazione del partito al Parlamento europeo. Fidanza sostiene che l’assalto al circolo sarebbe legato alla decisione di ospitare l’incontro sul referendum e parla di «clima di odio e intolleranza». Nonostante i danni e i furti, l’appuntamento previsto per questa sera dovrebbe svolgersi comunque.
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Il tribunale dei minori de L'Aquila. Nel riquadro, il giudice Cecilia Angrisano (Ansa)
La toga era finita nell’occhio del ciclone in seguito all’ordinanza con cui dispose la sospensione della responsabilità genitoriale nei confronti dei coniugi Trevallion, la cosiddetta «famiglia del bosco», e il conseguente allontanamento, nel novembre scorso, dei tre figli in una casa famiglia. L’accelerazione sulle misure di protezione, che arriva a distanza dalle motivazioni trapelate, sembra però più verosimilmente collegata alle nuove polemiche - con annesso annuncio da parte del Guardasigilli Carlo Nordio di invio degli ispettori- scoppiate dopo l’ordinanza del tribunale dei minori che ha disposto l’allontanamento della madre di piccoli Trevallion dalla casa famiglia di Vasto che ospitava la donna insieme ai figli. Polemiche alle quali la Angrisano e il procuratore della Repubblica, David Mancini, hanno risposto con una nota: «In considerazione del clamore mediatico suscitato da recenti vicende giudiziarie, tuttora in fase istruttoria da più parti commentate anche con toni aggressivi e non continenti, è premura dei magistrati che lavorano presso gli uffici giudiziari minorili ed in particolare, presso il tribunale per i minorenni di L’Aquila e la Procura minorile di L’Aquila, affermare che ogni iniziativa giudiziaria di loro competenza è ispirata esclusivamente ai principi di tutela dei diritti delle persone di minore età, come sanciti nella Costituzione e nelle fonti di diritto internazionale». Parole che ricordano da vicino quelle pronunciate dalla Angrisano durante un convegno, riprese da un servizio di Fuori dal coro che raccontava il caso di un altro controverso allontanamento di minori dalla famiglia ad opera delle forze dell’ordine, disposto sempre dal tribunale dei minori aquilano. Nel video si vede la toga affermare: «I figli non sono proprietà di nessuno. [...] Ma voi siete davvero sicuri che sia diritto dei genitori disporre della vita dei figli?».
Del resto, la lunga (è in magistratura da 33 anni) carriera della Angrisano, in larga misura dedicata alla gestione di casi che riguardavano minori o abusi di vario genere nei confronti di soggetti deboli, si è principalmente svolta in ambito penale. Dove, per definizione, la mediazione non la fa di certo da padrona. Nel 2007, ad esempio, è lei, che come gip del tribunale di Tivoli (subentrata a una collega che aveva lasciato l’incarico) nel pieno del caos della vicenda dei presunti abusi sui bambini di Rignano Flaminio, presiede l’incidente probatorio, mentre l’Italia si divide tra chi vede riti satanici e chi parla di una delle più grandi psicosi giudiziarie della storia repubblicana. Una psicosi che, in quel caso, vedeva come principali protagonisti i genitori, convinti degli abusi contro i figli, anche se alla fine gli imputati usciranno dal processo assolti, ma con la vita segnata per sempre. E sempre a Tivoli, nel 2010 emette l’ordinanza che manda in carcere Danilo Speranza, il cosiddetto «guru di San Lorenzo», a capo della setta Maya, accusato di aver abusato di alcune bambine parlando di «karma negativo» e «Dna curativo». Alla fine del lungo processo l’uomo verrà condannato con sentenza definitiva nel 2020 dalla Cassazione, ma per un curioso scherzo del destino, Speranza è morto proprio il giorno della decisione delle toghe.
Quando nel 2017 diventa presidente del tribunale per i minorenni dell’Aquila, Angrisano si trova davanti a dinamiche completamente diverse, basate sul ricorso a comunità educative, case famiglia, supporto di relazioni di servizi sociali invece che di informative della polizia giudiziaria. Che forse la toga potrebbe affrontare senza essersi liberata del tutto del suo vecchio ruolo in ambito penale, almeno stando a una sua considerazione espressa pubblicamente: «Bisogna interrogare il mondo degli adulti». Un approccio che, nei provvedimenti giudiziari e in vicende come quelle della famiglia del bosco, si trasforma in osservazioni, allontanamenti temporanei, collocamenti in comunità, valutazioni psicologiche e psicosociali. Tutte cose che segnano per sempre le famiglie che finiscono coinvolte.
E soprattutto, un approccio forse eccessivamente pragmatico. Che porta la toga, intervistata dai media a margine di un evento svolto davanti a una platea di adolescenti, a elargire consigli rivolti alle ragazze su come evitare il rischio del revenge porn: «Un messaggio che lancio sempre è: “Fate come gli uomini, mandate particolari anatomici, se non ne potete fare a meno non ci mettete la faccia”». Un suggerimento certamente efficace, ma forse un po’ sopra le righe se espresso da un magistrato.
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Golfo Persico, crisi petrolifera, scontro nell’AI, elezioni e lavoro: la settimana dei giornali americani tra geopolitica e tensioni interne.